Per consultare la Rubrica “Portafoglio” è indispensabile aver letto le Note Legali riportate sul sito, con particolare attenzione al Paragrafo “Avvertenze per gli investitori”. Il lettore quindi dichiara di aver preso visione delle suddette avvertenze.
04/02/2010
INVESTIMENTI
STRATEGIE
A2A
NESSUNO
NESSUNA
ANSALDO STS
NESSUNO
NESSUNA
ATLANTIA
NESSUNO
NESSUNA
AUTOGRILL
NESSUNO
NESSUNA
BANCO POPOLARE
NESSUNO
NESSUNA
BANCA MPS
NESSUNO
NESSUNA
POPOLARE MILANO
NESSUNO
NESSUNA
BULGARI
NESSUNO
NESSUNA
BUZZI UNICEM
NESSUNO
NESSUNA
CIR
NESSUNO
NESSUNA
DAVIDE CAMPARI
NESSUNO
NESSUNA
ENEL
NESSUNO
NESSUNA
ENI
NESSUNO
NESSUNA
EXOR
NESSUNO
NESSUNA
FIAT
NESSUNO
NESSUNA
FINMECCANICA
NESSUNO
NESSUNA
FONDIARIA
NESSUNO
NESSUNA
GENERALI
NESSUNO
NESSUNA
GEOX
NESSUNO
NESSUNA
IMPREGILO
NESSUNO
NESSUNA
INTESA SAN PAOLO
NESSUNO
NESSUNA
ITALCEMENTI
NESSUNO
NESSUNA
LOTTOMATICA
NESSUNO
NESSUNA
LUXOTTICA
NESSUNO
NESSUNA
MEDIASET
NESSUNO
NESSUNA
MEDIOBANCA
NESSUNO
NESSUNA
MEDIOLANUM
NESSUNO
NESSUNA
MONDADORI
NESSUNO
NESSUNA
PARMALAT
NESSUNO
NESSUNA
PIRELLI
NESSUNO
NESSUNA
PRYSMIAN
RIALZO
NESSUNA
SAIPEM
NESSUNO
NESSUNA
SNAM RETE GAS
NESSUNO
NESSUNA
STMICROELECTRONICS
RIALZO
NESSUNA
TELECOM ITALIA
RIALZO
NESSUNA
TENARIS
NESSUNO
NESSUNA
TERNA
NESSUNO
NESSUNA
UBI BANCA
NESSUNO
NESSUNA
UNICREDITO
NESSUNO
NESSUNA
UNIPOL
NESSUNO
NESSUNA
PERFORMANCE ODIERNA PORTAFOGLIO - 3,06%
PERFORMANCE ODIERNA INDICE PRINC. - 3,45%
AGGIORNAMENTO PORTAFOGLIO IN ESSERE
Titolo
DataAcq.
Data Agg.
Pr. Acq
Pr. Att.
GG
Perform.
Stmicro
26/01
04/02
5,985
5,995
10
+ 0,17%
Prysmian
26/01
04/02
12,88
13,07
10
+ 1,48%
Telecom
20/01
04/02
1,042
1,082
16
+ 3,84%
OPERAZIONI CONCLUSE NEGLI ULTIMI 30 GG.
Titolo
DataAcq.
DataVen.
Pr.Acq
Pr. Vend.
GG
Rendim.
Parmalat
20/01
28/01
1,889
1,833
9
- 2,96%
A2A
20/01
25/01
1,448
1,395
6
- 3,66%
Finmeccanica
11/01
20/01
11,32
10,98
10
- 3,00%
Generali
04/12
20/01
17,80
18,90
48
+ 6,18%
Fondiaria
12/11
20/01
12,17
11,47
70
- 5,75%
Autogrill
05/11
15/01
8,00
9,07
72
+ 13,38%
Impregilo
04/12
15/01
2,30
2,56
43
+ 11,30%
Fiat
03/12
15/01
10.45
10.77
44
+ 3,06%
Banca Mps
03/12
15/01
1.303
1.28
44
- 1,77%
Mediobanca
04/12
12/01
8,255
8,70
40
+ 5,39%
Stmicro
06/11
12/01
5.62
6,31
68
+ 12,63%
Intesa
03/12
07/01
2.985
3.16
36
+ 5,86%
Lottomatica
04/12
06/01
13,60
14,10
34
+ 3,68%
Ansaldo
03/12
06/01
13.40
13,20
35
- 1,49%
LEGENDA DELLA SEZIONE PORTAFOGLIO Limitiamo la nostra analisi ai titoli che compongono il Ftse Mib, la tabella principale è composta da due colonne. -----------------------------------------------------
Prima colonna – INVESTIMENTI
Rappresenta la situazioni degli investimenti in essere, su di essa possono comparire le seguenti scritte:
Colore nero NESSUN INVESTIMENTO – su quel titolo non stiamo investendo
Colore verde RIALZO– su quel titolo siamo investiti al rialzo
Colore rosso RIBASSO – su quel titolo siamo investiti al ribasso
Rappresenta le operazioni che abbiamo intenzione di eseguire a breve, su di essa possono comparire le seguenti scritte:
Colore nero NESSUNA – è un titolo sul quale non abbiamo intenzione di cambiare a breve la strategia in corso.
Colore verde MONITORIAMO ENTRATA AL RIALZO – è un titolo sul quale abbiamo intenzione a breve di operare al rialzo. MONITORIAMO USCITA AL RIALZO – è un titolo sul quale abbiamo intenzione a breve di chiudere l’operazione al rialzo.
Colore rosso MONITORIAMO ENTRATA AL RIBASSO – è un titolo sul quale abbiamo intenzione a breve di operare al ribasso. MONITORIAMO USCITA AL RIBASSO – è un titolo sul quale abbiamo intenzione a breve di chiudere l’operazione al ribasso.
Le scritte evidenziate in giallo rappresentano le operazioni effettuate nella giornata.
Ricordiamo infine che il monitoraggio è solo una intenzione di effettuare a breve una operazione e non è detto che questo debba per forza concretizzarsi, improvvise mutate condizioni potrebbero consigliare di non effettuare, o perlomeno di rimandare l’operazione preannunciata.
Così non va, abbiamo più volte evidenziato che i debiti pubblici di alcuni Stati potevano essere fuori controllo, ma la cosa era nota, e non tale da far scoppiare una santabarbara come è accaduto oggi sui mercati internazionali.
Forse le parole di Strauss-Kahn sulla Spagna hanno terrorizzato gli investitori, sulla gravità della situazione ovviamente non discuto, sulla forma, forse, il Presidente del Fmi poteva anche usare parole meno dure.
Per gli estimatori di Zapatero (che diminuiscono ogni giorno di più) il colpo è stato durissimo, ora non ha più alibi, il suo miracolo economico era un castello di carta.
Grave anche la situazione in Portogallo, mentre la tanto bistrattata Italia, una volta tanto non è nell'occhio del ciclone, ma il suo listino principale comunque perde tre punti e mezzo.
Perché? Forse per solidarietà con la Spagna il cui Ibex lascia sul terreno quasi sei punti percentuali.
Ed occorre ricordare che oggi i dati comunicati dal Santander sono stati migliori delle attese, ma il ribasso è stato comunque molto marcato (-9,4%).
Anche la speranza di ricevere buone notizie dagli Usa è svanita subito, ancora superiori alle attese i sussidi alla disoccupazione, e così è stata notte fonda.
Due milioni e mezzo di euro per i nomi di 1.500 tedeschi che hanno nascosto i loro soldi in Svizzera. L'affare che il governo tedesco sta per concludere con un informatore suscita un dubbio morale: lo stato può cambiare il diritto a suo piacimento?
Due milioni e mezzo di euro in cambio dei nomi di 1.500 tedeschi che hanno nascosto in Svizzera i loro capitali. La contrattazione che il governo tedesco potrebbe presto portare a termine con un informatore sta scatenando una vera e propria polemica morale: uno stato può cambiare le leggi secondo i propri interessi? Si dice che ci siano persone che pagano le loro imposte perché reputano giusto farlo, non perché pensano che lo stato abbia necessariamente bisogno dei milioni di euro che gli versano ogni anno, né perché non abbiano un conto in Svizzera dove nascondere i propri capitali. Proprio così: semplicemente perché pensano che sia giusto farlo.
Si tratta in linea di massima di quelle stesse persone che non scaricano film illegalmente da internet perché credono sia immorale privare l’autore di un’opera dei suoi diritti. O che seguono il precetto di Immauel Kant, “pensate a che accadrebbe se tutti facessero altrettanto!”. Che cosa dovrebbero credere queste persone – che esistono davvero – di un governo che medita seriamente di acquistare informazioni trafugate ad alcuni istituti bancari, al fine di smascherare gli evasori fiscali e reclamare gli arretrati dovuti al fisco?
Diritto su misura
Pensate a ciò che accadrebbe: lo stato si arrogherebbe il diritto di violare la legge perché alcuni uomini politici hanno un concetto personale di giustizia. Questo è il caso di Sigmar Gabriel, leader dell’Spd, che ha liquidato questo delicato problema dichiarando che “in ogni caso non si può lasciar fuggire dei banditi con la scusa che sono stati smascherati da altri banditi”. (Il 1 febbraio la cancelliera Angela Merkel ha dichiarato che occorre “fare tutto il possibile per ottenere quelle informazioni”).
È questo il concetto di giustizia dell’Spd? Diventare fuorilegge per catturare i fuorilegge? Chi crede che il fine (riempire le casse dello stato) giustifica i mezzi si giustifica chiamando in causa lo stato di diritto. Si permette di elevarsi al di sopra della legge. L’acquisto di beni rubati per tornaconto personale costituisce un reato, quello di ricettazione, punibile con una condanna fino a cinque anni di reclusione. Perfino il semplice tentativo di acquistare beni rubati è punibile dalla legge.
Un Principe senza più vincoli
Ma se lo stato ha il diritto di definire la propria condotta morale nei riguardi della legge, perché i cittadini non dovrebbero poter fare altrettanto? In quanto garante dello stato di diritto, il governo non è obbligato a rispettarlo per primo? La funzione della legge non è quella di limitare il potere del Principe, in modo che non sia libero di fare quel che vuole?
Dopo tutto, ai cittadini che depositano i propri soldi in Svizzera non mancano certo le ragioni per giustificarsi: non è meglio garantire ai propri figli un’educazione di qualità invece che buttar via quei soldi nelle fauci del mostro statale? Non è più nobile pagare qualche euro in più alla colf che lavora in nero che dare tutto al fisco? Se lo stato definisce da solo il diritto, perché i cittadini non possono fare altrettanto?
Può darsi che un giorno i contribuenti che pagano le imposte perché giudicano immorale violare la legge si mettano a dubitare delle parole di Immanuel Kant. Allora sì che bisognerebbe pensare su quello che potrebbe accadere! (ab) ( Fonte: presseurop.eu)
La crisi ha cambiato tutto: l'economia, le istituzioni finanziarie, il nostro modo di fare politica economica e la nostra teoria economica. Eppure, per i programmi di insegnamento universitari, tutto resta come prima. Come trenta anni fa, gli studenti seguono prima un corso di microeconomia e poi uno di macro. Il problema è la separazione netta tra le due parti. I docenti dovrebbero invece affrontare fin dall'inizio, direttamente e in un modo adeguato, le questioni che la realtà economica contemporanea pone davanti agli occhi, nella vita e nelle tasche di tutti.
Si discute molto, e giustamente, seppur spesso nel modo giuridico-formale tipico della cultura del nostro paese, di riforma dell’università e di formazione delle classi dirigenti, la quale non può che avvenire principalmente nelle università. Un fatto, tuttavia, colpisce. Non si discute mai dei contenuti dell’insegnamento. Queste bellissime scatole che disegniamo, serviranno a insegnare che cosa? Su ciò, non una parola. Eppure, il contenuto e il modo dell’insegnamento non sono affatto cose scontate, non sono qualcosa di cui ci si potrà occupare, se mai, dopo, a riforma avvenuta (quando?) - come se i saperi fossero qualcosa di distaccato dalle istituzioni che ci diamo e abbiamo e da quanto accade nel mondo in cui viviamo, e pertanto dati una volta per tutte. È una questione urgente, che va discussa e affrontata subito e che, per di più, ha il vantaggio di poter essere risolta subito, senza dover introdurre alcuna nuova legge o regolamento.
LA CRISI NON CAMBIA I PROGRAMMI
La più grave crisi economica e finanziaria dalla Grande Depressione del secolo scorso non può avere cambiato profondamente, come ha fatto, l’economia, le istituzioni finanziarie, il nostro modo di fare politica economica e la nostra teoria economica, e non anche il nostro modo di insegnare l’economia. Ma, se andiamo a vedere i programmi di insegnamento, tutto risulta essere come prima (prima, cioè, della crisi): business as usual, nell’insegnamento dell’economia.
Nel primo anno - che, in verità, come tutti sanno, è, dal punto di vista culturale, formativo e civile, il più importante e decisivo - si continua a insegnare l’economia come si faceva trent’anni fa, con pochissimi marginali ritocchi. I maggiori, ovviamente, nella parte di macro, quella più legata all’evolversi delle istituzioni. Prima un bel corso di microeconomia, che dia i fondamenti rigorosi della materia e, poi, un bel corso di macro che, sulla base di quei fondamenti, spieghi il funzionamento dei mercati a livello macro e questioni come la crescita economica e l’inflazione. La stessa sequenza viene seguita anche in quei corsi introduttivi in cui si insegnano in uno stesso corso tutti i “Principi di economia”, sia micro sia macro.
Il problema non è tanto quello della sequenza: prima la micro, poi la macro. Ma, piuttosto, quello della separazione netta tra le due parti, così netta che, quasi dappertutto, vengono insegnate in due corsi distinti, da docenti distinti. Credo che la separazione sia stata introdotta da Paul Samuelson, nella prima edizione del suo celeberrimo manuale di economia, in cui, tuttavia e significativamente, la prima parte era costituita dalla macroeconomia e la seconda dalla microeconomia, ordine da lui stesso invertito in seguito. Ebbene, se questa separazione ha mai avuto un senso, oggi, davvero, non ce l’ha più - ed è proprio la crisi in corso a mostrarcelo con inequivocabile, assordante evidenza. Anche a chi, per caso, non se ne fosse accorto prima.
Faccio degli esempi: li traggo da un collega di Stanford che queste cose le ha capite. La teoria dei tassi di interesse è micro o macro? Il moral hazard è micro o macro? La politica monetaria (macro) non dovrebbe focalizzarsi su obiettivi e settori specifici (micro)? L’analisi dei mercati finanziari, della Borsa e dei mercati immobiliari - di cui evidentemente non possiamo non estendere il “coverage” per i nostri studenti anche del primo anno - sono temi micro o macro? È evidente che queste distinzioni, oggi, non abbiano veramente più alcun senso.
Ma se così è, allora non ha neppure più alcun senso tenere separate due parti dell’economia (quali?) e continuare a mantenere in piedi un’impostazione didattica ormai del tutto superata dagli eventi economici stessi. Bisogna invece provare a fare, e da subito, corsi ‘integrati’, attenti agli argomenti in se stessi più che alla loro (presunta) appartenenza a un (artificioso) sub-settore disciplinare. Il nuovo semestre inizia il 15 febbraio: personalmente, mi impegno a mettere in pratica quanto qui ho scritto, innovando completamente la didattica.
In questo modo, si possono e si devono fare anche corsi più attuali e interessanti per gli studenti (molti dei quali non faranno mai gli economisti, e c’è da stupirsene, se continuiamo a proseguire coi vecchi programmi?) mostrando loro subito la rilevanza assoluta delle cose che insegniamo. Che cosa diremmo di un fisico che insegnasse oggi la fisica come la si insegnava trent’anni fa? Di uno storico contemporaneo che, dopo l’11 settembre, non mettesse al centro del suo insegnamento lo scontro tra Islam e mondo occidentale? O di un medico che non insegnasse le più recenti terapie? Non potremmo, una volta tanto, cercare anche noi di essere all’altezza del nostro tempo, di non essere sempre in ritardo, e di fare come fanno a Stanford?
Noi “economisti politici” non ci lamentiamo forse sempre di perdere studenti a favore di altre materie e del loro disinteresse verso la nostra disciplina? Certo che se continuiamo a insegnare l’economia senza affrontare fin dall’inizio, direttamente e in un modo adeguato, le questioni che la realtà economica contemporanea pone davanti agli occhi, nella vita, e nelle tasche di tutti, perseverando in un tipo di insegnamento obsoleto e stantio, in formale ossequio a un presunto rigore (che, nella sostanza, non c’è, e che comunque può essere meglio sviluppato in corsi più avanzati) e in sostanziale e colpevole acquiescenza alle nostre inveterate abitudini accademiche e alla nostra pigrizia intellettuale, non ci potremo davvero più lamentare.
E agli occhi del mondo che ci guarda e che continua ad aspettarsi da noi una guida sicura nella presente tempesta (penso qui soprattutto alla nuove generazioni), confermeremmo soltanto la nostra inettitudine, il nostro declino e la nostra irrilevanza. O, almeno, di gran parte della nostra professione. ( Fonte: www.lavoce,info)
Bill Gates è salito agli onori della cronaca in Italia negli ultimi giorni per le sue feroci e meritate critiche al nostro paese e in particolare a Berlusconi, perché risultiamo essere l’unica nazione ricca al mondo ad aver ridotto drasticamente, negli ultimi anni, gli aiuti ai paesi poveri, nonostante anche le ripetute promesse fatte abbastanza di recente dal premier italiano allo stesso Gates e al cantante Bono di voler provvedere al più presto alla bisogna.
Gates loda invece paesi come la Francia e il Giappone che sono tra quelli, insieme all’area scandinava, che si sforzano di fare di più per tali aiuti, mentre le somme spese dagli Stati Uniti, pur rilevanti in valori assoluti, stanno andando per la gran parte all’Iraq, all’Afganistan e al Pakistan.
Inoltre, i giornali del nostro paese hanno anche riferito la notizia che la fondazione Melinda e Bill Gates ha stanziato ben 10 miliardi di dollari, da spendere nell’arco dei prossimi dieci anni, per combattere le malattie che infestano i paesi tropicali; insieme all’annuncio dell’iniziativa, la fondazione , per bocca sempre di Bill, esortava anche altre persone ricche a fare uno sforzo in qualche modo analogo nella stesa direzione, dato che le somme previste da loro organizzazione, pure cospicue, apparivano largamente insufficienti rispetto alle grandi risorse finanziarie necessarie per affrontare seriamente la questione.
L’imprenditore statunitense ha, a questo proposito, di nuovo ricordato che certe persone ricche, di cui questa volta non ha fatto esplicitamente il nome, ma che sono facilmente riconoscibili, spendevano molti più soldi per curare la loro calvizie che per aiutare gli altri…
Ma le attività di Gates e della sua fondazione hanno attirato in questi giorni l’attenzione dei media internazionali, questa volta non di quelli italiani, anche per una serie di altre iniziative prese sui temi che più ci stanno a cuore e a questo punto diamo qualche notizia specifica su due dei fronti interessati. Tali attività ci possono anche indurre quasi a perdonare le attività imprenditoriali dello stesso soggetto, da sempre alla ricerca di posizioni monopolistiche sul mercato in cui la sua società opera e sempre ai ferri corti, a questo proposito, con gli organismi di tutela della concorrenza, almeno nell’Unione Europea.
Apprendiamo così che la fondazione ha versato di recente 38 milioni di dollari per sostenere le organizzazioni che nel mondo cercano di aiutare le persone povere a risparmiare, mettendo a punto a questo proposito una serie di prodotti specifici. Si tratta in generale di una estensione relativamente recente dei concetti di microcredito e di microfinanza al nuovo settore del microrisparmio.
A questo fine la fondazione ha offerto le sue risorse a 18 organizzazioni operanti in America Latina, Asia, Africa. Un crescente volume di ricerche in effetti indica che in realtà molte persone tra quelle più povere delle aree rurali dei paesi disagiati hanno del denaro che potrebbero risparmiare, almeno in qualche periodo dell’anno, ma non sanno come fare e non sanno a chi rivolgersi. Tali ricerche sottolineano anche come incoraggiando il risparmio, per quanto ridotto esso possa essere, diventa più probabile che le persone investano di più nell’educazione, che aumenti il livello dei loro redditi, che si riduca infine la loro vulnerabilità alle malattie e ad altri eventi imprevisti. L’organizzazione della raccolta del denaro si fa prevalentemente con degli agenti, utilizzando in particolare delle banche mobili e con un uso estensivo dei telefoni cellulari.
La seconda notizia riguarda direttamente lo stesso Bill Gates. Egli ha dichiarato di recente la sua preoccupazione per il fatto che le grandi somme in più promesse di recente al summit di Copenaghen dai paesi ricchi a quelli poveri per combattere il cambiamento climatico - circa 100 miliardi di dollari - possano essere sottratte, almeno in parte, dagli stessi paesi sviluppati, dagli stanziamenti dei fondi previsti inizialmente per il settore sanitario.
Egli teme, in particolare, che il verificarsi di tale eventualità potrebbe portare alla morte di centinaia di migliaia di bambini in più, privati dell’assistenza medica. Egli poi dimostra come tale azione risulterebbe alla fine in danni maggiori allo stesso ambiente. Bill Gates sottolinea inoltre come la spese per la sanità e l’agricoltura siano alla fine i soldi meglio spesi nei paesi poveri. ( Fonte: www.finansol.it)
E' durato circa un'ora ieri pomeriggio l'incontro alla Casa Bianca tra il presidente della Camera Gianfranco Fini e il vice presidente degli Stati Uniti Joe Biden. E' il primo appuntamento della visita ufficiale del presidente Fini negli Stati Uniti.
"Il vice presidente degli Stati Uniti Joe Biden ha molto apprezzato quello che ha detto oggi Berlusconi in Israele nei confronti di Teheran" - ha dichiarato Fini dopo l'incontro - "In particolare - ha aggiunto - mi riferisco al fatto che qui a Washington non è sfuggito quanto ha ribadito il premier Berlusconi e cioé che non possono essere gli interessi di una grande impresa a dettare la linea politica di un paese nei confronti dell'Iran. Come ha detto l'amministratore delegato dell'Eni, Paolo Scaroni, qui a Washington, gli impegni assunti con Teheran sono stati presi nel passato, ma ora è già stata invertita la rotta".
Dal vice presidente Biden, come in altre occasioni era stato sottolineato anche dal segretario di Stato Hillary Clinton, è venuta una valutazione molto positiva sull'impegno che l'Italia sta garantendo a livello internazionale e in particolare il ruolo dei nostri soldati in Afghanistan.
"Il vice presidente Joe Biden - ha detto ancora Fini - ha avuto parole di grande apprezzamento nei confronti del lavoro dei nostri carabinieri. Biden ha riconosciuto la loro grande capacità di addestrare le forze di polizia di altri paesi, dicendo che sono i migliori al mondo, basti pensare alla loro opera nei Balcani".
Successivamente il presidente Fini ha avuto un incontro presso la Biblioteca del Congresso con la speaker Nancy Pelosi che ha ricevuto in dono un prezioso volume. Successivamente c'è stata la cena di gala nella residenza dell'ambasciatore italiano Giulio Terzi, alla presenza del giudice della Corte Suprema, Samuel Alito, l'italo-americano nominato da George W. Bush che durante il discorso sullo Stato dell'Unione non ha nascosto l'irritazione quando il presidente Barack Obama ha attaccato la Corte Suprema per aver abolito ogni restrizione ai finanziamenti elettorali da parte di aziende e gruppi privati.
Con questi due importanti appuntamenti ha preso quindi il via la missione di Gianfranco Fini negli Stati Uniti che oggi entrerà nel vivo con un faccia a faccia tra il presidente della Camera e la speaker della Camera dei Rappresentanti nell'ufficio di presidenza di Capitol Hill.
Il filo del dialogo si riannoda undici mesi dopo il primo incontro a Montecitorio. In quell'occasione Fini regalò alla Pelosi una foto d'epoca di Montenerodomo e l'atto di nascita dei suoi nonni, originari della cittadina abruzzese, suscitando un attimo di commozione nell'esponente democratica. Ma la storia di questa immigrata di successo, divenuta un'esempio di integrazione negli Stati Uniti, approdò in primo piano a conclusione del meeting tra i presidenti dei Parlamenti del G-8 a l'Aquila nel settembre scorso.
"Nancy Pelosi è una donna così autorevole nella politica statunitense e mondiale - dichiarò Fini - l'unica in questa sede con alle spalle una storia di emigrazione. Alla luce anche del dibattito politico in corso in Italia ritengo che questa circostanza vada sottolineata".
I temi caldi dell'agenda diplomatica - dialogo transatlantico, Medio Oriente, battaglia sul clima - saranno invece al centro dell'incontro di questa mattina con il presidente della commissione Esteri del Senato, John Kerry. Al termine, il presidente della Camera vedrà parlamentari italo-americani sia di maggioranza sia dell'opposizione repubblicana.
Poi si trasferirà a New York dove nel pomeriggio vedrà il segretario generale dell'Onu, Ban Ki Moon, al Palazzo di Vetro. A concludere la trasferta americana sarà la cena al Grand Hotel Hyatt, a cui parteciperanno gli esponenti più in vista della comunità italo-americana.
Per Gianfranco Fini si tratta di un'opportunità importante per dare nuova linfa al suo ruolo istituzionale che i media americani seguono con un certo interesse.
Di recente l'autorevole rivista "The Nation" ha dedicato al presidente della Camera un lungo articolo in cui lo descrive come "il leader più lungimirante, responsabile e democratico" della destra italiana. ( Fonte: americaoggi.info)
MERCATO USA Wall Street si prende una pausa, delude Ism servizi
Seduta in altalena ieri a Wall Street che ha evidenziato una certa indecisione da parte degli operatori. Ad alimentarla sono stati in dati macroeconomici in chiaroscuro diffusi nel corso della giornata: se infatti da un lato sono giunte indicazioni incoraggianti dal mercato del lavoro (secondo la stima di Adp a gennaio sono stati persi 22.000 posti di lavoro nel settore privato rispetto agli 84.000 del mese precedente, meno dei 30.000 previsti dagli analisti), ha deluso l'aggiornamento sul settore dei servizi che ha visto l'indice Ism attestarsi nello stesso periodo a 50,5 punti, oltre i 49,8 di dicembre ma comunque sotto il consenus, fissato a 51 punti. Inizialmente sotto pressione, i listini hanno tuttavia ripreso quota nella seconda parte della seduta, terminando però le contrattazioni sotto la parità: solo il Nasdaq Composite è riuscito a chiudere con un frazionale rialzo dello 0,04%. Il Dow Jones e l'S&P 500 hanno ceduto rispettivamente lo 0,26% e lo 0,55%.
Seduta in altalena ieri a Wall Street che ha evidenziato una certa indecisione da parte degli operatori. Ad alimentarla sono stati in dati macroeconomici in chiaroscuro diffusi nel corso della giornata: se infatti da un lato sono giunte indicazioni incoraggianti dal mercato del lavoro (secondo la stima di Adp a gennaio sono stati persi 22.000 posti di lavoro nel settore privato rispetto agli 84.000 del mese precedente, meno dei 30.000 previsti dagli analisti), ha deluso l'aggiornamento sul settore dei servizi che ha visto l'indice Ism attestarsi nello stesso periodo a 50,5 punti, oltre i 49,8 di dicembre ma comunque sotto il consenus, fissato a 51 punti. Inizialmente sotto pressione, i listini hanno tuttavia ripreso quota nella seconda parte della seduta, terminando però le contrattazioni sotto la parità: solo il Nasdaq Composite è riuscito a chiudere con un frazionale rialzo dello 0,04%. Il Dow Jones e l'S&P 500 hanno ceduto rispettivamente lo 0,26% e lo 0,55%.
Ben intonato Walt Disney, in progresso del 2,57%. Bene anche McDonald's (+1,84%) dopo che il titolo è stato inserito nella Convinction buy list da Goldman Sachs che ha ritoccato verso l'alto il target price da 73 a 75 dollari, e wal Mart (+1,46%), sostenuto dalla promozione operata da Stifel Nicolaus, secondo cui analisti il titolo è da comprare (la raccomandazione è passata a 'buy' dalla precedente 'hold') con prezzo obiettivo a 62 dollari.
In rialzo 3M (+1,33%) ma hanno chiuso in territorio positivo anche Microsoft (+0,60%) e Cisco Systems (+0,22%), quest'ultimo in attesa dei risultati trimestrali che sono stati diffusi dopo la chiusura. Sul fondo Pfizer (-2,31%), penalizzato dal deludente outlook per l'anno in corso, nel quale l'utile per azione sarà compreso tra i 2,10 e i 2,20 dollari, a fronte di attese per 2,27 dollari. Il gruppo ha chiuso l'ultimo trimestre con utili in aumento del 188% a 767 milioni di dollari. Il risultato per azione, al netto di alcune voci straordinarie, si è attestato a 49 centesimi, poco sotto i 50 centesimi del consensus mentre le vendite sono risultate migliori delle attese, evidenziando un incremento del 34% a 16,5 miliardi di dollari. Il titolo ha trascinato al ribasso anche Merck, che ha ceduto il 2,07%. In discesa inoltre Home Depot (-1,93%) così come Verizon (-1,82%). Tra i titoli tecnologici sugli scudi Baidu.com (+5,54%), sostenuto dall'ottimismo di Goldman Sachs che ha portato il prezzo obiettivo da 500 a 550 dollari. In rialzo anche Research in Motion (+3,40%), Motorola (2,14%) e Yahoo (+1,91%), così come il rivale Google, che ha guadagnato l'1,83%. Vendite invece su Palm (-3,54%), Applied Materials (-1,84%) e Xerox che ha lasciato sul terreno l'1,53%.
Borsa giapponese negativa questa mattina, dopo due sedute di rialzi. Il Nikkei ha ceduto lo 0,46% a quota 10355,98 mentre il Topix si e' attestato a 911,09 punti facendo segnare un ribasso leggermente piu' ampio (-0,5%). La flessione dei prezzi delle materie prime ed il pessimo andamento di titoli come Toyota e Mitsubishi UFJ Financial hanno pesato sull'andamento di tutto il listino. Toyota ha perso circa 3 punti percentuali dopo le indiscrezioni secondo le quali la casa automobilistica nipponica potrebbe far rientrare un numero di vetture maggiore, rispetto a quello inizialmente ipotizzato, per risolvere il problema al pedale dell'acceleratore. Una situazione che potrebbe portare vantaggi ai competitor e soprattutto a Honda, marchio a cui potrebbero orientarsi molti dei potenziali acquirenti che decidono di cambiare modello dopo i recenti problemi di Toyota.
Honda Motor ha chiuso le contrattazioni odierne in crescita di oltre 2 punti percentuali. Mitsubisi UFJ Financial (-2,5%), principale banca giapponese, ha invece chiuso negativa dopo aver comunicato un peggioramento della situazione dei prestiti a rischio. In scia a questa notizia hanno ceduto terreno anche Sumitomo Mitsui Financial e Mizuho Financial. In controtendenza invece si sono distinti tra gli altri Unitika, Nitto Boseki, Konami Group e Fuji Electric. Per quanto riguarda le altre principali borse asiatiche, segni negativi a Hong Kong (-1,8%) e Singapore (-0,8%), Seul ha chiuso poco oltre la parita' (+0,09%) mentre anche Shanghai arretra dello 0,3%.
MERCATI EUROPEI Borse europee in flessione questa mattina
Il Dax cede lo 0,16% ed il Cac 40 arretra dello 0,26% mentre a Madrid l'Ibex fa registrare un ribasso molto piu' ampio superiore al punto percentuale. Segno negativo anche a Londra dove il Ftse 100 lascia sul campo lo 0,3% circa. Prevalgono ovviamente i segni negativi tra le singole Blue Chip, limitati comunque a poco piu' del punto percentuale come nel caso delle tedesche Siemens, Basf e Thyssenkrupp o della francese Vallourec. Sulla piazza spagnola invece le perdite sono piu' consistenti con molti titoli sotto del 2% tra i quali Ferrovial, Iberia, BBVA, Banco Popular e Banco Santander. In controtendenza invece Alcatel-Lucent, Deutsche Borse e Sap.
APERTURA MERCATO ITALIANO Borsa italiana in rosso
Il Ftse Mib perde lo 0,5%, il Ftse Italia All-Share lo 0,4%, il Ftse Italia Mid Cap lo 0,2% e il Ftse Italia Star lo 0,1%. Listini europei incerti dopo i primi scambi. Ieri sera a New York l'S&P 500 ha perso lo 0,55%, il Nasdaq ha invece chiuso a +0,04%. I future sugli indici USA al momento sono in calo dello 0,3%. Segni negativi per i mercati azionari asiatici. A Tokyo il Nikkei 225 ha terminato a -0,46%, a Hong Kong l'Hang Seng ha fatto segnare -1,84%.
Forte calo per Prysmian (-4,4%), penalizzata da voci di mercato relative al collocamento di 17,8 milioni di azioni a 12,75 euro, prezzo che si confronta con la chiusura di ieri a 13,67. Debole Eni (-0,8%) su indiscrezioni in base alle quali il governo dell'Uganda avrebbe deciso di appoggiare Tullow Oil (e non la societa' italiana come era sembrato in un primo momento) nella disputa sulla vendita di due importanti giacimenti da parte di Heritage Oil.
Positiva in avvio Buzzi Unicem +1,3%). Il titolo trae vantaggio dalla decisione di Nomura di migliorare la raccomandazione da neutral a buy. Telecom Italia (+1,3%) torna a guadagnare terreno dopo la correzione di ieri. Oggi e' in programma l'incontro tra l'a.d. Franco Bernabe' e il ministro Scajola. Tra i molti appuntamenti macroeconomici della giornata segnaliamo alle 12:00 gli ordini all'industria in Germania, alle 13:00 la decisione sui tassi della BoE, alle 13:45 la decisione sui tassi della BCE, alle 14:30 la conferenza stampa di Trichet (BCE) e negli USA costo del lavoro, produttivita' e richieste settimanali di sussidi di disoccupazione, alle 16:00 gli ordini all'industria.
DATI MACRO ATTESI 11:00 GB Prezzi abitazioni Halifax gen;
12:00 GER Ordini all'industria dic; 13:00 GB Decisione tassi BoE; 13:45 EUR Decisione tassi BCE; 14:30 USA Conferenza stampa Trichet (BCE); 14:30 USA Costo del lavoro T4; 14:30 USA Produttività T4; 14:30 USA Richieste settimanali sussidi di disoccupazione; 16:00 USA Ordini all'industria dic.
HEADLINES
Eni aprirà il dossier gasdotti Il prossimo 11 febbraio il CdA dell'Eni potrebbe discutere insieme ai dati preconsuntivi anche il tema della cessione dei gasdotti. Secondo quanto riporta MF il dossier Tag e Tenp-Transitgas potrebbe essere aggiunto all'ordine del giorno della riunione. Questi ultimi rappresentano due asset di cui Eni punterebbe a disfarsi per non incorrere in una sanzione da 1,5 miliardi di euro da parte dell'Ue.
Alcoa, il Governo punta i piedi Il Ministro dello Sviluppo economico, Claudio Scajola, ha chiesto al gigante dell'alluminio, Alcoa, di astenersi dal chiudere sabato prossimo gli impianti veneziani e sardi di Fusina e Portovesme. Il Ministro della Pubblica amministrazione, Renato Brunetta, ha dichiarato che Alcoa deve pagare 300 milioni di euro allo Stato italiano come previsto da una fideiussione prestata dal gruppo. Il gruppo aveva in fatti garantito in passato che, nel caso l'Ue avesse contestato gli sconti sull'Energia concessi dal Governo, avrebbe pagato la cifra di 300 milioni. Tale cifra sarebbe esigibile in ogni momento dallo Stato italiano su mandato dell’Ue.
Italcementi esamina l'andamento delle vendite Italcementi ha reso noto in un comunicato che il proprio CdA ha preso in esame i dati relativi all’andamento delle vendite del Gruppo nel 2009. Nello scorso esercizio, fortemente penalizzato dal difficile contesto economico mondiale, il Gruppo Italcementi ha registrato una generale flessione dei volumi venduti in tutti i settori di attività, con una dinamica più contenuta nel corso del quarto trimestre. Nell’intero esercizio 2009 le vendite di cemento e clinker sono state pari a 55,7 milioni di tonnellate (-11,1% a perimetro storico), quelle di inerti a 39,1 milioni di tonnellate (-17,8%) e quelle di calcestruzzo hanno totalizzato 11,2 milioni di metri cubi (-19,2%). Per quanto riguarda le vendite di cemento, a fronte di una riduzione dei volumi più accentuata nei Paesi industrializzati, Egitto e Cina hanno segnato un significativo incremento mentre il Marocco ha confermato i buoni livelli dell’anno precedente.
Buzzi Unicem guida i rialzi del FTSE Mib grazie a Nomura Dopo 15 minuti di contrattazioni a Milano Buzzi Unicem evidenzia un rialzo del 2,75%, salendo a 11,19 euro. Gli analisti di Nomura hanno deciso di alzare la raccomandazione sulla societa' italiana da "neutral" a "buy", incrementando il target price da 11,5 a 14 euro.
Ottima performance per Autogrill Forti acquisti su Autogrill che evidenzia un incremento dell'1,80% a 9,15 euro. Gli analisti della banca statunitense Bank of America Merrill Lynch hanno alzato il prezzo obiettivo da 9,5 a 11 euro.
Enel avanza di un punto percentuale Buona performance registrata da Enel che guadagna l'1%, salendo a 3,955 euro. Gli esperti di JPMorgan hanno incrementato la raccomandazione sull'impresa italiana da "neutral" a "overweight". ( Fonte: it.advfn.com)
Dopo le stime quasi apocalittiche di dicembre sulle ripercussioni dello scudo fiscale italiano sulla piazza finanziaria ticinese, la musica sta cambiando. I capitali scudati realmente rimpatriati dal Ticino in Italia sarebbero nettamente inferiori al previsto. C'è dunque stata una tempesta in un bicchier d'acqua?
Ormai da mesi lo scudo fiscale italiano è al centro dei dibattiti in Ticino per i suoi effetti sulla piazza finanziaria locale, la terza del paese dopo Zurigo e Ginevra. In dicembre l’Italia ha prolungato fino ad aprile lo scudo - iniziato in settembre -, aumentando però l’aliquota penale in due tappe, portandola dal 5 fino al 7%.
Il governo ticinese ha ripetutamente dipinto a tinte molto fosche le ripercussioni dello scudo. Anche l’Associazione bancaria ticinese (ABT) non è stata clemente. Oltre che di perdite patrimoniali miliardarie, si è parlato persino della scomparsa di un migliaio di posti di lavoro negli istituti bancari ticinesi nei prossimi anni.
Le preoccupazioni economiche hanno agitato le acque anche in campo politico. La sezione cantonale del Partito popolare democratico (PPD) in novembre ha chiesto alla Confederazione 50 milioni di franchi per salvare il Ticino dalle disastrose conseguenze dello scudo fiscale. Una delegazione del governo cantonale si è incontrata con il ministro svizzero delle finanze Hans Rudolf Merz. Quest'ultimo ha designato il ticinese Renzo Respini, ex membro dell'esecutivo cantonale ed ex senatore, come consulente politico per le questioni fiscali con l'Italia.
Fuggi fuggi bancario da Lugano L'andamento negativo della piazza ticinese nell'ambito della gestione patrimoniale sembrava confermato dalla chiusura a Lugano, alla fine del 2009, di alcune filiali di banche private. In poco tempo hanno abbandonato la capitale economica ticinese le filiali della lussemburghese Sal. Oppenheim, dell'italiana Ras Private Bank (Suisse), della belga-olandese Fortis, della ginevrina Anker Bank e della zurighese IHAG.
A queste partenze si è aggiunto il fallimento della Aston Bank di Lugano, fondata nel 1994. La società era dapprima attiva come fiduciaria e nel settore immobiliare. Poi, nel 2007 aveva ottenuto una licenza bancaria. In novembre, la Aston Bank era finita nel mirino della magistratura per presunte operazioni irregolari con le quali sarebbe stato scavato un buco attorno ai 20 milioni di franchi.
Nel cantone sudalpino, tuttavia, nel 2009, c'è stato anche chi si è allargato. La Wegelin & Co. ha aperto una succursale a Chiasso. Così, la banca privata è presente, oltre che a Lugano e a Locarno, anche al confine meridionale del Ticino.
Successi da tutte le parti I timori di un'emorragia di capitali della piazza ticinese sono peraltro stati rafforzati dal bilancio dello stesso Giulio Tremonti: il ministro italiano dell'economia e delle finanze alla fine di dicembre ha dichiarato che lo scudo fiscale è stato un successo straordinario.
Gli italiani avrebbero rimpatriato 95 miliardi di euro. Per il 98% si tratterebbe di rimpatri fisici. Giornali italiani, come per esempio il quotidiano economico "Il Sole 24ORE", hanno scritto che l'80% dei rientri proveniva dalla Svizzera, soprattutto dal Ticino.
Rimpatri solo virtuali? Queste cifre sono in contrasto con le dichiarazione di Alfredo Gysi, Ceo della BSI (Gruppo Generali) e presidente dell'Associazione delle banche estere in Svizzera.
In un’intervista pubblicata recentemente dal periodico svizzero tedesco "Finanz und Wirtschaft", Gysi ha dichiarato che "molti clienti della BSI hanno fatto capo al rimpatrio giuridico e continuano a far amministrare in Svizzera i loro patrimoni assoggettati al fisco attraverso società fiduciarie italiane". Più della metà dei soldi scudati sarebbe rimasta sui conti presso la BSI. E, grazie alla ripresa della borsa, il patrimonio gestito dalla banca con sede a Lugano, nel 2009 non avrebbe subito mutamenti, nonostante la perdita di qualche cliente.
Guerra delle cifre Secondo Gysi, le ripercussioni dello scudo ter sulle banche svizzere sono inferiori a quelle delle due amnistie fiscali italiane precedenti, nel 2001 e nel 2003. Le prime due erano coincise con un calo delle borse, mentre quella del 2009 è giunta in un momento di rialzo dei mercati finanziari che ha attutito gli effetti negativi dello scudo.
Ma non solo. Le banche ticinesi hanno "il vantaggio e la sfida di gestire i patrimoni correttamente dichiarati con prodotti e servizi competitivi", osserva Alfredo Gysi.
Dal canto loro, i grandi istituti nel frattempo hanno diversificato geograficamente le loro attività. Perciò l'amnistia fiscale italiana pesa meno rispetto al passato. Stando a stime della Morgan Stanley, grandi banche elvetiche con filiali in Italia (UBS, Credit Suisse e Julius Baer), avrebbero rimpatriato tra il 60 e il 65% dei capitali scudati dei loro clienti italiani.
Insomma, sembra di assistere ad una guerra di cifre. Franco Citterio, direttore dell'Associazione bancaria ticinese (ABT), conferma a swissinfo.ch: "Mi sembra che nessuno voglia veramente scoprire le carte".
Primo responso in febbraio "Credo che alla fine la verità stia probabilmente a metà", prosegue Citterio. L’ABT comunque sta indagando fra i suoi associati, per capire la reale portata dello scudo fiscale italiano. I risultati dello studio sono attesi per inizio febbraio.
"È una situazione ambigua", ci dice pure il sindaco di Lugano Giorgio Giudici. La città teme le ripercussioni dell'andamento delle banche per il fisco cittadino. In un incontro con le banche previsto fra due settimane la città vuole vederci più chiaro.
Autore: Gerhard Lob, Lugano, swissinfo.ch
Per saperne di più
La piazza La piazza finanziaria ticinese – la terza della Svizzera dopo Zurigo e Ginevra – conta una settantina di banche e istituti di credito. Nei rami bancario e fiduciario complessivamente lavorano circa 15'000 persone. Si stima che in Ticino siano amministrati 400 miliardi di franchi.
Il settore, che crea circa il 17% del prodotto interno lordo (Pil) cantonale, ha avuto una crescita costante dagli anni 1950/1960 approfittando di tanti capitali portati dagli italiani e amministrati in modo occulto (off-shore-banking).
Proposta "Rubik" Visto che oggi il segreto bancario viene equiparato all'evasione e alla frode, si va verso una penalizzazione dei clienti e del banchiere che difende il segreto bancario. Alfredo Gysi, presidente della BSI, per questo motivo ha proposta la soluzione "Rubik". Si vuole preservare la protezione della sfera privata del cliente, restando al contempo in regola con le norme fiscali, tramite il pagamento di un'imposta ai paesi di provenienza dei capitali amministrati.
La Svizzera rinuncerebbe al 25% che oggi trattiene per sé, per riversarlo agli Stati esteri interessati. In cambio, l'imposta sarebbe liberatoria da ogni altra pretesa e il cliente conserverebbe l'anonimato. Invece di essere "paradiso fiscale", la Svizzera diventerebbe il "paradiso della privacy".
Alfredo Gysi, secondo indiscrezioni, avrebbe dovuto avere un colloquio con il ministro italiano Giulio Tremonti, a Roma, per parlare di questa proposta. Ma l’incontro non c'è stato, ha detto Tremonti ad un giornalista della Radiotelevisione svizzera di lingua italiana RSI a Bruxelles.
Il Pd schiera tutti i suoi uomini nella battaglia alla Camera contro la legge sul legittimo impedimento. Ma, per ora, il risultato politico di questa vicenda sembra essere un notevole raffreddamento nei rapporti con l'Udc; e, quindi, un ulteriore intralcio alla politica di allargamento delle alleanze al centro, perseguita da Pierluigi Bersani.
Nella guerra di posizione che si è aperta alla Camera, l'Udc ha infatti scelto una collocazione che, alla prova dei fatti, è molto più vicina alla maggioranza che al Pd e, a maggior ragione, all'Idv (a cominciare dal voto contrario sulle pregiudiziali presentate dagli altri due partiti di opposizione).
Così, mentre i pezzi grossi dei democratici (D'Alema, Fassino, Enrico Letta, Rosi Bindi, oltre al capogruppo Franceschini) intervenivano in aula per esprimere il rifiuto di questa "leggina", è stato lo stesso Pierferdinando Casini ad alzarsi per confermare che il suo partito ritiene necessario "prendere il toro per le corna". Ossia, trovare una soluzione che permetta a Silvio Berlusconi di gestire la doppia posizione di presidente del Consiglio ed imputato. La logica che il Pd rifiuta, Casini la accetta e la fa propria, sia pure come "male minore", e rivendicando alla propria posizione di essere una prova di "senso dello Stato".
Le parole e le scelte di Casini danno fiato a chi, nel Pd, non crede alla prospettiva dell'alleanza al centro; e vengono rovesciate da Massimo D'Alema, quando prevede che, anziché risolvere una volta per tutte il problema, come dice Casini, leggi come queste sono destinate a fare la fine dei vari "lodi", imposti dalla maggioranza in parlamento ma bocciati dalla Corte costituzionale.
Col risultato, prevede D'Alema, che fra un anno e mezzo il parlamento sarà ancora alle prese con lo stesso problema, e teatro dello stesso scontro che si ripete ossessivamente da anni senza che i problemi strutturali della giustizia in Italia siano stati anche solo intaccati. Per Bersani, la prima campagna elettorale da segretario in carica si presenta così all'insegna di un problema di difficile soluzione: come condurre un'opposizione senza sconti al governo Berlusconi ed ai suoi provvedimenti sulla giustizia (considerati leggine e salvacondotti), e, contemporaneamente, costruire agganci con l'Udc, che resta un elemento essenziale al progetto di un'alleanza che recuperi la capacità di essere maggioritaria ma che, su questo terreno si trova, di fatto, molto vicino al Pdl (come non manca di sottolineare, con una certa soddisfazione, Fabrizio Cicchitto).
Di fronte a questo difficile rompicapo, Bersani sceglie di seguire la tattica che gli è più congeniale, ossia il pragmatismo del passo dopo passo. Se è vero che con l'Udc emergono forti differenze nei rapporti col governo Berlusconi, afferma il segretario, questo non vuol dire che, come affermano ad esempio Giovanna Melandri ed Antonello Soro, sia meglio rinunciare a guardare al centro. Perché Pd e Udc partono da posizioni diverse, e questa non è una novità dell'ultima ora: ma oggi sono meno lontani di cinque anni fa. Allora, alle precedenti regiornali, ricorda Bersani, l'Udc era alleata alla destra in tutte le regioni; oggi lo è solo in alcune, ed in altre sta col centrosinistra.
Come dire che c'è, da parte dei centristi, un movimento magari lento, ma che non sarebbe giusto sottovalutare. Anche perché il disegno politico della segreteria del Pd ha una scadenza più lunga rispetto alle regionali di marzo, e guarda alle prossime elezioni politiche. Che, salvo implosioni della maggioranza, sono fissate al 2013.
In questo clima di scontro (e mentre Massimo Ciancimino a Palermo rilascia dichiarazioni tutte da verificare, ma estremamente delicate per Berlusconi), l'annuncio che un senatore della maggioranza, Giuseppe Valentino, ha presentato una proposta di legge sui pentiti stava per far scoppiare un altro incendio; l'intervento immediato del ministro della giustizia, Angelino Alfano, che ha negato qualsiasi coinvolgimento del governo nell'iniziativa ed ha espresso la propria contrarietà, è servita almeno ad evitare di far aumentare a dismisura la materia del contendere. Almeno per ora. ( Fonte: americaoggi.info)
Aumenti di un certo rilievo dei pedaggi delle autostrade Torino-Milano e Torino-Savona nel biennio 2009-2010. Le ragioni restano misteriose perché convenzioni e piani finanziari sono secretati. Dai bilanci delle due società si può però dedurre che remunerano investimenti ultimati con enormi ritardi, sulla scorta dei quali erano già state prorogate le concessioni. Più in generale, in Italia le concessionarie corrono ben pochi rischi: gli investimenti sono infatti approvati dall'Anas che ne garantisce la redditività con aumenti di tariffa preconcordati.
L’entità degli incrementi di tariffa ottenuti da due società del gruppo Gavio,19,5 per cento nel 2009 e 12,6 per cento nel 2010 per la Torino-Milano e 12,6 per cento e 9,5 per cento per la Torino –Savona, hanno suscitato generale stupore. La giustificazione degli aumenti resta un mistero perché sia le convenzioni che i piani finanziari sono “secretati”.
IPOTESI SULL’AUMENTO
L’Anas aveva concordato nel 2007 nuove convenzioni con le due società, testi che il Cipe non aveva però approvato anche a causa di numerosi rilievi mossi dal Nars. Poi queste ed altre convenzioni furono approvate per legge (101/2008), esautorando Cipe e Nars. Ma nemmeno i parlamentari hanno accesso a questi testi, che pure hanno approvato per legge.
Possiamo però fare alcune osservazioni a proposito di questo mistero. Dai bilanci delle società apprendiamo che gli incrementi tariffari sono dovuti in parte alla X, che dovrebbe remunerare investimenti pregressi e assicurare l’equilibrio economico-finanziario, e in parte alla K, che dovrebbe remunerare gli investimenti effettuati nell’anno precedente. (1)
Dalla relazione presentata al Parlamento a fine 2009 dall’ispettorato dell’Anas sembra di capire che l’incremento concesso con la X sia dovuto al “riequilibrio” del piano economico richiesto dalla Satap, che gestisce le due autostrade. Invero sfugge la logica e la necessità di un tale “riequilibrio” visto che queste due società avevano un Mol elevato, oltre il 60 per cento del fatturato, e consistenti utili in rapporto al capitale. Sorge il dubbio che la “necessità” del “riequilibrio” nasca dalle forti rivalutazioni del ramo d’azienda “autostrada” operate da Satap in base alla legge 342/2000 (che consentiva di assoggettare la plusvalenza a imposta sostitutiva con aliquota al 19 per cento. Proprio queste rivalutazioni erano state contestate dal Nars. Non sarà per caso che le rivalutazioni siano state riconosciute dall’Anas come maggior capitale investito, da remunerare e poi anche rimborsare a scadenza della concessione?
Quanto agli incrementi tariffari dovuti alla K, nella già citata relazione dell’ispettorato si legge che la Torino-Milano ha ultimato nel 2008 investimenti per 414 milioni, cifra indubbiamente elevata in rapporto anche al fatturato. Si apprende però anche che nei precedenti sette anni gli investimenti ultimati erano stati appena 95 milioni. Se torniamo allora alla storia, dobbiamo ricordare che la Torino-Milano aveva ottenuto, nel 1999, una proroga della concessione dal 2014 al 2026 essenzialmente per finanziare un programma di investimenti di 670 miliardi di lire (dal contenuto non chiaramente definito). C’è da chiedersi: questi investimenti, ultimati con quasi un decennio di ritardo, vengono oggi remunerati una seconda volta con fortissimi incrementi di tariffa, che genereranno ricavi addizionali sino al 2026?
La Torino-Piacenza ha ultimato investimenti per 98 milioni nel 2008, ma nei precedenti sette anni ne aveva effettuati solo per 100 milioni. Anche questa società aveva ottenuto una proroga della concessione dal 2005 al 2017 a fronte di un programma di investimenti addirittura di 1.460 miliardi. (2)
CONCESSIONARIE SENZA RISCHI
Resta infine una domanda, che vale anche per le altre concessionarie. I loro investimenti consistono essenzialmente in nuove corsie per adeguare la rete allo sviluppo del traffico, più efficienti sistemi di esazione o interventi per la sicurezza (che consentono poi incrementi di tariffa per il parametro Q), cioè tutti interventi che vanno a loro vantaggio. Ci si dovrebbe dunque attendere che siano le concessionarie stesse a valutarne la convenienza e a sostenerne i costi, specie se la durata della concessione è ancora lunga, senza pretendere anche ulteriori incrementi tariffari. Se questi investimenti non si ripagano nell’arco di venti o trenta anni, perché farli?
In altri paesi (Francia, Spagna) non sono previsti incrementi di tariffa per finanziare investimenti in nuove corsie: la scelta di convenienza viene lasciata alla concessionaria. In Italia invece gli investimenti sono proposti dalle concessionarie ma “assentiti” dall’Anas che ne garantisce la redditività con aumenti di tariffa preconcordati. Di conseguenza, non solo si elimina qualsiasi rischio per la concessionaria, ma se ne incrementa pure il profitto per la sistematica sottovalutazione dei loro effetti sull’evoluzione del traffico e dei costi operativi, e per il fatto che i piani finanziari sono redatti a prezzi costanti mentre poi le tariffe sono indicizzate ai prezzi.
(1) Le tariffe autostradali vengono incrementate annualmente in base alla seguente “formula” (delibera Cipe 319/1996): DT£DP – X +bDQ, doveDP è l’inflazione programmata, DQ un indicatore di qualità e X un parametro determinato considerando, per ogni impresa, la variazione attesa della produttività, della domanda e degli investimenti, oltre alla congrua remunerazione del capitale investito. La direttiva Cipe 1/2007 ha poi introdotto un nuovo parametro K specificamente per la remunerazione degli investimenti effettuati nell’anno precedente (vedasi il mio libro «I Signori delle autostrade», Il Mulino 2008, pp 39-68) (2) Si vedano le pagine 58-62 del mio libro “I Signori delle autostrade”, il Mulino, 2008. ( Fonte: www.lavoce.info)
Barack Obama ha già le mani legate e così il suo successore, anche in caso di secondo mandato del presidente: per il New York Times il decennio in 'profondo rosso' prospettato nel budget 2011 dalla Casa Bianca significa che "in assenza di una ripresa miracolosa o di miracolosi compromessi politici, non c'é spazio per nuove iniziative di politica interna" di qui al 2020 per lui e per chì verrà dopo di lui. Obama ieri è tornato 'on the road': dopo la Florida la scorsa settimana, il presidente ha illustrato all'uomo della strada di Nashua, New Hampshire, la proposta populista più forte della sua manovra economica: i 30 miliardi di dollari 'girati' dal fondo Tarp per il salvataggio delle banche in prestiti per favorire le piccole e medie imprese.
Non è facile per il presidente difendere il deficit da 1.600 miliardi di dollari, il più vasto nella storia degli Usa, ma la vera sfida dell'oggi è 'vendere' le proposte del budget 2011: "Partiamo dalle piccole imprese, quelle che nascono in una cantina o in un garage o quando un lavoratore decide che è il tempo di diventare padrone di se stesso: è lì che nasce la maggior parte dei nuovi posti di lavoro", ha detto Obama che nel discorso sullo stato dell'Unione aveva messo l'occupazione al centro della sua scommessa per la ripresa dell'America. E' una ripresa cruciale per il futuro della superpotenza Usa sulla sfera internazionale, non solo per le prospettive interne.
"Se non facciamo qualcosa i deficit potrebbero diventare un problema di sicurezza nazionale", ha ammesso il vice-presidente Joe Biden dopo che, nell'impietosa analisi in prima pagina, il New York Times aveva denunciato la possibilità che gli Usa comincino a soffrire della malattia che ha colpito negli anni '90 il Giappone provocando l'erosione dell'influenza internazionale di di quel paese. Nel 2020, in base alle proiezioni, il debito dell'America sarà pari al 77,2 per cento del Pil (sarebbe il 78,7 per cento senza il congelamento delle spese discrezionali proposto da Obama, ha fatto notare l'economista premio Nobel di Princeton Paul Krugman).
Il New York Times si è chiesto, riprendendo una frase cara al capo dei consiglieri economici della Casa Bianca Larry Summers, "quanto a lungo il più grande debitore del mondo può restare la massima superpotenza del mondo?".
E si è risposto che la leadership cinese, i cui emissari hanno posto interrogativi precisi sul budget durante una visita a Washington l'estate scorsa, "non hanno dubbi, quanto meno a lungo termine".
Tensioni con la Cina, il paese a cui appartiene la maggior parte del debito Usa, tra incontro con il Dalai Lama, armi a Taiwan e Google, tensioni con la Ue dopo la marcia indietro sul summit transatlantico, ma anche problemi interni dopo la batosta elettorale in Massachusetts. Sono tanti i nodi al pettine per la Casa Bianca. Oggi, dopo avere votato per posta per le primarie in Illinois, Obama è partito per il New Hampshire, lo stato dove fu battuto nel 2008 da Hillary Clinton e dove tra due inverni ripartirà il circo della corsa alla Casa Bianca: ad accoglierlo, fuori da una fabbrichetta di lampadine Led, un cartello elettorale con lo slogan 'Mitt Romney 2012'. Ma è sulle primarie nello stato di Abrahm Lincoln che si è puntata l'attenzione della Casa Bianca: sono in palio in novembre sia il seggio che per Obama fu trampolino di lancio per la corsa presidenziale sia la poltrona del governatore Rod Blagojevich, dimissionario in uno scandalo per corruzione: l'esito delle due gare, a torto o a ragione, saranno interpretati come un termometro della forza del partito del presidente. ( Fonte: americaoggi.info)
I bonus vengono pagati in azioni? Le clausole non permettono la vendita dei titoli prima di tre anni? Nessun problema: i banchieri hanno pronta una nuova soluzione per aggirare la regola. I manager delle banche d’investimento americane - riferisce eFinancialNews - hanno cominciato ad utilizzare alcuni strumenti finanziari derivati proprio al fine di convertire le azioni in denaro contante.
Si tratta di derivati contrattati nei mercati over-the counter, che consentono una monetizzazione immediata (anche se il ricavato finale risulta inferiore rispetto a quello che i possessori dei titoli potrebbero intascare qualora attendessero i termini previsti).
La notizia costituisce un chiaro esempio di come sia difficile regolare il sistema finanziario globale. L’utilizzo di azioni non immediatamente convertibili in denaro contante per il pagamento dei premi è stata incentivata negli ultimi mesi da molti Paesi. L’obiettivo era principalmente di condizionare le scelte di dirigenti e trader evitando che essi potessero prendersi rischi troppo elevati (in grado di generare pericoli nel medio e lungo termine, e quindi di compromettere il valore dei titoli in loro possesso). Ma ora pare che anche questa norma possa essere aggirata in modo relativamente semplice.
Secondo Gustavo Dolfino, managing director della società di servizi Accretive Solutions, per mettere in pratica il meccanismo è sufficiente farsi pagare in azioni che, pur essendo sottoposte a restrizioni temporali sulla vendita, sono già gravate da diritti di acquisto. Proprio per questa ragione, posso essere trasformate in denaro cash attraverso strumenti derivati.
Non è ancora chiaro quanti siano i dirigenti che hanno sfruttato questo escamotage, «ma - spiega Dolfino - è facilmente ipotizzabile che molti di loro preferiranno monetizzare subito, anche se ad un prezzo inferiore fino al 50%, piuttosto che aspettare tre o cinque anni». ( Fonte: valori.it)
Come previsto, l'apertura dell'anno giudiziario si è svolta fra le polemiche ed è stata caratterizzata dalla protesta dei magistrati, che in diversi casi si sono allontanati nel momento in cui il rappresentante del Governo ha preso la parola. I problemi della giustizia italiana sono molti e ben noti. Possono essere raggruppati in tre categorie: quelli relativi alla funzionalità del sistema (organico, fondi), agli aspetti tecnici e procedurali e, infine, al rapporto spesso conflittuale con la politica.
Il guaio è che oggi ogni intervento, anche se ispirato da motivazioni di carattere e d'interesse generale suscita tensioni, perchè il fatto che il premier sia imputato in alcuni procedimenti giudiziari fa sorgere in settori della magistratura il dubbio che certe riforme di sistema abbiano secondi fini "punitivi". Così, mentre i problemi funzionali e tecnici - i più importanti - restano sullo sfondo, il confronto (ma più spesso lo scontro) si sposta sul piano politico e sul merito dell'azione o dell'intenzione del legislatore.
Prendiamo il caso del "processo breve", appena approvato dal Senato e in discussione alla Camera. È noto che i processi in Italia durano troppo: per recuperare un credito da una disputa commerciale si impiegano in media 1210 giorni contro i 463 della media Ocse. Inoltre, come ha detto il presidente della Corte d'Appello di Roma, "la giustizia civile continua a restare la più malconcia, mortificata da un'enorme mole di arretrato, si trova da anni in uno stato di grave e profonda crisi che sta sfociando in una vera e propria paralisi della relativa attività; il contenzioso civile si estende in modo quasi tumorale perchè c'è un incremento della domanda di giustizia, spesso frutto di uno spirito litigioso schizofrenico e incontrollato, strumentale e dilatorio".
Senza contare che, come ha affermato il presidente della Corte d'appello di Palermo, in uno dei distretti più "caldi" del Paese c'è un vuoto d'organico di ben 125 magistrati. Da un lato, dunque, il proliferare del contenzioso civile e penale, dall'altro la carenza di fondi e personale rendono illusorio - o quantomeno molto difficile - realizzare il processo breve. Dall'altro, è pur vero che le sollecitazioni della Corte di Strasburgo richiedono riforme strutturali per contenere i tempi ma - come ha detto il procuratore generale della Cassazione - bisogna potenziare "adeguatamente risorse umane e materiali dell'apparato giudiziario".
Secondo Carlo Federico Grosso, "sarebbe necessario un progetto complessivo di intervento sui codici civili e penali, sugli organici del personale giudiziario, sulla distribuzione delle sedi giudiziarie, sulla copertura dei posti vacanti. Non un intervento straordinario, ma un ordinario, serio, riassetto globale del sistema legislativo e giudiziario", possibilmente con la collaborazione e la condivisione di tutte le parti in causa, politici e magistrati.
Su tutto, invece, spicca solo il conflitto fra giudici che si sentono "pressati" e politici che si sentono perseguitati. Così si passa da un confronto su problemi reali, vecchi di decenni, a un conflitto che, almeno sul "processo breve", è virtuale: basta ascoltare i "rumors" di Montecitorio per sapere che il ddl sta rallentando per poi insabbiarsi - forse definitamente - in Commissione, facendo posto a quel "legittimo impedimento" che diverrà legge fra poche settimane.
In quanto alla separazione delle carriere - altro motivo di polemica - se ne riparlerà dopo le regionali, ma l'iter sarà lungo e difficile, mentre per la riforma costituzionale dell'immunità parlamentare si dovrà attendere più d'un anno. ( Fonte: americaoggi.info)
La Svizzera tenta da anni di “allettare” le multinazionali. Per farlo utilizza un sistema noto, ovvero quello di offrire livelli di tassazione più bassi rispetto agli altri Paesi.
Ma la crisi ha messo in difficoltà anche la ricca nazione alpina, che così ha visto inaspettatamente aprirsi un fronte interno: una guerra tra i 26 Cantoni, che si contendono i business, ancora una volta a colpi di ribassi dell’imposizione fiscale. Un vero e proprio gioco a chi meglio sa interpretare il ruolo di paradiso fiscale, nonostante le ripetute e feroci critiche piovute, soprattutto nel corso del 2009, dal governo americano e da numerosi esecutivi europei.
Nei decenni scorsi è stato soprattutto il Cantone di Zugo ad aver attratto colossi globali - riferisce il Wall Street Journal -, fin dagli anni 60 quando indusse compagnie come Johnson & Johnson, Burger King Holdings e Siemens a stabilirsi sotto la propria giurisdizione, offrendo condizioni più competitive anche rispetto all’Irlanda. La tassazione federale sui profitti è infatti all‘8,5%, mentre comprendendo anche i tributi locali si arriva al 21,2% (contro il 30% della Germania e il 25,5% dell’Olanda). Il che significa che due terzi dell’imposizione svizzera sono imposti dai Cantoni, che hanno dunque un discreto margine di manovra per farsi concorrenza tra di loro.
Una “guerra interna” che non potrà che far aumentare il numero di aziende che sceglieranno di stabilire i propri quartieri generali nel Paese. Tra il 1998 ed il 2008 la Svizzera ha attratto 180 colossi globali, tra i quali Kraft Foods, Yahoo e Google, che hanno aperto uffici regionali, insieme ad oltre 150 compagnie americane. ( Fonte: valori.it)
Il credito in Francia continua a rimanere “rarefatto”. Per questo sei gruppi industriali hanno annunciato di lavorare alla creazione di una nuova banca, che dovrebbe diventare operativa all’inizio del 2011, e che avrà come unico obiettivo quello di concedere prestiti alle imprese. A rivelarlo è stato Sylvain de Forges, uno dei promotori dell’iniziativa, in un’intervista rilasciata all’agenzia Reuters.
Il nome provvisorio del nuovo istituto è “CFA (Corporate Funding Association) Banque” e si tratterà di una banca cooperativa, per cui chi vorrà accedere ai suoi servizi dovrà diventarne socio. Prima di aprire i battenti, comunque, occorrerà ottenere il via libera del CECEI (Comité des établissements de crédit et des entreprises d'investissement), che dovrà pronunciarsi entro l’autunno del 2010.
«Si tratterà di una banca “monotematica”, dal momento che non non offrirà alcun altro servizio oltre a quello legato al credito alle imprese», ha spiegato de Forges, sottolineando implicitamente quanto grande sia il bisogno di flussi di capitale per il sistema imprenditoriale francese. Anche per questo il manager conta di riuscire a riunire in breve cinquanta imprenditori che contribuiscano alla creazione del nuovo istituto: «Vogliamo organizzare la prima assemblea generale costitutiva all’inizio dell’autunno, per poi essere operativi già nei primi mesi del prossimo anno». ( Fonte: valori.it)
Non si attenua il credit crunch negli Stati Uniti. Ma le prospettive sembrano migliorare. È sceso, infatti, il numero di banche che hanno inasprito gli standard per la concessione di prestiti a consumatori e imprese nell’ultimo trimestre. A spiegarlo è un rapporto della Federal Reserve, che fornisce un ulteriore segnale positivo, dopo i dati relativi al recupero del prodotto interno lordo, previsto in crescita al ritmo più altro degli ultimi sei anni.
In particolare, un 5,5% delle banche monitorate hanno reso meno rigide le condizioni per i prestiti commerciali ed industriali per le medie imprese (con un fatturato minimo di 50 milioni di dollari). Anche i prestiti per le compagnie più grandi sono stati meno difficili da ottenere,, con un 10,9% di istituti di credito che hanno ammorbidito i requisiti.
Nonostante ciò, le banche hanno comunque mantenuto una complessiva contrazione dei prestiti negli ultimi tre mesi del 2009, in particolare per quanto riguarda i mutui (sia residenziali che commerciali). Per questo la banca centrale americana ha deciso, la scorsa settimana, di mantenere ai livelli attuali i tassi di interesse, citando proprio il flusso creditizio tra le motivazioni alla base della scelta. Rispetto al dicembre del 2008, nello stesso mese dello scorso anno i prestiti commerciali ed industriali sono scesi a 1.320 miliardi di dollari contro i precedenti 1.620 miliardi; quelli per l’acquisto di immobili commerciali sono calati da 1.730 a 1.630 miliardi; i mutui residenziali sono passati da 861 a 814 miliardi. ( Fonte: valori.it)
Il rischio di bolle speculative percorre ormai buona parte delle economie asiatiche. Questa mattina la banca centrale dello Sri Lanka ha chiesto alle banche locali di aumentare la quantità di capitali accantonati, per far fronte all’accelerazione dell’inflazione, che ha raggiunto un picco considerato preoccupante.
Un ulteriore segnale - riferisce l’agenzia Bloomberg - della necessità di attuare una exit strategy rispetto agli stimoli fiscali introdotti nel corso della crisi finanziaria globale.
La manovra della banca centrale - ha spiegato il governatore Nivard Cabraal - non è tuttavia, per ora, una regola imposta a tutti gli istituti. Si tratta, piuttosto, di un “suggerimento”.
I prezzi al consumo nella capitale, Colombo, sono cresciuti nel mese di gennaio del 6,5% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Il tasso di inflazione, nei primi 10 mesi del 2008, era salito ad un ritmo superiore al 20%, il che aveva creato problemi valutari e un deterioramento degli investimenti. Le autorità dello Sri Lanka, dunque, temono di dover ripercorrere tale periodo, anche se Cabraal ha spiegato che «la crescita dei prezzi non giunge inaspettata. Secondo le nostre stime l’inflazione continuerà ad aumentare fino ad aprile, ma successivamente dovrebbe stabilizzarsi». ( Fonte: valori.it)