
Scendere giù da Trieste a Leuca, tra nord est e adriatico selvaggio. E vedere i freddi numeri su Pil, occupazione, cassa integrazione diventare visi, voci, carne e sangue. Pezzi di paese che stanno pagando il conto più salato alla recessione.
Lo sportsystem a Montebelluna, gli occhiali di Belluno, il calzaturiero di San Mauro Pascoli, la meccanica-elettrodomestico di Fabriano e Nocera Umbra, le calzature di Barletta. E tanti altri posti. A percorrerli così, su e giù per lo stivale, in questi giorni della merla in cui il freddo entra nelle ossa, questi pezzi di provincia operosa del Friuli, del Veneto, della Romagna, delle Marche e giù giù fino al Salento, non sembrano gli stessi di un paio di anni fa. Vedi meno gente che si muove la mattina, vedi più uomini ciondolare di giorno nei bar. Il 2009 è stato l’annus horribilis dell’economia italiana, ma in questi pezzi d’Italia che vengono chiamati distretti Industriali, il terremoto è stato più forte.
LA SOFFERENZA DEI DISTRETTI – Lo vedi scendendo da nord a sud, da Montebelluna a Casarano. Stanno soffrendo più di tutti. Secondo Valter Taranzano, del club dei distretti industriali, “oltre l’80% degli imprenditori che abbiamo intervistato ammette che il distretto produttivo in cui opera è in una fase di ridimensionamento. E per il 2010 l’orizzonte resta nebuloso, tanto che gli imprenditori intervistati temono e una vera a propria “emergenza occupazione”. Gli imprenditori vedono nero: “il 64,7% denuncia una riduzione della disponibilità di liquidità nell’impresa; il 50% un incremento dell’indebitamento; il 50% problemi nel rispetto dei pagamenti ai fornitori; il 45,6% una riduzione degli investimenti in macchinari e attrezzature; il 39,7% un ridimensionamento dei rapporti di subfornitura tra le imprese; il 17,6% una riacquisizione da parte delle imprese di funzioni date precedentemente in outsourcing”. I settori più in crisi sono la meccanica, il sistema casa e la moda. Ma forse si tratta delle solite esagerazioni emotive di gente che è abituata a lavorare sodo, guadagnare bene, e lamentarsi un po’ che non si sa mai. Però anche i dati statistici sembrano dar loro ragione.
LA CRISI DELLE PICCOLE IMPRESE – Il 2009 si è chiuso con un bilancio non molto positivo: il saldo tra imprese nate e cessate nel corso dell’anno è rimasto positivo, ma il tasso di crescita è stato molto modesto, lo 0,28%: il più basso dal 2003. Dentro questo dato si nasconde la grave difficoltà delle imprese più piccole, che sono diminuite di 30mila unità, più della metà delle quali artigiane, il cui stock si è ridotto dopo nove anni di crescita ininterrotta. Il saldo negativo fra nuove iscrizioni e cessazioni è stato di -15.914 unità, con un calo dell’1,06%. La crisi però non colpisce allo stesso modo i territori: a soffrire è soprattutto il capitalismo del Nord-est con le sue propagazioni “adriatiche”. La base imprenditoriale si è ridotta in Valle D’Aosta, Trentino-Alto Adige, Veneto (un saldo di -1.021 imprese) , Friuli-Venezia Giulia (con una riduzione di quasi l’1%), Emilia-Romagna (-2.759 imprese), Marche, Molise e Puglia. Tra i settori, hanno tenuto i servizi alle imprese (+15mila unità, l’86% di tutto il saldo), alberghi e ristoranti (quasi 8.500 imprese in più) e commercio (+6.500 unità) e anche le costruzioni (+4.600). Proseguono invece il calo inarrestabile dell’agricoltura (-19mila unità, peggio dell’anno precedente) e dell’industria manifatturiera, con un’ulteriore riduzione dello stock di 5mila unità dopo i meno 2.000 del 2008. In questo settore il tonfo degli artigiani è terribile, con una riduzione della base imprenditoriale del 2%.
L’ESPLOSIONE DELLA CASSA INTEGRAZIONE – Ma le imprese che chiudono o che sono in difficoltà non sono freddi numeri. Dietro ci sono imprenditori costretti a chiudere. Quelli che possono mandano i lodo dipendenti in cassa integrazione. Secondo i dati dell’Inps nel 2009 le ore autorizzate sono state oltre 918 milioni, il 311,4% in più rispetto al 2008. Il ricorso alla CIG è cresciuto velocemente tra ottobre 2008 e maggio 2009, per poi stabilizzarsi. Però le ore autorizzate nel mese di dicembre, 101,8 milioni (+2,2% rispetto al precedente mese di novembre), rappresentano il secondo valore del 2009. Perché mentre la Cassa integrazione ordinaria (CIO) – crisi congiunturali e temporanee – dopo la crescita di inizio 2009 si è stabilizzata in estate per poi ridursi nell’ultimo trimestre del 2009, quella straordinaria (CIGS) – crisi aziendali a carattere strutturale – è stata in costante crescita per tutto l’anno e proprio a dicembre 2009 ha segnato il massimo storico, con il “sorpasso” (51,9 milioni di ore) con quella ordinaria (49,9 milioni di ore). Questa progressiva “sostituzione” della CIO con la CIGS conferma l’ipotesi di uno scivolamento della crisi verso la “strutturalità”.
L’utilizzo non è omogeneo tra le regioni: calcolata in rapporto alle unità di lavoro dipendenti, l’incidenza delle ore di cassa integrazione si concentra soprattutto in 5 regioni: Piemonte, Basilicata, Valle d’Aosta, Lombardia e Abruzzo. Aree a forte presenza di grande impresa sul totale degli addetti (Piemonte, Basilicata e Lombardia) e l’Abruzzo, in cui pesa l’effetto terremoto. Le regioni del Nordest e dell’adriatico, là dove le imprese chiudono di più, soprattutto le artigiane, sono tra quelle che la usano meno. Perché non possono farlo, non perché non ne hanno bisogno.
IL BOOM DELLA DISOCCUPAZIONE – In quelle regioni a chi chiude spesso non resta che una via: il licenziamento. E la file dei disoccupati si ingrossano. L’altro ieri i dati Istat sul mercato di lavoro segnalano che il 2009 è stato un anno orribile, nonostante la cassa integrazione sia stata molto usata. L’istituto di statistica segnala che ci sono 306 mila occupati in meno di un anno fa (-1,3%). I disoccupati sono arrivati a 2,138 milioni, in crescita del 22,4% (+392 mila unità) rispetto a dicembre 2008. Il tasso di disoccupazione giovanile, pari al 26,2 per cento, è in aumento di 3 punti percentuali rispetto a 12 mesi fa. Perché per alcuni la crisi morde più che per altri. Cresce il numero dei cosiddetti “inattivi” di età compresa tra 15 e 64 anni, dell’1,1% (+164 mila unità) in un anno. Crolla soprattutto l’occupazione maschile dell’1,8% (-245 mila unità) mentre “tiene” quella femminile, che era già molto bassa. I disoccupati maschi sono 1,116 milioni, 227 mila in più di un anno fa, un aumento del 25,6%. Anche nel territorio ci sono differenze notevoli. Nei primi nove mesi del 2009 il numero di persone in cerca di occupazione esplode in Veneto (+34,4%), in Emilia Romagna (+45,2%), nelle Marche (+43,7%), in Abruzzo (+24%). Non aumenta in Puglia, dove però si riducono in modo sensibile gli occupati (-4%), andando ad ingrossare direttamente le fila degli inattivi (+3,1%). La disoccupazione investe anche la Lombardia (+ 42,8%) e l’Umbria (+42,0).
IL TERREMOTO DELLA CRISI – Insomma, il capitalismo del nord est i suoi sconfinamenti adriatici che toccano anche alcune zone della Lombardia orientale e l’Umbria (limitatamente alla provincia di Perugia) hanno pagato un prezzo altissimo alla crisi. Una mappa che appunto coincide con l’Italia dei distretti. Un’Italia in cui la base imprenditoriale si riduce, la rete di protezione offerta dagli ammortizzatori sociali non opera come accade altrove (Piemonte, Lombardia occidentale, Basilicata) e la disoccupazione cresce. Il sud non ha subito crolli verticali perché ha già dato: lì la base imprenditoriale e i livelli occupazionali sono già ai minimi. E lo stabilizzatore automatico del pubblico impiego ha fatto il resto.
Ma non può certo dirsi al riparo, anzi. Ma dal Veneto alla Puglia il crollo è verticale. E’ evidente la debolezza della strategia attendista sin qui seguita dal governo. Di fronte al terremoto della crisi, che sconvolge paradigmi e modi di produzione, si è pensato ad un forte temporale e ci si è limitati ad aprire l’ombrello e indossare un impermeabile un po’ più robusto. Forse non si poteva far altro, per via della montagna di debito pubblico che abbiamo. Ma di sicuro si dovrebbe cominciare a fare di più.
Perché la terra continua a tremare, e non basta aspettare che il sole torni a splendere perché le case si rimettono in piedi da sole. Se si aspetta ancora, fra poco in questa fetta del nostro paese che fu l’Italia dei distretti non basterà Guido Bertolaso. I giorni della merla sembrano non finire, mentre il viaggio finisce qui. Il disgelo della ripresa sembra lontano per il Veneto e per l’adriatico spazzato dal vento gelido. ( Fonte: www.giornalettismo.com)
Redazioneonline- Osservatorio Nazionale
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