
Bracciali elettrici da 50.000 volt, spray chimici, serrapollici e catene per immobilizzare alle pareti i detenuti: con la vendita, anche su internet, di simili prodotti, alcune aziende europee - tra le quali 5 italiane - partecipano al commercio globale degli strumenti di tortura. A denunciarlo è il rapporto di Amnesty International 'Dalle parole ai fatti', curato dalla fondazione di ricerca Omega. Le compagnie italiane sul banco degli imputati però respingono ogni accusa e minacciano denunce "per diffamazione e calunnia nei confronti del responsabile di Amnesty Italia".
Nel rapporto - che sarà discusso dalla sottocommissione per i diritti dell'Uomo del Parlamento europeo - Amnesty premette che, dal 27 giugno 2005, esiste un regolamento Ue sul "commercio di determinate merci che potrebbero essere utilizzate per la pena di morte, per la tortura o per altri trattamenti o pene crudeli, inumani o degradanti". Un regolamento che proibisce o sottopone ad autorizzazione governativa l'importazione e l'esportazione di alcuni prodotti. E che, però, contiene più di una falla.
Secondo la Ong infatti cinque paesi europei - Italia, Finlandia, Belgio, Cipro e Malta - hanno dichiarato di non essere a conoscenza di produttori o fornitori di strumenti di tortura. Tuttavia, "in tre di questi Stati" questo tipo di compagnie esiste: in Belgio ce ne sono tre, in Finlandia due, in Italia cinque. E Amnesty le menziona, una ad una. In Italia - sostiene il rapporto - dal 2006 al 2010, la Defence System Srl, la Access Group Srl, la Joseph Stifter s.a.s/KG, la Armeria Frinchillucci Srl e la PSA Srl, hanno esportato bracciali e polsini elettrici anche da 50000 volt, serrapollici, spray chimici, tutti strumenti inseriti nella black-list del regolamento Ue.
"Una scappatoia giuridica permette il loro commercio", scrive Amnesty, evidenziando anche che una delle compagnie italiane menzionate "vende dal 2008 cinture elettriche", espressamente proibite nel caso in cui producano scariche superiori a 10000v. Questi prodotti - sottolinea il rapporto - sono fabbricati in "Paesi terzi" e destinati ad una clientela variegata, che comprende "governi di Stati nazionali".
Una compagnia belga, per esempio, ha dichiarato di esportare "solo in Paesi extraeuropei, in particolare nel Maghreb". "A noi non risultano esportazioni di strumenti di tortura, per questo chiederemo alle Dogane italiane se hanno avuto notizie al riguardo e siamo pronti ad applicare le sanzioni penali ed amministrative previste a quelle imprese italiane che hanno volutamente violato la legge", ha commentato Adolfo Urso, viceministro allo Sviluppo Economico con delega al Commercio Estero. Mentre le aziende italiane 'messe all'indicé nel rapporto hanno rigettato ogni accusa.
"Stiamo preparando una denuncia per diffamazione e calunnia nei confronti del responsabile di Amnesty Italia", ha fatto sapere Marc Busin, titolare della Defence System srl, società di Pero, in provincia di Milano. "Tutto quello che viene riferito nel rapporto non è in alcun modo riconducibile ai prodotti da noi commercializzati", ha detto Busin, spiegando di essere "importatore ufficiale ed esclusivista per l'Italia", quindi fornitore delle altre quattro aziende italiane citate nel rapporto, "di due prodotti che sono lo spray antiaggressione a base di peperoncino e il dissuasore elettrico: non proibiti, certificati e da anni in vendita nel Paese".
Sulla stessa linea il titolare dell'Armeria Frinchillucci, situata in pieno centro a Roma. "Sono esterrefatto. E' una cosa vergognosa. Tutto è in mano agli avvocati", ha detto Massimo Moroni Frinchillucci. Un ulteriore problema, infine, è messo in rilievo nel rapporto di Amnesty. Dei 27 Paesi membri dell'Ue, "dieci non hanno intrapreso alcuna attività" per informare i cittadini del regolamento europeo e delle sanzioni previste. E tra gli Stati inadempienti, figura anche l'Italia. ( Fonte: americaoggi.info)
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