" ECONOMIA : L' AUSTERITY NON PIACE A TUTTI " EDITORIALE DA " International Herald Tribune "

Dalla Grecia all'Irlanda, l'Unione europea spinge i suoi membri ad adottare dolorosi tagli alla spesa pubblica. Ma questo culto del rigore incontra sempre più critici, convinti che simili misure possano sprofondare l'Europa in una recessione ancora più grave.
I paesi europei più indebitati si sentono costretti a contenere le spese. Sono tempi di vacche magre: bisogna proteggere il valore dell'euro, soddisfare i pochi investitori e soprattutto appagare le pretese della Germania, tiranno economico d'Europa. L'idea generale è che il recupero di un ordine fiscale sia prioritario rispetto al rilancio economico e alla lotta alla disoccupazione. Prima i conti in regola, poi si vedrà.
Non tutti però sono d'accordo con questa linea. C'è chi è convinto che la pressione di Berlino sia eccessiva e che l'ossessione europea per l'austerity rischi di ostacolare la ripresa economica. Il tanto auspicato taglio dei costi potrebbe innescare un pericoloso meccanismo di deflazione. Le conseguenze sarebbero disastrose: l'incremento del già alto tasso di disoccupazione, la caduta di alcuni governi o addirittura la nascita di un movimento popolare di opposizione all'euro.
Jean-Paul Fitoussi, professore all'Istituto di Scienze Politiche di Parigi, è convinto che l'attuale processo di restrizione "finirà con l'esasperare la tensione politica e sociale. È un meccanismo di autodistruzione. Se l'austerity scatenerà la deflazione in Grecia, Portogallo e Spagna, l'economia europea non sarà in grado di riprendersi. Di conseguenza, le aziende falliranno mettendo in pericolo la stabilità degli istituti bancari."
Un problema di leadership
All'interno degli ambienti istituzionali l'opposizione all'austerity è affrontata con molta cautela. I leader politici europei temono che i mercati possano punire i governi che non si impegnano a fondo nella riduzione del debito. La Germania è comunque sotto tiro a causa della pressione che esercita costantemente sugli altri paesi affinché adottino tagli drastici alla spesa pubblica. I tedeschi sono accusati di battere ossessivamente sui pericoli del debito senza fare molto per incentivare la crescita, ad esempio aumentando il volume degli acquisti dagli stati membri.
Il dibattito non è esclusivamente economico: in Europa c'è un grosso problema di leadership. L'Ue è alla ricerca costante di una guida capace di superare la peggiore crisi economica della storia della comunità europea. Angela Merkel ha affrontato l'argomento mercoledì scorso alla camera bassa del parlamento tedesco: "L'euro è alle prese con la sfida più dura che abbia mai affrontato. Un gesto immediato di solidarietà non è sicuramente la risposta adeguata. È necessario affrontare il problema alla radice. Al momento non ci sono alternative al programma di stabilità economica per la Grecia."
La Francia si distingue invece per un approccio più soft. Secondo Parigi la spesa pubblica dei paesi in difficoltà deve essere incoraggiata, per favorire la crescita e lo sviluppo portando alla graduale riduzione del deficit attraverso le entrate fiscali. Molti governi hanno bisogno di snellire la spesa, ma una terapia d'urto è non è il rimedio giusto. La Germania però non ne vuole sapere e continua a predicare tagli di budget, aumento delle tasse e innalzamento dell'età pensionabile. Secondo Berlino l'obiettivo primario dei governi dell'Unione dev'essere il rapido rientro del deficit entro il 3 per cento del Pil previsto nel Patto di stabilità, obiettivo lontanissimo se si considera il 12,7 percento raggiunto dalla Grecia nel 2009.
Feticisti del deficit
Tra i critici dell'approccio tedesco c'è chi sostiene addirittura che l'attuale mantra di austerità sia simile a quello che ha scatenato la grande crisi del 1929. Fitoussi resta convinto che lo spettro della deflazione gravi pesantemente sui paesi del Mediterraneo, minacciando di scatenare un caos politico e sociale e un conseguente corto circuito nel processo di ripresa dell'Europa. Le previsioni attuali, tra l'altro, condannano la maggior parte degli stati europei del sud ad almeno altri due anni di recessione. È vero che la Grecia deve riformare il settore pubblico e smettere di manipolare le statistiche economiche, ma è altrettanto vero che la credibilità finanziaria non deve portare alla morte dell'economia. Le opinioni di Fitoussi sono largamente condivise da Joseph Stiglitz, l'economista statunitense consulente del governo greco. Stiglitz stigmatizza il "feticismo del deficit" ed è convinto che il protrarsi della recessione innalzerà il disavanzo economico oltre ogni possibilità di risanamento attraverso il taglio della spesa.
Le piccole economie come quella greca non devono ignorare le esigenze di mercato. Anche l'Islanda e l'Irlanda si sono piegate alla politica dei tagli, ignorando il conseguente calo delle entrate fiscali. Adesso sono alle prese con una difficile situazione politica, e le previsioni non sono incoraggianti. I governi in crisi col debito devono inevitabilmente trovare un punto d'equilibrio tra la realtà politica e quella economica. I sindacati greci sono in sciopero costante, determinati a mantenere le indennità previste dai contratti di lavoro. Le associazioni di consumatori lamentano la povertà del paese. Babis Delidaskakis, economista dell'Inka (la federconsumatori greca), considera i tagli improvvisi "un pericoloso binario morto per l'economia".
"Il governo greco sopravviverà a tutto questo?", si chiede Julian Callow della Barclays Capital. "La Spagna sembra in ripresa, ma il governo non ha ancora cominciato a recuperare le entrate fiscali. Prima che si realizzi la stabilizzazione tra debito e Pil potrebbero passare anche sei, otto anni. Resistere sarà sempre più difficile." (as) ( Fonte: presseurop.eu)
Autore: Steven Erlanger
Redazioneonline- Stampa Internazionale
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