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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Di redazione (del 30/05/2010 @ 23:06:44, in Cinema e Spettacoli, linkato 192 volte)

Giovane ribelle con James Dean, hippie davanti e dietro la macchina da presa nel film simbolo della protesta anni Sessanta Easy Rider: Dennis Hopper, personaggio effervescente, anticonformista e anti-establishment del cinema americano, è morto oggi a Venice in California.

Aveva 74 anni. Hopper è morto per complicazioni del cancro alla prostata di cui era da tempo malato. Con lui, ha detto l'amico Alex Hitz, si erano raccolti i suoi cari.

Adesso si ricorda di lui la lunga carriera, oltre 50 anni di cinema a partire da Gioventù Bruciata (1955) e Il Gigante (1956) con il mentore James Dean, ai personaggi folli di Apocalipse Now di Francis Ford Coppola, Velluto Blu di David Lynch e Speed del 1994 di Jan De Bont con Keanu Reeves e Sandra Bullock.

Ma la fama di Hopper è intrinsecamente legata alla motocicletta e a Easy Rider, il film con Peter Fonda e l'allora sconosciuto Jack Nicholson, che gli è valso una delle due nomination all'Oscar (con Fonda e Terry Southern per la migliore sceneggiatura, l'altra nomination sarebbe arrivata nel 1986 per il dramma strappacuore Hoosiers). Easy Rider è considerato uno dei più grandi film della storia del cinema americano: i suoi protagonisti in Harley Davidson, gli spacciatori Wyatt (Fonda) e Billy (Hopper), popolarizzarono il mito della vita 'sulla strada', il fumo e l'amore libero nelle comuni. Hopper fece da apripista a una nuova era nel cinema in cui la vecchia guardia di Hollywood fu costretta a cedere il passo a una giovane generazione di cineasti come Coppola e Martin Scorsese.

Girato con un budget da fame, Easy Rider segnò l'esordio di Hopper dietro la macchina da presa: introdusse l'America profonda al mondo degli hippie e all'Età dell'Acquario catturando l'immaginazione di un paese in crisi di identità, travagliato dall'opposizione alla guerra nel Vietnam.

Nello stesso anno di Woodstock, Easy Rider divenne uno dei manifesti della controcultura. In seguito, anche a causa di guai personali, Dennis Hopper si era ammorbidito pur restando sempre un personaggio fuori dall'establishment. A marzo gli era stata conferita una stella nella celebre Walk of Fame di Hollywood: l'attore e regista si era presentato all'appuntamento con l'amico di sempre Jack Nicholson pur essendo magrissimo e ormai devastato dalla malattia. ( Fonte: americaoggi.info)

Redazioneonline- Cinema e Spettacoli

 
Di redazione (del 22/05/2010 @ 08:00:00, in Cinema e Spettacoli, linkato 224 volte)

Fonte di ispirazione: “Lo show dei record”, Canale 5.

La presentatrice ha i capelli lunghi, i pantaloni lucidi e una scollatura profonda. La platea esulta quando lei annuncia il nuovo animale da circo:
«Ed ora, carissimi telespettatori, abbiamo l’onore di presentarvi la ragazza più piccola del mondo!»
La telecamera inquadra l’interno di un mobile, le ante sono aperte. Scorre su scansie disseminate di bambole, si ferma sull’ultima. Un ohhhh! stupito si alza dal pubblico quando capisce che non si tratta di una bambola, ma di una ragazzina indiana di quaranta centimetri, vestita di pizzo rosa, con gli occhioni spaventati, una perla in fronte e le manine grandi come un’amarena.

La presentatrice, Paola Pegg, si avvicina con aria materna alla bambolina vivente e la solleva tendendola alla telecamera. «Guardate che carina!» Poi la appoggia sul pavimento. La piccola ha il batticuore, il petto si alza e si abbassa in respiri frenetici.
«Ma questa bellissima gnometta sa fare anche la pallina, ci credereste?»
La ragazza obbedisce e si raggomitola: ora è una pagnotta confusa di capelli scuri e merletto, la Pegg prende qualche passo di rincorsa e le sferza un calcio poderoso. La palla umana rotola verso i sedili della prima fila, fermandosi contro allo stivale di una signorina del pubblico. Qui si schiude e la ragazza più piccola del mondo riprende le sue forme in miniatura. Applausi.

Il notaio, occhiali in viso e cronometro in mano, è così serio che pare di ritorno da esequie funebri.
Su due tavoli viene appoggiato un tegame, l’aria si impregna di odore di olio fritto.
Il notaio annuncia:
«Bene signori e signore, ora affronteremo un nuovo, difficilissimo record. Il campione ucraino Dmitri sfiderà il campione di Avellino, Tonino Scavo. Vincerà chi dei due contendenti riuscirà a grattare, con l’unghia del dito mignolo, tutti i residui di uovo al tegamino bruciacchiati rimasti attaccati al fondo della padella. Tempo disponibile: un minuto. Uno, due, tre, via!»
I due impugnano ciascuno il manico della propria padella. Chiudono l’altra mano, tenendo teso solo il dito mignolo. Con l’unghia cominciano a grattare. Lo stridio dell’unghia contro l’acciaio del tegame è insopportabile, i telespettatori si tappano le orecchie. La Pegg tifa Italia perché dice che è italiana, Dmitri si impegna con furia, si rompe l’unghia ma continua a grattare e gratta gratta gratta finché comincia a staccarsi il pezzo di unghia residua e la punta del mignolo sanguina. Il bianco dell’uovo si impregna di rosso ma lui non desiste, sfrega sfrega e stacca per primo tutto l’albume incollato al fondo.
L’applauso è di rigore mentre il notaio appunta e la Pegg rivela, con sguardo accattivante, il prossimo fenomeno da baraccone.
«Ci credete all’uomo-calamaro? Lo tengono nascosto nei sotteranei dell’acquario di Miami. Ma lui è qui, stasera, per The Record-Show!» Sorride e abbassa la voce: «Qui con noi, dopo la pubblicità.»

Dopo venti minuti di merendine kinder, yogurt vitasnella, somatoline fianchi e altri prodotti che rimpinguano il mercato, il programma riprende. Tutti puntano gli occhi su un enorme scatolone –due metri per due– posizionato al centro del palco. Giunge un verso gutturale. Poi si sentono delle pacche: i quattro lati dello scatolone vengono abbattuti dall’interno e la creatura compare. Il corpo è adagiato dentro un catino da cui sbuca solo un dorso umano maschile. Da ciascuna spalla partono tre arti che non hanno niente di simile alle braccia ma sono sottili e cedevoli come i tentacoli di un mollusco. La testa è bianca e lunga, al posto della bocca compare un’apertura senza labbra dove le poliposi si sono raggruppate in riccioli pallidi di carne.

L’essere è immobile, la Pegg commenta: «Il suo soprannome è Kimkirì, è nato così. Gli arti sono proprio come quelli di un calamaro: senza ossa ma potentissimi. Kimkirì mangia solo crostacei e piccoli insetti.» La conduttrice fa una smorfia disgustata: «E delle volte anche qualche topolino...»
L’uomo-animale comincia a muovere i tentacoli e lo scroscio di applausi gli provoca forse un sorriso: le volute di poliposi lattee attorno alle labbra si tendono e si arricciano a più riprese.

Il notaio dà ordine che la catinella venga spostata vicino al pubblico, proprio accanto all’indiana di quaranta centimetri. Poi, sempre impettito, passa al numero seguente, mentre avanzano due uomini in jeans e maglietta:
«Ora Paola, abbiamo due contendenti speciali. Uno di Treviso, Galderoli, e uno di Birmingham, Mr Down.»
«E vuoi dirci su cosa si sfideranno?»
«Una sfida di peti.»
La presentatrice ride sotto i baffi: «Cosa dici, notaio?»
Lui, mento in alto, spiega: «Il peto è gas, quindi prende fuoco. I due sfidanti dovranno fare la scoreggia più potente del mondo. La dimostrazione della potenza sarà data dalla fiamma che partirà da ciascun deretano, una volta azionato l’accendino.»
«Cioè, notaio, mi stai dicendo che daremo fuoco alle scoregge del signor Galderoli e di Mr Down?»
Il cancelliere non scompone nemmeno un muscolo facciale: «Sì, Paola. Ricordo ai telespettatori che la preparazione è stata molto dura. Hanno mangiato, ogni giorno per una settimana, tre chili di fagioli borlotti.»
Mr Down alza una gamba e al via fa partire dal sedere un modesto pprrrrr che subito prende fuoco in una nuvoletta timida.
Poi è la volta del signor Galderoli. Si posiziona, si piega leggermente e dà il via alla più rumorosa performance petale che si sia mai sentita.
Un boato invade la sala, mentre dalla camicia verde partono i bottoni. Il viso del concorrente è rosso per la concentrazione e lo sforzo. È un attimo, il tempo dell’accensione e agli operatori sfugge il controllo della situazione.
Lingue di fuoco divampano nello studio, attecchiscono sui cartelloni della regia, sul materiale incendiabile che riveste i sedili, colpiscono i capelli della Pegg che prendono subito fuoco, si avventano sugli spettatori, l’Uomo-Calamaro si spaventa e, nel tentativo di uscire dalla bacinella per scappare, casca addosso alla ragazza più piccola del mondo schiacciandola. Quando rialza i tentacoli, vede una poltiglia di sangue, budelle e pizzo rosa. Intorno, le vampate del peto terribile devastano gli spazi. Le persone coi vestiti in fuoco gridano correndo come pazze.
Nel delirio totale il notaio è riuscito a nascondersi dietro a un pannello di metallo. Tra poco arriveranno i vigili del fuoco, pensa. Fa un sospiro di sollievo, è salvo. Qualcuno ci avrà pure rimesso le penne.
E subito si anima riflettendo che, in tutto lo studio, sarà probabilmente uno dei pochi sopravvissuti a un programma sui primati senza ustioni nè gravi ferite.
Da non crederci.
Un record assoluto.
( Fonte: http://www.carmillaonline.com/)

Redazioneonline- Cinema e Spettacoli

 
Di redazione (del 20/05/2010 @ 18:01:37, in Cinema e Spettacoli, linkato 272 volte)

Michele Santoro lascia la Rai, ma sigla un accordo milionario con l'azienda.
Per il giornalista, ci sarà una sorta di prepensionamento che gli dovrebbe fruttare, secondo voci che circolavano ieri in Viale Mazzini, una cifra tra i 2,5 e i 2,7 milioni di euro. L'azienda, comunque "continuerà ad avvalersi della collaborazione di Michele Santoro che, in questo modo, avrà la possibilità di sperimentare nuovi generi televisivi attraverso un ulteriore sviluppo del proprio percorso professionale”. Un breve ritratto di Massimo Fini

Ci sono i carnefici, le vittime e le finte vittime. Queste sono le peggiori perché hanno l’apparenza delle seconde ma la sostanza dei primi. Alla categoria appartiene di diritto Michele Santoro, specialista nel darsela da martire rimanendo sempre a galla. Quando fu colpito, insieme a Luttazzi e a Biagi dall’”editto bulgaro” di Berlusconi, fece il ponte isterico e si atteggiò a san Sebastiano trafitto dalla protervia del Potere. Ma il meccanismo politico che lo escludeva momentaneamente dalla Rai era lo stesso che per quindici anni (Samarcanda è del 1987) gli aveva permesso di spadroneggiarvi indisturbato, in una posizione di monopolio, tanto nella Prima come nella Seconda Repubblica. Non perde occasione per dichiararsi “scomodo” e “autonomo dai partiti”. Ma che autonomia ha, e può aver mai avuto, uno che, a compensazione della sua cacciata dalla Rai, si fa eleggere parlamentare europeo nella lista Uniti nell’ulivo e che poi, dopo la breve e lucrosa parentesi, rientra in Tv appena i suoi amichetti politici vi hanno rimesso piede?

In realtà Santoro è un doppelgänger di Vespa. Ma meno abile. Ha una tale belluina faziosità che anche quando ha ragione viene istintivamente la voglia di stare dall’altra parte. Non mi stupisce che a Mediaset lo trattassero “come un re”, lo vezzeggiassero, lo coccolassero. Ha fatto guadagnare più consensi lui al Cavaliere di quanti gliene abbiano fatti perdere tutti insieme, con la loro lasciva laudatoria, Bondi, Schifani e Cicchetto. Se la tira da “duro e puro” ma è passato a Mediaset con un contratto miliardario (“non olet”), dopo aver per anni sparato a palle quadre su Berlusconi. Vi faceva la foglia di fico come Antonio Ricci che però ha almeno la scusante di essere lì da sempre.

Ci sono scrittori che hanno lasciato la Mondadori per non essere accusati di criticare Berlusconi e di prendere i soldi da lui. L’ultra ottantenne Montanelli abbandonò il “Giornale”. Altri sono entrati nella scuderia di Arcore, dove il mafioso Mangano, la faceva da stalliere, ma con la pretesa, dopo aver consumato questo stupro consenziente e generosamente pagato, d’esser rimasti vergini. Non è solo una questione di stile. Ma di palle. Di chi le ha e di chi le sventola senza averle. Santoro sembra sempre sul punto di azzannare il mondo intero, ma quando esce dalle denunce generiche e populiste, che sono la sua specialità, e ha a che fare con i potenti in carne e ossa, quelli che ti possono fare davvero del male, diventa uno specialista del dribbling. Una volta invitò Previti. Costui per difendersi da un’accusa più grave afferma testualmente: “Per quarantacinque o quarantasei volte l’avvocato Pacifico mi portò cinquecento milioni dalla Svizzera”, A questo punto ci si sarebbe aspettati che il feroce conduttore dicesse: “Fermi tutti. Lasciamo stare per il momento il resto, che è incerto. Il certo, onorevole Previti, è che lei è stato un colossale trasgressore delle leggi fiscali in anni in cui gli italiani non potevano uscire dal paese, nemmeno per un viaggio di piacere, con più di 800 mila lire”. Santoro fece finta di nulla, tirò dritto e tutto finì nella solita, inconcludente, confusione. Destituito di ogni ironia e autoironia, di qualsivoglia capacità autocritica, privo del senso del limite e dei limiti, soprattutto dei suoi, Michele Santoro è uno che si prende tremendamente sul serio, un “miles gloriosus” che confonde il proprio ombelico con quello del mondo.

Così racconta la sua giovinezza: “Ero molto popolare in città. Un capo vero. A Salerno ero adorato, avevo legioni di fan. Ai miei esami di maturità vennero centinaia di persone. Avevo il massimo di visibilità. Era facile avere tutte le donne che volevo. Come succede ai fenomeni popolari, ai cantanti, agli attori”. A questa fama di sciupafemmine il conduttore di Annozero tiene moltissimo. Ma il vero scopatore, come ognun sa, è silenzioso. Del resto è un uomo dalla volgarità innata, accentuata dal fatto che si ostina a indossare abiti firmati che, antropologicamente, non gli appartengono (la volgarità, com’è noto, è un “non stare nei propri panni” e Santoro è perennemente fuori dai suoi, persino quando è nudo).

Il suo iter è un classico. Da giovane ha militato in Servire il popolo, uno dei gruppuscoli più estremisti e idioti della galassia extraparlamentare (il loro vangelo era il “libretto rosso” di Mao), così a sinistra da finire per confondersi con la destra. Caratteristica che il conduttore ha conservato. Laurea in filosofia con 110 e lode negli anni della contestazione quando il 30 non si rifiutava a nessuno. Poi funzionario del Pci, quando i comunisti erano all’apice. Quindi, come tutti i leader e i leaderini del Sessantotto, l’approdo nei media di regime. In realtà si tratta, come in molti altri casi simili, di due buone braccia sottratte all’agricoltura, dove avrebbe potuto far bene perché è robusto e anche, almeno a giudicare dall’odore, vagamente ferino. E forse non aveva tutti i torti l’ex presidente della Rai, il pur vile e servile Enzo Siciliano, che però un po’ di cultura almeno la masticava, se non altro per aver bazzicato Pasolini e Moravia, quando, richiesto di un giudizio su “Michele”, rispose: “Michele chi?”. ( Fonte: comedonchisciotte)
Giudizio Universale agosto 2008

Redazioneonline- Cinema e Spettacoli 

 

L a proiezione, sia pure fuori concorso, del film inchiesta sul terremoto dell'Aquila realizzato da Sabina Guzzanti, ha spinto il ministro della Cultura, Sandro Bondi, a non accettare l'invito a presenziare al Festival del cinema di Cannes. Bondi ha spiegato il suo risentito rifiuto a rappresentare lo Stato italiano all'importante rassegna cinematografica, utilizzando le stesse motivazioni che hanno indotto poche settimane fa Silvio Berlusconi a esprimere un giudizio negativo su Gomorra, il libro di Roberto Saviano che racconta episodi della criminalità organizzata nel Napoletano, letto da milioni di persone in tutto il mondo.

Come il premier aveva detto che Gomorra, occupandosi di fatti di camorra, diffonde all'estero una immagine negativa dell'Italia, così il ministro dei Beni Culturali ha affermato che la ricostruzione del dopo terremoto in Abruzzo fatta dalla Guzzanti non corrispondendo (a suo giudizio) alla realtà, deturpa all'estero il buon nome del nostro Paese.

Non si sa se il premier abbia letto Gomorra, così come non si sa se il ministro abbia avuto il privilegio di vedere in anteprima Draquila. E, quindi, non si sa se il giudizio da essi espresso, giusto o sbagliato che fosse, sia frutto di una conoscenza diretta delle due opere o se, invece, nella loro valutazione siano stati mossi da un vero e proprio pre-giudizio. Quel che è certo, è che entrambi mostrano un singolare modo di considerare le cose: nel caso di Gomorra, secondo il premier, a rovinare l'immagine del nostro Paese non sono i camorristi, le loro vessazioni, le loro violenze, gli omicidi, ma chi quei fatti ha raccontato, cioè Saviano; mentre per quanto riguarda il terremoto che ha colpito l'Abruzzo, con quello che ne è seguito, a macchiare l'onore dell'Italia non sono i notevoli ritardi, denunciati dagli stessi aquilani, nella ricostruzione del centro storico della città, o la forzata permanenza, da oltre un anno, negli alberghi della costa (mentre sta per aprirsi la stagione turistica e i proprietari delle strutture alberghiere potrebbero ricominciare a mugugnare) di migliaia di terremotati, o il fatto che i più fortunati siano stati sistemati in abitazioni provvisorie, separate però dai centri dove si svolge una normale vita sociale. No, a danneggiare l'immagine del nostro Paese è, secondo Bondi, il racconto della ricostruzione, sicuramente non agiografico, fatto dalla Guzzanti, con la lente graffiante che la satira in tutti i Paesi liberi riserva al potere e al potente di turno: e la Guzzanti è, come tutti sanno, un'artista che ha scelto la satira come terreno su cui misurarsi fin dagli inizi della sua carriera.

Ma se questo non basta a farle ottenere la comprensione del ministro dei Beni Culturali, mettiamola allora così: dopo i peana che la stampa e alcuni telegiornali, anche della tv pubblica, hanno fatto della gestione dell'emergenza del dopo sisma - che sicuramente ha fatto registrare interventi rapidi ed efficaci, grazie all'esperienza e alla abnegazione degli uomini della Protezione civile e dei tanti volontari accorsi nel capoluogo abruzzese - sotto la lente di Draquila sono finiti i tentativi, sicuramente ben riusciti dal punto di vista del premier, di trasformare il terremoto in un evento mediatico, mentre oggi la realtà è tutt'altra rispetto a quello che da parte governativa si cerca di raccontare.

A oltre un anno di distanza da quella tragica notte in cui hanno perso la vita oltre 300 persone, sono infatti molti i problemi per i quali non si prevede ancora la soluzione in un ragionevole lasso di tempo: le migliaia di famiglie che ancora non sanno quando potranno rientrare nelle loro case, il centro storico della città che vede allontanarsi sempre più la sua rinascita, i tanti soldi spesi nel puntellare palazzi che, a giudizio degli esperti, dovranno essere abbattuti prima di poter ospitare nuove abitazioni. A uno come Bondi, che fa parte della schiera dei fedelissimi del premier, possono ovviamente dispiacere le critiche che sicuramente l'opera cinematografica della Guzzanti contiene. Ma come uomo di governo dovrebbe distinguere il suo ruolo di politico di parte da quello di rappresentante delle istituzioni.

Altro che immagine dell'Italia rovinata dal film fuori concorso della Guzzanti! Avere rifiutato di andare alla rassegna cinematografica di Cannes, dove per altro è in concorso l'unico film italiano, La nostra vita, di Daniele Luchetti, questo sì che ha esposto l'Italia a un'altra non bella figura nel mondo. Forse è esagerato affermare, come pure qualcuno ha fatto, che con la sua decisione Bondi fa rischiare un incidente diplomatico fra il nostro Paese e la Francia, dal momento che l'invito gli era stato rivolto dall'emissario speciale di Sarkozy per la politica estera, nonché ex ministro della Cultura francese, Jack Lang. Ma di certo, e spiace dirlo, il nostro Paese ancora una volta mostra il provincialismo di una classe politica che non sembra all'altezza dell'immagine che generazioni di italiani hanno dato del loro paese in tutto il mondo. Sarebbe un gesto di intelligenza, oltre che di cortesia verso i francesi, se il ministro Bondi tornasse sulla sua decisione. ( Fonte: americaoggi.info)

Redazioneonline- Cinema e Spettacoli

 

Oliver Stone sfoggia baffi sottili e capelli neri neri, si capisce che attende con una certa ansia l'incontro con la stampa internazionale e i giudizi sul suo nuovo film, ieri in prima mondiale fuori concorso al festival di Cannes: l'atteso "Wall Street Money Never Sleeps".

L'uscita nelle sale, distribuita da Fox, sarà curiosamente dopo l'estate, il 24 settembre negli Stati Uniti, il 15 ottobre in Italia. Evidentemente non pensano che possa perdere di attualità quest'opera che dopo 22 anni scatta una nuova fotografia su Wall Street e sui sistemi della finanza che dopo le allegrie degli anni '80 hanno mostrato nell'autunno 2008 tutte le loro crepe con danni incalcolabili.

Il regista tre volte premio Oscar premette di "non avere soluzioni" e di "essere confuso", ma ritiene "il capitalismo in crisi". "Non so se il sistema avrà il potere in sé di correggere gli errori fatti fin qua. Di certo vorrei vedere riforme più serie in America", ha detto Stone.

Nel film, che fa tornare in pista lo squalo Gordon Gekko, che si è fatto vari anni di prigione per frode finanziaria ma dopo la pubblicazione di un bestseller sulla sua storia pensa sia tornato il momento di riaffacciarsi a Manhattan, si assiste dopo vari colpi di scena ad una svolta buonista alla quale Stone pare tenere molto. "E' una storia familiare, di persone che vogliono ritrovarsi, non è solo il sistema dei soldi al centro del film", continua a dire evidenziando quella parte di storia in cui il perfido Gekko, dopo aver sottratto con l'inganno una somma pazzesca di denaro alla figlia (Carey Mulligan), tutta dedita a quella che le lobby ritengono una parolaccia, ossia ‘no profit', torna sui suoi passi dopo che il futuro marito di lei, il broker Shia LaBeouf, gli fa sapere che diventerà nonno.

Più interessante, invece, è la sottolineatura che dalla green economy potrà venire in futuro la nuova bolla speculativa dei mercati.

"Siamo all'inizio - risponde Stone, ammorbidendo l'indicazione precisa nel finale del film - la green economy diventerà il nuovo business di punta a Wall Street, quello che la potrebbe portare fuori dalla crisi". Stone è figlio di un broker di Wall Street e quel mondo pensa di conoscerlo bene, di certo ha fiuto: "Nel 2006, prima che il crack di Lehman Brothers e Goldman Sachs come un domino impazzito coinvolgesse l'intero sistema finanziario, ho cominciato a parlare con Michael Douglas dicendo che era tempo di ritornare dalle parti di Wall Street. Quello che è successo nel 2008 ci ha costretti a cambiare la sceneggiatura, ma era giusto fare questo sequel. Guardando le crisi attuali - attacca Stone - la Grecia, Inghilterra, Spagna e Portogallo, mi rendo conto che le cose sono peggiori rispetto al 1987, quando girammo il primo Wall Street. Oggi c'é un gap sempre più terribile tra chi ha i soldi e chi non li ha. Ineguaglianze e ingiustizie inaccettabili, che andrebbero corrette".

Accanto a lui, Michael Douglas, 66 anni, ha accettato di tornare in pista nel ruolo del carismatico Gekko. "Riprendere quel ruolo - racconta Douglas che si definisce, da figlio d'arte, un divo di seconda generazione - è stato elettrizzante. E' stato un film importante per la mia carriera e non solo perché ho vinto l'Oscar. Interpretare il personaggio dopo quello che è successo al mercato globale mi ha dato più di uno spunto per riflettere".

A Hollywood per lui non ci sono molti ruoli, sostiene, "le proposte mi arrivano dal cinema indipendente". Ma ormai al cinema alterna iniziative umanitarie. "Come ambasciatore dell'Onu - ha detto - in cima al mio impegno c'é l'azione per il disarmo e finalmente dopo decenni c'é un'agenda internazionale, un tavolo al quale si stanno sedendo anche paesi come l'India e il Pakistan".  ( Fonte: americaoggi.info)

Redazioneonline- Cinema e Spettacoli

 
Di redazione (del 09/05/2010 @ 08:30:00, in Cinema e Spettacoli, linkato 275 volte)

Il paragone tra il personaggio nel film di Roman Polanski e l'ex premier britannico Tony Blair.

 

È un po' sconcertante che il regista Roman Polanski, che è riuscito a sottrarsi alla giustizia per più di tre decenni, abbia deciso di fare un film che racconta di un premier britannico caduto in disgrazia nel suo tentativo di sfuggire al Tribunale per i crimini di guerra dell'Aja.

L’ultimo film di Polanski è basato su un bestseller di Robert Harris (The Ghost). Racconta la storia dell'«immaginario» ex primo ministro britannico Adam Lang (Pierce Brosnan) il quale, un tempo molto popolare, è ora totalmente disprezzato. Lang è in esilio negli Stati Uniti con sua moglie Ruth (Olivia Williams). Teme l'estradizione al Tribunale dell'Aja.

Il protagonista principale, che trascina il film dall'inizio alla fine, è un ghostwriter (Ewan McGregor). Viene assunto da un editore per scrivere la biografia di Lang in seguito alla misteriosa morte del precedente ghostwriter di Lang. Il neoassunto scopre presto che con i Lang c’è del marcio. I Lang, si scopre, stavano lavorando per la CIA.

La somiglianza tra Adam Lang e Tony Blair è più che evidente. Adam Lang è un bell’uomo dai capelli scuri, è atletico, è affascinante, è alla mano, è un criminale di guerra ma è anche vulnerabile, si travolge facilmente. Il film affronta il capitolo più devastante nella storia recente, la trasformazione della democrazia liberale anglo-americana in una macchina per uccidere, alimentato da pathos e rettitudine, un capitolo che la società britannica non è ancora abbastanza matura da affrontare. Ancora una volta, sono le menti artistiche e creative, come quelle di Harris e Polanski, a impegnarsi con le domande sui cui l'indagine Chilcot non si soffermerebbe mai.

Finora, ogni tentativo convenzionale di delineare una versione razionale o logica che spiegasse i tratti salienti che stavano dietro il comportamento di Tony Blair dal 2002 in poi è fallito miseramente. Blair ha lanciato una guerra illegale basata su un dossier menzognero. Ha portato il Paese in un conflitto nonostante una certa seria opposizione fra le forze armate, l'intelligence, il governo, il partito laburista, i media e l'opinione pubblica. Durante questo processo Blair si produsse in alcune forti pressioni nei confronti di funzionari dell’intelligence ed esperti legali per far approvare la sua agenda letale.

Blair era strettamente allacciato a certi finanziatori e sostenitori all'interno dei media. Non è affatto chiaro perché l'abbia fatto.

I blairiani forniscono due spiegazioni che dovrebbero suggerire una motivazione razionale dietro le guerre di Blair. Si presenta Blair come un cristiano devoto. Tuttavia, assassinare un milione e mezzo di iracheni in nome di Dio non funzionerebbe nel XXI secolo. Inoltre, una nazione che aveva votato il partito laburista non era lì per lì necessariamente lieta di scoprire che questo andava a finire con un crociato messianico. L'altra spiegazione blairiana parla di «interventismo morale». Questa “torsione dialettica” particolare è ampiamente promossa da esponenti della destra nei ranghi dei media britannici e del mondo accademico. Eppure, dare avvio a una guerra di destra e commettere un genocidio in nome della “morale” è una scusa ancora più imbarazzante che usare Dio.

Evidentemente, non c'è narrazione patriottica che giustifichi le politiche e i crimini di Blair. Chiaramente la mancanza di qualsiasi motivazione politica sincera ha portato all'invenzione di Adam Lang, una pedina della CIA americana collocata nel cuore della politica britannica.

Per quanto Lang somigli a Blair, si può ancora notare che Adam Lang manca di alcune figure chiave che sono stati associate alla leadership di Blair. Adam Lang opera senza un sostenitore "Lord Bancomat" o un "amico di Israele" che risolva le cose. Soffre anche dalla mancanza di un ossequioso esperto legale, qualcuno che possa ricordarci "Lord Luce Verde". Né vi è una menzione dei Paul Wolfowitz o dei Richard Perle. Abbastanza interessante, non una sola parola sugli appassionati di destra all'interno del media britannici si riscontra nel film. Credo che ci sia un limite a ciò che possiamo aspettarci da Polanski, un genio del cinema che ha dato alla luce «Il pianista».

Ne «L’uomo nell’ombra» di Polanski non sono i pro-sionisti a dirigere lo spettacolo e trascinarci in una guerra dopo l'altra, sono in realtà la CIA e la moglie di Adam, Ruth, a condurre il tutto. Nell’universo cinematografico di Polanski, Adam Lang è solo un burattino, un attore affascinante ancora ingenuo che viene dall’università di Cambridge, reclutato da un'agenzia di intelligence straniera. Lang stesso potrebbe non riuscire a capire in cosa consistesse il suo ruolo. È innocente e può essere perfino una vittima. Nel film di Polanski Adam Lang è quasi una figura tragica, un narcisista patetico sfruttato da forze del male.
Questa interpretazione può aiutarci a capire perché Polanski, che è attualmente in lotta contro un ordine di estradizione verso gli Stati Uniti per una violenza sessuale commessa molti anni fa, ha scelto di fare un film su un criminale di guerra ex leader di caratura mondiale in fuga. La vera storia, Polanski potrebbe volerci far credere, è leggermente più complicata di quanto appare.

Questa presentazione di Adam Lang come una vittima sta ovviamente lì per troncare la somiglianza con Tony Blair. Lascia Adam Lang, la figura tragica, in un territorio immaginario inviolato, ma ci lascia anche con un compito incompleto. Sia che Blair fosse un agente della CIA, sotto ricatto, un cristiano devoto o un interventista morale dobbiamo ancora fare in modo che sia consegnato tutto intero a L'Aia per affrontare la giustizia. Lo dobbiamo ai milioni che hanno perso la vita in nome della sua ideologia fasulla.

Gilad Atzmon (gilad.co.uk) è uno scrittore e jazzista originario di Israele che vive a Londra. Un tempo ha prestato servizio militare nelle forze armate israeliane, ma attualmente è un attivista anti-razzista. Il suo ultimo CD è In Loving Memory of America.
Traduzione per Megachip a cura di Pino Cabras.
Fonte: http://www.middle-east-online.com/english/?id=38581.

Redazioneonline- Cinema e Spettacoli 

 
Di redazione (del 16/04/2010 @ 07:39:55, in Cinema e Spettacoli, linkato 822 volte)

Il cordoglio sincero del Capo dello Stato Giorgio Napolitano, le lacrime dei colleghi di una vita come Pippo Baudo, Giancarlo Magalli, Maurizio Costanzo, Raffaella Carrà, Loretta Goggi, quelle degli amici più recenti da Fiorello a Fabio Fazio, e poi le squadre di Sampdoria, Juventus, Inter, Milan e di tantissimi politici.

L'Italia tutta piange Raimondo Vianello, un grande della televisione, uomo elegante, ironico e perbene in una carriera che ha incrociato gli anni più gloriosi della tv. Scomparso ieri mattina a meno di un mese dal compimento di 88 anni (era nato a Roma il 7 maggio 1922) all'ospedale San Raffaele di Milano per l'aggravarsi delle sue condizioni fisiche, sabato a Segrate, dove abitava, ne saranno celebrati i funerali.

Muore Vianello e tutti pensano a Sandra Mondaini, 52 anni insieme, sul filo del sarcasmo ma anche di un'unione solidale a prova di vita. Sandra è sotto choc e non c'é un commento di Raimondo che non la riguardi.

"Dirò una preghiera per Raimondo e centomila per Sandra", dice dalla Spagna una commossa Raffaella Carrà che si definisce ‘schiantata' dalla notizia di Raimondo. Pippo Baudo, che non ce la fa a trattenere le lacrime, pensa a lei: "Raimondo era un uomo immenso, artista eccezionale eppure mai divo. Sandra era la sua ispirazione: quel cordone ombelicale oggi si spezza". Anche Lino Banfi pensa alla Mondaini: "Se n'é andato l'ultimo maestro della comicità italiana, ma il mio pensiero in questo momento non può che andare a Sandra.

E' un incolmabile strappo non solo a cuore, ma anche alla ragione". Sergio Zavoli parla come "amico da 70 anni" più che come presidente della Vigilanza Rai: "Tarderà a nascere una coppia di attori capaci di un così vasto e fedele legame con i loro amici e il loro pubblico". Leggerezza, ironia, ma anche umanità nei tanti commenti di oggi: "Era una persona di valori", sottolinea Ettore Bernabei che fu direttore generale della Rai all'epoca della famosa scenetta su Gronchi, oggi "archeologia televisiva". Giancarlo Magalli piange addirittura in diretta a Fatti Vostri, "é scomparso un amico". Per Fabio Fazio, "era come se Raimondo si trovasse sempre un passo in là rispetto a dove stava realmente, come se si guardasse da fuori, con un lieve distacco". "L'unica cosa che mi rallegra è pensare che ora si sia riformata lassù la coppia Tognazzi-Vianello: staranno ridendo insieme", dice commosso Maurizio Costanzo.

"Non mi ha mai permesso di dargli del tu", ricorda con affetto Antonella Elia che è stata ‘inventata' da Vianello nelle tre edizioni di Pressing. Il presidente Mediaset Fedele Confalonieri dice che è "morto un vero amico di tutti e che lui e Sandra non hanno eredi". E Pier Silvio Berlusconi aggiunge: "Ogni volta che l'ho incontrato, da quando ero veramente piccolo fino alle ultime occasioni professionali, ho sempre avuto l'impressione che fosse una persona che illuminava tutto quello che faceva".

C'é anche un amico particolare della coppia, il professor Umberto Veronesi che curò dal cancro Sandra Mondaini: "Era un uomo colto, dissacrante, ironico, con una grande generosità e con un forte bisogno di aiutare i più deboli e sfortunati, anche nella vita privata".

Alla Camera gli hanno tributato un applauso e da Gianfranco Fini a Walter Veltroni tanti politici hanno dedicato un pensiero. ( Fonte: americaoggi.info)

Redazioneonline- Cinema e Spettacoli

“ The Berlusconi show ”, prodotto e trasmesso dalla BBC lo scorso 17 marzo, è disponibile su
documentariweb.

 
Di redazione (del 12/04/2010 @ 10:02:52, in Cinema e Spettacoli, linkato 140 volte)

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Di redazione (del 11/04/2010 @ 12:02:55, in Cinema e Spettacoli, linkato 343 volte)

Nel Medioevo, Brasov fu un’importante fortezza e ulteriormente una città che collegava i Balcani al mondo occidentale e un forte centro commerciale. I monumenti storici che possono essere ammirati ancora oggi sono una testimonianza dei tempi passati. L’edificio più significativo della città resta la Chiesa Nera, la maggiore costruzione in stile gotico della Romania in cui si trova anche il maggiore organo dell’Europa. Nell’edificio eretto nei secoli XIV–XV, davanti al quale si trova la statua del grande umanista Johannes Honterus, il pubblico può ascoltare ogni settimana concerti di musica classica e preclassica. Ma il più famoso concerto è quello organizzato a Natale. L’Organo della Chiesa Nera è noto per la sua qualità, ma un altro tesoro custodito nella Chiesa è la collezione di tappeti antichi dell’Asia Minore, risalenti al Seicento e al Settecento. I tappeti anatolici furono regalati, lungo il tempo, dagli artigiani della città, dai mercanti e dai semplici cittadini. Brasov è dunque una città in cui sono concentrati più secoli di storia. Abbiamo chiesto al prof. Radu Stefanescu, il direttore del Museo Provinciale di Storia di Brasov, come si potrebbero riassumere in poche parole tutti questi secoli di storia.

„Abbastanza difficile. Ci sono tuttavia 775 anni di attività in una zona abitata da romeni, sassoni, ungheresi, ebrei e tante altre etnie. Un lungo periodo di realizzazioni economiche e culturali assai importanti, una vita che certamente è cominciata prima dell’attestazione di Brasov nel 1235. Sono stati rinvenuti nella zona reperti archeologici risalenti al paleolitico. La fortezza è stata però menzionata per la prima volta nelle fonti scritte nel 1235 sotto il nome di Korona”, spiega Radu Stefanescu.

Il nostro ospite racconta che della vecchia fortezza si conserva ancora poco perché la città si è sviluppata e la manutenzione delle mura era diventata sempre più difficile. Ulteriormente la tecnica dell’assedio si è perfezionata e l’importanza delle mura è diminuita. „Nella fase iniziale, il sistema di fortificazione della città era formato da tre catene di mura, 32 torri e sette bastioni, di cui ora si conserva solo una piccola parte. C’erano inoltre quattro torri esterne, la torre di veglia, di cui ora esistono solo due, restaurate e allestite come musei. Le mura restanti sono custodite dal museo provinciale di storia di Brasov, istituzione subordinata al Consiglio Provinciale Brasov, che si è impegnato anche nel restauro del complesso nella sua forma attuale”, dice Radu Stefanescu.

I bastioni furono eretti a cominciare dal XV-esimo secolo da varie corporazioni professionali, che li utilizzavano in tempo di pace per depositare merci, mentre durante i vari assedi diventavano fortezze. All’inizio del Cinquecento Brasov era una delle più importanti fortezze della Transilvania. Abbiamo saputo da Radu Stefanescu, il direttore del Museo Provinciale di Storia Brasov, che gli appassionati di storia dovrebbero per forza visitare anche ... „Casa Sfatului, cioè la Casa del Consiglio, un edificio significativo per la città, attestato sin dal 1420 come sede dell’arte dei pellicciai. Nel Bastione dei Tessitori è allestita una mostra permanente sulle fortificazioni della zona che include anche un valoroso plastico della fortezza, realizzato più di 100 anni fa da un abitante di Brasov, Friedrich Herman. Altre mostre sono allestite nella torre bianca, una ex torre dei ramai situata fuori dalle mura della città, sulla strada che porta a Poiana Brasov, come anche la Torre Nera, situata poco lontano, che fungeva da torre esterna di veglia. Nelle vicinanze si trova il bastione Graft, sotto il quale corre il canale omonimo, bastione restaurato dopo il 2000 in cui funziona un museo a carattere permanente”, aggiunge il nostro interlocutore.

Oltre alle mostre permanenti, il museo organizza anche esposizioni temporanee su vari temi. La mostra che verrà allestita quest’anno celebra i 775 anni dall’attestazione documentaria di Brasov dove nel medioevo erano attive più di 40 corporazioni artigianali. „Brasov si trovava sulla via che collegava la Transilvania e la Valacchia. La fortezza aveva rapporti commerciali sia con la Moldavia sia con la Valacchia. La sua posizione la fece diventare un nodo commerciale non solo tra le province storiche romene, ma anche tra il centro dell’Europa e il sud balcanico. Tale fatto si riflette nelle dimensioni della città e nel suo aspetto. Lo dimostrano persino gli edifici che si sono mantenuti fino ad oggi”, spiega ancora prof. Radu Stefanescu, il direttore del Museo Provinciale di Storia di Brasov.

Intanto, il film “Il Concerto” del regista francese di origine romena Radu Mihaileanu si candida ai Premi David di Donatello 2010, alla categoria “Miglior film dell'Unione europea”. La cerimonia di premiazione della 54esima edizione dei David di Donatello si terrà il 7 maggio prossimo. La pellicola racconta la storia di un grande direttore d'orchestra russo, Andrei Filipov che, all'epoca sovietica di Breznev, viene licenziato all'apice della carriera, dopo aver rifiutato di cacciare i suoi musicisti ebrei. Trent'anni dopo, con uno stratagemma, Filipov, che lavora nel teatro come addetto alle pulizie, riunirà la sua vecchia orchestra per suonare a Parigi nel Teatro di Chatelet, prendendosi una clamorosa rivincita. Dopo l'applauditissima anteprima della sezione Fuori Concorso all'ultima edizione del Festival Internazionale del Cinema di Roma, “Il Concerto” è stato presentato a febbraio a Roma dal regista Radu Mihaileanu, nato in una famiglia ebrea a Bucarest nel 1958.  (Fonte: RRI.ro)

Redazioneonline- Cinema e Spettacoli

 
Di redazione (del 02/04/2010 @ 18:00:38, in Cinema e Spettacoli, linkato 230 volte)

“Poliziotto, aggettivo” del regista Corneliu Porumboiu è stato designato “il miglior lungometraggio” alla quarta edizione del Galà dei Premi Gopo di Bucarest. La pellicola si è infatti aggiudicata i più importanti premi: alla migliore regia e alla migliore sceneggiatura, ambedue firmate da Corneliu Porumboiu, al miglior attore protagonista (Dragos Bucur), al miglior attore non protagonista (Vlad Ivanov), ma anche alla migliore immagine (Marius Panduru). “Credo di aver vinto troppi premi. Ci sono stati moltissimi film buoni in gara, e molti fim buoni che non sono entrati in gara. Spero che possiamo anche d’ora in poi produrre film in condizioni normali”, ha dichiarato il regista Corneliu Porumboiu.

 A partire dal 2007, i premi Gopo sono assegnati alle più importanti produzioni cinematografiche romene dell’anno precedente e che si propongono di promuovere i valori del cinema tra un pubblico quanto più largo. Organizzato dall’Associazione per la Promozione del Cinema romeno, col sostegno del Centro Nazionale della Cinematografia, l’evento è intitolato al prestigioso cineasta romeno Ion Popescu Gopo, che nel 1957 vinse a Cannes la Palma d’Oro per il cortometraggio “Breve storia”. Oana Rasuceanu, coordinatrice dei Premi Gopo, è ottimista sul futuro della cinematografia romena e si augura che questo evento gli conferisca una maggiore visibilità.

“Ci auguriamo che i realizzatori di film romeni diventino noti ad un numero sempre maggiore di romeni, che convincano che vale la pena di andare nei cinema dove sono proiettati film romeni. Il 2010 si preannuncia spettacolare dal punto di vista delle prime cinematografiche, come, del resto, è stato anche il 2009, un ottimo anno. Ci sono state 16 prime, di cui 12 nominate per i Premi Gopo. Crediamo che il cinema romeno abbia bisogno dell’apprezzamento del pubblico e degli specialisti stranieri, ma, soprattutto, dell’apprezzamento del pubblico romeno”, ha detto Oana Rasuceanu.

I Premi Gopo hanno continuato la tradizione di rendere omaggio a grandi personalità del cinema romeno. All’edizione 2010 è stata premiata Draga Olteanu-Matei, una delle più amate attrici romene, distribuita in ben 90 pellicole. “Sono tanto emozionata perchè io ho conosciuto il grande cineasta romeno Ion Popescu Gopo. E il fatto che questo premio sia intitolato a lui è un onore per tutti. Non me lo aspettavo e sono molto felice di aver vinto questo premio. Sono molto emozionata”, ha dichiarato l'attrice.

Il Premio Gopo all’intera attività è andato anche allo sceneggiatore, professore e teorico Dumitru Crabat, autore, tra l’altro, dei libri “Verso una poetica della sceneggiatura cinematografica” e “Studi di tipologia cinematografica”. (Fonte: rri.ro)

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Enrico, del post n.15 non ho capito un capzo ma ti voto per il fatto che affermi:"ci sono anche debiti storici"La cassa del mezzogiorno, mantenuta da decenni con la scusa dei debiti storici, che cosa ...
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Di Mario
Enrico, cosa intendi con " L'industrializzazione non deve essere avulsa dalla produzione necessaria al mercato interno in termini occupazionali...."Vuol per caso dire che vuoi anche tu mantenere degli...
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Di Mario
Enrico, cosa intendi col "recupero dei voti degli esclusi"????Magari che gli assenti hanno ragione??A casa mia gli assenti hanno sempre torto.Così come dovrebbe essere in qualsiasi società democratica...
05/09/2010 @ 10:32:48
Di Mario
...indicato come causa, effettivamente il trend e' una scusa; taluni fattori sono tendenziali nel medio e breve non da un giorno all'altro
04/09/2010 @ 19:51:52
Di enricodesimone@faswebnet.it
Mario, tutti i sistemi vanno bene se consentono il recupero dei voti degli esclusi, ovvero il doppio turno e senza premi che si finisce col far governare maggioranze relative: col governo non parlam...
04/09/2010 @ 19:42:57
Di enricodesimone@fastwebnet.it
L industrializzazione deve raccordarsi col mercato economico globale ma non dipendere avulsa dalla produzione necessaria al mercato interno divenendo selvaggia in funione unicamente del profitto; i r...
04/09/2010 @ 19:33:22
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08/09/2010 @ 5.06.03
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