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Benvenuto nella sezione: Editoriali - Notizie - Borsa & Mercati

 
Di redazione (del 09/03/2010 @ 14:01:32, in Succede Nel Mondo, linkato 28 volte)

L'espulsione dell'Iran dalle Nazioni Unite è stata auspicata oggi dal capo dello stato israeliano Shimon Peres in un incontro a Gerusalemme con il vicepresidente degli Stati Uniti Joe Biden, che ha iniziato ieri una visita di tre giorni in Israele e nei Territori palestinesi.

Nei confronti dell'Iran, ha detto Peres, "sanzioni di carattere morale sono non meno importanti che le sanzioni economiche", che pure a suo parere vanno rafforzate assieme con misure di difesa regionale. Il presidente Mahmud Ahmadinejad, ha proseguito Peres, "non può al tempo stesso essere membro delle Nazioni Unite ed invocare la distruzione di Israele. Bisogna metterlo al suo posto. Non può continuare ad andare in giro come un eroe". "Ahmadinejad cerca in tutti i modi di delegittimare noi e voi, come se noi fossimo il Diavolo e lui il Salvatore" ha notato ancora Peres, rivolgendosi a Biden. Biden ha quindi incontrato il premier Benyamin Netanyahu.

Gli Stati Uniti sosterranno sempre quanti sono pronti ''rischiare per raggiungere la pace''. Lo ha affermato oggi il vicepresidente degli Stati Uniti Joe Biden in una conferenza stampa congiunta con il premier israeliano Benyamin Netanyahu, a Gerusalemme. ''Una pace storica richiede da entrambe le parti di assumere impegni coraggiosi e storici'' ha aggiunto Biden riferendosi alla ripresa di negoziati indiretti israelo-palestinesi. Biden ha fra l'altro riconosciuto a Netanyahu di aver compiuto alcuni ''passi significativi'' per favorire la ripresa del dialogo con i palestinesi. ( Fonte. americaoggi.info)

Redazioneonline- Succede Nel Mondo

 

A quasi cento anni dalla sua istituzione, la festa della donna rappresenta un’occasione per riflettere sul movimento. Una lotta che non mette più tutte d'accordo e che dovrebbe ripensare i suoi obiettivi, osserva la stampa europea.

“Esattamente un secolo fa, alcune signore provenienti da 17 paesi si diedero appuntamento a Copenaghen per istituire una giornata dedicata a tutte le donne del mondo”, ricorda Evenimentul Zilei in occasione della festa della donna. “Se potessero tirare un bilancio dei diritti acquisiti in questo periodo sarebbero soddisfatte o no?”, si chiede il quotidiano romeno, secondo cui c'è ben poco da festeggiare: se un secolo fa le donne non avevano ancora il diritto di voto, oggi la loro presenza nei parlamenti nazionali non è certo significativa. In Gran Bretagna, per esempio, le donne “rappresentano soltanto il 20 per cento degli eletti”. A questo ritmo, “le femministe potranno sperare di raggiungere la parità uomo-donna verso il 2200”.

Su Le Monde, le ricercatrici femministe Rose-Marie Lagrave e Juliette Rennes affermano che mentre le discriminazioni “legate alla classe sociale, al colore della pelle e all’orientamento sessuale” oggi sono in calo, la lotta per la parità dovrebbe concentrarsi sulle discriminazioni anagrafiche: “L’età esibita o mascherata è una delle tante disparità delle quali tra donne si parla di rado, anche tra le femministe. Da 40 anni sono soprattutto le donne in età fertile e in grado di lavorare a costituire lo zoccolo duro di tutte le grandi battaglie, per l’eguaglianza nella professione, per la libera gestione del proprio corpo, o anche per il controllo delle maternità”.

Nei Paesi Bassi Karla Peijs, ex ministro e attuale Commissario della Regina (una sorta di prefetto), spiega su Trouw che le discriminazioni dipendono dalla posizione socio-professionale e rimprovera al movimento femminista di essersi concentrato sulle donne la cui carriera si scontra con il cosiddetto “soffitto di cristallo”: per i quadri più elevati, abbinare lavoro e famiglia pone molti meno problemi rispetto alle donne che sono più in basso nella scala sociale. Un'amministratrice è retribuita in base agli obiettivi, mentre una segretaria è pagata a ore. Secondo Peijs, quindi, è necessario preoccuparsi di più per queste ultime e per le lavoratrici part-time (il 75 per cento della manodopera femminile olandese), e soprattutto riformare “l’arretrato sistema scolastico olandese”, che obbliga gli scolari a rientrare a casa per il pranzo, costringendo uno dei genitori (solitamente la mamma) a occuparsene.

Femministe e mamme dirigenti non costituiscono un modello per le giovani donne della periferia parigina che raccontano la loro vita quotidiana su BondyBlog. Intervistate da Le Monde, affermano che “le femministe non fanno più sognare. La loro battaglia è retrograda, negativa, sempre portata a stigmatizzare gli uomini, detentori egoisti del potere” racconta la ventiseienne Faïza. “Oggi il femminismo è addirittura peggiore del fanatismo religioso. È diventato una dottrina quasi estremista” rincara Widad, 24 anni, secondo la quale “chiunque osi contraddire i dogmi imposti dalla dittatura femminista si vede affibbiare l'etichetta di “macho”, mentre le donne che non aderiscono più al concetto di femminismo si prendono delle ‘sottomesse’ e delle 'traditrici'”.

In Germania il femminismo è da anni nel mirino della stampa, scrive la Tageszeitung in un lungo dossier. La campagna è iniziata nel 2007 con Der Spiegel che dipingeva "la tetra immagine di un'educazione sessuale autoritaria che trasforma i giovani maschi in detrattori del loro stesso sesso”. Poi la Frankfurter Allgemeine Zeitung se l'è presa con la “logica della lobby femminista”, consistente nel piazzare persone fedeli nei posti strategici per ottenere un “cambiamento di sesso della politica”. Il settimanale Focus è accusato di parlare regolarmente di “sesso debole” riferendosi agli uomini, spianando la strada a un nuovo movimento per i diritti civili. È l’espressione del “fronte degli uomini contro il femminismo”, secondo la Tageszeitung, che riporta le numerose iniziative che mirano a cancellare i provvedimenti a favore delle donne, a cominciare da quelle dei giovani Liberali tedeschi che “reclamano la fine della ‘servitù’ dell’uomo e l’annullamento di tutte le leggi tedesche sulle pari opportunità e delle risoluzioni delle Nazioni unite e dei trattati europei che favoriscono le donne”. (ab) ( Fonte: presseurop.eu)

Redazioneonline- Stampa Internazionale

 

Si fanno sempre più minacciosi i toni del regime di Teheran contro l'Italia per l'arresto del giornalista iraniano Hamid Masoumi Nejad, da anni a Roma come corrispondente della televisione di Stato Irib e ora finito in manette con l'accusa di essere coinvolto in un traffico d'armi verso la Repubblica islamica.

"Il governo italiano deve rispondere del suo comportamento indecente nei confronti di Masoumi Nejad", ha tuonato ieri il presidente del Parlamento iraniano Ali Larijani ( nella foto) in apertura di seduta. "Nelle condizioni attuali - ha aggiunto l'ex capo negoziatore sul dossier nucleare - il piano infantile del governo italiano per arrestare il corrispondente dell'Irib, accompagnato da una messa in scena davvero ridicola, riporta in mente una scena di satira politica più che una realtà".

È a questo punto che Larijani - un conservatore ‘moderato' di solito ben lontano dalle esasperazioni verbali del presidente Mahmud Ahmadinejad - ha detto una frase indicativa del risentimento crescente nel regime iraniano nei confronti dell'Italia, considerata fino a poco tempo fa come un possibile interlocutore nel campo occidentale, anche in virtù dei forti rapporti economici: "prendiamo atto del fatto che il governo italiano sta mettendo a repentaglio il suo prestigio sotto il profilo politico, ed è inutile insistere perché questi trabocchetti non possono convincere nessuno".

Teheran aveva infatti già reagito duramente il mese scorso alla visita di Silvio Berlusconi in Israele, durante la quale il premier aveva insistito sulla pericolosità del programma nucleare iraniano, parlando tra l'altro del "dovere" di sostenere l'opposizione interna in Iran.

In un crescendo di tensione, subito dopo l'arresto di Masoumi-Nejad mercoledì scorso, la televisione di Stato iraniana aveva parlato di "intimidazione" e "vendetta del regime fascista italiano" contro un giornalista autore di "inchieste scomode" sugli "scandali" che riguardavano direttamente Berlusconi.

Una "messa in scena", insomma, che secondo la Repubblica islamica farebbe "parte del piano americano-sionista di accusare ingiustamente l'Iran" per negargli il diritto di sviluppare energia nucleare "a scopi pacifici". In entrambi i casi, comunque, l'ambasciatore italiano a Teheran Alberto Bradanini è stato convocato per protesta al ministero degli Esteri iraniano.

Alla Farnesina, intanto, è arrivata una nota dell'ambasciatore iraniano a Roma, Mohammad Ali Hosseini, che ha chiesto di poter visitare in carcere Masoumi-Nejad. Nei giorni scorsi il diplomatico ha parlato con i suoi familiari, ai quali ha promesso che farà il possibile per ottenere al più presto il rilascio del giornalista.

Masoumi, 51 anni, è una delle sette persone finite in manette (cinque italiani e due iraniani, due altri iraniani sono latitanti) nell'ambito dell'inchiesta condotta dal procuratore aggiunto di Milano Armando Spataro. Il giornalista, secondo gli inquirenti, avrebbe trattato con un gruppo di imprenditori italiani "l'acquisto di materiale di armamento ‘dual usè: equipaggiamento civile che viene trasformato da chi lo utilizza in materiale bellico". Ad inchiodare Masoumi, secondo la procura, sarebbero una serie di intercettazioni nelle quali il giornalista non avrebbe fatto mistero del suo ruolo di 007 e mediatore nel mercato delle armi. ( Fonte: americaoggi.info)

Redazioneonline- Succede Nel Mondo 

 

A meno di tre settimane dall'apertura delle urne per le elezioni regionali, la campagna elettorale stenta ad orientarsi prevalentemente - come dovrebbe essere - sui temi attinenti al futuro delle singole realtà locali e delle istituzioni regionali.

All'inizio si è parlato quasi solo di temi nazionali (le alleanze, gli scandali, il ruolo dell'Udc, i "laboratori politici", il futuro del governo, la par condicio in Rai) oppure delle vicende legate alla scelta di alcuni aspiranti "governatori" (la Bonino nel Lazio, Vendola in Puglia, Caldoro e De Luca in Campania).

Poi c'è stata la commedia all'italiana delle liste, risolta con una "compensazione": dopo l'autogol è arrivato il rigore a favore, fra le proteste dei tifosi di entrambe le parti e con l'arbitro che è finito in mezzo alle polemiche. E non è finita, come era prevedibile quando sono in ballo le "regole del gioco": prima protestava il centrodestra, ora è il centrosinistra a ribellarsi.

Arriveremo al voto senza che sia stato messo al centro dell'attenzione un tema importante che ancora "non fa notizia": il federalismo fiscale.

Non è una questione di poco conto. Nel giro di due anni avremo i decreti attuativi, conosceremo i costi, sapremo come si dovranno regolare le regioni che oggi spendono di più rispetto agli "standard". Inoltre, le regioni avranno più poteri.

Di tutto questo, alla vigilia di una legislatura regionale che è forse la più importante (per le innovazioni istituzionali) dal 1970 ad oggi, si viene a sapere poco, anche quando si decide di parlarne. Eppure sarebbe bene che i candidati si confrontassero prevalentemente sui risvolti del federalismo fiscale e soprattutto sulla sanità.

Ci sono regioni come il Lazio - gravate da un vistoso deficit di bilancio nel settore sanitario - dove questo argomento è a dir poco scottante: la Bonino e la Polverini si sono espresse sul tema, ma se ne è saputo poco o nulla. Accade anche al sud, che secondo i critici del federalismo fiscale rischia di essere penalizzato dalla riforma: eppure è un argomento cruciale.

Poiché in almeno tre regioni su quattro del Mezzogiorno il risultato è incerto, chiamare i cittadini ad esprimersi su questo punto sarebbe importante.

Siamo alla vigilia di una svolta epocale, ma tutto tace, in una campagna regionale che invece appare "nazionalizzata" e "dissociata": sul territorio si cerca di parlare degli argomenti più sentiti dagli elettori, mentre nei mezzi di comunicazione e nei messaggi dei leader politici nazionali sembra che tutto sia solo un "test" valido per gli equilibri interni ai partiti e al Palazzo.

In parte lo è, ma 40 milioni di italiani non vanno a votare per sapere se, per esempio, deve prevalere una visione o l'altra del Pdl o se Bersani può restare alla guida del Pd o, ancora, se Casini fa bene a fare la "politica dei due forni".

Per fortuna lo scopo del voto del 28 e 29 marzo non è solo quello, altrimenti sarebbe difficile convincere le persone ad andare alle urne. ( Fonte: americaoggi.info)

Redazioneonline- Osservatorio Nazionale

 
Di redazione (del 09/03/2010 @ 13:34:58, in I Mercati, linkato 35 volte)

Il Financial Times inserisce il nome del governatore di Bankitalia, Mario Draghi, nella lista di coloro che potrebbero andare alla guida di Generali.

"Potrebbe Mario Draghi essere la polizza assicurativa di Generali?" è il titolo di un lungo editoriale che riporta le varie indiscrezioni che si sono succedute sul futuro del top management del Leone di Trieste: "considerato che siamo in Italia - si legge - i risultati ottenuti dall'attuale management sotto la guida del veterano presidente Antoine Bernheim non verranno presi in considerazione".

Il quotidiano della City riporta le indiscrezioni relative al possibile arrivo di Cesare Geronzi a Trieste, ma sottolinea anche l'opposizione che potrebbe arrivare dal finanziere francese Vincent Bolloré, da Dieter Rample, presidente di Unicredit "la banca italiana che si dice essere preoccupata per un possibile passaggio di Geronzi a Trieste" e che mira ad evitare ogni forma di instabilità a Piazzetta Cuccia. "Questi due non sono soli", aggiunge il Ft, che inserisce anche il ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, fra quelli che potrebbero avere voce in capitolo: "apprezza la stabilità che ha caratterizzato l'attuale management di Generali durante la crisi", mentre "é preoccupato che Mediobanca passi più tempo a pensare Generali e non a definire un modello industriale per il suo business bancario".

Da questa situazione, riassume il quotidiano finanziario, è possibile che Bernheim "e il suo team vengano confermati", anche se questa "rielezione potrebbe includere un accordo in base al quale, in qualche momento durante il mandato, Bernheim si faccia da parte per un nuovo presidente con uno status ed una reputazione adeguata ad una delle maggiori società italiane". E, conclude l'editoriale, "se dovesse fallire nel suo tentativo di diventare il prossimo governatore della Bce, Mario Draghi, sarebbe la scelta giusta per il ruolo, visto che è il candidato che molti, fra cui Tremonti e Bernheim, non avrebbero difficoltà ad appoggiare". ( Fonte: americaoggi.info)

Redazioneonline- I Mercati 

 

Con la vittoria del filo-russo Janukovic alle elezioni presidenziali ucraine, svoltesi lo scorso mese, Mosca ha ritrovato un probabile alleato nello scontro energetico ingaggiato dalle grandi potenze in Asia centrale e meridionale.

Il petrolio vicino-orientale non basta a soddisfare il fabbisogno di idrocarburi di Europa e Stati Uniti, che spinti alla ricerca di nuovi canali di approvvigionamento, hanno finito per posare gli occhi sulle riserve caspiche e caucasiche.

L’estrazione e l’esportazione di queste risorse sono da tempo sottoposte al rigido monopolio del colosso russo Gazprom che, con una serie di condutture che attraversano il territorio ucraino, rifornisce i mercati occidentali.

Nel tentativo di contrastare questo chiaro “leverage” della politica estera russa, Washington, di concerto con alcuni paesi europei, ha approntato alcuni importanti progetti. Pensiamo al gasdotto Nabucco (il tragitto nella foto) o all’oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan, che permettono agli idrocarburi asiatici di viaggiare in direzione ovest scavalcando la Russia a sud. Allo stesso modo deve essere analizzato il proposito di costruire delle condutture che, attraversando le acque del Mar Nero e collegando Supsa, in Georgia, con Odessa, in Ucraina, permetta agli idrocarburi azerbaigiani, turkmeni e kazaki di raggiungere l’Europa, senza passare per il territorio di Mosca. Inizialmente il Cremlino aveva potuto ostacolare questo progetto grazie alla collaborazione del governo ucraino, con a capo il filo-russo Kuèma. In seguito alla rivoluzione arancione che si era ultimata, nel 2004, con la nomina a presidente del liberale Jušèenko, l’Ucraina si era mostrata favorevole ad aderire al disegno occidentale, manifestando chiare intenzioni di entrare a far parte della Nato e attirandosi così le dure critiche della classe dirigente russa. Nel febbraio scorso, Janukoviè ha riportato, in seguito ad elezioni contestate dalla rivale Timošenko, un’importante vittoria che potrebbe cambiare gli assetti degli schieramenti impegnati in quella frenetica competizione, tesa all’accaparramento delle risorse energetiche, conosciuta come il Grande Gioco del XXI secolo.

Contesto storico del Grande Gioco

L’Asia centrale e meridionale ha sempre rivestito un’importanza fondamentale nello scacchiere internazionale. Considerandola come il cuore della “World Island”, cioè della massa continentale che comprende Eurasia e Africa, H. Mackinder, padre della geopolitica moderna, aveva scritto: “Who rules East Europe commands the Heartland; who rules the Heartland commands the World-Island; who rules the World-Island controls the world”. In queste tre semplici frasi, il noto studioso raccoglieva il succo della sua teoria dell’Hertland, destinata ad avere grande successo nei secoli successivi e ad essere sottoposta anche a diverse rielaborazioni1. La teoria di Mackinder ha trovato riscontro pratico nel corso dell’Ottocento in relazione al cosiddetto “Grande Gioco”, il lungo ed estenuante conflitto che vide impegnati lo Zar e Sua Maestà nel tentativo continuo di imporre il proprio dominio in Asia centrale e meridionale.

La regione che Mackinder definisce “Terra cuore”, si identificava, nel corso della seconda metà dell’800, con il territorio sottoposto al controllo russo. Inaccessibile dal mare, ricca di petrolio e gas naturale, quest’area faceva dell’impero zarista lo stato perno dello scacchiere internazionale. Con una rottura dell’equilibrio di potenza, originatosi con il congresso di Vienna del 1814 in seguito alle sconfitte napoleoniche, lo Zar avrebbe potuto condurre l’esercito imperiale verso la conquista dei territori periferici dell’Eurasia. Successivamente, sfruttando le ingenti risorse energetiche della regione, San Pietroburgo avrebbe potuto dotarsi di una immensa flotta, capace di concorrere con quella britannica per il dominio dei mari. Proprio lo sbocco al mare ha costituito una delle priorità dell’agenda zarista nel corso dell’Ottocento. Due in particolare erano gli obbiettivi si San Pietroburgo: il Mediterraneo e l’Oceano Indiano. L’interesse per il primo fu parzialmente spento in seguito alla sconfitta nella Guerra di Crimea2 (1853-1856), che comportò un cambiamento di rotta nella politica estera zarista. La Russia puntava ora ad estendere la propria influenza nei khanati in Asia centrale, e da qui, procedendo verso sud, avrebbe potuto garantirsi uno sbocco sull’Oceano Indiano.

Naturalmente, le mire espansionistiche di San Pietroburgo andarono presto incontro alla dura opposizione britannica. Difatti, in Asia meridionale vi era l’India, considerata dalla regina Vittoria la gemma del suo impero coloniale. Il continuo avanzamento delle truppe zariste nei territori centro-asiatici costituiva una grande minaccia che bisognava debellare. In particolare, il Foreign Office aveva individuato nell’Afghanistan un’ottima base strategica che le truppe russe avrebbero potuto utilizzare per infliggere duri attacchi alla prediletta fra le colonie della regina. La necessità di contenere l’espansionismo zarista, facendo dell’Afghanistan uno stato cuscinetto contro le pretese egemoniche di San Pietroburgo, diede inizio ad un esasperante conflitto che si ripercuoterà nel corso dei secoli, giungendo prorompente sullo scenario internazionale attuale.

L’importanza strategica dell’Asia centrale oggi

Questa regione ha assunto un’importanza strategica considerevole nel contesto internazionale odierno. Le motivazioni sono evidenti. In primo luogo, significativa è la questione energetica. Secondo il parere di geologi ed esperti, l’intera area trabocca di idrocarburi. Vero è che tali riserve non sono quantitativamente comparabili a quelle del Golfo Persico. Ciononostante, sono in grado di saziare, almeno per il momento, gli ingordi appetiti energetici delle grandi potenze, comportandosi come un ottimo succedaneo agli idrocarburi vicino-orientali, la cui fruizione è sempre soggetta a continue oscillazioni dovute al fondamentalismo islamico e al terrorismo internazionale. I giacimenti più ricchi li rinveniamo nel bacino caspico, nonché in Azerbaijan, Turkmenistan, Kazakistan, Uzbekistan e Iran. In Azerbaijan, l’estrazione di petrolio è aumentata da 180.000 barili al giorno (barrels per day bbl/d) del 1997 a 875.000 bbl/d nel 2008. Apprezzabili anche le riserve di gas naturale, la cui produzione ha raggiunto, nel 2008 572 btc (billion cubic feet). Un altro importante produttore è il Turkmenistan, che nel 2008 ha raggiunto i 189.400 bbl/d di oro nero e 70.5 miliardi di metri cubi di oro blu. Considerevoli anche le riserve uzbeke, che nel 2008 ammontavano a 67.6 miliardi di metri cubi di gas e 83.820 bbl/d di petrolio. Le coste caspiche kazake garantiscono un ottimo approvvigionamento di petrolio, con una produzione di 1,45 milioni di barili al giorno nel 2007. Infine l’Iran, che solo nel 2008 ha esportato 2,4 milioni di barili al giorno, sia verso l’Asia che verso i paesi europei facenti parte dell’OECD (Organization for Economic Cooperation and Development)3.

In secondo luogo, vi sono anche consistenti motivazioni di carattere commerciale che non bisogna sottovalutare. Fin dai tempi antichi, infatti, questa regione aveva assunto il ruolo di crocevia di itinerari terrestri, marittimi, fluviali che, mettendo in comunicazione la Cina con il Mediterraneo, consentiva alle carovane di mercanti di vendere i pregiati ed esotici prodotti orientali sui mercati occidentali. Questo corridoio commerciale fu chiamato, dal geologo e geografo tedesco Ferdinand von Richthofen “Seidenstrabe” (via della seta). La classe dirigente zarista prima, poi quella sovietica e infine quella russa, ha sempre considerato l’Asia centrale come una regione strategica per Mosca. In particolare, nel corso del secondo conflitto mondiale e poi successivamente durante la guerra fredda, questo territorio fungeva da bacino energetico per la potente macchina bellica comunista. In seguito al collasso dell’Unione Sovietica nel 1991, come scrive Zbigniew Brzezinski, si generò un buco nero, che successivamente finì per ridimensionare la presenza russa nel territorio. L’erosione del controllo moscovita fu accelerata dall’indipendenza politica dell’Ucraina nel 1991, dai continui tentativi della Turchia di accrescere il proprio peso in Georgia e Armenia, dalla rinascita del fervore nazionalista e musulmano nelle ex-repubbliche centro-asiatiche, continuamente impegnate nel porre fine ad una soffocante dipendenza economica, dal sapore marcatamente sovietico, nei confronti di Mosca.

Di conseguenza, fin dai primi anni novanta, l’esigenza di diversificare i propri partner politici ed economici ha assunto una significativa importanza per questi paesi, che, nel conseguimento di quest’obbiettivo, hanno incontrato non poche difficoltà. L’adozione di un approccio liberale classico, esplicatosi in questo caso in una maggiore collaborazione economica fra i paesi centro-asiatici, preludio ad un’integrazione di carattere politico, ha mostrato serie difficoltà nella sua applicazione pratica. In primo luogo, l’implementazione iniziale di politiche liberali da parte delle ex-repubbliche sovietiche ebbe dei seri risvolti negativi. Il Kirghizistan entrò a far parte, nel 1998, del WTO, mentre Uzbekistan, Tagikistan, Kazakistan, Afghanistan, Iran ne divennero osservatori. Ben presto questi paesi si accorsero che le loro deboli economie, scarsamente diversificate, non potevano reggere contro l’inondazione delle esportazioni straniere, in particolare quelle cinesi, più convenienti e vantaggiose. Per salvaguardare l’economia nazionale era quindi necessario adottare, almeno inizialmente, politiche protezioniste, e solo dopo aver sviluppato solide basi, concorrere con le altre potenze su un piano mondiale. In secondo luogo, allo scopo di incentivare una maggiore integrazione economica e finanziaria, i fragili paesi centro-asiatici avevano bisogno degli investimenti stranieri per promuovere la costruzione di infrastrutture funzionali alla realizzazione di profittevoli scambi commerciali in Eurasia. Da qui la frenetica competizione delle grandi potenze, in una lotta diplomatica senza esclusione di colpi, tesa ad una spartizione della torta asiatica che le favorisca.

Come scrive Joseph Nye4 siamo ormai catapultati in una realtà sempre più interdipendente, frutto di una globalizzazione a diversi livelli, economico, politico, socioculturale, religioso. Il ripristino di corridoi multimodali, funzionali al commercio e al trasporto di idrocarburi, si presenta inevitabile, garantendo la possibilità, agli stati della regione, di diversificare i propri partner energetici, finanziari, commerciali, politici, militari. Ed è così che la Cina, gli Stati Uniti, l’Unione Europea prendono parte ad un interessante affare che per più di cinquant’anni è stato dominio esclusivo di Mosca. Un nuovo “Grande Gioco” è scoppiato quindi in Asia centrale e meridionale. Nuovi paesi recitano, sul proscenio internazionale, uno scontro, di kiplingiana memoria, che deciderà i destini dell’equilibrio mondiale. Washington, Pechino, Mosca, Bruxelles, nel perseguire ciascuno i propri obiettivi nella regione, non potranno assolutamente sottovalutare le esigenze delle piccole e medie potenze dell’area che, lungi dall’essere semplici spettatori passivi, rivendicano un ruolo da protagoniste attive nel decidere le sorti del futuro assetto geopolitico internazionale.

* Marco Luigi Cimminella, dottore in Relazioni internazionali e diplomatiche (Università l’Orientale di Napoli), collabora con la redazione di “Eurasia” ( Fonte: http://www.eurasia-rivista.org/)

Note

1 – Degno di nota fu la rivisitazione della teoria di Mackinder ad opera di Spykman, che attribuì maggiore importanza al concetto di Rimland, intesa come la fascia costiera euroasiatica dove si sarebbe inscenato lo scontro fra le potenze di terra e quelle di mare per il dominio del mondo.

2 – San Pietroburgo poteva infatti garantirsi uno sbocco nel Mediterraneo in due diversi modi. Il primo consisteva nel passare attraverso la regione dei Balcani, sottoposta al controllo turco. La seconda, controllare lo stretto dei Dardanelli e del Bosforo, entrambi sotto la reggenza ottomana. La strategia russa fu quella di attendere che l’esasperazione dei popoli salvi, insofferenti alla dominazione del sultano, prorompesse in una guerra contro la dominazione turca. Le forze militari russe avrebbero allora combattuto a fianco della popolazione locale, di cui lo zar si proclamava protettore, per stroncare le truppe ottomane e imporre il proprio controllo sulla regione. L’ostilità e l’opposizione turca nei confronti delle mire zariste fu rafforzata dall’impegno bellico di Regno Unito, Piemonte e Francia, che segnò, nella guerra di Crimea, la fine militare delle pretese pseudo religiose ed espansionistiche di Nicola I.

3 – Fonte dati: http://www.eia.doe.gov/

4 – http://www.theglobalist.com/StoryId.aspx?StoryId=2392

Redazioneonline- Gli Speciali Della Redazione 

 
Di redazione (del 09/03/2010 @ 13:16:32, in I Mercati, linkato 79 volte)

MERCATO USA
Wall Street contrastata, in rialzo i tecnologici

E' stata una seduta interlocutoria quella di ieri a Wall Street che si è presa una pausa dopo il rally della vigilia. In assenza di dati in arrivo dal fronte macroeconomico, gli investitori hanno preferito mantenersi cauti. Gli acquisti, benchè ridotti, si sono concentrati sui titoli tecnologici, complici anche le indicazioni giunte da alcuni broker. Il Dow Jones ha ceduto un frazionale 0,13%. Pressochè invariato l'S&P 500, in calo dello 0,02%, mentre il Nasdaq Composite ha guadagnato lo 0,25%. Sul Dow Jones ben intonato Cisco Systems (+3,65%), sostenuto dalla promozione di Jp Morgan, il cui rating sul titolo è passatoda 'neutral' ad 'overweight', con target price rivisto al rialzo da 26 a 28 dollari. Il colosso high-tech sarebbe ben posizionato per cogliere i benefici dei due trends chiave nelle tecnologie delle telecomunicazioni, cioè l'aumento dei dati wireless e la virtualizzazione dei server. Inoltre secondo Jp Morgan le vendite di smartphones quest'anno aumenteranno del 62%, con conseguente incremento del traffico dati nelle reti mobili. In progresso anche McDonald's (+2,28%) sulla scia dei dati sulle vendite 'same-store', che hanno evidenziato un aumento del 4,8% a febbraio.

Acquisti inoltre sui titoli telefonici, con Verizon e At&t in progresso rispettivamente dell'1,37% e dell'1,16%. In discesa invece 3M (-1,37%), ma anche America Express (-1,22%), Boeing (-1,02%) e Procter&Gamble (-0,79%). Vendite su Hewlett-Packard (-0,58%), sulla scia del taglio delle stime sull'utile relativo al primo trimestre, sul quale graveranno i costi legali di un contenzioso in cui è coinvolta Electronic Data Systems, la sua divisione dei servizi IT. Tra i titoli tecnologici molto bene Research In Motion (+5,60%), sostenuto dalla view positiva di BMO Capital Markets che ha portato il rating sul titolo da 'market perform' ad 'outperform', con un prezzo obiettivo aumentato da 70 a 88 dollari, fiducioso sui dati tirmstrali che verranno diffusi a fine mese e che dovrebbe rivelarsi migliori delle attese. Bene anche Sprint Nextel (+3,66%) sulla scia dell'ottimismo espresso dal direttore finanziario sull'andamento dei ricavi dell'operatore di telefonia. In progresso inoltre Yahoo (+2,85%) dopo che JMP Securities ha promosso il titolo da 'market perform' ad 'outperform', con target price fissato a 21 euro, anche in ragione della revisione al rialzo delle stime sull'Ebitda adjusted, atteso per il 2010 a 1,9 miliardi di dollari (1,76 miliardi quelle precedenti) e per il 2011 in crescita da 2 a 2,17 miliardi. Acquisti su Baidu.com (+2,61%) e su Game Stop (+2,16%) ma anche su Applied Materials (+0,57%) dopo l'annuncio dell'aumento del dividendo trimestrale nell'ordine del 17% a 0,07 dollari per azione ed il lancio di un nuovo programma di buy-back da 2 miliardi di dollari. In discesa invece Ciena (-5,68%), oggetto di prese di beneficio dopo il rally della vigilia mentre sono proseguite le vendite su Palm e Novell, in calo rispettivamente del 2,80% e dell'1,69%.


MERCATI ASIATICI
Tokyo frena dopo i recenti rialzi

Dopo il rally degli ultimi giorni la borsa di Tokyo si prende una pausa. Sia il Nikkei che il Topix hanno infatti archiviato le contrattazioni odierne al di sotto della parita', attestandosi comunque non distante dei livelli di chiusura del giorno precedente con il Nikkei a quota 10567,65 (-0,17%) ed il Topix a 924,38 punti (-0,32%). Prevalgono dunque le prese di beneficio dopo i recenti rialzi, in attesa di nuove notizie che possano imprimere una ulteriore spinta al mercato azionario, per il quale tuttavia, i tempi di una correzione sembrerebbero maturi. Tra i peggiori titoli del listino troviamo Fujitsu, Ihi Corp e Jtekt tutti abbondantemente oltre i 2,5 punti percentuali di perdita con Jtekt, fornitore di Toyota, che ha subito un abbassamento del rating da parte di Credit Suisse proprio a causa delle problematiche tecniche riscontrate di recente su molte auto.

Si sono invece mosse in controtendenza con rialzi anche interessanti, superiori ai 4 punti percentuali, Clarion, Pioneer e Sumco Corp. Sul fronte macro e' stato comunicato questa mattina il dato relativo all'Indice Anticipatore di gennaio, che si e' attestato a 97,1 punti, in crescita rispetto ai 94,7 di dicembre. Il dato e' migliore delle attese degli analisti che avevano stimato un valore pari a 96,6. In crescita anche il "Coincident Index", salito a quota 99,9 da 97,4 di dicembre, a fronte di un dato atteso pari a 99,6. Poco brillanti infine anche le altre principali piazze azionarie asiatiche con Hong Kong in crescita dello 0,19%, Seul e Singapore praticamente invariate mentre Shanghai guadagna lo 0,7%.

MERCATI EUROPEI

Borse poche mosse questa mattina nelle principali piazze azionarie europee. Il Dax cede lo 0,06%, il Cac 40 guadagna lo 0,07% mentre a Madrid l'Ibex subisce una flessione piu' marcata pari allo 0,47%. Segno negativo anche a Londra dove il Ftse 100 arretra dello 0,25%. Variazioni contenute tra le singole Blue Chip dei vari listini tra le quali spicca pero' il forte ribasso della francese Eads che lascia sul campo il 5,5%, penalizzata dai negativi dati del 2009 e dalla conseguente decisione di non distribuire dividendi. Pochissimi i titoli che superano il punto percentuale di guadagno, tra questi i britannici Old Mutual, International Power e Reed Elsevier.


APERTURA MERCATO ITALIANO
Borsa italiana poco sotto la parita'

Il Ftse Mib e il Ftse Italia All-Share perdono lo 0,2%, il Ftse Italia Mid Cap cede lo 0,3%, il Ftse Italia Star e' in pareggio. Avvio in leggero rialzo per i listini azionari europei. Ieri sera l'S&P 500 ha terminato a -0,02%, il Nasdaq a +0,25%. I future sugli stessi indici al momento sono lieve calo. Poco mosse anche le borse asiatiche: a Tokyo il Nikkei 225 ha terminato -0,17%, a Hong Kong l'Hang Seng ha fatto segnare +0,05%. Deboli i bancari. Compagnia di San Paolo e Fondazione Cariplo sarebbero in procinto di presentare una lista comune per il rinnovo del consiglio di sorveglianza di Intesa Sanpaolo (-1,2%), mentre l'a.d. Corrado Passera ha dichiarato che e' in corso il processo di individuazione degli sportelli da cedere a Credit Agricole. In flessione anche l'altra big Unicredit (-1%). Il presidente della Fondazione Crt Andrea Comba , azionista di riferimento di Piazza Cordusio, in un'intervista a La Stampa ha affermato che prevede che la banca stacchi un dividendo “contenuto”. Brillanti in avvio Mondadori (+2,2%), su cui UBS ha emesso una raccomandazione di acquisto, e Mediaset (+0,6%), sostenuta dalle dichiarazioni del presidente Fedele Confalonieri, il quale ha espresso ottimismo sull'andamento dei primi mesi del 2010. Da segnalare anche che il ddl sul legittimo impedimento e' ormai prossimo all'approvazione definitiva al Senato. Sotto la parita' Autogrill (-0,6%) nonostante l'accordo concluso con Esso Italiana per la gestione dei punti vendita in circa 80 stazioni di servizio. L'agenda macroeconomica odierna prevede solo la bilancia commerciale nel Regno Unito alle 10.30.

HEADLINES

Cell Therapeutics chiarisce su autorizzazione FDA a NerPharma
Cell Therapeutics ha precisato, in merito all'autorizzazione concessa dalla FDA a NerPharma, che la riconosciuta idoneità dell'impianto per la produzione di pixantrone è parte del processo di approvazione e commercializzazione del nuovo farmaco. Infatti il riconoscimento dell'idoneità per la produzione di un nuovo farmaco che soddisfi i requisiti richiesti dalla FDA può richiedere anni di sviluppo ed investimenti significativi. Tale riconoscimento rappresenta, pertanto, un passaggio cruciale del processo di approvazione e commercializzazione del pixantrone.

Autogrill sigla accordo con Esso
Autogrill e Esso Italia hanno annunciato di avere raggiunto un accordo in base al quale Nuova Sidap assumerà la gestione di una rete di punti di vendita oggi condotti da Servizi Stradali, una società del Gruppo Esso. L’accordo riguarda una rete di circa 80 stazioni di servizio che, rimanendo di proprietà della Esso, esporranno il marchio Nuova Sidap per le vendite "oil" e quello Autogrill per le vendite "non oil".

Unicredit: Ubs riduce il prezzo obiettivo a 2,15 euro
Gli analisti della banca svizzera Ubs hanno deciso di tagliare il prezzo obiettivo di Unicredit da 2,50 a 2,15 euro. Alle 9,20 l'istituto italiano registra una flessione dello 0,60% a 2,01 euro.

Landi Renzo: Merrill Lynch conferma il consiglio di acquisto
Gli analisti della banca statunitense Bank of America Merrill Lynch hanno confermato la raccomandazione "buy" (acquistare) su Landi Renzo. Prezzo obiettivo, tuttavia, abbassato da 4,60 a 4,30 euro. Dopo trenta minuti di contrattazioni il titolo evidenzia un incremento di un punto percentuale a 3,5775 euro.

Txt chiude il 2009 con perdite da 6,22 milioni
TXT e-solutions, società specializzata nella fornitura di soluzioni software, ha chiuso il 2009 con ricavi pari a 50,1 milioni di euro in calo rispetto (57,6 milioni di euro nel 2008). L'EBITDA prima degli oneri non ricorrenti pari a 1,2 milioni di euro (3,8 milioni di euro nel 2008). Il Risultato ante imposte è negativo per 5,7 milioni di euro (perdita di 1,7 milioni di euro nel 2008) e l'esercizio si chiude con una perdita di 6,22 milioni di euro a fronte di un rosso di 4,48 milioni di euro accumulato a fine 2008. La Posizione Finanziaria Netta del gruppo è di 7,2 milioni di euro (6,8 milioni di euro al 30/09/2009).

Italcementi: per ora nessuna fusione con Ciments Francais
Il management di Italcementi ha negato la possibilità, nell'immediato, dell'incorporazione della controllata Ciments Francais che da sola copre più dell'80% dei ricavi. In compenso le emissioni obbligazionarie per 700-850 milioni di euro previste dal gruppo sarebbero già state interamente prenotate prima dell'emissione. ( Fonte: it.advfn.com)

Redazioneonline- I Mercati

 
Di Admin (del 09/03/2010 @ 10:00:00, in Osservatorio Nazionale, linkato 67 volte)

Riceviamo, da un nostro cortese lettore, il Sig. Silvestro dell'Arte, una interessantissima lettera che tratta uno degli argomenti più importanti e di stretta attualità.

Naturalmente si possono anche avere posizioni divergenti rispetto a quella rappresentata, ma occorre riconoscere una straordinaria competenza ed una assoluta obiettività, nonchè chiarezza nell'esposizione del Sig. Dell'Arte.

Invito tutti caldamente a leggere con attenzione questo scritto, e, se del caso, corredarlo con un vostro commento.

Qualora voleste direttamente contattare il Sig. Dell'Arte il suo indirizzo mail è costruzioniedilisrl@email.it

Dalla personale esperienza che stiamo conducendo da anni contro gli Istituti di Credito, abbiamo imparato che il sistema bancario è avvantaggiato da numerosi ed illegittimi privilegi che consentono loro di imporre le proprie risoluzioni.

Tra di essi, emergono con tutta la loro negativa pervasività, quelli inerenti l’art. 50 del d.lgs. n. 385/93 (che per immediata lettura allego) che rende estremamente semplice e celere il rilascio di Decreti Ingiuntivi e quelli connessi alla segnalazione alla Centrale Rischi.

Difatti, in base alla riferita norma del T.U.B. è sufficiente la mera attestazione di veridicità e liquidità del credito effettuata da un funzionario bancario, affinché il Giudice adito conceda Decreti Ingiuntivi provvisoriamente esecutivi.

Perciò, qualora i presunti crediti vantati dalle Banche, fossero effettivamente non esatti, ad esempio per la mancata scrematura degli interessi anatocistici o fossero addirittura il frutto di interessi d’usura, oppure se fossero fatti lievitare dai prodotti cd. “derivati” o ancora, da investimenti spazzatura, il presunto debitore sarebbe costretto ad incardinare un lunghissimo ordinario processo di cognizione, al fine di far valere le proprie ragioni. Nelle more del procedimento le Banche possono agevolmente aggredire e mettere all’asta l’intero patrimonio della vittima .

E’ necessario ricordare, sul punto, che la provvisoria esecuzione ai Decreti Ingiuntivi, exart. 648cpc, è di fatto ed in diritto inamovibile fino a sentenza di merito, mentre le trascrizioni pregiudizievoli poste sui beni delle Aziende e dei fideiussori, non sono suscettibili di essere cancellate fino a sentenza di merito passata in giudicato. (Per i Giudici dei Tribunali Civili gli estratti conto bancari [molto spesso i soli salda-conto], anche se illegittimi già solo per la presenza degli interessi anatocistici, sono ritenuti titoli validi e credibili, liquidi ed esigibili, quindi, le provvisorie esecuzioni vengono sempre puntualmente assentite).

Ulteriore discrezionale mezzo di supremazia e di abuso concesso alle Banche è rappresentato dalla segnalazione alla Centrale Rischi, che adoperano come formidabile “ARMA DI DISTRUZIONE DI MASSA”.

L’istituto della “Centrale Rischi” è stato invero creato dalla Banca d’Italia per il raggiungimento di un interesse pubblico volto a consentire agli Istituti bancari di valutare la solvibilità dei richiedenti il credito, quindi per abbattere i propri rischi nel prestare denaro.

Di fatto, la segnalazione viene utilizzata dalle Banche in maniera distorta, come strumento di pressione/estorsione per costringere la vittima/cliente al pagamento di somme non dovute.

Dette segnalazioni ed anche la mera minaccia di esse, costituiscono efficace mezzo di pressione/estorsione, mediante il quale le Banche ed i Banchieri assoggettano i propri clienti ai loro dicta soverchianti.

Codesto Istituto, unilaterale e discrezionale che non trae origine da norme di legge, utilizzato in maniera strumentale, provoca l’esclusione del soggetto o dell’Azienda segnalata dal mondo del credito legale.

Quanto esposto, consente di comprendere la posizione di ingiustificato vantaggio che si concede alle Banche, rispetto all’interlocutore più debole e, già solo per tale ragione, più meritevole di tutele. [Oltretutto, la richiamata norma dell’art. 50 T.U.B. potrebbe generare dubbi sulla legittimità costituzionale.

Infatti, è vero che la normativa in questione si ha per salvaguardare le esigenze di stabilità del sistema bancario, ma, come afferma il Minervini, «non appare sufficiente giustificazione della specialità della norma l’asserita maggiore garanzia di una corretta amministrazione contabile, che offrirebbero le banche; questo assunto, se collegato alla soggezione a vigilanza, giustificherebbe se mai la previsione dell’agevolazione a pro di tutte le imprese soggette a pubblico controllo. Allo stato, è una norma di favore» (G. Minervini, Dal decreto 481/92 al testo unico in materia bancaria e creditizia, in Giur. Comm., 1993, I, 838), dunque, si potrebbe configurare una violazione dell’art. 3 Cost. in relazione alla disparità tra le banche e le imprese soggette a pubblico controllo] .

Da ultimo, i procedimenti civili, procrastinati per anni ed anni non sono assolutamente suscettibili di fornire una tutela adeguata contro fatti che, comunque li si voglia intendere, sono di USURA e, comunque, richieste di somme non dovute. Le Banche forti di tale consapevolezza, potendo contare su risorse economiche illimitate hanno tutto l’agio di attendere la resa delle proprie vittime o al più, pagare l’indebito dopo decine di anni (a babbo morto, ripeteva Alberto Sordi), senza avvertirne il benché minimo contraccolpo .

Ciò precisato, come risulta indispensabile che il Governo intervenga, come ha fatto, al fine di tutelare il sistema bancario nazionale, così sarebbe necessario che agisca in difesa delle piccole e medie imprese, delle famiglie e dei singoli consumatori.

La Costituzione non riconosce un diritto di immunità ed impunità ai soggetti al vertice della finanza Italiana, eppure, i Dirigenti degli istituti bancari colpevoli di innumerevoli crack e di altrettanti innumerevoli reati di estorsione/usura/truffe, che stanno emergendo sempre più numerosi sul nostro territorio, godono di una sorta di impunità, che li pone al di sopra della legge e delle istituzioni.

Per i motivi esposti riteniamo auspicabile che il Ministero del Tesoro e delle Finanze intervenisse con urgenza al fine di rimuovere le seguenti criticità :

1) ristudiare il sistema della segnalazione alle Centrali rischi ;

2) modificare e/o integrare l’art. 50 del testo unico bancario (D.Leg.vo 385/93), quindi rimuovere la possibilità per le Banche di chiedere il decreto ingiuntivo mediante la semplice dichiarazione di un proprio funzionario ;

3) approntare modalità d’urgenza, attraverso le quali le Banche vengano obbligate ad un pronto rimborso delle somme indebitamente sottratte ed a riconoscere adeguati risarcimenti, senza attendere i tempi lunghi della giustizia (vogliano chiamarli tavoli di conciliazione, di mediazione o altro, purché diventino obbligatori ed abbiano tempi certi) .

Nella speranza di essere stati chiari ed esaustivi,ci rendiamo disponibili per ulteriori approfondimenti

La ringrazio per l’attenzione e per la disponibilità,

Silvestro Dell’Arte

 

La decisione della Federal Reserve di alzare i tassi d'interesse non è certamente un segno di fiducia degli USA nella ripresa economica né un segnale che la politica della Fed stia lentamente tornando alla normalità come dichiarato. È più che altro un segnale di panico riguardo la debolezza dei mercati di obbligazione del governo statunitense, il cuore del sistema finanziario del dollaro.

I mercati finanziari hanno reagito con grande gioia, comprando dollari e vendendo euro, alla decisione della Fed di alzare i tassi per la prima volta dal 2006 nell'ambito del cosiddetto “tasso di sconto”, salendo dallo 0,5% al 0,75%. Il tasso di sconto è il tasso di interesse imposto alle banche per prendere prestiti dalla banca centrale. Allo stesso tempo la Fed ha lasciato invariato e storicamente basso – tra 0,0% e lo 0,25% - il suo ben più importante tasso a breve termine dei fondi-Fed.

Nel suo discorso ufficiale il consiglio di amministrazione ha dichiarato che la manovra sui tassi era intesa per riportare le banche private all'interno del mercato dei prestiti tra privati e sganciarle dalla dipendenza dei soldi sussidiati della Federal Reserve che erano stati stanziati fin dall'inizio della crisi nell'agosto 2007.

La decisione, in parole povere, era pensata per dare l'impressione di un “ritorno al business come al solito”. Allo stesso tempo, esperti finanziari come George Soros continuano a parlare apertamente di una sostanziale debolezza dell'euro. Il che ha l'effetto di tenere la pressione speculativa lontano dai fondamentalmente più gravi fondamenti economici e finanziari all'interno della zona dollaro e alle spese dell'euro. La verità è che il mondo del dollaro sta facendo tutt'altro che “tornare alla normalità”.

“Deficit insostenibili”

Il presidente conservativo della St. Louis Federal Reserve Bank, Thomas Hoenig ha recentemente avvisato in un piccolo discorso riportato che se l'entità del debito del Federal Reserve Budget non viene significativamente e drasticamente ridotto, il debito pubblico diventerà presto simile a quello di Italia e Grecia, superando il 100%. In un altro discorso Hoenig ha sottolineato che “le proiezioni fiscali per gli Stati Uniti sono così sconvolgenti che, in un modo o nell'altro, la riforma dovrà esserci. La politica sta seguendo un percorso insostenibile. Il governo degli Stati Uniti deve fare delle modifiche ai propri programmi di spesa e tasse. Del resto, è semplice. Se non vengono adottate misure preventive e correttive riguardo le prospettive fiscali, gli Stati Uniti rischiano di provocare la loro prossima crisi.”

Tradotto nel linguaggio profano, questo significa operare tagli selvaggi alle spese del Governo in un momento in cui la disoccupazione reale sta salendo a una portata ufficiosa del 23% della forza lavoro, e gli stati lottando per tagliare le proprie spese, mentre i dollari federali scompaiono.

In breve, l'economia degli Stati Uniti, anche se nessuno vuole ammetterlo, è nel bel mezzo di una “trappola da debiti” in stile Terzo Mondo. Se il Governo taglia il deficit, l'economia cadrà ancora di più in una fase di depressione. Ma se continua a stampare moneta e a vendere debiti, i compratori dei debiti del tesoro americani cominceranno a un certo punto a rifiutarsi di comprare, determinando un brusco innalzamento dei tassi di interesse nel bel mezzo di condizioni altrettanto catastrofiche per l'economia.

Boicottaggio dell'obbligazione ?

La seconda opzione, quella di un boicottaggio da parte dei compratori delle obbligazioni americane, potrebbe essere già iniziata. L'11 febbraio, la tesoreria statunitense ha tenuto un'asta di 16 bilioni di dollari per 30 anni di obbligazioni e titoli per finanziare il suo deficit esplosivo. In un piccolo articolo di resoconto di una vendita che non era andata bene in termini di domanda, le banche centrali straniere hanno ridotto la propria quota di acquisto da una media recente del 43% da un totale di appena il 28%. Le più grandi banche centrali compratrici del debito statunitense negli ultimi anni sono stati quella cinese e quella giapponese. Inoltre, sembra che la stessa Federal Reserve sia stata obbligata a comprare la domanda debole, il 24% del totale delle obbligazioni vendute contro il 5% soltanto il mese precedente.

Il deficit della Federal raggiungerà un picco stimato di 1,6 trilioni di dollari nell'arco del corrente anno fiscale che finisce a settembre 2010 continuerà l'anno prossimo e per almeno un'altra intera decade, superando una media di 1 trilione all'anno.

La situazione si aggraverà ulteriormente perché la generazione successiva alla seconda guerra mondiale, la cosiddetta generazione del baby-boom nata tra il 1945 e il 1966, inizierà ad andare in pensione in grandi quantità. Ciò priverà il governo federale delle entrate di tasse alla sicurezza sociale, che passerà dal costituire un attivo per il budget della Federal Reserve a un passivo, perché dovrà pagare la pensione ai suoi ex lavoratori. Questo aggraverà molto l'entità del debito nel corso della prossima decade e anche oltre.

La super-inflazionata era del “budget surplus” di Clinton non era in realtà il risultato di niente di fatto da Clinton o dai suoi segretari del tesoro Robert Rubin e Larry Summers. È successo più a causa dell'ingannevole pratica di contare sulle entrate della Social Security fin da quella generazione. Questa entrata di tasse ha iniziato a trasformarsi in quella che diventerà un'enorme uscita durante la prossima decade.

“Una nuova sindrome cinese”

Ad ogni modo, in risposta a tutto questo sembra implementare una serie di politiche folli, con un'azione in diretta contraddizione rispetto a un'altra. È questo il caso dei recenti sviluppi nei rapporti tra Washington e la Cina, la più grande compratrice delle obbligazioni degli Stati Uniti, almeno negli ultimi mesi.

La Casa Bianca di Obama ha di recente imposto tariffe punitive per l'importazione di pneumatici da auto cinesi. Ha poi innalzato la frizione nelle relazioni con i suoi più grandi creditori annunciando una provocatoria vendita di armi di bilioni di dollari a Tawain, con grande protesta della Cina. In più, il segretario di Stato Hillary Clinton si è intromessa nella regolamentazione interna di Internt in Cina criticandola apertamente per presunta censura. Poi, tanto per gettare sale sulla ferita, il presidente Obama ha incontrato il Dalai Lama in una cerimonia ufficiale a Washington il 18 febbraio. Un genuino interesse per il benessere dei monaci tibetani non era probabilmente la ragione. Serviva piuttosto per segnalare una più forte pressione degli USA sulla Cina. Ufficialmente, a quell'appuntamento, Pechino ha reagito in modo calmo, anche se fermo e deciso. La sua risposta, ad ogni modo, potrebbe arrivare su un'arena finanziaria più che politica, qualcosa che il vecchio filosofo cinese militare, Sun Tzu, ha senza dubbio suggerito.

Sembra che il governo cinese abbia già iniziato a reagire all'inopportuna pressione degli Stati Uniti boicottando l'acquisto dei debiti della tesoreria statunitense. A dicembre i cinesi erano venditori netti delle obbligazioni del governo US, vendendo più dei 43 bilioni di dollari del valore dei debiti statunitensi. Ricavato il suo enorme surplus annuale di mercato dai suoi guadagni di esportazione, la Banca Nazionale Cinese attualmente detiene riserve di valute straniere e altri attivi, incluso oro, per un valore di 2,4 trilioni di dollari. O per lo meno il 60% di quanto è stimato essere nella tesoreria statunitense e altri debiti garantiti del governo, forse per una somma vicina a 1,4 trilioni. Se la Cina continua a riversare debiti sui mercati finanziari internazionali, il dollaro crollerà e un'ondata di crisi ne deriverà in tutta Wall Street e oltre.

Provare a contenere questa tendenza al boicottaggio dell'acquisto di obbligazioni statunitensi da parte delle banche centrali internazionali e delle altre, è stata probabilmente la vera ragione per la quale la Bernake Fed ha improvvisamente innalzato il tasso di interesse, nonostante il peggioramento dell'economia domestica in termini reali. Sembrano tutti essere coinvolti in un colossale gioco di bluff di mercato, per provare a convincere che “il peggio è passato”.

Che la mossa della Fed, così come i recenti fondi di contenimento e gli attacchi di Wall Street nel contesto degli avvenimenti greci, sembrano sempre di più economie coperte di guerra per la futura sopravvivenza del dollaro come principale valuta mondiale. Come spiega il mio ultimo libro Gods of Money:Wall Street e la morte del secolo americano il potere globale americano a partire dal 1945 è dipeso dall'avere il dollaro come valuta di riserva mondiale indiscussa e l'esercito americano come il potere dominante del mondo. Se il dollaro si svaluta, l'esercito diventa vulnerabile a sua volta.

La Fed è in una situazione tanto disperata da tentare di evitare un totale panico di vendite delle obbligazioni che potrebbe provocare un reazione di collasso finanziario a catena. Questo è il motivo per cui ha innalzato un tasso lasciando a zero il ben più importante tasso dei fondi Fed. È un bluff disperato. Fino ad ora i lemming del mercato finanziario sembrano aver abboccato. Fino a quando durerà non è chiaro.

Non appena la crisi greca sarà risolta e diventerà chiaro che la situazione, per quanto difficile, in Spagna, Portogallo e Italia non sono da considerare in default, perché i loro problemi non sono vicini a una fine, le prospettive per il dollaro e per l'euro potrebbero cambiare drammaticamente.

In questo scenario la banca centrale cinese possiede maggior potere per decidere il risultato. Uno delle possibili conseguenze della crescita globale dell'impasse è la prospettiva per cui la banca popolare cinese aumenterà drasticamente il suo acquisto delle riserve di oro e argento. Che, uno alla volta, potrebbero servire la Cina molto meglio che il comprare i debiti americani e servirebbero da base per stabilire un ruolo futuro della propria valuta nel mercato nazionale e internazionale, per di più in modo indipendente dall'euro e dal dollaro.

“Un'opportunità d'oro”

Le riserve cinesi di oro sono state fino a poco tempo fa relativamente basse in confronto alla portata delle sue riserve totali. Le riserve ufficiali di oro della banca centrale cinese erano 1054 tonnellate a marzo 2009, per un valore di circa 37 bilioni di dollari al prezzo attuale. Il che costituisce soltanto l'1,5% delle sue riserve totali e che è comunque cresciuto del 76% dal 2003. In media, le banche centrali internazionali mantengono circa il 10% delle loro riserve d'oro. La Bundensbank tedesca mantiene circa 3400 tonnellate di oro, la seconda quantità maggiore dopo la Federal Reserve. Solamente per raggiungere il 10% di quel livello, la Cina dovrebbe acquistare un valore di più di 200 bilioni di dollari- più o meno l'equivalente di due anni di produzione di una miniera globale.

L'argento non è in genere una parte consistente delle riserve della maggior parte delle nazioni, ma la Cina è storicamente un'eccezione, perché ai tempi dell'impero prima del 1900 basava la propria economia su uno standard di argento più che su uno d'oro, così ha mantenuto consistenti riserve d'argento. Uno degli scopi della “Guerra dell'Oppio” del 1840 contro la Cina era prosciugare lo stato cinese delle sue riserve di valuta d'argento in vantaggio dello standard d'oro britannico.

Nel 2001 e nel 2002 la Cina era uno dei maggiori venditori di argento, vendendo un totale di 100 milioni di once al prezzo di soli 5 dollari l'una. Da quel momento in poi, ha smesso di vendere argento. Lo scorso settembre, il governo cinese ha fatto passare un decreto che incoraggiava i risparmiatori cinesi a comprare l'argento, spiegando che l'acquisto di argento sarebbe stato un buon investimento dal momento che il rapporto di prezzo tra oro e argento era di 70 a 1, storicamente molto alto, offrendo così loro lingotti di piccola valuta con cui acquistarlo, e impedendogli di esportare l'argento dalla Cina.

Questa è stata quasi certamente una mossa studiata per smorzare la speculazione sui mercati di stoccaggio e per contenere la crescita della domanda di soldi, dal momento che i depositi delle banche convertite in argento sarebbero stati effettivamente sterilizzati. Inoltre, se la tanto attesa crisi del sistema bancario cinese si evolverà mai, l'effetto sul sofferente pubblico cinese sarebbe mitigato se le persone mantenessero un benessere minimo nella forma di lingotti prontamente negoziabili.

È molto verosimile che la Cina sia ora un compratore molto importante di argento, e ancora di più d'oro. Dunque, una liquidazione delle holding della banca popolare cinese delle tesorerie statunitensi potrebbe ricavare un compenso attraverso l'acquisto d'oro a proprio nome e d'argento per soddisfare il pubblico cinese.

Fonte: www.financialsense.com
Link: http://www.financialsense.com/editorials/engdahl/2010/0223.html
Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di VIOLA CAON

Redazioneonline- Gli Speciali Della Redazione

 

Dopo le ingenti perdite registrate negli ultimi anni, alla luce della crisi economica e del traffico in calo, il Ministero dei Trasporti di Bucarest tenta di sostenere le ferrovie con tagli alle spese. La decisione del governo che prevede la ristrutturazione delle 14 società a capitale pubblico del settore lascia senza lavoro oltre 10 mila dipendenti, di cui quasi metà a partire da oggi. Il programma di licenziamenti si concluderà fra due mesi e il maggior numero sarà al settore Trasporto Merci, dove uno su tre dipendenti perderà il posto di lavoro.

Le autorità dicono che per i ferrovieri si è tentato di applicare una formula di protezione reale per un periodo di 12 fino a 15 mesi per chi aveva già un’anzianità nel lavoro di oltre 25 anni, di modo che, oltre al sussidio di disoccupazione, queste persone beneficino anche di un reddito in più, pari allo stipendio medio. Questo reddito sarà assegnato dal budget e sarannno erogati dai 12 fino a 15 salari compensatori. La misura rende scontenti tutti. In un comunicato, la Confederazione sindacale Cartel Alfa, ritiene che i ferrovieri sono discriminati, in quanto sarebbero sanzionati doppiamente – con la perdita del posto di lavoro e con la diminuzione di 8-9 mesi del periodo di concessione delle paghe compensatorie, che, secondo un precedente decreto governativo, poteva durare fino a 2 anni.

Dal canto loro, gli imprenditori dicono che in Romania si fa discriminazione delle compagnie private e dei loro dipendenti – al budget contribuiscono tutti, ma i pubblici dipendenti ricevono di più, e gli indennizi non sono connessi al contributo. Gli imprenditori chiedono che queste somme compensatorie siano pagate dalle compagnie che licenziano e non da un bilancio al quale contribuiscono tutti i dipendenti e i datori di lavoro della Romania. “E’ un aspetto discriminatorio. Nuovamente, il settore pubblico ha dei vantaggi, rispetto a quello privato.

Adoperare i fondi costituiti tramite i contributi di previdenza sociale per pagare salari compensatori, ciò – secondo la legge – è dirottamento di fondi. E si tratta anche di somme molto alte”, ha dichiarato il presidente del Consiglio delle piccole e medie imprese, Ovidiu Nicolescu. Le autorità sostengono, però, che i soldi dal bilancio per la disoccupazione, siano sufficienti. “Per queste somme è stato aumentato il fondo di disoccupazione con soldi dal bilancio di stato. Non si mette in pericolo il pagamento del sussidio di disoccupazione per altri disoccupati, di altri settori”, ha spiegato il segretario di stato al Ministero dei Trasporti, Gheorghe Popa. (Fonte: RRI.ro - Radio Romania Internazionale)

Redazioneonline- Osservatorio Internazionale

 

Françafrique: la rapina dell’uranio, una storia di ferrovie, strade, porti e corruzione. Aspettando Cinamerica

All'inizio del 2009, dopo che Areva aveva firmato con l'ex uomo forte del Niger, Mamadou Tandja (defenestrato dal recente colpo di Stato) un contratto per lo sfruttamento dell'uranio che avrebbe dovuto mettere definitivamente fuori gioco i cinesi dalla partita della immensa miniera di Imouraren, il governo di Parigi ha subito dato il via ad un nuovo piano per trasportare l'uranio dall'Africa alla Francia. Infatti, non si trattava più di trasportare circa 3.300 tonnellate all'anno come prevedeva il vecchio trattato, ma subito 5.000 tonnellate che dovrebbero gradualmente salire fino a 9.000 all'anno entro il 2012, per poi restare entro questi limiti produttivi e di trasporto per un trentennio.

Uno dei "giocattoli" che il presidente francese Nicolas Sarkozy aveva promesso al suo impresentabile amico Tandja era proprio un treno per trasportare l'uranio, mentre il gruppo di Vincent Bolloré (amico e sponsor di Sarkozy) proponeva ad Areva di portare «des butins de guerre du Niger» in Francia attraverso il porto di Abidjan, in Costa d'avorio, già famoso per il disastro dei rifiuti tossici della Probo Koala e per essere la porta di ingresso (e di fuga) in Africa dei peggiori traffici mondiali. In questo caso la nuova ferrovia avrebbe dovuto collegare il Niger alla Costa d'Avorio attraverso il Burkina-Faso, una soluzione che avrebbe consentito di raccogliere anche il manganese passando da Tambao. L'altra proposta veniva dalla Necotrans un'azienda di trasporti del gruppo Getma International che controlla il porto di Cotonou nel Benin e di Conakry, in Guinea: l'uranio di Imouraren partirebbe verso la Francia dalla capitale del Benin arrivando dalla strada che parte da Dosso, in Niger.

Di questa zuffa sulla logistica del yéllow cake ha cercato di approfittarne il presidente del Togo Faure Gnassingbé, che ha offerto alla Bolloré il porto autonomo di Lomè per assicurarsi la protezione del governo di Parigi nelle elezioni che si sono tenute a febbraio nel piccolo Paese africano e che sono state segnate da numerose irregolarità. Durante il summit Ue-Africa del dicembre 2007, il giornale satirico francese "Le Canard Enchainé" rivelò quello che Sarkozy disse all'«amico personale» Gnassingbé riguardo al porto di Lomé: «Bolloré è in cima alla lista. Quando si è amici della Francia, bisogna pensare alle imprese francesi».

In questi giorni l'opposizione democratica del Togo si chiede se le elezioni presidenziali di febbraio non fossero già stata vinte prima dal clan Gnassingbé a Parigi e se il "système RPT" (Rassemblement du Peuple Togolais, il partito al potere) che opprime il Togo da 20 anni non sia in realtà in mano a chi cura gli interessi della Francia.

Intanto Gnassingbé ha preparato un nuovo regalo a Sarkozy: l'arrivo in Togo dell'operatore di telefonia mobile Orange, un ramo di France Télécom, che sostituirà la Moov una società del gruppo Emirati Etisalat che in Togo ha 600.000 abbonati e dà lavoro a circa 200 persone e che il governo aveva già bloccato nel 2009 accusandolo di non aver pagato le concessioni.

Quel che è certo è che la banda che governa il Togo ha fatto di tutto per togliere dai guai e favorire i protagonisti finanziari della Françafrique. Così oggi Vincent Bolloré che controlla i porti di Abidjan e da poco quello di Lomé, ha a disposizione la logistica più sicura da offrire ad Areva, potendo proporre sia una ferrovia Agadez-Lomé o, più tardi, dopo le sempre rimandate elezioni presidenziali in Costa d'Avorio, la ferrovia Agadez-Abidjan. Alla luce di tutto questo Le Potentiel rilegge anche la genesi del colpo di Stato in Niger: «Forte di questo contratto di Imouraren, che blocca tutta una regione dell'Africa occidentale che possiamo chiamare il regno del gruppo nucleare francese Areva, composto dai Paesi satelliti della Francia in Africa, cioè il Niger, il Burkina Faso, la Costa d'Avorio, il Togo e il Benin, Mamadou Tandja, consacrato monarca dalla Francia, dopo aver passato 10 anni alla testa del Niger, ha intrapreso una vasta manovra di distruzione delle istituzioni del Niger in tutta impunità, con l'obiettivo di del potere eterno.

All'inaugurazione del complesso di Imouraren, senza imbarazzo né timore, ha annunciato davanti ai suoi invitati, tra i quali Alain Joyandet ministro della cooperazione e della francofonia, ed Anne Lauvergeon, presidente di Areva, il suo referendum costituzionale del 4 agosto 2009, per «smontare le istituzioni democratiche del Niger». Eì così, con il beneplacito francese, che Tandja ha dissolto il Parlamento e la Corte costituzionale nel giro di un mese per poi indire elezioni boicottate dall'opposizione nelle quali si è assicurata una «Vittoria schiacciante» che ha comportato l'espulsione del Niger dalla Comunità degli Stati dell'Africa occidentale (Cedeao), la sospensione di 18 milioni di euro di aiuti da parte dell'Unione europea, ma non la riprovazione di Areva.

Anzi, Anne Lauvergeon ha recentemente pubblicato un libro intitolato "La troisième révolution énergétique" che evidenzia come nel mondo ci siano 440 centrali nucleari, 58 delle quali in Francia (anche se dà per realizzata la numero 59, cioè l'Epr, per il 2010). Il giornale di Kinshasa La Potentiel spiega: «Questa rivoluzione delle potenze industriali a nella corsa alle energie strategiche, vale a dire il petrolio e l'uranio, ha per terreno di ostilità l'Africa. La Cina, la Francia e gli Stati Uniti, tutti membri del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite si dividono il guadagno energetico e minerario del continente africano. Questo non succede senza conflitto ideologico, né degrado dei valori democratici nel Niger di Mamadou Tandja, nel Congo-Brazzaville di Sassou Nguesso, nel Gabon dei Bongo, nel Togo dei Gnassingbé, nella Costa d'Avorio divisa in due, nella Guinea Conakry di Dadis Camara, nel Madagascar di Rajoelina e Ravalomanana, nel Centrafrica di Bozizé ecc. per quel che riguarda il gioco pericoloso della Francia sul continente».

Anche la Cina sembra veder vacillare la sua immagine fraterna in Africa: pesa l'accusa di aver venduto armi al regime del Sudan che le avrebbe utilizzate nel genocidio del Darfour. Però i cinesi continuano imperterriti la loro espansione africana, firmando con tutti i Paesi accordi di assistenza tecnica nel settore agricolo, per le infrastrutture stradali e per la sanità. Anne-Cécile Robert, giornalista di Le Monde diplomatique ed autrice del libro "L'africa in soccorso dell'occidente", fa osservare su Le Potentiel che «Senza dubbio in risposta al summit strategico sino-africano, il nuovo presidente americano non ha ricevuto, a margine della sessantaquattresima Assemblea generale della Nazioni Unite a New York, i Capi di Stato dell'Africa subsahariana. Non c'è là una volontà di creare dei summit americano-africani per contrastare l'influenza della Cina sul nostro continente, sull'esempio dei summit franco-africani?».

Eppure la Cina dimostra una spregiudicatezza senza limiti, come quando ha approfittato dell'abbandono da parte della Francia della giunta militare golpista di Dadis Camara in Guinea (accusata del massacro degli oppositori a Conakry) per firmare subito con i golpisti un contratto da 7 miliardi di euro per l'estrazione di minerali strategici, assicurando protezione e impunità ai militari. Lo stesso benevolo trattamento Pechino lo ha riservato al sudanese Omar El Béchir che se ne frega del mandato di arresto internazionale, proprio come tutti i dittatori africani non si preoccupano molto delle critiche occidentali per i loro delitti ed abusi.

La Robert su Le Potentiel evidenzia che «Secondo gli esperti di geopolitica e strategia, questa competizione franco-sino-americana assumerà tutta la sua dimensione intorno al 2040 o al 2050, per diventare, alla fine, un affare esclusivamente Sino-Americano, con l'eliminazione della Francia in Africa. Questa sarà la guerra Pechino-Washington. Si comprende comodamente perché i Paesi occidentali e le loro istituzioni finanziarie non chiedano l'avvento della democrazia, la libertà e lo Stato di diritto in Africa come da loro. Essendo questi valori incompatibili con i loro interessi sul continente, preferiscono ingannare gli africani con il molto interessato concetto di buona governance». ( Fonte: www.greenreport.it)

Redazioneonline- Gli Speciali Della Redazione

 
Di redazione (del 09/03/2010 @ 07:00:00, in Osservatorio Internazionale, linkato 26 volte)

La conta degli istituti di credito americani che falliscono di settimana in settimana può essere considerata una consuetudine. Anche nel corso di questo weekend, i regolatori statunitensi hanno chiuso i battenti di altre quattro banche, i cui quartieri generali erano situati in Maryland, Illinois, Florida e Utah. Il che porta il totale dei default registrati dall’inizio dell’anno a 26.

La Federal Deposit Insurance Corporation, l’ente che negli Usa si occupa di garantire una copertura assicurativa ai depositi degli istituti falliti, non è riuscita a trovare acquirenti per due di loro (la Centennial Bank e per la Waterfield Bank of Germantown), secondo quanto riferito da un comunicato pubblicato sul sito ufficiale dell’agenzia. Ma la banca più grande che ha salutato il mercato, in termini di asset, è la Sun American Bank, che è stata acquisita da First-Citizens Bank & Trust Co., con un’operazione da 443,5 milioni di dollari in depositi. Il quarto collasso è stato quello di Bank of Illinois.

I crack nel sistema bancario degli Stati Uniti hanno ormai raggiunto il ritmo più elevato degli ultimi 17 anni, appesantiti soprattutto dalle perdite legate ai prestiti nei settori immobiliari commerciale e residenziale. Non a caso, il numero di banche considerate «in difficoltà» ha raggiunto nel quarto trimestre del 2009 la cifra più alta dal 1992. Si tratta di 702 istituti, con complessivi 402,8 miliardi di dollari in asset: il 27% in più rispetto ai tre mesi precedenti. ( Fonte: valori.it)

Redazioneonline- Osservatorio Internazionale

 
Di redazione (del 09/03/2010 @ 07:00:00, in Osservatorio Internazionale, linkato 31 volte)

Il ministro delle finanze della Corea del Sud, Yoon Jeung-hyun, ha dichiarato questa mattina che il recupero economico del Paese è ancora troppo fragile per ipotizzare un aumento del costo del denaro. Una chiarissima indicazione alla banca centrale, che nei prossimi giorni sarà chiamata a decidere se mantenere o meno invariati i tassi d’interesse.

«Il punto di vista del governo è che sia troppo presto per modificare la politica monetaria», ha specificato Yoon ad un gruppo di giornalisti internazionali, aggiungendo che i pericoli attuali per la Corea del Sud sono legati soprattutto «all’autosufficienza del settore privato», alla disoccupazione e al «significativo» indebitamento di numerosi cittadini.

Per l’avvio di una exit-strategy, dunque, occorrerà aspettare. Nonostante in questo caso si tratti di un Paese asiatico, ovvero di una delle poche aree del mondo che è riuscita a trovare più in fretta la via del recupero dopo la crisi finanziaria globale.

È probabile, dunque, che l’istituto centrale di Seoul decida a questo punto di mantenere inalterato il tasso di riferimento, che dalla fine del 2008 è stato fissato al minimo storico del 2%. Secondo l’esecutivo coreano si tratta di uno “stimolo” talmente necessario da aver convinto il ministero delle Finanze ad esercitare - per la prima volta in un decennio - il diritto di sedere alle riunioni della banca centrale come osservatore. ( Fonte: valori.it)

Redazioneonline- Osservatorio Internazionale

 

Il Cancelliere allo Scacchiere inglese, Alistair Darling, ha ammesso ieri che l’Islanda avrà bisogno di «molti, molti anni» prima di riuscire a ripagare i propri debiti con la Gran Bretagna e i Paesi Bassi. Si tratta, ovviamente, dei capitali legati al collasso della banca online Icesave, il cui crack risale al 2008.

Parlando ad una trasmissione politica della BBC, il membro del governo di Londra ha spiegato quale sia stato l’approccio delle autorità inglesi al tavolo della trattativa con Reykjavik: «Non si può andare da un Paese come l’Islanda, la cui popolazione è pari a quella della città di Wolverhampton e chiedergli di restituire il debito immediatamente. Per questo abbiamo cercato di essere ragionevoli: il punto fondamentale per noi è ottenere i capitali che ci spettano, ma sui termini e le condizioni siamo preparati ad essere flessibili».

I commenti di Darling arrivano dopo i risultati della consultazione referendaria che ha coinvolto i cittadini islandesi, chiamati a giudicare sull’ipotesi di accordo con i due Paesi europei. Il risultato, piuttosto scontato anche alla vigilia, è stato di netta condanna: i no hanno vinto con il 93%. La conseguenza - riferisce il quotidiano Guardian - sarà ora quello di mettere ancora più a rischio il recupero economico della martoriata economia dell’isola, oltreché di ritardare un eventuale ingresso nell’Eurozona. I prestiti del Fondo monetario internazionale, inoltre, diventano ora a rischio, dal momento che erano subordinati proprio all’accordo sul ripagamento dei debiti internazionali. ( Fonte: valori.it)

Redazioneonline- Osservatorio Internazionale

 

Il governatore della banca centrale della Cina, Zhou Xiaochuan, ha protestato contro la “politicizzazione” della questione dei tassi di cambio legati allo yuan. Una presa di posizione che, di fatto, costituisce una dura risposta alle richieste provenienti dagli Stati Uniti, che nelle scorse settimane hanno fatto sapere di auspicare una politica monetaria diversa da parte di Pechino. Secondo Washington, infatti, la valuta cinese è artificiosamente scambiata ad un prezzo troppo conveniente per le esportazioni, il ceh contribuisce a deprimere le vendite dei prodotti made in Usa.

Ma secondo Zhou - riferisce l’agenzia France-Presse - ciò che conta è la stabilità del sistema, che presenta ancora numerosi «elementi di incertezza. Per questo ci opponiamo ad una politicizzazione della materia», ha spiegato ad una conferenza stampa a margine della riunione annuale del parlamento. Il governatore, poi, sottolineando come la questione risulti «complessa», ha aggiunto: «Dobbiamo continuare a lavorare per migliorare il meccanismo di formazione dei tassi di cambio, al fine di garantire stabilità alla nostra moneta, ad un livello ragionevole ed equilibrato».

Zhou ha poi sottolineato come la risposta cinese alla crisi finanziaria globale abbia «contribuito alla ripresa economica mondiale», ricordando però anche che una exit strategy per le misure di stimolo fiscale sarà inevitabile nel prossimo futuro, «anche se occorrerà prestare molta attenzione al momento giusto per attuarla, anche in funzione della tendenza del dollaro». ( Fonte: valori.it)

Redazioneonline- Osservatorio Internazionale

 
Di redazione (del 09/03/2010 @ 07:00:00, in Osservatorio Internazionale, linkato 35 volte)

Paul Volcker - il consigliere economico del presidente americano Barack Obama che ha proposto la legge con la quale si imporrebbe alle banche una serie di limiti, compresi quelli relativi alla grandezza e alla quantità massima di attività a rischio - ha chiesto regole più rigide nei confronti dei prodotti finanziari derivati. In particolare, l’ex presidente della Federal Reserve ritiene indispensabile una normativa ad hoc per i credit-default swap (Cds), strumenti complessi ed altamente speculativi, responsabili in buona parte della crisi della Grecia.

«Le recenti rivelazioni sull’utilizzo e l’abuso dei derivati per mascherare l’ampiezza delle obbligazioni finanziarie greche ha messo in evidenza la necessità urgente di trasparenza e di riduzione della complessità di alcuni prodotti», ha sottolineato Volcker, aggiungendo che «un certo di numero di proposte in materia sono già sul tavolo». Il governo tedesco, ad esempio, si è dichiarato favorevole ad una regolamentazione specifica per i Cds, ma a patto che essa sia concertata con gli altri Stati.

Anche il presidente della Bance centrale europea, Jean-Claude Trichet, ha espresso apprezzamento per l’analisi di Volcker: «Sono assolutamente d’accordo con l’idea che non è normale che la speculazione sia finanziata, direttamente o indirettamente, dalle banche centrali», ha sottolineato, specificando allo stesso tempo di nutrire invece perplessità sull’eventuale separazione delle attività speculative, ad esempio quelle operate dagli hedge funds, dagli altri business delle banche. ( Fonte: valori.it)

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