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Benvenuto nella sezione: Editoriali - Notizie - Borsa & Mercati

 

Sul mondiale di Formula 1 nella capitale il partito di Bossi ribadisce la sua netta contrarietà: dubita della necessità del progetto, denuncia possibili sprechi di risorse pubbliche, smentisce le cifre sull’eventuale nuova occupazione. Ma si appresta a consegnare 600 milioni nelle mani di Alemanno
Il partito di Bossi si è sempre opposto nettamente alla proposta di ospitare a Roma il campionato mondiale di Formula Uno. L’eventualità che un Gran Premio in Italia si aggiunga a quello di Monza o, peggio ancora, che lo sostituisca ha, infatti, da mesi, scatenato le ire di tutti i rappresentanti della Lega Nord, dai militanti fino ai parlamentari.

MINACCIA AGLI ALLEATI – Le dichiarazioni rese ad un giornale tedesco da Bernie Ecclestone, il grande capo del circo della Formula Uno, che considera ormai sicuro l’inserimento di Roma nel mondiale, a partire dal 2013, ieri hanno suscitato la reazione dura di Roberto Castelli. “Atteso che sono passati pochi mesi da quando questo governo ha dovuto dare a Roma 500 milioni per ripianare i debiti del Comune, senza che peraltro Roma mettesse in atto alcun piano di dismissione dei propri assets per diminuire tali debiti, chiedo alla Lega Nord – ha affermato minaccioso l’ex Ministro della giustizia – di non votare da oggi in poi alcun provvedimento che preveda di erogare fondi straordinari per il Comune di Roma nel caso in cui detta amministrazione dovesse impegnare fondi propri per organizzare l’evento”.

CAPRICCI ROMANI – E’ il senatore leghista Cesarino Monti a difendere a spada tratta gli interessi di Monza. Da Facebook continua ad inviare appelli dalla pagina appositamente creata per denunciare il tentativo di scippo, intitolata Giù le mani dal Gp di Monza: “La battaglia tra Monza e Roma – ripete da settimane – vede la storia, la gloria e l’eroismo legato alla tradizione motoristica nazionale e mondiale insita nei 90 anni di storia del circuito Brianzolo, contrapposta alle bramosie e ai capricci della capitale romana, che da qualche mese si è messa in testa di voler organizzare un secondo Gran Premio di F1 in Italia, correndo lungo le strade dell’Eur”.

E I SOLDI? – Sei mesi fa metteva in dubbio tutte le rassicurazioni fatte dal sindaco Gianni Alemanno, tra le quali quella della creazione di 10.000 posti di lavoro: “Questa è solo una operazione di immagine e marketing – diceva Monti - ma senza una reale sostanza dietro: per la gestione del Gran Premio d’Italia a Monza servono 30 milioni di euro; mi domando come fa Alemanno e il suo socio privato Flammini a dire che arrivano 130 milioni di euro dai privati ? Non credo proprio che questi ultimi siano così masochisti. Dietro ci sono interessi più grandi come la costruzione di alcuni palazzi adiacenti al tracciato dell’ Eur a discapito del territorio ambientale e dei cittadini del quartiere. Andrà a finire che chiederanno i soldi allo Stato per gli eventuali costi e i debiti saranno a carico pubblico, e ancora una volta del nord, con i ricavi distribuiti ai soliti quattro, tutti sicuramente privati, tra cui Flammini”.

GP A ROMA? NEL 2113! – Non è stato da meno il deputato monzese Paolo Grimoldi, coordinatore federale del Movimento giovani padani. Ha usato una battuta per sgombrare il campo da ogni fraintendimento: “Roma 2013? Sinceramente non credo che l’automobilismo approderà sotto il Colosseo prima del 2113. Prima la Capitale pensi a sanare i debiti della sanità, poi pensi alle corse. Per questo credo ci vorrà almeno un secolo. Vedo comunque che la data di questo fantomatico Gran Premio si sposta sempre più in là e sempre a livello di ipotesi. La Lega e la Brianza, comunque, faranno di tutto perché nel Paese Monza resti il solo e unico GP”. Insomma, ancora una volta, come ripete da tempo, Grimoldi fa riferimento ad una possibile cattiva gestione delle risorse pubbliche: “Quanto riportato oggi da un quotidiano nazionale secondo cui la ‘cricca’ degli imprenditori che si facevano beffe dei terremotati sarebbe stata pronta a mettere le mani sugli appalti del Gp di Roma – affermava poche settimane fa l’onorevole – non mi stupisce. Questo evento nasce sotto una brutta stella: di sportivo ha poco o nulla, mentre per i malintenzionati è un piatto da non perdere. Di questi tempi è meglio che Roma si occupi d’altro. I mondiali di nuoto possono insegnare qualcosa, e poi è meglio occuparsi a tempo pieno delle Olimpiadi”.

600 MILIONI A ROMA – Dilaga l’intransigenza padana. Peccato però che i messaggi di sfida nei confronti del Pdl romano giungano proprio alla vigilia dell’esame decisivo della Camera sul decreto legge riguardante enti locali e regioni sul quale il governo ha già posto, la settimana scorsa, la questione di fiducia. Il provvedimento, che si avvia alla votazione decisiva ed è fortemente sponsorizzato dalle camicie verdi, infatti, prevede un contributo di 600 milioni di euro per il solo anno 2010 per il comune di Roma e per il commissario straordinario del governo responsabile del piano di rientro dell’indebitamento dello stesso comune.

Cosa farà adesso la Lega? Chinerà ancora una volta la testa al volere del Pdl romano o si deciderà a dare il via ad un braccio di ferro con gli alleati affossando il disegno di legge di conversione firmato, oltre che dal presidente del Consiglio e dai ministri Raffaele Fitto e Giulio Tremonti anche da Roberto Maroni, Roberto Calderoli e Umberto Bossi? Insomma, da una parte ci sono le denunce per i conti in rosso della capitale, dall’altra le votazioni sottobanco. Da una parte le rivendicazioni tipicamente padane e federaliste, dall’altra i diktat romani. Leghisti combattuti tra il richiamo del territorio e l’interesse del palazzo: scegliere l’uno in questi casi significa escludere l’altro. La situazione è paradossale. Ancora una volta. ( Fonte: www.giornalettismo.com)

Redazioneonline- Osservatorio Nazionale

 
Di redazione (del 11/03/2010 @ 12:19:40, in Osservatorio Nazionale, linkato 25 volte)

L’autore: Jules Previ è giornalista freelance e traduttore news-online presso agenzie stampa internazionali. Collabora al progetto Finanzainchiaro.it dal 2007.

La candidata alla Regione Lazio Emma Bonino mi invia un accorato appello, denunciando la " mala informazione" tutta tesa a nascondere la verità sui fatti accaduti il giorno della presentazione delle ormai " famigerate " liste romane. Emma, con la consueta cortesia, mi chiede di pubblicarlo. Eccoti accontentata, Emma.

 Caro Jules, 
ieri nella sua conferenza stampa con Renata Polverini Silvio Berlusconi ha dichiarato che «ai nostri delegati è stato impedito di depositare le liste. Non vi è stata alcuna responsabilità riconducibile ai nostri dirigenti e funzionari ma è stata posta in atto una gazzarra da parte dei Radicali, con la scusa che fosse in atto una manomissione delle liste».

Le dichiarazioni di Berlusconi, che vengono dopo la denuncia penale per violenza privata contro alcuni militanti radicali, rischiano di divenire, grazie all'assenza di informazione, la versione ufficiale dei fatti, anche se abbiamo dimostrato con ampia documentazione la loro infondatezza.

Abbiamo realizzato una breve ricostruzione puntale e dettagliata di tutta la vicenda, con rimandi alla documentazione originale, i precedenti, gli articoli di stampa. Nessun giornale ha mai ricostruito in questo modo l'intera vicenda, rendendo comprensibili le responsabilità e le cause.

Ti chiediamo di leggerlo e di aiutarci a far conoscere i fatti.

http://boninopannella.it/ristabilire-la-verita 

Ristabilire la verità spetta a ciascuno di noi. Questo documento rappresenta un tentativo di farlo. Ogni affermazione è comprovata da notizie di stampa indipendente, a cui si rimanda attraverso link. Aiutaci a far conoscere i fatti.

http://
boninopannella.it/ristabilire-la-verita

Saluti,

Emma

Redazioneonline- Osservatorio Nazionale

 
Di redazione (del 11/03/2010 @ 10:32:28, in I Mercati, linkato 105 volte)

MERCATO USA
A Wall Street prosegue il rialzo, piatto solo il Dow

Sono proseguiti anche ieri gli acquisti a Wall Street. L'incertezza ha pesato tuttavia sul Dow Jones che alla fine ha archiviato la seduta a ridosso della parità (+0,03%). L'S&P 500 e il Nasdaq Composite hanno invece guadagnato rispettivamente lo 0,45% e lo 0,78%. Inizialmente ben intonati, gli indici hanno perso terreno a metà seduta, riprendendo tuttavia quota nel finale. Sul fronte macroeconomico l'indice relativo alle richieste di mutui ipotecari ha registrato un rialzo dello 0,5% nell'ultima settimana, che si confronta con il +14,6% di quella precedente. Le scorte di magazzino all'ingrosso a gennaio sono diminuite invece dello 0,2% (-1% il dato rivisto di dicembre), deludendo tuttavia le previsioni degli analisti che si attendevano un incremento dello 0,2%. Sugli scudi Boeing (+3,27%), sostenuto dalla notizia della rinuncia da parte di Northrop Grumman alla gara per la mega-commessa relativa alla fornitura di aerei da rifornimento alla US-Air Force. Ben impostati anche i titoli finanziari, con Bank of America e Jp Morgan in progresso rispettivamente dell'1,85% e dell'1,20%.

Positivo Exxon Mobil (+0,66%) sulla scia del nuovo rialzo del prezzo del greggio, di cui non ha però beneficiato Chevron (-0,46%), penalizzato dalla bocciatura di Bank of America, il cui rating sul titolo è passato da 'buy' a 'neutral'. Sul fondo The Travelers (-1,27%) ma hanno ceduto alle vendite anche Merck (-1%), Cisco Systems (-0,99%) e Alcoa (-0,73%). Tra i titoli tecnologici ottiman performance per Micron Technology (+4,89%) ma hanno fatto bene anche Broadcom (+3,79%) e Advanced Micro Devices (+3,35%) così come Intel (+1,19%) e Texas Instruments (+1,65%) grazie all'ottimismo di Raymond James e di JMP Securities sui prezzi delle memorie per i computer e per i server. Acquisti inoltre su Baidu.com (+1,87%), sostenuto dal giudizio positivo di Citigroup che ha confermato la raccomandazione d'acquisto ('buy') sul titolo, ritoccando verso l'alto il prezzo obiettivo da 550 a 630 dollari. In controtendenza Brocade Communications (-2,91%) ma anche Novell che ha lasciato sul terreno lo 0,68%.

MERCATI ASIATICI
Tokyo fa segnare un buon rialzo. Nikkei +0,96%

Seduta positiva questa mattina a Tokyo dove il Nikkei ha guadagnato lo 0,96% attestandosi a quota 10664,95. In crescita anche il Topix che ha chiuso le contrattazioni a 930,38 punti (+0,86%). La convinzione degli operatori che l'economica sia destinata a crescere e con essa gli utili delle aziende e' stata piu' forte delle notizie relative all'inflazione cinese e al dato finale sul PIL nipponico del quarto trimestre 2009. In Cina i prezzi al consumo hanno fatto registrare un picco a febbraio del 2,7% battendo le attese (+2,5%) degli economisti, circostanza che fa tornare di attualita' il rischio di un surriscaldamento della stessa economia e dunque di un intervento sui tassi da parte della banca centrale. Il PIL giapponese dell'ultimo trimestre 2009 e' stato invece rivisto al ribasso rispetto alla prima stima. La lettura finale e' stata pari a +3,8% su base annuale rispetto al precedente +4,6%, in linea comunque con le attese degli analisti.

Su base trimestrale la rilevazione e' risultata in crescita dello 0,9% rispetto al precedente +1,1%. Rialzi superiori ai 5 punti percentuali per Okuma Corp, Nippon Light Metal e Hitachi Zosen, ma sono comunque molti i titoli del listino ad aver riportato una performance che va oltre i 2 punti percentuali di guadagno. In controtendenza invece Kobe Steel, Fuji Electric e Shinsei Bank che ha ceduto il 3,85% a seguito delle indiscrezioni che vedrebbero interrotte le trattative di fusione con Aozora Bank e pronto un aumento di capitale da 75 miliardi di yen. Appaiono invece piu' deboli le altre principali piazze azionarie asiatiche. Hong Kong cede lo 0,35%, Shanghai lo 0,02%, Seul lo 0,34% mentre Singapore oscilla attorno alla parita'.

MERCATI EUROPEI

Borse europee in territorio negativo questa mattina. A Francoforte il Dax cede lo 0,16% mentre a Parigi il Cac 40 arretra dello 0,4%. Ribasso piu' ampio per l'indice spagnolo Ibex che perde lo 0,67% mentre a Londra il Ftse 100 fa segnare una flessione dello 0,3% a quota 5621. Tra le singole Blue Chip ribasso superiore al 2% per la tedesca K+S mentre a Parigi Lagardere cede il 6,7% dopo la pubblicazione di dati societari inferiori alle attese. In controtendenza invece Volkswagen e Peugeot entrambe oltre il punto percentuale di crescita.

APERTURA MERCATO ITALIANO
Borsa italiana in lieve ribasso

Il Ftse Mib, il Ftse Italia All-Share e il Ftse Italia Mid Cap perdono lo 0,2%, il Ftse Italia Star cede lo 0,1%. Partenza debole per i mercati azionari europei. Ieri sera l'S&P 500 ha chiuso a +0,45% e il Nasdaq a +0,78%, ma i future sugli stessi indici al momento perdono lo 0,2% circa. In verde Tokyo con il Nikkei 225 a +0,96%, poco mossa Hong Kong con l'Hang Seng a +0,09%. Il future sul crude quotato al Nymex indietreggia dai massimi di ieri a oltre 83 dollari/barile appesantendo Saipem (-0,9%) ed Eni (-0,5%). In rosso anche i bancari con Unicredit (-0,6%), Intesa Sanpaolo (-0,6%) e Ubi Banca (-1%) sotto la pressione dei venditori. Prosegue il rally di Pirelli&C (+2%) in scia alla pubblicazione dei dati 2009 e agli upgrade decisi da Mediobanca ed Exane. Il presidente Marco Tronchetti Provera ha dichiarato di essere fiducioso nella riuscita dello spin-off delle attivita' immobiliari entro fine anno. Il manager ha anche annunciato la prossima vendita degli asset nella banda larga. Bene Fiat (+1,8%) ed Exor (+1,5%) dopo la nomina di Laura J. Soave, proveniente da Volkswagen, a responsabile del brand Fiat in Nord America.

Il Lingotto ha annunciato di voler presentare ricorso contro la decisione delle autorita' brasiliane di richiamare le Fiat Stilo per un presunto difetto alle ruote posteriori. Sale anche Snam Rete Gas (+1,4%) dopo la presentazione del piano industriale 2010-2013, piano che prevede investimenti consolidati pari a 6,4 miliardi di euro e crescita del 4% annuo del dividendo nel triennio 2010-2012. In verde Finmeccanica (+0,8%) che approfitta dall'aggiudicazione di una commessa da 560 milioni di euro da parte della controllata AgustaWestland. Quest'ultima ha siglato un contratto con l'India per la fornitura di 12 elicotteri AW101 per il trasporto governativo. L'agenda macroeconomica odierna prevede alle 11.00 il bollettino mensile della BCE, negli USA alle 14.30 bilancia commerciale e richieste settimanali di sussidi di disoccupazione.

DATI MACRO ATTESI
10.30 GB Inflation Report (BoE);
11.00 EUR Bollettino mensile BCE;
14.30 USA Bilancia commerciale gen;
14.30 USA Richieste sussidi di disoccupazione settimanali. 

HEADLINES

Accordo Tremonti-Scajola sugli incentivi
Ieri è stato raggiunto l'accordo tra il Ministero dell'Economia e quello dello Sviluppo Economico in merito al provvedimento incentivi anticrisi. Dovrebbe ammontare a una cifra compresa tra i 300 e i 350 milioni di euro il bonus all'industria che sarà varato la settimana prossima.

Eni: Scaroni propone la fusione di Nabucco e South Stream
L'amministratore delegato di Eni Paolo Scaroni ha proposto una fisione tra Nabucco e South Stream, i due principali gasdotti in via di costruzione nell'Europa Meridionale. Il manager ha sottolineato che la risoluzione della conflittualità fra i due progetti e magari la fusione (possibile in pratica in alcune tratte) potrebbero ridurre i costi operativi e gli investimenti a vantaggio di tutti. Attualmente il South Stream è un progetto di cui fanno parte Eni, Gazprom e i francesi di EdF. Nessun commento per il momento da Gazprom.

Snam Rete Gas, proposto un dividendo di 0,20 euro per azione
Il Consiglio di Amministrazione di Snam Rete Gas ha approvato ieri il bilancio consolidato dell’esercizio 2009. L'anno chiude con un utile netto di 732 milioni di euro. Il CdA ha inoltre approvato il progetto di bilancio dell’esercizio 2009 di Snam Rete Gas S.p.A che chiude con l’utile netto di 530 milioni di euro. Il CdA del gruppo ha infine deliberato di proporre all’assemblea degli azionisti la distribuzione del dividendo di 0,20 euro per azione.

Finmeccanica: nuovo contratto da 560 mln per AgustaWestland
AgustaWestland, società di Finmeccanica, si è aggiudicata un contratto del valore di 560 milioni di euro. Il contratto riguarda la fornitura di 12 elicotteri AW101 per il trasporto governativo all’Aeronautica Militare Indiana.

Gratta e Vinci verso una nuova gara
Spunta l'ipotesi di una nuova gara per il Gratta e Vinci, dopo la decisione del Consiglio di Stato di annullare una parte del bando indetto in passato e rimettere a Monopoli e Tesoro la decisione sulle nuove necessarie condizioni. Il Consiglio di Stato ha in pratica bocciato la decisione del Tar di annullare la gara che era stata assegnata a Lottomatica, ma ha approvato il ricorso incidentale della Sisal contro la possibilità lasciata all'avversario di vendere biglietti Gratta & Vinci alle vecchie condizioni.

Maire Tecnimont, confermata politica pay-out ratio al 30%
Il Consiglio di Amministrazione di Maire Tecnimont ha approvato ieri i risultati pre-consuntivi del gruppo al 31 dicembre 2009 che confermano le previsioni già comunicate al mercato lo scorso novembre 2009.
Il Consiglio di Amministrazione ha, inoltre, confermato una politica di dividendo, con un pay-out ratio pari al 30%. La proposta specifica di divendo sarà sottoposta all’approvazione dell’assemblea degli azionisti prevista per il 28 e il 29 aprile, rispettivamente in prima e in seconda convocazione. ( Fonte:  it.advfn.com)

Redazioneonline- I Mercati

 
Di redazione (del 11/03/2010 @ 09:33:57, in Osservatorio Nazionale, linkato 83 volte)

Due società di cui si parla molto e dalle quali tutti stanno volentieri alla larga. Ma non sono le sole con le quali si corre più di un rischio Fastweb e Telecom Italia non sono eccezioni, né le pecore nere di Piazza Affari, anzi la lista di epigoni promette di allungarsi. è compito della giustizia ordinaria scoprire chi ha organizzato la truffa, chi ne ha beneficiato e se c’è stata evasione fiscale, ma le stesse società non negano che [1]per anni hanno dichiarato traffico inesistente, fatturato servizi mai realizzati, falsando così i bilanci presentati al mercato e ai propri azionisti.

Nel caso di Fastweb è finito nel mirino degli investigatori  il 30% dell’intero giro d’affari del 2002, come fa ben notare Walter Galbiati [2] su Repubblica, è un cifra identica alla crescita del fatturato di quell’anno, un “boost” decisivo  in un periodo in cui gli investitori chiedevano proprio una crescita consistente di clienti e ricavi. L’avventura della società – di certo quella del fondatore Silvio Scaglia e dell’allora gruppo dirigente – sarebbe finita più velocemente e in maniera meno remunerativa senza quell’aiuto. Tra l’altro questo spiega perché il consiglio di amministrazione, pur occupandosi direttamente di un business che si presentava scarsamente trasparente e non affidabile (l’oggetto sociale fu cambiato per poter continuare a vendere quel tipo di traffico), ha speso qualche centinaio di migliaia di euro in pareri legali, ma non vi ha rinunciato. Con queste premesse meraviglia che l’ad Stefano Parisi affermi che la società è “parte lesa”: diventare – consapevolmente o meno – ricettatore di traffico inesistente ha garantito la sopravvivenza di Fastweb.

PRATICHE INTERNAZIONALI – Il peso percentuale del fatturato di Telecom Italia Sparkle sul resto del gruppo è sicuramente minore, anche se la società era presieduta direttamente dall’onnipotente ad, Riccardo Ruggiero. La pessima gestione di quel gruppo dirigente (e dei precedenti) è scritta nei numeri, questa vicenda aggiunge un ulteriore sospetto, non l’unico, che dietro la retorica più à la page di molti direttori del monopolista Tlc si nascondessero storie meno edificanti di arricchimenti personali ai danni dell’azienda, dei clienti e dei soci. Anche questo, sia chiaro, mutuato dagli esempi internazionali, come dimostra la  vicenda Worldcom, che sulla crescita  fittizia dei fatturati ha costruito un impero crollato come un castello di carte, proprio nel 2002.

INDIFESI – La lezione che il mondo finanziario italiano deve trarre da questa vicenda è che non [3] nessun meccanismo di controllo, né possibilità di riparazione successiva. Il cda di Fastweb, quale che fosse il livello di sospetto sulle operazioni internazionali, non le avrebbe mai denunciate pubblicamente, né vi avrebbe rinunciato. Inoltre la legislazione sul falso in bilancio e le false comunicazioni al mercato è talmente debole (specie per i tempi di prescrizione) da non rappresentare un deterrente. Va sottolineato che lo Stato sta lavorando per recuperare delle tasse evase, non per far rispettare la legge e dare quindi maggiore certezza sulla legalità agli operatori economici.

Da tutto questo emerge la conferma che in Italia, il grande investitore come il piccolo azionista si assumono un rischio più alto che negli altri paesi della Ue, rischi occulti che raramente vengono considerati nei rendimenti proposti. Enrico Cuccia in piena Tangentopoli dichiarò in tribunale che in mezzo secolo da banchiere più potente d’Italia non aveva mai visto un bilancio veritiero. Utilizzare quella saggezza significa che trappole simili a quella di Fastweb e Telecom Italia a Piazza Affari si contano a centinaia. I manager incapaci e disonesti sono una piaga mondiale, ma solo da noi c’è la certezza che la Consob, o peggio la giustizia ordinaria, non potranno mai intervenire in tempi utili a difendere gli azionisti. Anche senza scadere nell’illecito penale, qualunque “sorpresa” negativa si tradurrà in una perdita netta per gli azionisti senza possibilità alcuna di recupero. Di qui la scarsa presenza di capitali internazionali sul nostro mercato e la diffidenza dei risparmiatori verso il  listino.

LE SOLITE FACCE – Pur senza cedere alla tentazione qualunquista di vedere in ogni amministratore delegato un criminale, in ogni azienda un’associazione a delinquere e in ogni banca un imbonitore avido e disonesto rimane il fatto che una società in arrivo sul listino in questo momento deve essere vista con un supplemento di sospetto: per quale motivo un imprenditore dovrebbe accumunare i propri destini a “questi furbetti del listino”? “A Piazza Affari ci vanno solo le società che vanno molto bene o molto male” mi ha detto l’amministratore delegato [4]di uno di quei gruppi che da anni finiscono nelle liste delle “prossime Ipo”. Secondo lui si cercano capitali sul mercato solo se si è nel pieno di una crescita vorticosa o se viceversa scaricare il rischio su una platea anonima (incassando persino dei soldi) diventa l’ultima spiaggia.

Non si fa professione di gran coraggio nell’affermare che negli ultimi dieci anni le aziende appartenenti alla seconda categoria sono molte di più e che nell’attuale panorama di crisi di aziende in crescita esponenziale non se ne vedono. Nella maggioranza dei casi lo sbarco in Borsa è diventato una sorta di “premio alla carriera” per i fondatori di gruppi che avevano già esaurito la loro carica d’innovazione (e gran parte della capacità di creare valore) e hanno poi inflitto ai nuovi soci una sequela di risultati stagnanti e prospettive incerte. Gli esempi non mancano nel settore della moda e dell’abbigliamento (Benetton, Tod’s, Geox), ma forse il caso più clamoroso è la Saras dei Moratti arrivata a Piazza Affari all’alba di una crisi strutturale del settore della raffinazione che rischia di spazzare via l’industria nazionale. I casi concreti di quelli che i annunciano come i tre più grandi collocamenti del 2010 sono davvero esemplari: Fideuram, Enel Green Power e Fiat auto.

Tutte società controllate da colossi nazionali con più di un problema di debiti (o di solidità patrimoniale per Intesa San Paolo, proprietaria di Fideuram). è ovvio che il prezzo di vendita sarà l’unica variabile che conta nel collocamento. Tutto il resto, sarà opportunamente minimizzato per permettere al venditore di realizzare il massimo guadagno: soldi contanti per Enel e Intesa San Paolo e una bella boccata d’ossigeno per la famiglia Agnelli e i suoi creditori.  La difficoltà enorme del risparmio gestito, la crisi mondiale dell’auto, l’incertezza sul livello dei sussidi alle energie rinnovabili, sono da sole incognite sufficienti a spaventare gli investitori più coraggiosi ancor prima di affrontare nello specifico le debolezze delle singole società. E se a questo giro il parco buoi non si presentasse? ( Fonte: www.gionalettismo.com)

[1] Image: http://images.forbes.com/media/lists/10/2006/3CNO.jpg
[2] Walter Galbiati: http://ricerca.repubblica.it/
[3] Image: http://www.tomshw.it/files/2010/03/immagini/24243/alice-burton_t.jpg
[4] Image: http://2.bp.blogspot.com/

Redazioneonline- Osservatorio Nazionale

 

Un movimento su internet lancia un appello per difendere la democrazia in Italia, racconta Miguel Mora su El País.

È noto a tutti che l’Italia è quel posto molto bello in cui convivono senza problemi il peggio e il meglio, il sublime e il marcio. In mancanza di un’opposizione degna di tale nome, la rivolta democratica contro le abitudini autoritarie e la valanga di leggi su misura di Silvio Berlusconi non poteva che essere virtuale e nascere in rete.

Qui è nato il popolo viola, che in questi mesi ha conquistato 236mila fan su Facebook. Se andate a controllare adesso la pagina probabilmente le adesioni saranno molte di più. Il fenomeno cresce secondo dopo secondo, con circa trenta nuovi iscritti ogni cinque minuti.

Una nuova marcia su Roma.
Tutto ha avuto inizio a dicembre, con il No B Day (il giorno del no a Berlusconi), una nuova e diversa marcia su Roma a cui hanno partecipato circa due milioni di persone. Tre mesi dopo il movimento, caotico ma rinfrescante per un’opinione pubblica anestetizzata, è tornato in piazza ormai da quattro giorni per protestare contro il tentativo di frode del governo, che il 5 marzo ha approvato un decreto salvaliste per le regionali per riammettere le liste del Popolo della libertà (Pdl) escluse per vizi di forma.

L’8 marzo il tribunale amministrativo del Lazio si è detto contrario alla riammissione delle liste del Pdl, che ha presentato nuove liste approfittando del decreto. I giovani del popolo viola hanno definito questa giornata come “il giorno in cui è morta la democrazia italiana” e continuano a chiedere spiegazioni a Berlusconi e al presidente della Repubblica per la loro firma del decreto.

L’obiettivo del movimento, come affermato su Facebook, continua a essere la difesa della democrazia e della costituzione e le dimissioni di Berlusconi. Ma l’attualità comanda e la capacità di informare e unire gli scontenti vola alla velocità di internet.

Pagine come San Precario Revolution, La Costituzione non è una puttana o Resistere al regime (8.400 iscritti) dimostrano che i viola vogliono demolire la cultura che paralizza il paese: la partitocrazia, la mafia (per il 13 è stata convocato il No Mafia Day in Calabria), la gerontocrazia, i sindacati, il Vaticano, la corruzione, il precariato. Un po’ come Berlusconi, ma al contrario, hanno finito per dividere il mondo in due: onesti e amorali.

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La Campagna per la Riforma della Banca Mondiale ha prodotto un paper di approfondimento riguardante la tassa sulle transazioni finanziarie (Financial Transaction Tax - FTT).

La FTT rappresenta uno dei migliori strumenti a disposizione per frenare le attivita’ speculative senza colpire l’economia reale e per reperire risorse da destinare alla tutela dei Beni Pubblici Globali. E’ inoltre un mezzo per restituire alla sfera pubblica uno strumento di controllo e regolamentazione su quella finanziaria.

Da anni le reti della societa’ civile propongono l’implementazione di misure simili (a partire dalla Tobin Tax). La comunita’ internazionale sta finalmente prendendo seriamente in considerazione tali strumenti, come parte della risposta alla crisi finanziaria. Ultimamente la proposta di una FTT ha ricevuto il sostegno di diversi governi (Francia, Gran Bretagna, Germania), ed è allo studio delle istituzioni internazionali.

Ovviamente (e purtroppo) l’analisi in Italia al momento e’ in ritardo rispetto alle altre grandi nazioni europee. Il documento è qui allegato in pdf .

( Fonte: www.finansol.it)

Redazioneonline- I Mercati

 

L’Italia, dopo tre decenni di decadimento civile e morale, è giunta ormai al suo sfacelo come nazione e come società. Il lavoro non vi ha più diritti, dignità, ascolto. Ogni legalità è travolta dal potere delle mafie, dalla regolazione dei rapporti economici e professionali attraverso la corruzione, grande o piccola, e da costi e tempi, per molti insostenibili, del ricorso al sistema giudiziario.

L’avvelenamento dei suoli, dei corsi d’acqua e delle catene alimentari è oltre il livello di guardia. Istituzioni come la scuola e l’università, fondamentali per il paese, sono ormai distrutte, nella sostanziale indifferenza dell’opinione pubblica. Le città sono soffocate da una circolazione automobilistica insensata, che sequestra le strade e avvelena l’aria. Mancano servizi che rispondano a esigenze reali, talvolta drammatiche. I rapporti tra le persone sono imbarbariti. E su tutto questo si è abbattuta la crisi economica mondiale che sta mettendo in questione, per larghi settori dei ceti subalterni, anche livelli minimi di benessere.

Di questo sfacelo, effetto di un meccanismo economico esclusivamente volto al massimo profitto di breve periodo, è responsabile in prima battuta l’attuale casta politica, che è la facilitatrice di quel meccanisno, e che dimostra, nella sua interezza, di disinteressarsi sia dello stato drammatico del paese sia della crisi economica, e di essere unicamente interessata ai propri interni e interminabili giochi e controgiochi di potere. Ma corresponsabile dello sfacelo è anche chi vota per uno qualsiasi dei raggruppamenti interni a tale casta, e quindi anche chi alle prossime elezioni regionali darà il suo voto ad una delle sue liste.

Basta infatti un po’ di onestà intellettuale per prendere atto dell’evidenza, e cioè che, se la casta berlusconiana è l’espressione di quanto di peggio c’è in Italia, il restante arco politico, dal centro alla cosiddetta sinistra radicale, contribuisce a generare quel peggio.

Il ceto politico di centro, centro-sinistra e sinistra non si preoccupa infatti minimanente di fare qualcosa contro lo sfacelo del paese, non dà mai ascolto al mondo esterno alla casta politica, fa prendere le decisioni riguardanti la vita collettiva a burocrati di partito emersi da squallidi giochi di potere, agisce soltanto sulla base di opportunistiche motivazioni di breve periodo. I politicanti di centro, centro-sinistra e sinistra, insomma, non risolvono nessun problema, per cui la loro opposizione a Berlusconi si riduce ad una pantomima nella quale conta l’apparenza e non la realtà, mentre i meriti vengono mortificati e le speranze spente. Tutto ciò contribuisce a creare individui intellettualmente e moralmente degradati, interessati al mondo fittizio delle immagini anziché ai problemi reali del paese, e dunque predisposti ad apprezzare e seguire qualsiasi irresponsabile cialtrone abile nel vendere illusioni.

Abbiamo dimostrato nei nostri scritti la necessità storica della comparsa di questa casta politica priva di progetti e del tutto autoreferenziale. Tale necessità è insita nella configurazione dei rapporti tra poteri economici, funzioni statali e attività politiche derivate da ben individuabili trasformazioni del capitalismo e scelte della sinistra tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Novanta del secolo scorso. I ceti politici attuali e i loro difetti sono quindi espressione di fondamentali dinamiche storiche, e la loro incapacità di risolvere i problemi reali e di esprimere dirigenti che non siano assolute mediocrità non rappresenta quindi un errore politico o di selezione dei gruppi dirigenti, ma esprime la loro essenza, il loro codice genetico. Pensare di liberarsi del settore peggiore della casta votando quello meno peggiore (o che in un certo momento appare tale, magari solo perché è all’opposizione), è quindi, nella migliore delle ipotesi, un’autoillusione politicamente poco intelligente, e deplorevole per i danni che contribuisce ad arrecare all’Italia. La scelta del male minore, infatti, risulta, in questa fase storica e rispetto a questa casta politica, la via che alimenta e rende vincente il male maggiore, perché non corregge minimamente la tendenza storica al continuo peggioramento della realtà sociale, tendenza a cui l’intera casta politica è omogenea. La storia recentissima lo rivela nella maniera più evidente a chi abbia l’onestà di ricordarla per quello che è stata. Berlusconi, vinte le elezioni nel 2001, ha governato nella maniera più rovinosa per il paese fino al 2006, ma cominciando a perdere vistosamente consensi a partire dal 2004. E’ sembrato quindi relativamente facile e molto ragionevole, all’opinione pubblica antiberlusconiana, cacciarlo definitivamente votando per la coalizione di centro-sinistra guidata da Prodi. E infatti quest’ultimo vince le elezioni del 2006, sia pure di strettissima misura (vi è infatti una sorprendente rimonta del centro-destra per l’effetto congiunto della potenza illusionistica ed alienante delle televisioni berlusconiane e dell’insipiente povertà del messaggio prodiano), ma guadagnando comunque il premio di maggioranza previsto dalla legge elettorale.

Facciamo ora un esperimento mentale. L’immagine che il medio elettore di sinistra ha di Prodi è probabilmente quella di un ex-democristiano sostanzialmente onesto. Proviamo però a pensare che tale elettore abbia avuto il coraggio morale di informarsi un po’ meglio su chi sia Prodi, e sia venuto quindi a conoscenza della tante tracce che fanno sospettare un Prodi meno onesto di quel che si vuol far sembrare, e del fatto accertato che si tratta di un uomo della Godman Sachs, la potentissima banca speculatrice, dalla quale è stato per anni lautamente stipendiato, con conseguenti conflitti di interessi messi in luce, per esempio, dalla stampa britannica. Immaginiamo inoltre che il medio elettore di sinistra si sia reso conto che un uomo così organicamente legato alla grande finanza speculatrice internazionale non potrà mai, per la contraddizion che nol consente, governare a vantaggio del lavoro, della legalità, dell’indipendenza nazionale, dell’ambiente.

Immaginiamo infine che, avendo in tal modo capito che un governo Prodi sarebbe stato un “male minore” troppo malefico, non lo abbia votato alle elezioni del 2006. Avrebbe allora vinto il “male maggiore”, Berlusconi, ma un Berlusconi con un consenso popolare decrescente, che avrebbe incontrato nella società opposizioni sempre più consistenti, da cui avrebbe potuto prendere avvio una ricostituzione del tessuto civile e morale del paese, unico presupposto per superare con il tempo il berlusconismo (la sconfitta del berlusconismo nel breve periodo è comunque illusoria, perché si tratta del precipitato di un decadimento della fibra morale del paese che sopravviverà alla stessa ingombrante presenza dell’uomo).

Torniamo ora dall’immaginazione alla storia reale. Nelle elezioni del 2006 Prodi ha sconfitto Berlusconi. Il suo governo non ha fatto nulla per restituire dignità e diritti al lavoro: l’immensa ricchezza concentrata nei grandi patrimoni non è stata minimamente toccata, di conseguenza nulla è stato restituto ai lavoratori, né sotto forma di servizi sociali, né sotto forma di un diminuito prelievo fiscale, mentre il promesso cuneo fiscale è stato fatto a profitto delle imprese, senza nessun beneficio per i lavoratori, vittime nello stesso tempo dei tagli di bilancio in funzione del risanamento finanziario.

Il governo Prodi non ha fatto nulla per ristabilire in Italia un minimo principio di legalità, e basti menzionare a questo proposito, per evitare un discorso di dettaglio che sarebbe lunghissimo, Mastella nominato ministro della Giustizia, DeGennaro commissario straordinario per la Campania, Pollari consulente governativo, Pomicino nella commissione antimafia, e l’indulto esteso ai reati di corruzione. Il governo Prodi non ha fatto nulla per invertire la tendenza al progressivo degrado ambientale. Quanto poi all’indipendenza nazionale, il servilismo verso gli Stati Uniti è stato totale, con il rifinanziamento della missione di guerra in Afghanistan, l’acquisto di sistemi d’arma offensivi, l’autorizzazione all’ampliamento della base di Vicenza, ed il moralmente vergognoso segreto di Stato opposto da Prodi, a conferma di quanto già fatto da Berlusconi, all’indagine sul rapimento in Italia di Abu Omar, spedito dagli americani verso le torture egiziane, in spregio alle leggi italiane.

Nulla, insomma, è venuto dal governo Prodi che potesse far percepire ai lavoratori un’attenzione ai loro interessi e, più in generale, una sollecitazione alla rinascita etica e culturale del popolo italiano. Il risultato è che, ad un popolo sempre più degradato, la grigia realtà di Prodi ha fatto dimenticare una disaffezione a suo tempo iniziata verso Berlusconi, ed ha reso preferibili le illusioni vendute dal grande illusionista mediatico. Berlusconi è così tornato a governare, nel 2008, con un consenso e una forza che non avrebbe avuto se avesse direttamente vinto le elezioni del 2006.

Chi voglia abbandonare viltà e rassegnazione, e cercare di trarre insegnamenti dalla storia, non può avere dubbi sul fatto che affidarsi ai settori di centro, centro-sinistra e sinistra della casta politica per sconfiggere il berlusconismo è come cercare di distruggere una mala pianta coprendola del concime che la fa crescere. Il berlusconismo è una mentalità degradata profondamente attecchita nella società italiana dopo un lungo periodo di decadenza iniziato negli anni del craxismo. Non ci sono scorciatoie politicistiche di breve periodo per sconfiggerlo, tanto meno scorciatoie che pretendano di utilizzare pezzi di casta superficialmente in opposizione ad esso, ma nel profondo imbevuti della sua stessa incultura, della sua stessa separazione fra parole e fatti, tra propaganda e realtà, e solo dotati di stile retorico e comportamentale generalmente meno rozzo.

L’impegno ad ampio spettro e di lunga lena per sconfiggere il berlusconismo non può dunque esprimersi altro che in un contrasto duro ed intransigente contro l’intera casta politica cialtrona, corrotta, incolta, parassitaria, parolaia e prepotente che occupa le isituzioni statali e locali, senza far caso alle sue distinzioni e contrapposizioni interne di potere e di affari.

E’ facile a qusto punto aspettarsi la tipica domanda polemica, figlia della viltà e della rassegnazione: chi dovrebbe andare a sostituire i politici attuali? Qual è l’alternativa? Che è come dire, dal chiuso di un edificio saturo di gas che ci sta soffocando fino alla morte: ma se usciamo, chi c’è fuori ad accoglierci? Dove troveremo le prime cure? Evidentemente coloro che così obiettano non si sentono abbastanza soffocati dallo sfacelo attuale, perché vi si sono per certi versi adattati, sono anch’essi un po’ imbevuti, senza saperlo, di berlusconismo. La risposta è che un’alternativa non nascerà mai se prima non si inizia la lotta contro l’intera casta politica, in funzione di ciò di cui c’è oggettivamente bisogno.

Per uscire dal baratro sociale e spirituale nel cui fondo attualmente ci troviamo non basta assolutamente cacciare Berlusconi con tutta la sua cerchia di disgustosi manutengoli e profittatori, e non basta neppure cambiare qualcuno degli obiettivi che si propongono i ceti politici di destra, centro e sinistra. Ciò di cui c’è urgente, disperato bisogno per non affondare sempre più è l’inversione stessa della logica che oggi guida tutte le scelte politiche. C’è bisogno di smettere di colmare i deficit di bilancio tassando in maniera esorbitante e macchinosamente oppressiva il lavoro, le professioni e la piccola impresa, e di cominciare a prelevare risorse da tre fonti: tassando duramente i grandi patrimoni nati dalla speculazione finanziaria ed immobiliare e dall’evasione fiscale, eliminando tutte le missioni militari all’estero e l’acquisto dei connessi sistemi d’arma, riassorbendo le rendite della corruzione attraverso l’eliminazione della medesima. Un mezzo indiretto ma importante per sconfiggere la corruzione e nello stesso tempo per allargare le entrate statali senza incidere su salari e servizi, sarebbe quello di una tassazione di tutte le inserzioni pubblicitarie alla televisione e negli spazi pubblici.

Con tutti questi mezzi si otterrebbero risorse immense, di cui c’è bisogno per creare, o ricreare, una serie di servizi sociali gratuiti sostitutivi di quelli di mercato, aumentando per questa via le disponibilità dei lavoratori senza neanche bisogno di aumentarne le retribuzioni monetarie, e riassorbendo la disoccupazione con tutto il personale necessario a farli funzionare, contro la logica attuale di produrre disservizi riducendo dovunque il personale. C’è bisogno di scegliere non più secondo la logica affaristica e mercantile, ma secondo la logica di ristabilire e tutelare i diritti del lavoro e della salute.

C’è bisogno di scegliere quali opere costruire secondo la logica di evitare il consumo ulteriore del territorio e di proteggerne l’integrità, concentrandosi sulla manutenzione costante e sui piccoli aggiustamenti delle infrastrutture esistenti, e bloccando quindi tutte le cosiddette grandi opere, che servono soltanto a mettere in moto appalti, tangenti e corruzione, spesso a vantaggio delle mafie. C’è bisogno di una logica di contrasto intransigente della corruzione, accentuando i controlli di legalità della magistratura mediante procedure semplificate e rapida esecutività della sentenze. E il discorso potrebbe e dovrebbe continuare.

Per poter impostare un simile rivolgimento rispetto alle logiche attuali, bisogna in sostanza abbattere il regime della casta politica, con i suoi addentellati nei media, nell’economia, negli apparati statali. Non sembri eccessivo definire l’attuale realtà politica italiana come “regime”. Si può parlare di regime quando il sistema politico è guidato da un’unica logica, e i portatori di logiche alternative sono emarginati dalle istituzioni e nella società civile e non hanno accesso se non occasionale a nessun tipo di tribuna. La nozione di “regime” è logicamente indipendente dal fatto che il sistema politico ammetta oppure no pluralità di partiti.

L’Ungheria di Horthy presentava pluralità di partiti, ma si trattava di un regime, perché i vari partiti eprimevano la stessa logica. Mentre la Germania guglielmina non era un regime: benché il potere reale fosse saldamente i mano ai ceti dominanti, i socialisti, portatori, almeno per una fase, di una logica alternativa rispetto ai ceti dominanti, erano presenti in parlamento e avevano mille ramificazioni nella società civile.

In Italia siamo in presenza di un regime, e questo lo si vede da come siano emarginate o assenti, nel dibattito pubblico, posizioni che esprimano logiche davvero alternative, come quelle sopra ricordate. Lo si vede anche da come ormai tutti i percorsi professionali non dipendano mai da meriti e da regole trasparenti, ma dipendano invece dal patrocinio di qualche partito che conta. Proprio come all’epoca del regime mussoliniano la tessera del partito fascista era la condizione per far carriera, così è oggi, con la sola diifferenza che il partito benefattore e corruttore non è unico, ma plurale. Ma se si accetta questo punto, il fatto cioè che l’Italia è oppressa dal regime di una casta politica che sta portando il paese allo sfacelo, è chiaro che ciò di cui c’è bisogno è un nuovo CLN, una nuova lotta di liberazione nazionale.

Le forze per dar vita a questa lotta ci sono, e fanno riferimento a tre aree, che si distinguono dall’istanza principale sulla quale si focalizzano: da un parte l’area che si ispira a principi di giustizia sociale (più o meno l’area di chi, fuori dalla casta, si definisce ancora “comunista”), poi l’area di chi mette al centro il problema della legalità (“popolo viola”, “grillini”, “Il fatto quotidiano”), infine l’area degli ecologisti (ovviamente quelli veri, estranei alla piccola burocrazia del partito verde). Queste forze sono per il momento bloccate da alcuni ostacoli. Il primo, più evidente ma meno importante, sta nel loro essere minoritarie: è un dato di fatto, ma non è così importante perché tutti i grandi rivolgimenti partono sempre da minoranze. Il secondo e più serio ostacolo sta nel fatto che queste tre aree tendono ad essere divise ed anche in opposizione tra loro. Questa divisione è un errore grave, perché nella situazione italiana attuale ciascuna delle istanze sopra indicate si completa nel riferimento alle altre due, e separarle significa indebolirle e votarle alla sconfitta.

Ad esempio, chi lotta contro la casta in nome della giustizia sociale e dei diritti dei lavoratori spesso è diffidente nei confronti delle istanze di legalità. Ma in questo modo non si rende conto che la corruzione della casta non è un dato marginale e poco interessante, ma è l’espressione dell’asservimento della casta stessa ai poteri economici interni e internazionali che richiedono la distruzione dei diritti dei lavoratori. La corruzione, cioè, è la forma specifica che assume in Italia l’asservimento del paese ai poteri economici interni e internazionali. Infatti un ceto politico che difendesse i diritti dei lavoratori dovrebbe lottare contro potentissime forze interne e internazionali. E’ pensabile che una qualsiasi delle bande di corrotti che costituiscono l’attuale ceto politico possa farlo? Ovviamente no, appunto perché sono corrotti e i corrotti non hanno né il desiderio né la forza di lottare contro chi li foraggia. Ma se questo è chiaro, lottare contro la corruzione della casta significa appunto lottare contro lo strumento politico di quel potere economico che distrugge i diritti del lavoro, e il controllo di legalità è l’arma migliore per questa lotta.

Dall’altra parte, chi difende il principio di legalità ignorando la giustizia sociale e i diritti dei lavoratori commette un doppio errore. In primo luogo un errore di analisi, perché non vede come l’attacco alla legalità sia strettamente legato alle dinamiche del capitalismo contemporaneo. In secondo luogo, di conseguenza, un errore politico, perché non capisce che l’appello alla legalità può vincere solo se si collega alla forza sociale dei ceti subalterni che lottano contro il degrado cui li condanna l’attuale sistema economico, mentre se li ignora o li considera con diffidenza l’appello alla legalità resta un tema minoritario. Analoghi discorsi valgono per le tematiche dell’ecologismo e della decrescita.

Per iniziare una lotta di liberazione nazionale dalla casta che ci soffoca, occorre dunque che queste tre aree superino gli ostacoli che le dividono e trovino un linguaggio comune. Condizione preliminare e irrinunciabile è però la rottura totale con l’intero arco della casta politica. Occorre rompere ogni contiguità rispetto alla casta, occorre rinunciare completamente all’idea di influenzare questo ceto politico. I militanti onesti dell’IdV devono abbandonare il partito, dato che l’ultimo congresso ha segnato con chiarezza il suo ingresso nella casta. Gli ecologisti onesti devono abbandonare al suo destino il ceto politico “verde”. Chi difende i diritti del lavoro deve rompere ogni contiguità col ceto politico “comunista” che non sa fare altro che contrattare con la casta principale un proprio piccolo ruolo come casta di scorta.

Per ritornare alle prossime elezioni regionali, in mancanza di una forza politica che esprima una logica alternativa a quella della casta, occorre cercare di capire quale sia il modo migliore per danneggiare il più possibile la casta stessa. L’astensionismo sarà una scelta obbligata dovunque non siano in campo che le liste della casta: PDL e alleati, UDC, PD e alleati, sinistra. Meglio sarà, laddove siano presenti, il voto per liste che diano sicure garanzie di contrapposizione alla totalità della casta. In quest’ultimo caso non bisogna dare troppo peso al fatto che i programmi di tali liste presentino contenuti non condivisibili, perché se davvero esse rifiutano ogni contiguità con la totalità della casta non avranno la possibilità di attuare i loro programmi.

Il voto per tali liste danneggerebbe però la casta per due motivi: in primo luogo farebbe diminuire le percentuali di voti guadagnati dai suoi partiti, che sono gli unici dati elettorali che ricevono attenzione, in secondo luogo gli eletti di tali liste potrebbero rappresentare un piccolo ostacolo alla casta proprio per la loro estraneità ad essa. La scelta migliore, possibile purtroppo soltanto in pochi casi, sarebbe comunque quella del voto a liste di cittadini impegnati su temi di difesa della legalità, dell’ambiente, della solidarietà sociale, e conseguentemente in contrapposizione totale ed intransigente all’intera casta politca istituzionale.

In ogni caso bisogna avere chiaro che le elezioni resteranno un fatto interno al regime finché non nascerà una forza politica che contesti la logica di fondo delle attuali scelte politiche e si faccia portatrice di una logica alternativa. Far nascere una simile forza politica deve essere l’obiettivo principale di chi voglia lottare contro lo sfacelo del nostro paese. ( Fonte. www.ariannaeditrice.it)

Marzo 2010

Redazioneonline- Osservatorio Nazionale

 

La cena si è tenuta alla Townhouse, una sala privata ed esclusiva creata dal ristorante Park avenue winter al numero 100 sulla 63ª strada di Manhattan, quasi all'incrocio con Park avenue. In questa fascia dell'Upper east side, il quartiere prediletto dai miliardari newyorkesi, la sera si vedono solo domestici che portano a spasso cani che annusano le limousine nere parcheggiate in doppia fila.

Fuori si annuncia una tempesta di neve che, da lì a poche ore, immobilizzerà New York, ma dentro quella palazzina si progetta la tempesta finanziaria che nelle prossime settimane potrebbe sconvolgere ancora una volta l'economia globale.

Neppure Tom Wolfe, che nel Falò delle vanità fu il primo a raccontare i vezzi e la spietatezza dei raider di borsa americani, «i padroni dell'universo», come li chiamava lui, avrebbe mai potuto immaginare una cena come quella dello scorso lunedì 8 febbraio a New York.

Nella foto: La copertina del ”Der Spiegel” in edicola questa settimana

Sulle sedie color cioccolata siedono le migliori menti speculative americane, compresi gli emissari dei tre gestori di hedge fund più ricchi e potenti del mondo: George Soros, John Paulson e Steven Cohen. Ed è della loro prossima scommessa miliardaria che si discute mentre i camerieri fanno circolare lo champagne Krug e lo chef Craig Koketsu prepara il suo menu con pollo al limone e filet mignon.

Stavolta l'obiettivo è più grande del mercato immobiliare distrutto nel 2008. Per colpire la nuova preda nel mirino, l'euro, la moneta unica europea che tanti successi ha ottenuto durante la crisi internazionale contro il biglietto verde americano, ci vuole una strategia più sofisticata che permetta di giocare non solo sulla crisi della Grecia (300 miliardi di euro di debito sovrano e un deficit del 12,7 per cento rispetto al pil), ma anche su paesi di maggiore peso economico che i convitati giudicano vulnerabili. Il Portogallo, sì, ma è piccolo. L'Irlanda, va bene, ma siamo sempre lì.

La Spagna, certo, quella andrebbe bene. Già, sono i Pigs, maiali da mandare al macello, ridacchia qualcuno. E, perché no?, perché non provare ad azzannare addirittura l'Italia? Un paese finanziariamente più solido degli altri, ricorda uno dei commensali, ma politicamente così diviso che sarebbe facile da spolpare grazie a molti appoggi interni. Lì per lì, si inventa un nuovo acronimo Piigs (la doppia I sta per Irlanda e Italia). Già due giorni dopo, se ne approprierà la Cnn nel suo programma dedicato alla finanza.

Ai tavoli, dove, per accompagnare il filet mignon con costolettine brasate e verdure grigliate, è stato scelto un Montrachet d'annata, si approfondiscono strategie finanziarie come l'«Hong Kong double play». Sempre alla ricerca di riferimenti alle proprie imprese passate, i manager degli hedge fund si riferiscono alla doppia scommessa che tentarono durante la crisi delle economie asiatiche a cavallo tra il 1997 e il 1998.

Quella volta i raider fecero due scommesse contemporanee: una contro la borsa e l'altra contro il dollaro di Hong Kong, che sembrava resistere meglio alla crisi mentre, con effetto domino, si svalutavano tutte le monete della regione. Molti però ricordano bene che solo un intervento particolarmente tempestivo delle autorità di Hong Kong aveva sventato il loro tentativo di fare soldi abbattendo anche quella moneta.

Per portare l'euro alla parità col dollaro dalla soglia massima di dicembre di 1,51 euro contro 1 dollaro, in una discesa vertiginosa che potrebbe rappresentare il colpaccio di una vita, ristabilendo il primato finanziario degli Stati Uniti, dovrà essere usata una versione riveduta e aggiornata di quella stretta mortale. I lavori, per la verità, sono già in corso da tempo: a novembre i mercati davano la possibilità di una tale discesa del dollaro a 33 a 1.

Oggi le puntate vengono accettate a 14 a 1. Quello che agli occhi dei comuni mortali potrebbe sembrare un complotto, nel linguaggio dei manager degli hedge fund ha un nome molto più rispettabile: «Idea dinner», una sorta di brain storming della speculazione. Abbattere la moneta unica europea è infatti solo uno di 23 possibili spunti d'investimento messi nel menù della serata: si parla anche di scommettere sul rialzo del dollaro canadese e della Philip Morris, e di trafiggere con «put» al ribasso la Bank of America e la Wells Fargo.

Ma che la distruzione dell'euro non rappresenti un'idea qualunque lo dimostra il fatto che, una settimana dopo la cena, raccontata per la prima volta dal Wall Street Journal, il dipartimento della Giustizia americano ha chiesto ad alcuni dei fondi presenti di non distruggere alcuna transazione delle loro scommesse contro l'euro. Non si tratta ancora dell'apertura di un'indagine formale, ma quasi. A differenza di quel che si pensa, infatti, i raider degli hedge fund adorano scambiarsi informazioni, perlomeno quelle che non violano i segreti più inconfessati li, come gli algoritmi che governano i loro computer.

Il consenso, quasi sempre transatlantico fra Wall Street e la City londinese, può essere persino utile perché porta a un effetto cartello che aumenta in modo esponenziale le possibilità di guadagno. Tutti sanno che la vera bravura non sta nell'identificare il bersaglio, ma nel colpirlo e affondarlo.

Si fa presto a determinare che scommettendo sul ribasso dell'euro si può fare l'affare della propria vita, ma l'importante è come costruire la propria puntata e quando metterla sul tavolo. Che la finanza ad alto rischio sia un grande casinò nessuno lo sa meglio dei presenti, a partire da Andy Monness, fondatore della boutique della finanza Monness, Crespi, Hardt and Co., che ha organizzato la cena

Lui che negli anni Settanta è stato addirittura costretto a dichiarare bancarotta dopo un azzardo clamorosamente sbagliato sulla Levitz, un gruppo produttore di mobili, ora è resuscitato tanto da chiamare a raccolta i titani delle borse. Ci sono gli emergenti come Donald Morgan di Brigade capital e David Einhorn, il quarantenne presidente di Greenlight capital: fu lui che, a fine 2008, intuì che la Lehman Brothers aveva scarse possibilità di sopravvivere e quindi scommise sulla discesa del titolo, accelerandone il fallimento.

A un tavolo, dove la scelta è caduta soprattutto sul pollo arrosto al profumo di limone, troneggiano gli uomini della Sac capital di Steven Cohen, 52 anni, l'eccentrico finanziere che tiene il suo trading floor alla temperatura costante di 21 gradi per impedire che qualcuno dei suoi 180 broker possa appisolarsi. Tra i maggiori collezionisti d'arte moderna, Cohen è famoso per avere comprato lo squalo in formaldeide di Damien Hirst, che ora ha prestato al Metropolitan Museum di New York. Tutt'altro stile è quello di John Paulson, il minuto ed enigmatico fondatore del Paulson and Co.

Dopo avere creato il suo fondo con 2 milioni di dollari nel 1994, Paulson lo ha portato a 12,5 miliardi all'inizio del 2007, che si sono trasformati in 32 miliardi ora: non c'è altro finanziere al mondo che abbia saputo approfittare meglio della recente grande crisi, anche grazie ai consigli del finanziere italiano Paolo Pellegrini, che fu il primo a prevedere l'imminente crollo del mercato immobiliare. Ora Paulson ha un patrimonio personale stimato attorno a 7 miliardi di dollari.

Ma gli occhi degli invitati sono tutti puntati sul manager che rappresenta George Soros, il quale ha sicuramente più dimestichezza di tutti nelle scommesse sulle valute: l'attacco del finanziere di origine ungherese alla sterlina nel 1992 gli portò in tasca 1 miliardo di dollari e costrinse la Gran Bretagna a ritirarsi temporaneamente dallo Sme, il sistema monetario europeo. Nessuno crede realisticamente che Soros possa ripetere l'impresa con l'euro, la cui forza sul mercato è ben maggiore rispetto a quella della sterlina: circa 1.200 miliardi vengono scambiati ogni giorno nella moneta comune europea. Ma nella Banca centrale europea di Francoforte preoccupa, e non poco, la campagna di stampa che il vecchio finanziere sta conducendo contro l'euro (nello schema qui sopra i possibili effetti sui cittadini). In mancanza di una riforma politica, ha scritto Soros di recente sul Financial Times, ovvero se non si crea un Tesoro unico capace di agire sul piano fiscale a fianco della Bce, il dissolvimento della moneta unica europea è quasi certo.

Cosa che non significa necessariamente che lui punti per forza sul dollaro. Mentre a Davos, al World economic forum, parlava pubblicamente a fine gennaio dell'imminente bolla speculativa dell'oro, si è scoperto che nell'ultimo trimestre Soros ha raddoppiato le sue posizioni sul metallo giallo. Andy Cowen, il manager della Sac, è il primo a intervenire durante la cena dicendo che, secondo i suoi analisti, in qualsiasi modo finisca la crisi greca, l'euro è destinato comunque a uscirne indebolito.

Molti dei presenti hanno già fatto centinaia di milioni di dollari di guadagno sulla crisi di Atene comprando cds, i credit default swap, che rappresentano un'assicurazione sulla possibilità di bancarotta della Grecia. Ora quasi tutti hanno chiuso la loro esposizione sotto il Partenone e sono passati alla fase successiva della campagna di distruzione dell'economia europea, concentrandosi sulle incursioni contro l'euro.

«Voglio capire... voglio sapere chi ha fatto che cosa» ha detto al Financial Times il commissario Ue Michel Barnier. Pochi giorni dopo la cena alla Townhouse i future contro l'euro raggiungevano la cifra di 60 mila, la più alta mai toccata dal 1999. Ma nell'ultima settimana di febbraio anche quel record era già infranto. I future sono già più di 70 mila.

È guerra aperta: i fondi speculativi contro i governi dell'Eurozona. Più si fortificano le difese dell'Ue, più sfrontata diventa la sfida degli squali di Wall Street e della City londinese. Come nei conflitti armati vengono messi in azione per la prima vol- ta anche i servizi segreti.

Prima, l'Eyp greco, che svela la manovra congiunta degli hedge fund Brevan Howard, con sede a Londra, e di quelli americani Moore capital, Fidelity international, Pimco e soprattutto Paulson & Co. Anche a Madrid il governo socialista di José Luis Zapatero incarica il Cni di scoprire e neutralizzare chi punta a destabilizzare la Spagna. Suona l'allarme pure in largo Santa Susanna, a Roma, negli uffici romani del Dis, il dipartimento delle informazioni per la sicurezza.

Proprio nell'ultima relazione al Parlamento sulle attività dell'intelligence italiana, resa nota a fine febbraio, il prefetto Gianni De Gennaro, direttore generale del Dis, ha messo nero su bianco a pagina 99: «Il dispositivo di intelligence sul versante economico-finanziario è stato significativamente potenziato, traducendosi in un volume di produzione informativa e di analisi secondo solo a quello sul terrorismo internazionale».

E mentre a Parigi il ministro del Tesoro Christine Lagarde afferma che «i derivati dovrebbero essere vigorosamente regolati o addirittura vietati», e in Lussemburgo il primo ministro Jean-Claude Junker, responsabile anche dell'Eurogruppo, minaccia di usare «strumenti di tortura» contro gli speculatori, a Berlino Angela Merkel ( che ha promesso di non dare neppure un euro alla Grecia) è fuori di sé dalla rabbia perché è convinta che anche le fughe di notizie sui progetti franco-tedesco- olandesi per salvare la Grecia (da 30 a 40 miliardi di euro) siano state pilotate dalle centrali speculative per mettere sotto pressione il governo tedesco portando nuovi soldi ai soliti noti.

A Roma, nei maestosi corridoi del ministero del Tesoro, nessuno sottovaluta le intenzioni degli speculatori tanto più che proprio Giulio Tremonti è stato il primo a sollevare già nel G8 di Osaka del 2008 la questione dei contratti speculativi richiedendo meccanismi obbligatori di controllo e di riequilibrio temporale delle posizioni di perdite e di guadagno così da limitare la formazione di bolle.

Ma a confortare il governo sono i più recenti rapporti delle grandi banche di affari e delle agenzie di rating che esprimono giudizi positivi sulla tenuta dei conti italiani. Non solo: contro coloro che agiscono per affossare l'euro Tremonti fa valere quello che ripete spesso in questi giorni: «Sulla base delle mie informazioni non esiste affatto una strategia imperiale del dollaro contro l'euro. Semmai una precisa strategia di Barack Obama contro le banche». Come dire che quella cena prima o poi potrebbe risultare più che indigesta. ( Fonte: www.panorama.it/)

Redazioneonline- Gli Speciali della Redazione

 
Di redazione (del 11/03/2010 @ 07:30:04, in Ambiente ed Energia, linkato 31 volte)

Il blog Conducive Chronicle consiglia a tutti la lettura di un nuovo libro, che si chiama Deep Economy-The Wealth of Communities and the Durable Future, il cui autore è Bill McKibben. Il libro dimostra, con semplici dati e numeri, come molte delle nostre convinzioni in economia siano semplicemente errate, e come il guardare i fatti da una prospettiva più ampia sia sommamente rivelatore.

Ecco alcuni interessanti esempi alla rinfusa, su cui meditare:

- Statisticamente, il denaro compra la felicità solo fino ai 10 mila dollari l'anno a testa. Al di sopra, la correlazione scompare.

- Una porzione cibo in USA, in media, ha viaggiato 2500 km e ha cambiato mano 6 volte prima di arrivare in tavola.

- L'abitazione media ha raddoppiato le dimensioni dal 1970 ad oggi.

- Solo il 22% dell'energia ricavata dal carbone viene effettivamente usata. Il resto va sprecato.

- Se i cinesi mangiassero carne come gli americani, userebbero i 2/3 del raccolto di grano mondiale.

- Se i cinesi possedessero auto come gli americani, avrebbero bisogno di più del petrolio prodotto annualmente nel mondo.

- Se i cinesi mangiassero pesce come i giapponesi, consumerebbero più del pescato attuale del mondo, quantitativo già ora insostenibile.

In particolare per questi ultimi tre punti, c'è da dubitare allora che la globalizzazione sia benefica perché "porta benessere" ai popoli in via di sviluppo...

Fonte: http://petrolio.blogosfere.it/2010/03/deep-economy-per-meditare.html.

Redazioneonline- Abiente ed Energia

 

Il risultato del cosiddetto referendum “Icesave” non lascia adito a dubbi interpretativi. Il 92.3% dell’elettorato islandese ha sonoramente bocciato il nuovo disegno di legge, approvato dal parlamento il 30 Dicembre 2009, che prevedeva una restituzione dei “prestiti” britannici ed olandesi slegata dall’andamento economico del paese nei prossimi anni. Londra e l’Aia avevano unilateralmente risarcito i propri cittadini rimasti vittime del fallimento di Landsbanki e della sua banca online Icesave. Da allora, negoziati triangolari tra Islanda, Gran Bretagna ed Olanda si sono succeduti senza sosta: il Tesoro di Reykjavik ha sempre confermato la sua disponibilità a garantire le somme già versate da Londra e l’Aia. Il problema, piuttosto, ha riguardato il “quanto”, il “quando” ed il “come”.

Nel mio articolo sulla vicenda, preannunciavo una bocciatura per l’Icesave II con un voto contrario pari al 53%. L’approccio elettorale utilizzato per elaborare la previsione, pur non essendo “statico” (venivano considerati, per esempio, i trend di consenso per ogni partito), si basava su diversi presupposti, diciamo così, “non-dinamici”. Due di questi, in particolare il fatto che l’affluenza alle urne fosse in linea con l’affluenza media delle consultazioni legislative ed il fatto che non succedessero eventi politici rilevanti nei giorni precedenti alla consultazione, non hanno trovato conferma.

A poche ore dal voto, la dichiarazione del Primo Ministro Jóhanna Sigurðardóttir, secondo la quale il referendum sarebbe stato inutile poiché un nuovo accordo era già “sul tavolo”, ha avuto un effetto dirompente sull’elettorato. Molti elettori di centro-sinistra (e della sinistra estrema), teoricamente i più propensi a votare in favore dell’Icesave II, hanno disertato le urne (come, tra l’altro, lo stesso Primo Ministro): rispetto alle ultime elezioni politiche, l’affluenza è scesa dall’85% al 63%. Gli altri elettori di sinistra, preferendo seguire il Presidente socialdemocratico Ólafur Ragnar Grímsson (piuttosto che un premier che prima aveva voluto il nuovo disegno di legge, per poi rinnegarlo) e desiderando mandare un segnale forte all’intera comunità internazionale, hanno votato contro la nuova normativa Icesave.

Occorre ora rispondere a due domande: che tipo di segnale ha voluto mandare il popolo islandese? E perché Jóhanna Sigurðardóttir, il primo capo dell’esecutivo nella storia islandese ad essere filo-europeo, ha lasciato mettere a rischio l’ingresso dell’Islanda nell’UE?

Partiamo dalla seconda domanda. Non c’è dubbio, nonostante le rassicurazioni di Bruxelles, che il referendum di ieri abbia fortemente compromesso il cammino di Reykjavik verso l’Unione Europea. Altrettanto evidente è il fatto che di accordi sicuri “sul tavolo”, come li ha definiti Jóhanna Sigurðardóttir, non ve n’è traccia. Inoltre, quello ch’è certo, è che il Primo Ministro, ormai conscio di difendere una causa perdente (o, come ha testimoniato il mio articolo, a forte rischio di sconfitta), ha deciso di distanziarsi sempre più da quello stesso provvedimento votato poco prima in parlamento. Non è un caso che Jóhanna Sigurðardóttir abbia dichiarato, a qualche ora dal voto, che un eventuale esito negativo del referendum non avrebbe in alcun modo minato la stabilità del governo. Dunque, perdere una battaglia oggi per non perdere una guerra, la guerra per il controllo dell’esecutivo islandese. È da vedere se tale ragionamento sia corretto: le conseguenze politiche del referendum, in realtà, sono tutt’altro che prevedibili.

Per quanto concerne invece il primo quesito, emerge chiaramente come il popolo islandese, oltre ad aver perso quasi totalmente la fiducia nei confronti della propria classe politica, abbia voluto mandare un chiaro segnale alla comunità internazionale: “non pagheremo noi gli errori delle nostre banche”, è stato lo slogan che ha accompagnato i cortei e le manifestazioni contro il nuovo disegno di legge Icesave. Certo, questo non è precisamente il messaggio che i politici islandesi hanno rivolto a Londra e l’Aia negli ultimi mesi: nella loro opinione, come già ricordato, in ballo non vi sarebbe il “se” pagare, ma il “quanto”, il “quando” ed il “come” pagare. In altre parole, l’Icesave II ha ricevuto una chiara bocciatura, ma non è detto che a futuri accordi, magari più favorevoli di questo, il popolo islandese non riservi (se consultato) lo stesso trattamento.

Alcuni commentatori parlano d’irresponsabilità degli islandesi; in fondo, si dice, anche loro avevano beneficiato di questo capitalismo di carta, anche loro si erano comprati auto di grossa cilindrata e beni di lusso che mai erano stati visti prima nel paese. Può essere, ma questa è la democrazia. Ed è quantomeno curioso che nel giorno in cui i principali media nostrani celebrano le votazioni in Iraq e s’interrogano sullo stato della democrazia italiana, gli stessi media facciano passare uno storico pronunciamento di una democrazia come l’Islanda in secondo o, sempre se va bene, terzo piano. Esistono forse momenti nei quali è lecito parlare di democrazia e momenti nei quali non lo è? ( fonte: www.eurasia-rivista.org)

* Francesco Rossi, dottore in Relazioni internazionali (Università di Bologna), collabora con “Eurasia”

Redazioneonline- Osservatorio Internazionale 

 
Di redazione (del 11/03/2010 @ 07:00:00, in Osservatorio Internazionale, linkato 34 volte)

Sono partite le grandi manovre delle banche in Africa. La crisi sta creando nuove opportunità e imponendo ridefinizioni dei propri business per numerosi istituti di credito. Tra questi, è particolarmente attivo FirstRand Ltd, che anche a causa delle difficoltà incontrate nel mercato di casa (quello sudafricano), sta ampliando lo sguardo nel resto del Continente.

La banca di Johannesburg - riferisce il Wall Street Journal -, l’unica del Paese ad essere riuscita a registrare profitti recentemente, sta puntando in particolare sulla Nigeria, dove sta sondando le possibilità di business attraverso uno staff presente sul posto. In particolare, interessano tutti i settori industriali dello Stato, dal momento che la banca centrale di Lagos ha iniettato ingenti quantità di capitali nel sistema. Non a caso, anche Standard Bank Group - l’istituto di credito più grande, in termini di asset, in Africa - sta considerando la possibilità di effettuare alcune acquisizioni in Nigeria. L’approccio, però, è decisamente diverso. Mentre infatti FirstRand viene da un incremento dei profitti netti pari al 5% nel secondo semestre del 2009 (a 609,2 milioni di dollari), Standard Bank ha invece annunciato la scorsa settimana una calo del 21% nello scorso anno.

Oltre alla Nigeria, «i mercati chiave sono quelli di Zambia, Mozambico, Tanzania e Angola», ha sottolineato in un comunicato FirstRand. Il tutto non mancherà di coinvolgere la Cina, che ormai da tempo è il principale partner commerciale del Sud Africa: China Construction Bank ha già sottoscritto un patto di cooperazione con l’istituto di credito sudafricano per i business nel continente. ( Fonte: valori.it)

Redazioneonline- Osservatorio Internazionale

 

BNP Paribas giustifica le sue scelte in materia di remunerazioni. La più grande banca francese ha spiegato infatti non essere in grado di ridurre ulteriormente i pagamenti dei propri trader, in futuro. Qualora lo facesse, ha spiegato un dirigente del gruppo citato dall’agenzia Bloomberg, ciò equivarrebbe a perdere risorse umane a vantaggio delle banche concorrenti.

La quota distribuita in contanti degli stipendi che concede l’istituto di credito di Parigi ai suoi dipendenti è stata tre volte inferiore, nel 2009, rispetto ai livelli registrati prima delle crisi finanziaria globale. A riferirlo è Francois Villeroy de Galhau, responsabile delle operazioni retail del colosso bancario, nel corso di una conferenza tenuta ieri a Milano. Il manager ha aggiunto che l’imposizione di tetti ai pagamenti dei trader potrà essere adottata dai governi europei, senza creare vantaggi agli istituti del resto del mondo, solo se prima sarà siglato un accordo internazionale in materia. «In questo momento credo che abbiamo raggiunto i livelli minimi ai quali possiamo spingerci senza perdere i nostri dipendenti. D’altra parte viviamo in un mercato globale: per questo abbiamo bisogno di una risposta globale», ha spiegato.

BNP Paribas ha accantonato per il pagamento di stipendi e premi corrisposti lo scorso anno 3,4 miliardi di euro. Una cifra nettamente inferiore rispetto a quelle di alcuni concorrenti, primi fra tutti la newyorkese Goldman Sachs e la britannica Barclays. ( Fonte: valori.it)

Redazioneonline- Osservatorio Internazionale

 
Di redazione (del 11/03/2010 @ 07:00:00, in Osservatorio Internazionale, linkato 27 volte)

Le vittime americane del finanziere Bernard Madoff del presunto truffatore R. Allen Stanford hanno avviato un’attività di lobbying nei confronti dei parlamentari Usa. L’obiettivo finale è l’approvazione di una norma che possa chiedere alle compagnie quotate a Wall Street di pagare miliardi di dollari per coprire parte delle perdite legate alle frodi. A tale scopo, diversi gruppi di pressione si sono così presentati a Capitol Hill nei mesi scorsi, spingendo per una soluzione che eviterebbe di gravare sui contribuenti.

Secondo quanto riportato dall’agenzia Bloomberg l’attività di persuasione sarebbe trasversale ai partiti: di fatto, si starebbe creando una coalizione che comprende, da un lato, le vittime di Madoff, ovvero gli investitori prevalentemente ebrei sostenuti dai democratici; dall’altro quelle di Stanford, prevalentemente risparmiatori cristiani appoggiati dai repubblicani.

L’intenzione è quella di far approvare dal Senato Usa un emendamento alla legge con la quale si vuole regolare il sistema finanziario del Paese, che imponga un versamento ulteriore complessivo di 4 miliardi di dollari - da parte delle società di Wall Street - alla Securities Investor Protection Corp. Quest’ultimo è infatti l’organismo che protegge gli investitori statunitensi dalle frodi e dalle bancarotte. Le vittime, inoltre, sperano di riuscire ad ottenere dal Congresso un fondo per risarcire ciascuno di loro con 500 mila dollari. ( Fonte: valori.it)

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Di redazione (del 11/03/2010 @ 07:00:00, in Osservatorio Internazionale, linkato 28 volte)

Dopo una crisi finanziaria senza precedenti, dalla quale per altro sono uscite meglio di molte concorrenti globali, le banche francesi sono ora impegnate a rifarsi il trucco. E per questo hanno lanciato una campagna di comunicazione definita dall’agenzia France-Presse “di rottura”, che punta a porre l’accento su aspetti pedagogici, al fine di restituire lustro alle proprie immagini.

«I profitti della vostra banca garantiscono i suoi capitali oggi, e i vostri crediti domani», scandisce BNP Paribas in una campagna pubblicitaria diffusa la settimana scorsa dopo l’annuncio di un ritorno ai profitti. «L’85% dei nostri business resta sul territorio, per accompagnare lo sviluppo economico, sociale e ambientale della vostra regione», afferma Crédit Agricole. E proprio la pubblicazione dei risultati annuali, a metà febbraio - che ha confermato il ritorno a livelli simili a quelli pre-crisi per molte banche francesi - ha convinto i board a decidere di battere il ferro finché è caldo. «È necessario riabilitare il profilo degli istituti di credito - ha spiegato Stéphane Fouks, presidente dell’agenzia Euro RSCG Worldwide, che ha curato la campagna di BNP Paribas -. L’obiettivo principale è di rendere meno misterioso il ruolo delle banche e mettere in luce a cosa esse servono».

Alimentato dalle notizie sulle speculazioni nei mercati finanziari, il dibattito su quale sia il “mestiere” degli istituti di credito è infatti di grande attualità in Francia, nonostante a differenza di Gran Bretagna, Germania, Belgio, Paesi Bassi e Usa, nessuna banca sia fallita sul suo territorio. La difficoltà è di non dare l’impressione di giustificarsi, bensì di spiegarsi, insomma. Ma basterà una campagna pubblicitaria per ristabilire la fiducia persa? ( Fonte: valori.it)

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Di redazione (del 11/03/2010 @ 07:00:00, in Osservatorio Internazionale, linkato 42 volte)

La banca spagnola Bankinter è stata condannata a risarcire decine di suoi clienti, nell’ambito dei fallimenti dell’americana Lehman Brothers e degli istituti di credito islandesi Landsbanki e Kaupthing. Si tratta - riferisce l’agenzia France-Presse, di una delle prime decisioni di questo tipo prese da un tribunale della Spagna.

A pronunciarla è stato un giudice di Madrid, che ha sentenziato che i clienti di Bankinter che hanno subito delle perdite legate al crack di Lehman Brothers potranno recuperare una parte dei loro investimenti. Per quanto riguarda gli istituti dell’Islanda, INVECE, i risparmiatori potranno ricevere un rimborso pari al 100% del capitale perduto.

Complessivamente, i clienti che dovranno ricevere un indennizzo sono 87: la maggior parte di loro hanno chiesto all’istituto spagnolo di risarcire un totale di 10,2 milioni di euro (legati al caso Lehman). Ma la richiesta è stata negata dal tribunale, che ha spiegato come sebbene non fossero stati informati dello stato delle banche straniere, i risparmiatori erano comunque «coscienti dei rischi che si assumevano acquistando determinati prodotti finanziari». Più duro il giudizio, invece, per le questioni riguardanti le banche islandesi: in questo caso non solo Bankinter contattò i clienti con una semplice telefonata, ma poi inviò agli stessi brochures informative confuse e non esaustive. Per questo gli investitori riceveranno 1,58 milioni di euro, che rappresentano il totale delle loro perdite. ( Fonte: valori.it)

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Di Alberto
Al seguente link potete vedere il servizio realizzato da UniromaTV dal titolo "Mario Draghi rende omaggio a Guido Rey"http://www.u...
10/03/2010 @ 11:00:41
Di Uniroma.Tv


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