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" POLITICA ESTERA : FARE LA PACE NON E' FACILE " EDITORIALE PUBBLICATO DA " DZIENNIK GAZETA PRAWNA "
Di redazione (del 25/10/2009 @ 17:00:00, in Stampa Internazionale, linkato 233 volte)

Un membro della missione Eupol nella provincia di Oruzgan. ©EUPOL Afghanistan

Diplomatici, soldati, poliziotti: dai Balcani all'Afghanistan, l'UE organizza missioni di pace spesso ambiziose. Ma i risultati scarseggiano, sostengono due esperti in un rapporto appena pubblicato.

L'Ue è fiera delle sue forze di pace. In caso di bisogno, Bruxelles può inviare in qualsiasi parte del mondo 10mila poliziotti, e ha a sua disposizione più di 40mila diplomatici. Inoltre, i suoi emissari possono contare sul più alto budget per lo sviluppo al mondo. Peccato che tutto questo non sia altro che un'illusione, sostengono Daniel Korski e Richard Gowan, autori di un'analisi pubblicata dal Consiglio europeo per le relazioni estere (Ecfr).

“Missioni di pace perfette non esistono. Né quelle dell'Onu né quelle degli Stati Uniti sono perfette. Questo non significa che non ci sia niente da imparare da loro. Prendiamo ad esempio l'efficacia del corpo diplomatico americano, o la logistica impeccabile delle missioni Onu”, dichiara Daniel Korski, che ha partecipato a missioni di pace internazionali nei Balcani e in Afghanistan.

Uno dei problemi più gravi nelle missioni Ue è la carenza di personale specializzato. A diversi anni dal suo lancio, anche una delle missioni europee più importanti, la missione di polizia in Afghanistan, coinvolge solo 150 agenti rispetto ai 400 previsti inizialmente, sottolinea Korski.

Modelli inefficaci

Tuttavia, spiegano gli autori del rapporto, anche una forte presenza di consulenti e funzionari europei non basta a garantire il successo di una missione. Come accade nei Balcani, dove la polizia inviata dall'Ue cerca invano da una decina d'anni di riportare l'ordine e il rispetto della legge, ma l'area resta nelle mani delle organizzazioni criminali internazionali che continuano ad utilizzarla come una “terra di nessuno”.

Ma è ancora peggio quando modelli d'azione inefficaci come quelli usati nei Balcani sono esportati e applicati acriticamente in paesi geograficamente e culturalmente lontani. È per queste ragioni che le missioni europee, anche se sono attive ormai da una decina d'anni, sono ancora considerate “piccole, prive di ambizioni e strategicamente insignificanti”.

Le colpe degli stati membri

Non è tutta colpa di Bruxelles: anche gli stati membri hanno le loro responsabilità. Nel loro rapporto, Korski e Gowan hanno diviso i paesi Ue in quattro gruppi: i “professionisti”, quelli “in cerca di...”, gli “agnostici” e i “neutrali”. La Polonia, poco convinta del valore delle missioni civili, è nel terzo gruppo.

Gli autori puntano il dito contro le debolezze di Varsavia. I suoi inviati sono quasi esclusivamente poliziotti (la legge polacca impedisce l'invio di personale civile), e inoltre il paese ha problemi di pianificazione, coordinamento e cooperazione tra i diversi ministeri. Malgrado ciò, l'impegno della Polonia nelle missioni Ue equivale al 44 per cento del totale. Un risultato non da poco, se si pensa che Spagna e Regno Unito sono molto al di sotto (ma i britannici, nel gruppo dei “professionisti”, dispongono di personale molto più preparato). ( Fonte: presseurop.eu)

Autore: Mariusz Janik

DIPLOMAZIA
Giù le mani dagli aiuti


Uno degli effetti della ratifica del Trattato di Lisbona sarà la creazione, a breve, di un nuovo corpo diplomatico europeo, l'European external action service (Eeas). Secondo David Cronin del Guardian, questo corpo internazionale composto da circa 5000 unità “dovrà essere attentamente monitorato”. Anche se i diplomatici lavoreranno per gli affari esteri e le politiche di sicurezza, potrebbero gestire anche il commercio internazionale e gli aiuti allo sviluppo, mansioni molto delicate, sostiene Cronin.

“Il rischio è che gli aiuti – che dovrebbero servire solo a combattere la povertà – potrebbero essere assegnati in funzione degli interessi strategici dell'Europa”. Simili dinamiche, sostiene Cronin, hanno già influenzato la distribuzione degli aiuti negli anni scorsi. “Per sostenere la guerra al terrore di George W. Bush, gli ufficiali europei hanno cercato di investire parte dei fondi per lo sviluppo destinati alle Filippine, all'Indonesia, alla Colombia, al Pakistan e alla Malaysia in progetti di sicurezza”. Gli aiuti servono anche a diminuire il flusso di immigrazione verso l'Europa. “Le politiche di sicurezza sono necesarie”, conclude Cronin, “ma non dovrebbero attingere ai fondi riservati ai poveri”.

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