L’attuale crisi del credito è sostanzialmente una crisi del capitale: in un periodo in cui le banche sono carenti del capitale necessario per garantire i prestiti erogati, vengono innalzati i requisiti sul capitale. Quasi un secolo fa, la Commonwealth Bank of Australia dimostrò che le banche, in realtà, non hanno bisogno di capitale per erogare prestiti – fintanto che il loro credito viene garantito dal governo. Denison Miller, il primo governatore della banca, amava dire che la banca non aveva bisogno di capitale perché “è garantita dalla ricchezza e dal credito dell’Australia intera”. Con nient’altro che questo potere del credito nazionale, la Commonwealth Bank finanziò sia enormi progetti infrastrutturali che la partecipazione del paese alla Prima Guerra Mondiale.
Il presidente John Adams viene citato per aver detto: “Ci sono due modi per conquistare e schiavizzare una nazione. Uno è con le spade, l’altro è con il debito”. Oggi le maggiori conquiste avvengono sul campo di battaglia del debito, una guerra che sta imperversando a livello globale. Il debito costringe i cittadini a cadere nella schiavitù finanziaria nei confronti delle banche e costringe i governi a cedere la sovranità ai creditori, che alla fine sono banche private, artefici di tutto il denaro non in contanti odierno. In Gran Bretagna, dove la Banca d’Inghilterra è di proprietà del governo, il 97% dell’offerta monetaria viene emessa privatamente dalle banche sotto forma di prestiti. Negli Stati Uniti, dove la banca centrale è di proprietà di un consorzio privato di banche, la percentuale è addirittura maggiore. La Federal Reserve emette Banconote della Federal Reserve (vale a dire banconote di dollari) e le presta alle altre banche, che a loro volta le prestano ad interesse ai cittadini, alle imprese, ai governi locali e al governo federale.
Questo è vero oggi ma in passato ci sono stati dei modelli di successo nei quali il governo stesso emetteva la moneta nazionale, sia sotto forma di banconote che di credito della nazione. Un esempio lampante di questo approccio illuminato al denaro e al credito fu la Commonwealth Bank of Australia, che operò con ottimi risultati come banca di proprietà del governo per la maggior parte del ventesimo secolo. Invece di emettere “debito sovrano” – obbligazioni federali che indebitano la nazione facendole pagare interessi all’infinito – il governo, tramite la Commonwealth Bank, emetteva “credito sovrano”, credito che la nazione anticipava al governo e ai suoi organi costitutivi.
I risultati della banca furono particolarmente rilevanti considerando il fatto che nel corso dei primi otto anni, dal 1912 al 1920, non aveva la facoltà di emettere la moneta nazionale ed operava senza un capitale iniziale. Sir Denison Miller, governatore della banca dalla sua creazione nel 1912 al 1923, fu citato sulla stampa australiana il 7 luglio 1921 per aver detto: “Vi sono le intere risorse dell’Australia dietro a questa banca. Questo continente è forte, e forte sarà la Commonwealth Bank. Potrà essere realizzata qualsiasi cosa che i cittadini australiani concepiranno in modo intelligente e appoggeranno in modo leale”. Non si trattava solamente di strombazzate giornalistiche. In un articolo del 2001 dal titolo “Come viene creato il denaro in Australia”, David Kiss scrisse in merito ai primi risultati raggiunti dalla banca:
“La Commonwealth Bank, costituita dal governo australiano, raggiunse risultati sorprendenti mentre era ancora la banca “del popolo”, prima di venire paralizzata da successive decisioni del governo e, infine, venduta. In un periodo in cui le banche private chiedevano un 6% di interesse per i prestiti, la Commonwealth Bank finanziò gli sforzi bellici australiani della Prima Guerra Mondiale dal 1914 al 1919 con un prestito di 700.000.000 di dollari ad un tasso di interesse inferiore all’1%, facendo quindi risparmiare agli Australiani qualcosa come 12 milioni di dollari di oneri bancari. Nel 1916 rese disponibili dei fondi a Londra per l’acquisto di 15 piroscafi mercantili per sostenere le crescenti esportazioni dell’Australia. Fino al 1924 i benefici che ricadevano sulla popolazione australiana grazie alla loro banca erano costanti. La banca finanziò consorzi per il commercio di frutta e marmellate fino a 3 milioni di dollari, trovò 8 milioni di dollari per le abitazioni australiane mentre ai governi locali, per la costruzione di strade, linee tranviarie, porti, gasdotti, centrali di energia elettrica e via dicendo erogò prestiti per 18,72 milioni di dollari. Pagò 6,194 milioni di dollari al governo del Commonwealth tra il dicembre 1920 e il giugno 1923 – i profitti del suo Dipartimento per l’Emissione di Banconote – mentre nel 1924 aveva realizzato da sola utili per 9 milioni di dollari, disponibili per riscattare il debito. Il governatore della banca dalla mentalità così indipendente, Sir Denison Miller, utilizzò il potere di credito della banca dopo la Prima Guerra Mondiale per salvare gli australiani dalla situazione di depressione che veniva imposta negli altri paesi... Nel 1931 fusioni con altre banche trasformarono la Commonwealth Bank nel più grande istituto di risparmio d’Australia, catturando il 60% dei risparmi della nazione”.
Sfruttare il potere segreto del sistema bancario per il bene pubblico
La Banca del Commonwealth fu in grado di raggiungere simili risultati con così poco perché sia il suo primo governatore, Denison Miller, che il suo primo e più fervido sostenitore, King O’Malley, erano loro stessi dei banchieri e conoscevano il segreto del sistema bancario: le banche creano il “denaro” che prestano annotando semplicemente delle voci contabili nei conti di deposito dei mutuatari. Questo segreto bancario fu confermato da un certo numero di vecchi addetti ai lavori nell’ambiente bancario. Nel 1998, in un documento intitolato “Manufacturing Money”, l’economista australiano Mike Mansfield citò Reginald McKenna, ex Ministro del Tesoro britannico, che dichiarava agli azionisti della Midland Bank il 25 gennaio 1924: “Temo che al cittadino comune non piacerà il fatto che gli venga detto che le banche possono creare e distruggere il denaro. La quantità di denaro in circolazione varia solamente grazie all’azione delle banche che aumentano o diminuiscono i depositi e operano acquisti bancari. Sappiamo come avviene tutto questo. Ogni prestito, ogni fido, ogni acquisto bancario crea un deposito e ogni estinzione di un prestito, di un fido o di una vendita bancaria distrugge un deposito”.
Il dottor Coombs, ex governatore della Reserve Bank of Australia, affermò in un discorso ufficiale presso l’Università del Queensland il 15 settembre 1954: “Quando una banca presta denaro, questo passa nelle mani della persona che lo prende a prestito senza che nessuno ci perda alcunché. Ogni volta che una banca presta denaro vi è di conseguenza un aumento della quantità totale di denaro a disposizione”.
Ralph Hawtrey, assistente del Sottosegretario al Tesoro britannico negli anni Trenta, scrisse in Trade Depression and the Way Out: “Quando una banca presta denaro, crea questo denaro dal nulla”. Nel suo libro intitolato The Art of Central Banking, Hawtrey spiega meglio questo concetto: “Quando una banca presta denaro, crea credito. Rispetto al prestito che viene inserito nella sezione delle attività, esiste un deposito inserito nella sezione delle passività. Ma gli altri prestatori non hanno il potere mistico di creazione dal nulla del mezzo di pagamento. Ciò che prestano deve essere denaro che hanno acquisito attraverso le loro attività economiche”.
Le banche possono fare quello che nessun altro può fare: “creare dal nulla il mezzo di pagamento”. I lungimiranti fondatori della Commonwealth Bank combinarono questo segreto bancario ben custodito con il servizio pubblico.
Il crollo bancario del 1983 genera un nuovo modello di banca pubblica
La Commonwealth Bank fu fondata in una situazione simile a quella di oggi: il paese aveva da poco subito un enorme tracollo del sistema bancario. Negli anni novanta dell’Ottocento, tuttavia, non esistevano le garanzie da parte dell’FDIC, non c’era la previdenza sociale, non c’erano gli ammortizzatori sociali per i disoccupati che potessero attutire il colpo. La gente che pensava di passarsela bene improvvisamente si trovò a non avere più nulla. Non potevano ritirare i propri risparmi, emettere assegni o vendere i propri prodotti o le proprie abitazioni dato che non c’era più denaro con cui acquistarli. Cittadini disperati si gettavano nel vuoto dai ponti o si buttavano sotto ai treni. Qualcosa doveva essere fatto. La risposta del governo laburista fu quella di approvare un disegno di legge nel 1911 che comprendeva una norma per una banca di proprietà pubblica che sarebbe stata garantita dei beni del governo. Con un’iniziativa rara per quei tempi, la banca avrebbe avuto un’attività sia di risparmio che di gestione bancaria generale. Era anche la prima banca australiana a ricevere una garanzia del governo federale.
Jack Lang era il ministro del Tesoro australiano nel governo laburista del 1920-21 e primo ministro del Nuovo Galles del Sud nel corso della Grande Depressione. Figura controversa, fu sollevato dall’incarico dopo essersi rifiutato di ripagare prestiti contratti con i banchieri di Londra. Nel libro The Great Bust: The Depression of the Thirties (McNamara’s Books, Katoomba, 1962), Lang descrisse i trionfi e le tribolazioni della Commonwealth Bank con dettagli significativi:
“Il Partito Laburista decise che una banca nazionale, garantita dei beni del governo, non fallirebbe in periodi di tensione finanziaria. Si rese anche conto che una simile banca sarebbe stata una garanzia per la disponibilità di fondi per la costruzione di case ed altre necessità. Dopo il crollo delle imprese edili, c’era una grande scarsità di denaro per simili attività”.
“… Principale sostenitore della causa di una Banca del Commonwealth era King O’Malley, un pittoresco americano-canadese ... prima di arrivare in Australia aveva lavorato in una piccola banca di New York, di proprietà di uno zio… era rimasto molto colpito dal modo in cui lo zio aveva creato il credito. Una banca poteva creare il credito, e allo stesso tempo fabbricare il debito per equilibrarlo. Questa fu la grande scoperta della carriera bancaria di O’Malley. Imbonitore nato, aveva una voglia sfrenata di fare le cose in grande. Iniziò la sua carriera politica nell’Australia meridionale sostenendo una banca commerciale. Nel 1901 fu eletto nel primo Parlamento Federale come monogruppo di pressione per costituire una banca del Commowealth, e aderì al Partito Laburista con questa intenzione”.
King O’Malley insisteva sul fatto che la Commonwealth Bank dovesse avere il controllo dell’emissione delle proprie banconote ma tutti i suoi sforzi furono vani – fino al 1920, quando la banca rilevò l’emissione della valuta nazionale, come fu autorizzata a fare nel 1913 la Federal Reserve negli Stati Uniti. Questo rappresentò l’inizio del potere come banca centrale della Commonwealth Bank. Ma già prima di avere questo potere la banca era in grado di finanziare su vasta scala le infrastrutture e l’apparato militare, e lo aveva fatto senza avere un capitale iniziale. Questi risultati furono dovuti principalmente all’intuito e all’audacia del primo governatore della banca, Denison Miller.
Gli altri banchieri, temendo la concorrenza, avevano pensato che l’inserimento di uno dei propri uomini come governatore della banca potesse tenerla in riga. Ma non avevano fatto i conti con il loro rappresentante indipendente, che aveva visto l’opportunità di una banca garantita dal governo e si preparò per renderla il migliore istituto che il paese avesse mai conosciuto. Così Lang racconta la vicenda:
“La prima prova arrivò quando fu necessario prendere una decisione riguardo al capitale necessario per avviare una banca di quel genere. Secondo la legge, il Commonwealth aveva il diritto di vendere ed emettere titoli obbligazionari per un totale di 1 milione di sterline. Alcuni avevano addirittura pensato che quella somma sarebbe stata insufficiente, considerando quello che era accaduto nel 1893...”
“Quando Denison Miller lo venne a sapere, la sua risposta fu che non era necessario alcun capitale”.
Miller si guardò bene dall’andare dai politici a chiedere soldi. Poteva farcela senza un capitale. Come King O’Malley, sapeva come funzionava il sistema bancario (tutto questo, ovviamente, avveniva prima degli attuali requisiti sul capitale imposti da oltre frontiera dalla banca delle banche centrali, la Banca per i Regolamenti Internazionali). Lang continua:
“Miller era l’unico dipendente. Aveva trovato un piccolo ufficio… e aveva chiesto al Tesoro un anticipo di 10.000 sterline. Questa fu probabilmente la prima e unica volta che il Commonwealth prestò alla banca dei soldi. Dal quel momento in poi, tutto andò nella direzione opposta”.
“… Nel gennaio 1913, Miller aveva completato i preparativi per aprire una banca in ogni stato del Commonwealth, tra cui anche una rappresentanza a Londra. Il 20 gennaio 1913, tenne un discorso nel quale dichiarava che la nuova Commonwealth Bank apriva le proprie attività. Queste furono le sue parole:
“Questa banca è stata creata senza un capitale, perché nessun capitale è richiesto al momento, ma è garantita dalla ricchezza e dal credito dell’Australia intera”.
“In quelle poche e semplici parole risiedevano lo statuto della banca e il credo di Denison Miller, che non smetteva mai di ripetere. Aveva promesso di fornire agevolazioni per espandere le risorse naturali del paese, e che sarebbe stata sempre una banca dei cittadini. ‘Non c’è dubbio che con il tempo sarà elencata come una delle più grandi banche del mondo’ aggiunse in tono profetico.”
“... Pian piano alle banche private apparve chiaro che potevano aver allevato una serpe in seno. Erano così concentrate sui rischi di dover lottare contro la socializzazione bancaria che non si erano rese conto che avevano molto più da temere dalla concorrenza di un banchiere ortodosso, che aveva alle spalle le risorse del paese.”
“… Una delle prime dimostrazioni della sua fermezza arrivò quando la Melbourne Board of Works scese sul mercato alla ricerca di denaro per estinguere vecchi prestiti, e per procurarsi anche nuovo denaro. Fino a quel momento, a parte i Buoni del Tesoro e gli anticipi provenienti dalle proprie Casse di risparmio, i governi dipendevano dai prestiti oltremare provenienti da Londra... oltre ad avere dei vincoli rigidi di sottoscrizione, avevano anche scoperto che non potevano aspettarsi più di 1 milione di sterline al 4 per cento, 97,5 netto.
“Allora decisero di rivolgersi a Denison Miller, che aveva promesso di garantire condizioni speciali a quegli istituti. Miller si offrì immediatamente di prestare 3 milioni di sterline a 95, su cui si sarebbe applicato un tasso di interesse del 4 per cento. L’accordo fu concluso all’istante. Quando gli fu chiesto dove la sua giovane banca avesse raccolto tutto quel denaro, Miller rispose: ‘Sul credito della nazione. E’ illimitato’”.
Un’altra prova importante arrivò nel 1914 con la Prima Guerra Mondiale:
“La prima reazione fu il rischio che la gente potesse correre agli sportelli a ritirare i propri risparmi. La banche si resero conto che erano ancora vulnerabili se questo fosse avvenuto, avevano ancora paura di un altro Venerdì Nero. “Ci fu una riunione organizzata in fretta e furia dai principali banchieri. Alcuni riferirono che c’erano indicazioni del fatto che una corsa era già iniziata. Denisor Miller sostenne poi che la Commonwealth Bank, per conto del Commonwealth, avrebbe appoggiato ogni banca in difficoltà... Questo fece cessare il panico e collocò Miller in prima fila. Ora, per la prima volta, la Commonwealth Bank stava prendendo l’iniziativa. Gli ordini li stava dando, e non prendendo...”
“Denison Miller... controllava praticamente i finanziamenti bellici. Il governo non sapeva come si potevano ottenere questi soldi. Miller sì”.
E quest’interessante storia continua. Miller morì nel 1923 e nel 1924 i banchieri ripresero il controllo della Commonwealth Bank, strozzandone le attività e impedendole di salvare gli australiani dalle devastazioni della Depressione degli anni Trenta. Nel 1931, il consiglio di amministrazione della banca entrò in conflitto con il governo laburista di James Scullin. Il presidente della banca si rifiutava di estendere il credito, in risposta alla Grande Depressione, a meno che il governo avesse tagliato le pensioni, cosa che Scullin rigettò. Il conflitto che circondò la vicenda portò alla caduta del governo e alle richieste da parte dei laburisti di riformare la banca e un maggiore controllo diretto del governo sulla politica monetaria.
La Commonwealth Bank ricevette quasi tutti i poteri di una banca centrale grazie ad una legge di emergenza approvata nel corso della Seconda Guerra Mondiale, e alla fine del conflitto bellico utilizzò questi poteri per iniziare una fortissima espansione dell’economia. In soli cinque anni vennero aperte centinaia di filiali in tutto il paese. Nel 1958 e nel 1959, il governo divise in due la banca, concedendo le funzioni di banca centrale alla Reserve Bank of Australia mentre la Commonwealth Bank Corporation conservava le proprie funzioni di banca commerciale. Entrambe le banche, comunque, rimanevano di proprietà pubblica.
Alla fine la Commonwealth Bank aveva filiali in ogni città e zona di periferia, mentre nelle zone rurali aveva una rappresentanza in ogni ufficio postale e in ogni emporio. Essendo la banca più grande del paese, stabiliva i tassi e decretava la politica, che gli altri dovevano seguire per paura di perdere clienti. La Commonwealth Bank fu ampiamente percepita come una polizza di assicurazione contro gli abusi da parte delle banche private, in modo da garantire che chiunque avesse accesso ad un sistema bancario equo. La Commonwealth Bank operò come una banca interamente di proprietà dello stato fino agli anni Novanta, quanto fu privatizzata e dunque gli interessi si spostarono verso la massimizzazione dei profitti, con una costante e massiccia chiusura delle filiali e delle agenzie, il licenziamento in massa dei dipendenti e la riduzione delle modalità di accesso ai bancomat e al pagamento in contanti alle casse dei supermercati. Ora è diventata un’altra costola del cartello bancario ma i suoi sostenitori ribadiscono che una volta rappresentava la linfa vitale del paese.
In Australia oggi c’è un rinnovato interesse nel ristabilire una banca di proprietà pubblica sul modello della Commonwealth Bank. Gli Stati Uniti e gli altri paesi farebbero bene anche a considerare questa possibilità.
Un ringraziamento speciale a Peter Myers per la riproduzione di ampi brani del libro di Jack Lang nella sua newsletter settimanale.
Fonte: http://webofdebt.wordpress.com/ Link: http://webofdebt.wordpress.com/2010/08/04/what-a-government-can-do-with-its-own-bank-the-remarkable-model-of-the-commonwealth-bank-of-australia/ Traduzione a cura di JJULES per www.comedonchisciotte.org
Mentre i progressisti e i sinistroidi scrivono di "crisi del capitalismo", gli industriali, le compagnie petrolifere, i banchieri e altre major sia sulla costa atlantica che su quella pacifica, alla faccia loro, fan soldi a palate.
Dal primo trimestre di quest'anno, gli utili aziendali sono saliti dal venti a oltre il cento per cento (Financial Times, 10 Agosto 2010, p. 7). Infatti, i profitti aziendali sono aumentati molto più di quanto non fossero prima dell'inizio della recessione del 2008 (Money Morning, 31 Marzo 2010). Contrariamente a quanto dicono i blogger progressisti, i tassi di profitto stanno crescendo, non diminuendo, soprattutto fra le maggiori corporation (Consensus Economics, 12 Agosto 2010). La tendenza al rialzo dei profitti aziendali è un diretto risultato della sempre più profonda crisi della classe operaia, dell'impiego pubblico e privato e delle piccole e medie imprese.
Con l'inizio della recessione, i grandi capitali si sono liberati di milioni di lavoratori (un americano su quattro è stato senza lavoro nel 2010), hanno salvaguardato le rendite dai capi delle organizzazioni sindacali, hanno ricevuto esenzioni fiscali, sussidi e prestiti quasi senza interessi dai governi locali, statali e federali.
Quando la recessione si è temporaneamente arrestata, le grandi aziende hanno raddoppiato la produzione con la rimanente forza lavoro, intensificando lo sfruttamento (più produzione per singolo lavoratore) e hanno diminuito i costi facendo ricadere sulla classe operaia una più ampia parte dell'assicurazione sanitaria e delle indennità pensionistiche, con l'acquiescenza dei ricchi funzionari sindacali. Ne è risultato che mentre le entrate sono diminuite, i profitti sono aumentati e i bilanci migliorati (Financial Times, 10 Agosto 2010). Paradossalmente, gli AD hanno usato il pretesto e la retorica delle "crisi" derivati dai giornalisti progressisti per evitare che i lavoratori chiedessero porzioni maggiori dei fiorenti profitti, sostenuti dal crescente bacino di lavoratori disoccupati e sottoccupati che avrebbero potuto essere possibili "sostituti" (crumiri) in caso di azioni sindacali.
L'attuale boom di profitti non ha favorito tutti i settori del capitalismo: la manna ha travolto le maggiori corporation. Mentre numerose piccole e medie aziende hanno subito in molti casi bancarotta e perdite, che le hanno rese facile preda di rilevamento per i "grandi soci" (Financial Times, 1 Agosto 2010). La crisi dei medi capitali ha portato alla concentrazione e alla centralizzazione del capitale e ha contribuito all'aumento dei tassi di profitto per le corporation più grandi.
La mancata diagnosi delle crisi capitaliste da parte della sinistra e dei progressisti è sempre stato un problema a partire dalla fine della Seconda guerra mondiale, quando ci venne detto che il capitalismo era "stagnante" e destinato al crollo finale. I nuovi profeti dell'apocalisse hanno individuato nella recessione del 2008-2009 il crollo totale e definitivo del sistema capitalistico mondiale. Accecati dall'etnocentrismo euro-americano, non hanno notato che il capitale asiatico non è mai entrato nelle "crisi finali" e che l'America latina è stata interessata da una versione mitigata e transitoria della crisi. (Financial Times, 9 Giugno 2010, p. 9). I falsi profeti non hanno capito che diversi tipi di capitalismo sono suscettibili alle crisi in modo differente ... e che alcune varianti tendono ad avere riprese rapide (Asia - America latina - Germania), mentre altre (USA, Inghilterra, Europa del sud e dell'est) sono più suscettibili a riprese anemiche e precarie.
Mentre Exxon-Mobile ha avuto una crescita di profitti superiore al 100% nel 2010 e le corporation automobilistiche hanno registrato i maggiori profitti negli ultimi anni, gli stipendi dei lavoratori e gli standard di vita sono peggiorati e gli impiegati del settore statale hanno subito notevoli tagli ed esuberi di massa. È chiaro che la ripresa dei profitti aziendali è basata sul crescente sfruttamento dei lavoratori e sull'enorme trasferimento di risorse pubbliche a grandi corporation private. Lo stato capitalista, con alla guida il Presidente Democratico Obama, ha trasferito miliardi ai grandi capitali attraverso salvataggi diretti di imprese in dissesto, prestiti quasi senza interessi, tagli fiscali ed esortando la classe lavoratrice ad accettare stipendi più bassi e riduzioni delle indennità sanitarie e pensionistiche. Il piano di "ripresa" della Casa Bianca ha funzionato oltre le aspettative - i profitti aziendali sono cresciuti; la crisi si è aggravata "solo" per la maggioranza dei lavoratori.
Le mancate previsioni dei progressisti circa la morte del capitalismo sono dovute al fatto che hanno sottovalutato l'ammontare di denaro pubblico cui la Casa Bianca e il Congresso avrebbero messo mano per rianimare il capitale. Hanno sottovalutato il punto fino al quale il capitale sarebbe stato autorizzato a far ricadere il fardello della ripresa dei profitti sulle schiene dei lavoratori. A questo proposito, la retorica progressista sulla "resistenza dei lavoratori" ed il "movimento sindacalista" è il riflesso della mancata comprensione del fatto che non c'è stata quasi resistenza alla riduzione delle indennità sociali ed economiche perché non c'è alcuna organizzazione dei lavoratori. Quelle che vengono definite tali sono totalmente fossilizzate e al servizio dei sostenitori Democratici di Wall Street alla Casa Bianca.
Dagli ingiusti effetti del sistema capitalista comprendiamo che i capitalisti possono superare crisi solo aumentando lo sfruttamento e sottraendo decenni di "conquiste sociali". L'attuale processo di ripresa dei profitti, comunque, è molto precario perché si basa sullo sfruttamento delle attuali scorte, sui bassi tassi di interesse e sul taglio del costo del lavoro (Financial Times, 10 Agosto 2010, p.7). Non è basato su nuovi investimenti privati dinamici o sull'aumento della capacità produttiva. In altre parole, questi guadagni sono "una manna" - non profitti derivanti da maggiori entrate dovute alle vendite o a un'espansione di mercato. Come potrebbero esserlo - se gli stipendi diminuiscono e la disoccupazione/sottocupazione/perdita del lavoro sono oltre il 22%? È chiaro che questo boom di profitti a breve termine basato su condizioni sociali e politiche favorevoli e poteri speciali non è sostenibile. C'è un limite ai massicci esuberi nel pubblico impiego e ai guadagni di produzione derivanti dallo sfruttamento intensivo dei lavoratori ... qualcosa deve cambiare. Una cosa è certa: il sistema capitalista non crollerà né verrà sostituito perché funziona male o presenta "contraddizioni" interne.
Fonte: www.informationclearinghouse.info Link: http://www.informationclearinghouse.info/article26159.htm Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di Giada Ghiringhelli
Nel piatto c'è un filetto al sangue. O una costata di maiale. O un pollo al forno che aspetta di essere divorato. La forchetta è già a mezz'aria quando si affaccia un dubbio: ma in che percentuale, la carne macellata in Italia, viene controllata dai veterinari pubblici? Insomma: quanto possiamo essere certi che, nel cibo che stiamo mangiando, non siano contenute sostanze tossiche o comunque pericolose?
La prima risposta arriva da Francesca Martini, sottosegretario alla Salute: "Il consumatore italiano può stare tranquillo”, garantisce, "la sicurezza della filiera alimentare è assoluta, anche per la carne. Tutti gli standard europei vengono rispettati. I nostri veterinari sono un esempio di professionismo. Dunque non c'è da preoccuparsi”. O meglio: non ci sarebbe, se non si intrecciassero i dati dell'anagrafe nazionale bovina, dell'Istat e dell'Unione nazionale avicoltura con le statistiche del Piano nazionale residui, il programma ministeriale "di sorveglianza sulla presenza, negli animali e negli alimenti di origine animale, di residui di sostanze chimiche che potrebbero danneggiare la salute pubblica”.
Da questo intreccio di analisi escono numeri poco entusiasmanti, scenari poco popolari. Nel 2009, ad esempio, la percentuale dei controlli sui bovini macellati (in tutto 2 milioni 949 mila 828) ha riguardato 15 mila 803 capi, ed è stata pari allo 0,5 per cento. Dei 13 milioni 616 mila 438 suini macellati, invece, i veterinari ne hanno controllati 7 mila 563, cioè uno striminzito 0,05 per cento. E ancora meno sono stati controllati gli 11 milioni 740 mila quintali di volatili macellati (tra polli, tacchini, oche e quant'altro), con un totale di 4 mila 316 verifiche e il record negativo dello 0,03 per cento (inferiore agli standard imposti dalle direttive Ue).
"Il settore delle carni è una polveriera, ne paghiamo ogni giorno le conseguenze, ma nessuno ha interesse a sollevare la questione”, dice Enrico Moriconi, presidente dell'Associazione veterinari per i diritti animali (Avda). Un problema di prima grandezza, considerando che lo scorso anno gli italiani hanno consumato in media 92 chili di carne a testa, e che per il presidente di Assocarni Luigi Cremonini "i consumi sono destinati a crescere”. Eppure l'opinione pubblica è serena: "La gran parte della popolazione continua a non chiedersi cosa può nascondere una bistecca”, sostiene Moriconi: "Al massimo si agita quando scoppiano episodi di straordinaria gravità: come l'influenza aviaria nel 1999 e 2002, la cosiddetta mucca pazza nel 2001, o le carni suine irlandesi contaminate dalla diossina nel 2008".
Emergenze che la sanità italiana ha affrontato senza sbandamenti, va riconosciuto, adeguandosi velocemente ai protocolli internazionali. Ma la comune origine di questi allarmi è rimasta identica: "Una zootecnia suicida basata sugli allevamenti intensivi", la chiama Roberto Bennati, vicepresidente della Lega antivivisezione (Lav). "Una strategia industriale che, partita dagli Stati Uniti nel dopoguerra, è arrivata in Europa travolgendo regole e tradizioni".
Anno dopo anno, ettaro dopo ettaro, al posto dei pascoli si sono imposti capannoni "dove gli animali vivono in condizioni di sovraffollamento, immersi nell'inquinamento dei loro stessi escrementi (pregni di ammoniaca per i bovini, e metano per il pollame), con limitate possibilità di movimento e reiterati bombardamenti farmacologici". Non importa che anche la Food and agricolture organization, a nome delle Nazioni Unite, definisca queste strutture "un vivaio di malattie emergenti". Malgrado la crisi, l'industria italiana delle carni nel 2009 ha fatturato 20,5 miliardi di euro. Ed è una cifra che colpisce, oltre che per dimensioni, per il confronto con la quantità di bestiame che muore all'interno delle nostre aziende zootecniche. "Nel 2008″, documenta la Lav, "sono morti in Piemonte 20 mila 700 bovini allevati. In Veneto sono arrivati a quota 24 mila 433. In Emilia Romagna ne hanno contati 18 mila 217 e in Lombardia 67 mila 996. È accettabile questo cimitero? E chi può dire, in buona fede, che non bisogna allarmarsi?".
Discorsi scivolosi, comunque li si prenda. Non soltanto nel campo dei bovini, e non solo sul fronte della salute in senso stretto. Dice Nino Andena, presidente dell'Associazione italiana allevatori (Aia): "Siamo arrivati al punto che stanno meglio gli animali negli allevamenti, che gli esseri umani nelle loro case…". E verrebbe da credergli, tanta è la disponibilità con cui presenta la zootecnia moderna. Ma poi uno arriva a Colombaro di Formigine, provincia di Modena, e trova una realtà come quella della Società agricola Colombaro. "Qui cresciamo 20 mila suini", mostra stalla per stalla il titolare Domenico Bellei. E non è un bello spettacolo: ecco cinque maialini schiacciati, durante lo svezzamento, in ogni metro quadro; eccone altri quattro in un metro quadro tra i 70 e i 180 giorni di vita; ecco, ancora, gli 80 centimetri pro capite nei quali si trovano i suini all'ingrasso. E mentre una fila di bestie urlanti sale sul rimorchio che le porterà a diventare porchetta, Bellei fa un ragionamento schietto: "Anche noi preferiremmo allevare maiali con altri criteri, più rispettosi del loro benessere. Ci abbiamo pure provato, ma prevalgono le esigenze commerciali. Così rispettiamo le regole ed evitiamo le ipocrisie: se gli italiani pretendono l'etica da noi allevatori, accettino che i prodotti siano più cari. Altrimenti è soltanto teoria…".
Parole condivisibili, per certi versi: ma anche incomplete. C'è molto altro, infatti, da dire sull'esistenza intensiva dei maiali. Per esempio che i tecnici dell'Autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa), hanno presentato nel 2009 un'indagine sulla salmonella nei suini da riproduzione. E il risultato, accolto dal silenzio pneumatico dei mass media, è che il batterio risulta presente nel 51,2 per cento degli allevamenti italiani (superati dalla Spagna con il 64 per cento, l'Olanda con il 57,8, l'Irlanda con il 52,5 e il Regno Unito con il 52,2). "Quanto basta per ribadire che la carne, fuori e dentro l'Italia, è un vettore di rischio", dice la biologa Roberta Bartocci.
E lo scenario non cambia, aggiungono gli animalisti, spostandosi dai suini al pollame. "Sempre l'Efsa", spiegano, "ha concluso uno studio sulle carcasse dei polli da carne, e la scoperta è che nel 2008 il 49,6 per cento dei campioni italiani era affetto da campylobacter (un batterio che, in caso di cottura non completa della carne, può provocare forti dolori addominali, febbre e diarrea), mentre il 17,4 mostrava tracce di salmonella”.
"La verità", segnala il responsabile dell'Unità operativa igiene degli allevamenti piemontesi Gandolfo Barbarino (membro anche delle commissioni ministeriali per il farmaco veterinario e i mangimi), "è che nel settore carni ci vorrebbe più trasparenza". A partire dal famoso Piano nazionale residui, che dovrebbe individuare le sostanze illegali somministrate al bestiame per prevenire i malanni e velocizzarne la crescita. "Nel 2009″, racconta Barbarino, "su 33 mila 552 campioni analizzati, è risultato positivo appena lo 0,22 per cento. Ma non c'è da festeggiare. Il problema è che i riscontri si basano sulle analisi chimiche di fegato, carni, sangue e urine. E chi pratica il doping, in questo campo, ha raggiunto livelli di tale raffinatezza da sfuggire ai controlli".
Per i bovini la procedura è semplice e rigorosa, spiega un allevatore campano dietro promessa di anonimato: "Prima di tutto i trattamenti avvengono il venerdì, perché nel fine settimana i dopanti fanno in tempo a diventare invisibili”. Si tratta di cocktail che contengono "dieci, dodici sostanze proibite: in dosi ridotte ma con effetti esplosivi". Nei primi due mesi, prosegue l'allevatore, "per far crescere alla svelta gli animali si dà estradiolo con testosterone o nandrolone. Poi si passa ai beta agonisti, che favoriscono la diminuzione del grasso, fino alla vigilia della macellazione. E nell'ultimo periodo, utilizziamo i cortisonici per aumentare la ritenzione idrica e definire al massimo la massa muscolare". Tutto con la certezza dell'impunità totale, precisa: "Perché è vero che ci sono i controlli, ma altrettanto vero è che pochi veterinari hanno voglia di discutere con la camorra".
Anche per questo, spiegano gli addetti ai lavori, non bastano i 6 mila 500 veterinari in forza alle pubbliche amministrazioni (dei quali 5 mila 787 nelle Aziende sanitarie locali) a garantire la sicurezza delle carni italiane.
"Il malaffare e l'opacità mettono a dura prova qualunque sorveglianza", dice il biologo Pierluigi Cazzola, responsabile a Vercelli dell'Istituto zooprofilattico sperimentale (Izs). Basti pensare al documento riservato, e non ufficiale, che il ministero della Salute ha discusso il 19 maggio con esponenti dei carabinieri, dell'Istituto di zooprofilassi e dell'Istituto superiore di sanità. "Al centro dell'attenzione, c'era la tabella del ministero con i farmaci prescritti agli animali d'allevamento", spiega un testimone. "In particolare, si è chiesto alle Regioni di specificare quante volte nel 2009 i veterinari avessero legalmente permesso agli allevatori di utilizzare sostanze delicate per la salute animale (e quindi umana) come gli ormoni. "L'esito, poco credibile, è che in Emilia Romagna su 46 mila 383 prescrizioni ordinarie non è risultato nessun caso. Idem per la Sicilia, su un totale di 9 mila 641 prescrizioni. Per non parlare di Lombardia, Liguria, Campania, Calabria, Basilicata, Veneto, Friuli e Sardegna, che scaduti i termini di consegna non avevano ancora inviato i dati".
In questo clima, viene da pensare, tutto è possibile: non solo dentro i capannoni intensivi, ma anche nei pascoli di montagna. Raccontano gli allevatori abruzzesi onesti, ad esempio, che le loro parti non sono esenti da illegalità: "Si tratta", spiega uno di loro, "delle marche auricolari, i sigilli che per gli animali equivalgono a carte d'identità". Un tempo erano targhe metalliche, difficilmente trasferibili da una bestia all'altra. "Oggi invece sono di plastica, si staccano senza problemi, e vengono applicate alle bestie straniere, importate di nascosto ed escluse dal circuito sanitario". Oppure, dice un altro allevatore, "c'è chi le marche auricolari non le mette proprio, allevando anche animali malati”. E non sono notizie per sentito dire. Per verificarlo basta salire fino ai pascoli di Pratosecco, sopra al comune di Camerata Nuova, e osservare un branco di circa 300 vacche. La maggioranza dei capi, va sottolineato, ha regolari marche. Altri, invece, no. "Il problema è capire di chi sono questi animali”, spiega Massimiliano Rocco di Wwf Italia, presente al sopralluogo, "e poi catturarli: tracimano ovunque, dai prati ai boschi, in un circuito di illegalità che parte dall'estero e arriva al nostro territorio".
Certo: non sbaglia François Tomei, direttore di Assocarni, quando sostiene che nel suo settore "il numero di controlli ufficiali in Italia è superiore a quello di qualsiasi altro Paese". E fa bene a ricordare che "la filiera italiana ha un prodotto con caratteristiche organolettiche e nutrizionali particolarmente elevate". Ma non è ancora sufficiente, a chiudere il discorso: "A tutelare i consumatori, sarebbe utile anche un'Agenzia per la sicurezza alimentare", dice la senatrice Colomba Mongiello (Pd), "ma il governo ha pensato di inserirla tra gli enti inutili". Ora, spiega, si è arrivati a una probabile retromarcia, ma se anche l'Agenzia dovesse partire mancherebbero gli indispensabili decreti attuativi: "La sensazione è che, in un Paese che mal tollera i controllori, non sia un ritardo casuale". Quanto al fronte estero, e al rischio che i nostri confini siano attraversati da bestiame malato, o in ogni caso fuori controllo, è utile leggere i regolamenti comunitari. Soltanto così, infatti, si apprende che in Europa i controlli spettano alle nazioni che esportano bestiame, mentre gli Stati riceventi possono giusto svolgere "controlli per sondaggio e con carattere non discriminatorio”. Un obbligo che limita l'eccellente rete dei nostri Uffici veterinari per gli adempimenti degli obblighi comunitari (Uvac) e dei Posti di ispezione frontaliera (Pif). "Ma soprattutto”, commentano i veterinari, "fa guardare con sospetto al lungo elenco di nazioni che non segnalano alcuna positività delle loro bestie alle sostanze proibite". Tra queste, recita la tabella disponibile del 2007, Bulgaria, Danimarca, Estonia, Finlandia, Ungheria, Irlanda, Lussemburgo, Romania, Slovenia, Repubblica slovacca e Svezia.
Da qui, il baratro delle macellazioni clandestine. "Di recente", dicono al Wwf Italia, "è arrivato sui nostri tavoli un dettagliatissimo documento sul ciclo illecito degli scarti di macellazione in Campania, Basilicata e Puglia". Quattro pagine anonime in cui si spiega come pezzi di animali a rischio non vengano eliminati dopo la macellazione, ma rientrino nel sistema alimentare sotto la guida di organizzazioni criminali. Un'ipotesi da approfondire, anche perché in linea con quanto accaduto in Italia nel 2009. Lo scorso febbraio, per dire, il Nucleo anti sofisticazioni dei carabinieri (Nas) ha sequestrato 18 tonnellate tra carne e prodotti di origine animale: non solo trovati in pessimo stato di conservazione, ma privi della bollatura sanitaria. "Nell'occasione”, hanno scritto le agenzie di stampa, "sono stati individuati 102 centri di macellazione clandestina, con 113 persone denunciate per il mancato rispetto delle norme igieniche e la non corretta tenuta dei capi animali da parte degli allevatori”.
Ecco perché non stupisce una comunicazione riservata del Nucleo agroalimentare e forestale (Naf), nella quale si spiega che "le macellazioni clandestine interessano (in Italia, ndr) circa 200 mila bovini, che spariscono ogni anno dagli allevamenti ad opera della malavita". Non c'è controllo che tenga. Non c'è multa che scoraggi. I dispiaceri della carne abbondano, anche se nessuno pare allarmarsi. "Per questo”, dice Walter Rigobon, membro della segreteria nazionale di Adiconsum (Associazione in difesa di consumatori e ambiente), abbiamo stretto un accordo in provincia di Treviso con il consorzio Unicarve e i supermercati Crai”. Di fatto, spiega, "garantiamo ai consumatori carne che abbia una tracciabilità totale: dalla nascita dell'animale fino al banco vendita”. L'iniziativa si chiama "Scrigno della carne”: "Perché la salute è un bene prezioso”, dice Rigobon. Anche più del business. ( Fonte: L'Espresso - 22 luglio 2010 - Articolo di R. Bocca)
Ho un figlio di sei anni. Si chiama Jin-Gyu. Vive a spese mie, tuttavia potrebbe benissimo guadagnarsi da vivere. Pago per il suo alloggio, il cibo, l’educazione e le cure sanitarie. Ma milioni di bambini della sua età hanno già un lavoro. Daniel Defoe nel 18° secolo capì che i bambini sono capaci di guadagnarsi da vivere già dall’età di 4 anni.
Inoltre, lavorare farebbe un mondo di bene al carattere di Jin-Gyu. In questo momento sta vivendo in una bolla economica con nessun senso del valore del denaro. Non apprezza affatto gli sforzi che io e sua madre facciamo per il suo bene, sovvenzionando la sua esistenza oziosa e proteggendolo dalla dura realtà. È stra-protetto e ha bisogno di essere esposto alla competizione, in modo da diventare una persona più produttiva. Pensandoci bene, più viene esposto alla competizione e prima questo accade, migliore sarà il suo futuro sviluppo. Lo sbatterebbe in una mentalità che è pronta al duro lavoro. Dovrei fargli lasciare la scuola e trovarsi un lavoro. Magari potrei trasferirmi in un paese dove il lavoro minorile è ancora tollerato, se non legale, per dargli più opportunità d’impiego.
Posso sentirvi dire che devo essere pazzo. Miope. Crudele. Mi dite che devo proteggere e nutrire il bambino. Se conduco Jin-Gyu nel mercato del lavoro a sei anni, potrebbe diventare un astuto lustrascarpe o anche un prosperoso venditore ambulante, ma non diventerà mai un neurochirurgo o un fisico nucleare – il che richiederebbe come minimo un’altra dozzina di anni della mia tutela e dei miei investimenti. È chiaro che, anche da un mero punto di vista materialistico, sarebbe più saggio per me investire nell’educazione di mio figlio piuttosto che gongolare sui soldi che ho messo da parte non mandandolo a scuola. Dopo tutto, se avessi ragione, Oliver Twist avrebbe fatto meglio ad essere un borseggiatore per Fagin, piuttosto che essere salvato dallo sviato Buon Samaritano Mr. Brownlow, il quale lo ha privato dell’opportunità di restare competitivo nel mercato del lavoro.
Tuttavia questo modo di pensare è essenzialmente il modo in cui gli economisti liberalisti giustificano la rapida e vasta liberalizzazione dei mercati nei paesi in via di sviluppo. Affermano che che i produttori dei paesi in via di sviluppo in questo momento devono essere esposti alla competizione il più possibile, così che abbiano l’incentivo per aumentare la loro produttività per poter sopravvivere. La protezione, di contro, crea solamente pigrizia e compiacenza. Il più presto si espongono, così funziona, il meglio sarà per lo sviluppo economico.
Gli incentivi, tuttavia, sono solo una parte della storia. L’altra è la capacità. Anche se venisse offerta a Jin-Gyu una ricompensa di 20 milioni di sterline o fosse minacciato con una pistola alla tempia, non sarebbe in grado di essere all’altezza della neurochirurgia, avendo lasciato la scuola a 6 anni. Allo stesso modo, le industrie dei paesi in via di sviluppo non sopravviveranno se esposte troppo presto alla competizione internazionale. Hanno bisogno di tempo per migliorare le loro capacità, conoscere a fondo le tecnologie più avanzate e costruire delle organizzazione efficienti.
Naturalmente, la protezione che garantisco a Jin-Gyu non deve essere usata per sempre come uno scudo dalla competizione. Farlo lavorare all’età di sei anni è sbagliato, ma lo è anche mantenerlo fino ai 40. Alla fine dovrà entrare nel grande e vasto mondo, trovare un lavoro e vivere una vita indipendente. Ha bisogno di protezione solo mentre accumula le capacità per trovare un lavoro ben pagato e soddisfacente.
Ovviamente, come accade con i genitori che crescono i loro figli, la tutela delle neo-industrie può andare male. Proprio come alcuni genitori sono iper-protettivi, i governi possono coccolare le neo-industrie un po’ troppo. Alcuni bambini non vogliono preparasi alla vita adulta, proprio come il sostegno alle neo-industrie è sprecato per alcune aziende. Allo stesso modo in cui alcuni bambini manipolano i loro genitori al fine di mantenerli anche oltre l’infanzia, ci sono industrie che estendono la tutela del governo attraverso un astuto lobbying. Ma l’esistenza di famiglie disfunzionali non è certo una polemica contro l’essere genitori in sé. Allo stesso modo, i casi di fallimento della protezione delle neo-industrie non possono discreditare la strategia di per sé. Gli esempi di cattivo protezionismo ci dicono semplicemente che questa politica deve essere usata in modo saggio.
Il “Ten-Dollar Bill” e la Storia Segreta del Capitalismo
Il concetto per il quale le nuove industrie delle economie relativamente sottosviluppate hanno bisogno di protezione e sostegno prima che possano competere con le loro rivali superiori è conosciuto come il “concetto delle industrie neonate”. Fu sistematicamente sviluppato per la prima volta da qualcuno di cui molti conoscono la faccia senza conoscerne l’identità – Alexander Hamilton, il cui ritratto adorna le banconote da dieci dollari.
Hamilton diventò il primo Ministro delle Finanze (Segretario del Tesoro) degli Stati Uniti nel 1789, all’oltraggiosa età di 33 anni. Due anni dopo, presentò al congresso americano il suo Report on the Subject of Manufactures [“Rapporto sulla Produzione”, ndt]. In esso espose la sua teoria per la quale il paese aveva bisogno un vasto programma per sviluppare le sue industrie. Il nucleo della sua idea era che un paese sottosviluppato come gli Stati Uniti doveva proteggere le “industrie nella loro infanzia” dalla competizione straniera e sostenerle fino a quando non avessero camminato con le loro gambe. Hamilton propose una serie di misure per raggiungere lo sviluppo industriale nel suo paese, inclusi: dazi protettivi e divieti di importazione; sussidi; divieti di esportazione di materie prime fondamentali; liberalizzazione dell’import e riduzione dei dazi sui prodotti industriali; premi e brevetti per le invenzioni; regolamentazione dei criteri dei prodotti; sviluppo delle infrastrutture finanziarie e dei trasporti. Sebbene Hamilton mettesse giustamente in guardia contro il portare avanti questa politica troppo a lungo, queste sono comunque misure alquanto potenti ed “eretiche”. Se fosse stato oggi il Ministro delle Finanze di un paese in via sviluppo, il FMI e la Banca Mondiale avrebbero sicuramente rifiutato di prestare dei soldi al suo paese ed avrebbero fatto pressione per farlo sollevare dall’incarico.
Raccomandando un tale modo di agire al suo giovane paese, l’impudente Ministro delle Finanze trentacinquenne con una semplice laurea in arti liberali da una mediocre università (il King’s College di New York, l’odierna Columbia University) stava andando apertamente contro i consigli dell’economista più famoso al mondo, Adam Smith. Come la maggior parte degli economisti dell’epoca, Smith suggerì all’America di non sviluppare la produzione. Sosteneva che qualsiasi tentativo di “fermare l’importazione dei prodotti europei” avrebbe “ostacolato invece che promosso il cammino del loro paese verso la grandezza ed il benessere”.
Molti americani – in particolare Thomas Jefferson, Segretario di Stato dell’epoca ed arci-nemico di Hamilton – erano d’accordo con il grande economista. Alquanto ragionevolmente, sostenevano che fosse meglio importare prodotti di alta qualità dall’Europa con i profitti guadagnati dall’esportazione dei prodotti agricoli, piuttosto che provare a produrre merci confezionate scadenti. Di conseguenza, il Congresso accettò senza troppa convinzione la raccomandazione di Hamilton e aumentò il tasso medio dei dazi dal 5% al 12.5%.
Comunque, a seguito della Guerra anglo-americana del 1812, gli Stati Uniti cominciarono a passare ad una politica protezionista e nel 1820 la media delle tariffe industriali aumentò oltre il 40%, istituendo fermamente il programma di Hamilton. Durante gli anni ’30 del 19° secolo, il tasso del dazio industriale diventò letteralmente il più alto del mondo e restò tale fino alla Seconda Guerra Mondiale, quando la supremazia manifatturiera americana divenne assoluta.
Gli Stati Uniti sono stati forse il primo paese a teorizzare la tutela delle neo-industrie, ma la pratica esisteva già da prima. Il primo paese che la applicò su vasta scala fu, inaspettatamente, l’Inghilterra – un paese comunemente considerato come l’inventore del libero scambio.
Dichiarando che “niente contribuisce alla promozione del benessere pubblico tanto quanto l’esportazione di merci manifatturiere e l'importazione di materie prima straniere”, tramite un messaggio del Re al Parlamento nel 1721, Robert Walpole, il primo Premier inglese, lanciò una serie di politiche che proteggevano e sostenevano le industrie manifatturiere inglesi contro i superiori concorrenti dei Paesi Bassi (Belgio ed Olanda), in seguito diventati il centro della produzione europea. Le politiche di Walpole durarono per tutto il secolo successivo. Tra il tempo di Walpole ed il 1830, quando l’Inghilterra cominciò a ridurre i dazi (sebbene non passò al libero scambio fino al 1860), il tasso medio dei dazi industriali inglesi oscillava tra il 40% ed il 50%, contro il 20% in Francia ed il 10% in Germania, paesi che oggi vengono associati al protezionismo commerciale.
L’Inghilterra e gli Stati Uniti, ipoteticamente le due terre natie del libero scambio, sono forse state le professioniste più ardenti – e più di successo – nella tutela delle neo-industrie, ma non sono delle eccezioni. Praticamente tutti i paesi benestanti di oggi hanno adottato dei cauti provvedimenti politici per proteggere e sostenere le loro neo-industrie prima di diventare ricchi.
Ad eccezione dell’Olanda e (fino alla Prima Guerra Mondiale) della Svizzera (di cui parleremo più avanti), hanno tutti attuato la protezione delle tariffe, sebbene nessuno di loro in maniera tanto estesa quanto gli Stati Uniti e l’Inghilterra. Anche quando la protezione complessiva era relativamente bassa, alcuni settori strategici furono in grado di avere un’alta tutela. Ad esempio, durante gli ultimi anni del 19° secolo ed i primi del 20°, mantenendo un tasso medio dei dazi industriali relativamente moderato (5-15%), la Germania concesse una forte tasso di sostegno ad industrie strategiche come quelle del ferro e dell’acciaio. Nello stesso periodo, anche la Svezia fornì un’alta protezione alle sue industrie ingegneristiche neo-emergenti, sebbene il tasso medio delle tariffe fosse del 15-20%. Nella prima metà del 20° secolo, il Belgio mantenne dei livelli moderati di tutela complessiva (circa il 10% di tasso medio di dazi industriali), ma protesse pesantemente il settore tessile (30-60%) e l’industria del ferro (85%).
I dazi non erano i soli mezzi della politica commerciale usati in passato dai paesi benestanti. Quando ritenuto necessario per la tutela delle neo-industrie, la maggior parte di essi vietavano le importazioni e vi imponevano delle tasse. Fornivano inoltre dei sussidi d’esportazione – a volte su tutte le esportazioni (come fecero Giappone e Corea), ma spesso su merci specifiche (ad esempio, nel 18° secolo, l’Inghilterra fornì dei sussidi d’esportazione sulla polvere da sparo, sulle tele da vela, sullo zucchero raffinato e sulla seta). Alcuni di loro fornirono anche una diminuzione sui dazi pagati sulle esportazioni, per incoraggiarne lo sviluppo. Molti credono, come anch’io ero solito fare, che queste misure siano state inventate in Giappone negli anni ’50, ma di fatto furono inventate in Inghilterra durante il 17° secolo.
Non è solo nel regno del commercio internazionale che i precedenti storici dei paesi attualmente più ricchi vanno contro l’ortodossia del libero mercato.
Quando si trovavano alle strette, molti di loro discriminavano gli investitori stranieri. Nel 19° secolo, gli Stati Uniti subirono restrizioni sugli investimenti esteri nel settore bancario, navale, minerario e degli alloggi. Le restrizioni furono particolarmente severe per le banche. Ad esempio, lungo tutto il 19° secolo, gli azionisti non residenti non potevano votare e solo i cittadini americani potevano diventare direttori di una banca nazionale (in quanto opposta a quelle statali). Negli anni ’80 dello stesso secolo, il governo dello stato di New York introdusse persino una legge che vietava alle banche straniere di impegnarsi in “affari bancari” (come ad esempio prelevare depositi o scontare note o fatture). Sorprendente? Non molto, se si considera che il Bankers’ Magazine nel 1884 scrisse che “sarà per noi un giorno felice quando nessun titolo americano sarà posseduto all’estero e quando gli Stati Uniti cesseranno di essere un terreno di sfruttamento per i bancari europei ed i prestatori di denaro”.
Alcuni altri paesi andarono oltre rispetto gli Stati Uniti. Il Giappone impose severe restrizioni sull’investimento estero diretto, chiudendo la maggior parte delle industrie e imponendo ad altre un tetto del 49% sui diritti di proprietà fino agli anni ’70. La Corea seguì questo modello attentamente fino a che fu costretta a liberalizzare l’investimento estero dopo la crisi finanziaria del 1997. La Finlandia andò un po’ più oltre e tra gli anni ’30 e gli anni ’80 classificò ufficialmente tutte le aziende con più del 20% di proprietà straniera come “imprese pericolose”. Persino i paesi che non adottavano tali controlli draconiani imposero condizioni formali ed informali su ciò che potevano fare le aziende straniere. In modo particolare, era necessario per loro acquistare più di un certa quota di input da fornitori interni, conosciuti come “richieste di quantità locali”.
Malgrado il loro attuale sostegno alla privatizzazione delle imprese pubbliche nei paesi in via di sviluppo, molti paesi sviluppati hanno costruito le loro industrie tramite la proprietà statale. All’inizio della loro industrializzazione, la Germania ed il Giappone costituirono imprese statali in settori chiave dell’industria – tessili, acciaio e costruzione navale. Nel caso della Francia, imprese familiari come Renault (automobili), Alcatel (mezzi di telecomunicazione), St. Gobain (vetro ed altri materiali di costruzione), Thomson (elettronica), Thales (elettronica per la difesa), Elf Aquitaine (petrolio e gas), Rhone-Poulenc (farmaceutica; fusa con la compagnia tedesca Hoechst per formare la Aventis, che fa ora parte della Sanofi-Aventis) erano solite essere imprese statali (ed alcune, come Renault e Thales, lo sono ancora in parte). Anche la Finlandia, l’Austria e la Norvegia svilupparono le loro industrie tramite un’estesa statalizzazione dopo la Seconda Guerra Mondiale. Taiwan realizzò il suo “miracolo” economico con un settore di imprese statali che produce il 16% del PIL, cioè più della media internazionale (che è di circa il 10%). Il settore delle imprese pubbliche di Singapore, che produce il 22% del PIL, è uno dei più vasti al mondo e comprende molte aziende di livello internazionale, come la Singapore Airlines.
Come già menzionato, l’Olanda e (fino alla Prima Guerra Mondiale) la Svizzera non usufruivano molto di dazi o sussidi. Ma deviarono l’odierna ortodossia del libero mercato in maniera significativa – rifiutarono di tutelare i brevetti. La Svizzera, malgrado la sua attuale presa di posizione aggressiva sui brevetti farmaceutici, non ha avuto nessuna legge in merito fino al 1888 – quasi un secolo dopo rispetto a paesi come la Francia (1791) e gli Stati Uniti (1793). La sua legge sui brevetti del 1888 non tutelava le invezioni del settore chimico (e quindi anche farmaceutico). Solo sotto la pressione della Germania, dalla quale stava liberamente “prendendo in prestito” le tecnologie chimiche, introdusse i brevetti per i processi chimici (ma non per le sostanze chimiche, come fu anche il caso della Germania e molti altri paesi all’epoca). L’Olanda abolì la sua legge sui brevetti del 1817 nel 1869, sulla base del fatto che i brevetti creano monopoli artificiali che vanno contro i loro principi di libero scambio e libera competizione (ovviamente vanno contro, sebbene molti economisti del libero scambio di oggi non riescano a capirlo). Non re-introdusse una legge sui brevetti fino al 1912, quando ormai la Philips si era fermamente stabilita come maggiore produttrice di lampadine, la cui tecnologia era stata “presa in prestito” da Thomas Edison.
Anche i paesi che avevano leggi sui brevetti erano negligenti nella tutela dei diritti di proprietà intellettuale – specialmente quelli degli stranieri. Nella maggior parte dei paesi, inclusi Inghilterra, Austria, Francia e Stati Uniti, era esplicitamente concesso il brevetto delle invenzioni importate. Quando nel 1810 Peter Durand prese in Inghilterra la licenza per la tecnologia conserviera, usando l’invenzione del francese Nicholas Appert, l’istanza dichiarava esplicitamente che era una “invenzione da me comunicata da un certo straniero”, un espediente poi divenuto di uso molto comune per prendere il brevetto sull’invenzione di uno straniero.
“Prendere in prestito” le idee non veniva semplicemente fatto con invenzioni che potevano essere brevettate. Nel 19° secolo c’era anche una vasta contraffazione dei marchi – in modo simile a quella successivamente adottata da Giappone, Corea, Taiwan ed oggi Cina. Nel 1862, l’Inghilterra modificò la sua legge sui marchi, il Merchandise Mark Act, con lo scopo specifico di prevenire la contraffazione dei prodotti inglesi da parte degli stranieri, specialmente dai tedeschi. La ratifica della legge rendeva obbligatoria la specificazione, da parte del produttore, del paese e del luogo di fabbricazione come parte della “descrizione commerciale” necessaria. La legge sottovalutava l’ingenuità tedesca, comunque – le aziende tedesche escogitarono alcune brillanti tattiche evasive. Ad esempio, attaccavano il bollo che indicava il paese di origine sull’imballaggio invece che sui singoli articoli; oppure, lo attaccavano dove era praticamente invisibile. Il giornalista inglese del 19° secolo, Ernst Williams, scrisse un libro intero sulla contraffazione tedesca, Made in Germany, che spiega come: “un’azienda tedesca, che esporta un grande numero di macchine da cucire in Inghilterra, cospicuamente etichettate come “Singer” e “North-British Sewing Machines”, mette il marchio del Made in Germany a piccoli caratteri sotto il pedale. Ci vorrebbe la forza di mezza dozzina di sarte per capovolgere la macchina e leggere la didascalia: altrimenti passa inosservata”.
Anche i diritti d’autore venivano regolarmente violati. Malgrado l’attuale atteggiamento entusiastico nei confronti del copyright, gli Stati Uniti rifiutarono di tutelare i diritti degli stranieri nella legge in merito del 1790. Firmarono l’accordo internazionale sui diritti di autore (la Convenzione di Berna del 1886) solo nel 1891. A quell’epoca, gli Stati Uniti erano un importatore netto di materiali tutelati da diritti d’autore e colsero l’occasione per proteggere i soli autori americani. Per un altro secolo (fino al 1988), non vennero riconosciuti i diritti sui materiali stampati al di fuori degli Stati Uniti.
Cattivi Samaritani: Togliere la Scala e l’Amnesia Storica
Il quadro è chiaro. Il paesi ricchi sono arrivati dove sono oggi attraverso politiche nazionalistiche, con vari mezzi quali tutela, sussidi, statalizzazione delle imprese, regolamentazioni severe sugli investimenti esteri e debole protezione dei diritti di proprietà intellettuali degli stranieri.
Malgrado questa storia, negli ultimi 25 anni, questi paesi sono stati raccomandati, o anche costretti, a sviluppare delle politiche nazionali che andassero direttamente contro la loro esperienza storica. Attraverso i termini di prestito del FMI e della Banca Mondiale, come anche le condizioni relative ai loro sussidi, i paesi ricchi hanno imposto ai paesi in via di sviluppo la liberalizzazione del mercato. L’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC) ha ridotto in modo significativo i dazi ed altre restrizioni commerciali nella maggior parte dei paesi in via di sviluppo. I paesi benestanti stanno tentando di ridurre ancor di più le tasse industriali su tali paesi attraverso nuove negoziazioni con l’OMC, come anche attraverso accordi bilaterali e regionali di libero scambio. Molti dei sussidi sono stati vietati dall’OMC – ad eccezione di quelli che vengono ancora usati dai paesi ricchi, come i sussidi sull’agricoltura e sulla ricerca e lo sviluppo. L’OMC ha reso illegali la maggior parte delle restrizioni sull’investimento estero, come ad esempio le “richieste di quantità locali”, mentre il FMI e la Banca Mondiale hanno fatto costantemente pressione sui paesi in via di sviluppo al fine di liberalizzare l’investimento estero. L’OMC ha inoltre reso più rigide le leggi sui diritti di proprietà intellettuale, essenzialmente richiedendo a tutti i paesi, tranne quelli in via di sviluppo più poveri, di aderire agli standard americani sulla tutela dei diritti – tutela che persino molti americani considerano eccessiva.
Perché lo stanno facendo? Nel 1841, un economista tedesco, Friedrich List, criticò l’Inghilterra per aver predicato il libero scambio agli altri paesi, dopo aver raggiunto la sua supremazia economica attraverso dazi altissimi e sussidi estensivi. Accusò gli inglesi di “togliere la scala” che loro avevo usato per salire fino alla posizione economica più alta al mondo: “è un espediente davvero comune, dopo che ognuno abbia raggiunto l’apice della sua grandezza, togliere la scala con la quale si è saliti, in modo da privare gli altri dei mezzi per poterci raggiungere”.
Oggi, ci sono sicuramente alcune persone nei paesi benestanti che predicano il libero scambio ed il libero mercato ai paesi poveri in modo da accaparrarsi le quote maggiori sugli ultimi mercati e per attutire l’emergere di nuovi concorrenti. Predicano “fate come vi diciamo, non come abbiamo fatto” e razzolano come “Cattivi Samaritani”, approfittandosi di coloro che sono nei guai*. Ma ciò che è più preoccupante è che molti di questi Cattivi Samaritani di oggi non si rendono neanche conto del fatto che le loro politiche stanno nuocendo ai paesi in via di sviluppo. La storia del capitalismo è stata talmente riscritta che molte persone nel mondo benestante non si accorgono che nel raccomandare il libero scambio ed il libero mercato ai paesi in via di sviluppo vengono considerati due pesi e due misure.
Non sto suggerendo che da qualche parte ci sia un sinistro comitato segreto che spazza via sistematicamente gli indesiderati dalle fotografie e che riscrive i fatti storici. Ad ogni modo, la storia è scritta dai vincitori ed è nella natura umana re-interpretare il passato dal punto di vista del presente. Di conseguenza, nel corso del tempo i paesi ricchi hanno in modo graduale, se non inconscio, riscritto le loro storie personali per renderle più coerenti con la visione che hanno di loro stessi oggi, piuttosto di come sono veramente – più o meno allo stesso modo in cui oggi la gente scrive del Rinascimento in “Italia” (un paese che non è esistito fino al 1861) oppure include nella lista dei Re e delle Regine “inglesi” gli Scandinavi francofoni (re normanni).
Il risultato è che molti Cattivi Samaritani potrebbero raccomandare politiche di libero scambio e libero mercato ai paesi poveri nell’onesta ma sbagliata convinzione che questa è la stessa strada che i loro stessi paesi hanno percorso in passato per diventare benestanti. Ma di fatto stanno rendendo la vita di coloro che vogliono aiutare ancora più difficile.
I paesi in via di sviluppo hanno fatto davvero poco negli ultimi 25 anni malgrado l’adozione di “buone politiche”, come la liberalizzazione del commercio e dell’investimento estero ed un’efficace tutela sui brevetti. Il tasso annuale di crescita pro capite del mondo in via di sviluppo si è di base dimezzato durante l’ultimo periodo, in confronto ai “brutti vecchi tempi” del protezionismo e dell’intervento dello stato degli anni ’60 e ’70. Ed anche questo solo perché la media include la Cina e l’India, due giganti in rapida crescita, che hanno sicuramente liberalizzato la loro economia in molti modi, ma hanno rifiutato di abbracciare pienamente la dottrina del neo-liberalismo ortodosso.
Il deficit di crescita è stato notevole in modo particolare nell’America del Sud e nell’Africa sub-sahariana, dove i programmi neo-liberali sono stati realizzati in modo più approfondito rispetto all’Asia. Negli anni ’60 e ’70, il reddito pro capite dell’America Latina cresceva del 3.1% all’anno, poco più velocemente della media dei paesi in via di sviluppo. In modo particolare, il Brasile aveva una crescita veloce come quella delle economie “miracolose” dell’Asia. Ad ogni modo, dagli anni ’80, quando il continente abbracciò il neo-liberalismo, la crescita dell’America Latina è stata di un terzo rispetto a quelli dei “brutti vecchi tempi”. Anche se si considerano gli anni ’80 come un decennio di assestamento e si sotraggono dall’equazione, il reddito pro capite della regione nel corso degli anni ’90 è cresciuto di circa la metà in meno rispetto al tasso degli anni ’60 e ’70 (3.1% contro 1.7%). Tra il 2000 ed il 2005, è andata anche peggio: il reddito pro capite è praticamente rimasto fermo, con una crescita del solo 0.6% all’anno. Come pure l’Africa sub-sahariana, il cui reddito pro capite è cresciuto alquanto lentamente anche negli anni ’60 e ’70 (1.6% all’anno). Ma dagli anni ’80, la regione ha subito un crollo degli standard di vita. Questo dato è un’accusa schiacciante all’ortodossia neo-liberale in quanto durante gli ultimi 25 anni la maggior parte delle economie dell’Africa sub-sahariana sono state gestite praticamente dal FMI e dalla Banca Mondiale.
Contro il “Level Playing Field” [“Campo da Gioco Equo”, ndt]
Spingendo per politiche di libero mercato che rendono più difficile ai paesi poveri usare politiche nazionalistiche, i Cattivi Samaritani hanno spesso usufruito della retorica del “level playing field”. Sostengono che ai paesi in via di sviluppo non dovrebbe essere permesso di usare mezzi politici extra per la tutela, i sussidi e la regolamentazione, in quanto si tratta di concorrenza sleale. Se gli fosse concesso, allora i paesi in via di sviluppo sarebbero come una squadra di calcio, sostengono i Cattivi Samaritani, che attacca dall’alto, mentre l’altra squadra (i paesi ricchi) lottano per risalire il piano inclinato del campo a gioco. Bisogna liberarsi delle barriere protettive e fare in modo che ognuno competa nelle stesse condizioni: dopo tutto, i frutti del mercato possono essere colti solo quando la concorrenza sottostante è leale. Chi mai potrebbe non essere d’accordo con un concetto che suona talmente ragionevole come il “level playing field”?
Io non sono d’accordo – quando si tratta di una competizione tra giocatori impari. E noi tutti non dovremmo – se vogliamo costruire un sistema internazionale che promuova il progresso economico. Un campo da gioco equo porta ad una concorrenza sleale se i giocatori non sono alla pari. Quando una squadra in una partita di calcio è, ad esempio, la nazionale brasiliana e l’altra squadra è formata dalle amichette di undici anni di mia figlia Yuna, è giusto permettere alle ragazze di attaccare in discesa. In questo caso, un campo da gioco inclinato, piuttosto che pianeggiante, è il modo per assicurare una concorrenza leale.
Questo tipo di campo inclinato non esiste solo perché alla nazionale brasiliana non sarà mai permesso di giocare contro una squadra di ragazzine undicenni, e non perché l’idea di un piano inclinato sia sbagliata di per sé. Infatti, nella maggior parte degli sport, non è semplicemente permesso che giocatori impari competano gli uni contro gli altri – piano inclinato o meno – per l’ovvia ragione che sarebbe ingiusto.
Il calcio e la maggior parte degli altri sport hanno gruppi di età e divisioni di genere, mentre altri come la boxe, il wrestling, il sollevamento pesi hanno delle classi di peso. E queste classi sono divise in modo ben definito. Ad esempio nella boxe, le classi dei pesi più leggeri sono letteralmente nei limiti di fasce di 1-1.5 chili. Perché pensiamo che un incontro di boxe tra due persone con poco più di un paio di chili di differenza sia ingiusto mentre accettiamo che gli Stati Uniti e l’Honduras debbano competere sullo stesso piano? Nel golf, per fare un altro esempio, esiste persino un esplicito sistema di “handicap” che da ai giocatori vantaggi inversamente proporzionali alle loro abilità di gioco.
La concorrenza economica mondiale è un gioco tra giocatori impari. Fa scontrare tra di loro paesi che vanno, come noi economisti dello sviluppo amiamo dire, dalla Svizzera alla Swazilandia [in inglese “from Switzerland to Swaziland”, ndt]. Di conseguenza, l’unica cosa giusta sarebbe inclinare il campo da gioco in favore dei paesi più deboli. In pratica, questo significa permettergli di tutelare e dare sussidi ai loro produttori più vigorosamente e di imporre regolamentazioni più severe sull’investimento estero. Questi paesi dovrebbero anche poter tutelare i diritti sulla proprietà intellettuale in maniera meno rigorosa in modo da poter “prendere in prestito” più attivamente le idee dai paesi più avanzati. I paesi benestanti potrebbero dare un ulteriore aiuto trasferendo le loro tecnologie a condizioni favorevoli; questo avrebbe il valore aggiunto di far crescere l’economia nei paesi poveri in maniera più compatibile con la lotta al surriscaldamento globale, dato che le tecnologie dei paesi più ricchi tendono ad essere più efficienti dal punto di vista energetico.
I Cattivi Samaritani dei paesi benestanti potrebbero contestare tutto questo vedendolo come un “trattamento speciale” per i paesi in via di sviluppo. Ma chiamare qualcosa un trattamento speciale vuol dire che la persona che riceve tale trattamento ottiene anche un vantaggio sugli altri. Tuttavia non definiremmo mai come “trattamenti speciali” le scale di risalita per gli utenti di sedie a rotelle o l’alfabeto Braille per i ciechi. Allo stesso modo, non dovremmo definire “trattamenti speciali” il mettere a disposizione dei paesi in via di sviluppo dei dazi più alti o altre misure di tutela. Sono semplicemente trattamenti differenti – ed equi – per paesi con bisogni e capacità differenti.
Ultimo ma non meno importante, inclinare il piano da gioco in favore dei paesi in via di sviluppo non è solo una questione di trattamento leale, adesso. Si tratta anche di fornire ai paesi economicamente meno avanzati i mezzi per acquisire nuove capacità sacrificando i guadagni a breve termine. Infatti, permettere ai paesi poveri di incrementare più facilmente le loro capacità fa avvicinare il giorno in cui il divario tra giocatori sarà minore e quindi non sarà più necessario inclinare il campo di gioco.
Cosa è Giusto e Cosa è Facile
Supponiamo che io abbia ragione e che il campo da gioco dovrebbe essere inclinato a favore dei paesi in via di sviluppo. Il lettore può ancora chiedersi: quante probabilità ci sono che i Cattivi Samaritani accettino questa proposta e cambino il loro atteggiamento?
Potrebbe sembrare inutile tentare di convertire quei Cattivi Samaritani, che agiscono per interesse personale. Ma possiamo ancora fare appello al loro interesse personale illuminato. Dal momento che le politiche neo-liberali rendono la crescita dei paesi in via di sviluppo più lenta che altrimenti, i Cattivi Samaritani stessi farebbero molto meglio a concedere delle politiche alternative che permettano ai paesi in via di sviluppo di crescere più velocemente. Se il reddito pro capite aumenta solo dell’1% all’anno, come nel caso dell’America del Sud negli ultimi 20 anni di neo-liberalismo, ci vorranno 70 anni per raddoppiarlo. Ma se la crescita fosse del 3%, come nel caso dell’America del Sud durante il periodo di industrializzazione in sostituzione alle importazioni, il reddito aumenterebbe di otto volte nello stesso lasso di tempo, fornendo ai Cattivi Samaritani un mercato molto più vasto da sfruttare. Quindi è nell’interesse a lungo termine persino dei Cattivi Samaritani più egoisti accettare queste politiche “eretiche” che porterebbero una crescita più veloce nei paesi in via di sviluppo.
Quelli più difficili da convincere sono gli ideologi – quelli che credono nelle politiche dei Cattivi Samaritani perché pensano siano “giuste”, non perché ne traggano qualche beneficio personale, se non nessuno. Il moralismo è spesso molto più ostinato dell’interesse personale. Ma anche qui c’è ancora speranza. Una volta accusato di incoerenza, John Maynard Keynes diede la famosa risposta: “quando le cose cambiano, io cambio idea – lei cosa fa, signore?”. Molti di questi ideologi, seppur sfortunatamente non tutti, sono come Keynes. Loro possono cambiare idea, e l’hanno fatto, se si trovano di fronte a nuove svolte negli eventi del mondo reale e a nuove polemiche, a condizione che queste siano abbastanza interessanti da fargli abbandonare le loro convinzioni precedenti.
Quello che dovrebbe darci un po' di speranza è il fatto che la maggior parte dei Cattivi Samaritani non sono né degli avidi né dei bigotti. Molti di noi, me compreso, facciamo cose cattive non perché ne ricaviamo un grande beneficio materiale o perché crediamo ciecamente in tali azioni, ma perché sono quelle più facili da fare. Molti Cattivi Samaritani vanno avanti con le politiche sbagliate per il semplice motivo che è più facile essere conformisti. Perché andare in giro a cercare “verità sconvenienti” quando si può semplicemente accettare ciò che dicono la maggior parte dei politici e dei giornali? Perché disturbarsi a scoprire cosa sta veramente succedendo nei paesi poveri quando si può facilmente dare la colpa alla corruzione, la pigrizia o la licenziosità della loro gente? Perché andare fuori strada per controllare la storia del proprio paese, quando la versione “ufficiale” suggerisce che è sempre stato la madre di tutte le virtù – libero scambio, creatività, democrazia, prudenza, ricordate?
È esattamente perché la maggioranza dei Cattivi Samaritani sono fatti così che io nutro speranze. Sono persone che potrebbero voler cambiare atteggiamento, se gli si dà un’immagine più bilanciata. Questo non è solo wishful thinking. Ci fu un periodo tra il Piano Marshall (iniziato 60 anni fa nel 1948) e la nascita del neo-liberalismo negli ultimi anni ’70, quando i paesi ricchi, guidati dagli Stati Uniti, non si comportavano come dei Cattivi Samaritani.
Durante questo periodo, i paesi benestanti concessero ai paesi poveri di adottare i provvedimenti politici nazionalistici come meglio credevano al fine di integrarsi con l’economia mondiale al loro ritmo.
Il fatto che i paesi ricchi almeno in un’occasione in passato non si siano comportati come dei Cattivi Samaritani ci dà speranza. Il fatto che l’episodio storico abbia prodotto degli ottimi risultati economici – per il mondo in via di sviluppo non fu mai meglio, né prima né dopo – ci dà il dovere morale di imparare da quell’esperienza.
* La storia originale è quella del “Buon Samaritano” dalla Bibbia. In quella parabola, un uomo derubato dai briganti viene aiutato da un “Buon Samaritano”, malgrado il fatto che i Samaritani fossero dipinti come degli insensibili e non interessati ad approfittarsi delle persone che si trovavano nei guai.
Ha-Joon Chan insegna economia all’Università di Cambridge. Questo articolo è basato su Bad Samaritans: The Myth of Free Trade and The Secret History of Capitalism [“Cattivi Samaritani: il Mito del Libero Scambio e la Storia Segreta del Capitalismo”, ndt], pubblicato da Bloomsbury Press, New York, a gennaio 2008. Fonte: http://mrzine.monthlyreview.org Link: http://mrzine.monthlyreview.org/2009/chang230109.html
L’Irlanda durante gli anni del boom era chiamata “la tigre celtica”. Ma ora il governo ha dovuto introdurre pesanti tagli per coprire il deficit del bilancio. Ecco come la gente comune ne è rimasta condizionata.
Quando Anne Moore è tornata per fare colazione insieme alla sua famiglia dopo un turno notturno di 12 ore in una casa di cura, ha trovato la polizia in assetto antisommossa e l’ufficiale giudiziario fuori quella che da 16 anni è stata casa sua. Lei insieme a suo marito Christy e i loro tre figli sono stati sfrattati. Nonostante fosse arrivata sul tetto della casa con una scala ed esserci rimasta per sei ore, alla fine è stata convinta a scendere per essere portata in ospedale. Alla sua casa nei sobborghi a sud di Dublino sono stati prontamente apposti i sigilli.
I Moore erano in forte ritardo con le quote e dovevano al council 10,000 euro. Per 8 anni Ann ha pagato altri 50 euro oltre ai 100 di affitto settimanale. Ma in un paese dove 300,000 case rimangono vuote, le autorità hanno deciso di lasciare i Moore senza un tetto e punirli per la loro apparente irresponsabilità. Invece sono i politici, i banchieri e i costruttori in Irlanda ad essere stati degli incapaci.
L’Irlanda ha il debito procapite più alto nella UE. Il deficit di bilancio del 14.3% è addirittura più elevato di quello greco. Per un decennio l’economia della “tigre celtica” è stata il fiore all’occhiello della globalizzazione del libero mercato. Ora questo malconcio randagio che è l’economia irlandese è diventato l’esempio neoliberista di come tagliare la strada alla ripresa. Il governo irlandese ha colpito il settore pubblico spendendo quest’anno il 7.5% del PIL con una serie di tagli drastici: il sussidio di disoccupazione del 4.1%. Altri 3 miliardi verranno tagliati l’anno prossimo, per un totale del 10% del PIL in tre anni: è come se il governo britannico avesse fatto tagli al bilancio non di 6.25 miliardi di sterline così come pianificato da George Osborne nel 2010, ma di un’incomprensibilmente enorme cifra di 150 miliardi.
Eppure nonostante i tagli, descritti come masochistici dal Financial Times, il debito dell’Irlanda continua a crescere grazie ai disperati salvataggi delle sue banche. I critici irlandesi temono che questa spirale di morte possa portare a un decennio di austerità opprimente, una generazione persa di disoccupati e, peggio ancora, il ritorno di uno spettro che perseguita l’Irlanda da due secoli: l’emigrazione di massa.
A prima vista, gli irlandesi sembrano opporsi alla situazione con uno spirito di autocommiserazione e anche un sottile orgoglio. “ Non ci abbiamo mai creduto nel boom. Durante il periodo della tigre celtica noi ci dicevamo che non sarebbe mai durata” afferma Lorcan, padre di due figli di Limerick dove la Dell ha chiuso la sede delle operazioni con la relativa perdita di 5,000 posti. “ La gente in Irlanda era abituata a case fatiscenti, a pessima educazione e pessimi ospedali. In Inghilterra c'è una cultura di cose che funzionano, cosa che non c'è in Irlanda. Il gene dell’auto flagellazione in Irlanda è molto forte – ‘fateci pure a pezzi perché siamo abituati a essere la vittima oppressa’. Ci fa sentire quasi meglio.”
Pat Ingoldsby, un poeta di strada di Dublino, sostiene che lui può farcela senza quello che ora è un sussidio pubblico decimato. “Ogni giorno io giro per la mia città con un trolley e una scatola di cartone piena di sogni e sento dei lavori che si perdono intorno a me. Il mio bene più prezioso è che non ho niente da perdere.” Ma la crisi taglia pesantemente per quasi tutti. Mentre consorzi fantasma di nuovi appartamenti invendibili rimangono vuoti per il paese, 170,000 persone si trovano nella situazione di negative equity. L’Irlanda è al quarto posto in Europa per tasso di disoccupazione ( 13,4%) e ha 432,500 persone che ricevono sussidi. Un terzo della popolazione sotto i 30 anni è disoccupata. E la disoccupazione sarebbe anche peggiore se non fosse tornata l’emigrazione. v L’Irlanda è lacerata dai ricordi del mezzo milione che scapparono negli anni 50 e le centinaia di migliaia – molti dei quali altamente istruiti – che abbandonarono il paese negli anni 80. La perdita di una gioventù dinamica ha contribuito alla stagnazione economica per decenni. Ma i critici sostengono che la fuga è stata anche uno strumento usato dai governi per contenere la disoccupazione e mandare fuori l’opposizione all’establishment irlandese. Circa 20 mila irlandesi sono emigrati tra aprile 2008 e aprile 2009 e le stime indicano che altre 100 mila lasceranno tra quest’anno e il prossimo.
Siamo diventati un grande Surrey
Con le biciclette a noleggio per i turisti parcheggiate sotto gli alberi di lime piantati da poco lungo l’area di passeggio sul fiume, su Dublino splende ancora la luce della recente prosperità. Nelle librerie c'è un mini boom di narrativa dai titoli laceranti: Il collasso della Tigre Celtica; I banchieri – Come le banche hanno messo in ginocchio l’Irlanda; Banksters – Come una potente élite ha dissipato la ricchezza irlandese. “ Nella sua crescita e caduta, l’Irlanda ha fatto sembrare Icaro come noiosamente stabile” scrive Fintan O’Toole nel suo recente libro Ship Of Fools.
Negli anni 90 l’economia di un’agricoltura stagnante si era trasformata in un terreno post-industriale altamente qualificato. I lavori nel campo tecnologico e farmaceutico erano complementati da un potente settore edilizio. Nel 1986 il PIL irlandese procapite era due terzi di quello medio europeo; nel 1999 era il 111% rispetto a quello medio e significativamente superiore a quello inglese. Tra il 1985 e il 2006, i prezzi delle case in Irlanda è cresciuto di circa il 250%, molto più che nel Regno Unito. L’emigrazione diventava immigrazione, con i polacchi e altri accorsi a dividere il sogno irlandese di una nazione euro-atlantica fiduciosa in se stessa, emancipata dalle briglie del cattolicesimo e del colonialismo. O, come afferma l’economista David McWilliams: “Siamo diventati una grossa e antiquata versione del Surrey(Contea inglese che negli anni 80 ha iniziato un forte sviluppo legato alla tecnologia e ai servizi nel settore finanziario - ndt).”
Mentre i miliardari del boom hanno goduto di una libertà sfrenata di costruire e prendere prestiti, O’Toole sostiene che la prosperità irlandese degli anni 90 non era semplicemente il trionfo del libero mercato. Per gran parte del ventesimo secolo, quasi nessuna nazione ha avuto una così lenta crescita nazionale. Gli anni 90 hanno visto uno scatto con cui l’Irlanda ha finalmente recuperato lo svantaggio. E il boom globale di quegli anni vide una crescita senza precedenti negli investimenti esteri degli Stati Uniti: gran parte dei quali arrivò in Irlanda, dati la comune lingua e le origini irlandesi di molti investitori americani e dati anche gli attraenti tassi d’interesse, molto bassi. Il socialismo europeo diede una mano: l’Irlanda incassò 8.6 miliardi di sterline irlandesi dai fondi strutturali della UE tra il 1987 e il 1998. Cosa è andato storto? Quasi tutti in Irlanda puntano il dito contro la profana trinità di politici, banchieri e costruttori per aver trasformato il boom in un flop. Il governo ha fatto scoppiare una demenziale bolla edilizia offrendo immensi tagli alle imposte per le nuove edificazioni. Il settore delle costruzioni si era gonfiato fino a contare per un quinto nell’economia del paese. I prezzi, i mutui, i compensi e i costi aumentarono. Banche sregolate si sfrenarono nel concedere prestiti. Quando giunse il collasso bancario globale, le banche irlandesi accumularono un impressionante debito (nel 2008 la Anglo Irish Bank aveva 73 miliardi di euro in prestiti, metà del PIL dell’Irlanda) e il paese è stato il primo nella eurozona a entrare in recessione.
La gente “ sta accusando uno o due banchieri ma non sono loro gli unici” afferma McWilliams. “ Dobbiamo guardare a un’intera classe di professionisti – agenti immobiliari, legislatori, revisori dei conti, investitori, politici complici – che sono rimasti intossicati dall’ambizione. Non hanno sentito il campanello d’allarme perché avevano gli orecchi otturati dal denaro.”
Secondo O’Toole, niente e nessuno in Irlanda ha mai detto “basta”. Gli elettori non hanno detto ai politici di fermarsi e i politici non hanno stabilito limiti per gli costruttori o per le banche. Ora, scrive ancora, la questione è capire se gli Irlandesi “ siano arrabbiati costruttivamente al punto giusto da spazzare via un sistema che li ha portati al fallimento e crearne uno nuovo per se stessi”.
Fin dall’indipendenza all’inizio del secolo scorso, l’Irlanda è stata dominata da due partiti di destra: Fianna Fáil e Fine Gael. Fianna Fáil ha governato per gli ultimi 13 anni (ora ha stretto un’improbabile alleanza coi verdi) e molti si dicono furiosi con un governo che non possono mandare a casa per altri due anni. Ma, come sottolineato dalle classi dirigenti irlandesi con certo orgoglio, gli irlandesi non sono come i greci o francesi, neanche come la gente dell’Islanda, dove le proteste popolari hanno portato i governi locali a rassegnare le dimissioni. Non ci sono state rivolte per le strade di Dublino.
Qualche tempo fa, si era verificato un piccolo tafferuglio alle porte del Dáil, il parlamento irlandese. Una settimana dopo, sotto una pioggia battente, mille persone si sono riunite nello stesso posto per una marcia educatamente chiamata “marcia per il diritto al lavoro”. James O’Toole dice che i greci sono molto più ribelli. “Gli irlandesi sono i bambini buoni dell’Europa, si prendono le bacchettate senza lamentarsi e alla fine sono contenti perché tutti hanno ricevuto qualche caramella”. Perché così poche proteste? “ La rabbia è un fatto privato nel nostro paese; è lì ma nessuno la esprime in pubblico” ammette Ben O’Neill, un manifestante che porta un badge con la scritta “Fuck Nama”. Nama è la “banca cattiva” creata dal governo per rimuovere i titoli tossici dall’economia. Costa al contribuente e alle generazioni a venire, una fortuna (finora 73 miliardi di denaro pubblico sono andati alle banche).
Un dimostrante vestito da Maria Antonietta distribuisce tartine tra la folla. “Fuori la mafia del Fianna Fáil!” dice uno dei manifesti. “È un brutto gioco di parole sulla mafia” sottolinea qualcuno. Ci sono i soliti studenti e i lavoratori socialisti incappucciati ma anche gente che non assomiglia a un manifestante tipico, come Ray e Phyllis Carroll da Shankhill. “I tagli hanno colpito tutti” dice Phyllis mentre un costoso elicottero della Garda gira sopra di noi. “ I poveri. I disabili, i ciechi, le aiutanti. I più vulnerabili nella società.” Lei punta il dito verso il Dáil: “ Loro sono gli unici a non soffrire”.
I Carroll vivono dei loro risparmi e aiutano il loro figlio più giovane con l’università. Il sussidio di disabile di Ray non copre i loro bisogni essenziali. “ La cassa è vuota. I risparmi di anni sono andati. Ci hanno preso in giro” dice Ray. “ Ora stiamo toccando il fondo e loro ci lasciano morire”.
Nonostante i 100 mila manifestanti dopo i tagli al bilancio a dicembre, non ci sono state proteste primaverili o estive. Richard Boyd Barrett, un consulente di People Before Profit, è infuriato con i dirigenti sindacali. “ Hanno speso gran parte degli ultimi vent’anni a mangiare panini insieme a membri del governo” afferma. “Hanno assunto uno stile di vita simile a quello dei datori di lavoro con cui impiegano il loro tempo a discutere”.
Ora i sindacati sono ignorati. David Begg, rappresentante dell’ Irish Congress of Trade Unions, è diventato critico del governo a partire da alcuni mesi. “La partecipazione e l’influenza che avevamo non ci sono più” ci dice senza giri di parole. “ I motivi del collasso sono che il governo non ha ricordato i termini di 22 anni di partnership, abbandonata dal governo e dai datori di lavoro al primo cenno di difficoltà”. v In questa terra di disoccupati, i lavoratori combattono per proteggere i loro posti. Un impiegato di Quinn Insurance, impresa nata dal boom e da poco in amministrazione controllata, ha troppa paura di dare il suo nome perché si è iscritto a un sindacato. Ha saputo che l’azienda sta cercando di mandare in cassa integrazione 900 impiegati, più di un terzo della loro forza lavoro. “ C'è da impazzire se si pensa alla situazione economica” ci dice. “ Sto rischiando il posto e sento che mi è stato intimidato di non iscrivermi al sindacato. È davvero frustrante. Mi aspetterei molta più rabbia ora”. Lui ha cercato di incoraggiare i suoi depressi e stoici colleghi a iscriversi ma senza risultati. “ Alcuni hanno paura, altri pensano che non possono farci niente.”
C'è anche chi è d’accordo con la strategia masochista del governo. “ I soldi sono diventati il nostro dio durante gli anni della tigre celtica” dice un tassista, che ora deve lavorare 7 giorni alla settimana per poter pagare il mutuo ed è indietro coi pagamenti di tre mesi. “ Tutti noi siamo in parte colpevoli”. Lui accetta i tagli. La gente sensata sa che l’ultima cosa che potevamo desiderare per questo paese è l’intervento del FMI. Perché significa non avere un governo – è il FMI a dirigere il paese”.
All’interno del governo, i consiglieri ammettono segretamente che Fianna Fáil verrà “spolpata” alle prossime elezioni. “Il governo è estremamente impopolare in questo momento.Devono fare la cosa giusta.” dice una fonte che vede questo come un governo liberato con nulla da perdere e per questo in grado di prendere decisioni dure. Sul piano internazionale, gli irlandesi ricevono applausi dalla destra: i rappresentanti del British Treasury hanno discusso con le loro controparti irlandesi sulla maniera più efficace per operare i tagli e il ministro delle finanze irlandese, Brian Lenihan (che ora combatte contro un cancro al pancreas) è stato elogiato dalla stampa finanziaria. Anche se Lenihan ha detto che il comportamento dei banchieri è stato “davvero scioccante”, il governo rimane asservito al libero mercato globale. Il boom era stato creato dal neoliberismo e lo sarà di nuovo. “ Abbiamo visto che ha funzionato 20 anni fa. Vediamo se funzionerà ancora.” sostiene un economista governativo.
Pur sedendosi su un desk circondato da migliaia di metri quadrati di uffici vuoti nella zona intorno al fiume, John FitzGerald, economista presso l’Economic and Social Research Institute, un think-tank indipendente, è molto più ottimista della UE riguardo le prospettive dell’Irlanda. Studioso che non dice nemmeno che suo padre era un primo ministro, lui prevede che ci sarà una crescita fino al 5% tra il 2012 e il 2015, prima di tornare a quelli che lui chiama i “noiosi livelli europei”.
L’Irlanda ha dovuto rivalutare la propria economia per tornare ad essere globalmente competitiva, sostiene FitzGerald. I prezzi negli affitti e nel settore privato sono caduti in seguito ai tagli drastici dei prezzi del settore pubblico. La forza del paese e la sua debolezza, è che più della metà del suo impiego e ben oltre la metà della sua manifattura viene da aziende straniere. Con la ripresa dell’economia globale c'è anche la ripresa di quella irlandese che con i servizi nel settore tecnologico, con il software e la salute sta dando vita a una nuova ‘smart economy’. FitzGerald pensa che il governo abbia fatto un’ “opera miserabile sulle banche” ma ora ha capito quali tagli fare. “ Sono stati avveduti, hanno saputo portare la popolazione ad assorbire un grande dolore. Se siamo nel giusto, sorprenderanno gli irlandesi nel 2013 comunicando la fine dei tagli”.
Più sorprendentemente, lui ritiene che l’idea diffusa che la gente stia pagando per gli errori di una élite di intoccabili è sbagliata e il bilancio masochista è stato “probabilmente il più redistributivo degli ultimi 20 anni, anche se per sbaglio”. Secondo la ricerca dell’istituto, il bilancio ha toccato il 20% delle entrate delle famiglie per il 6%, mentre il 40% in fondo hanno visto aumenti fino al 2%. “I ricchi hanno pagato un prezzo molto più elevato rispetto ai poveri. Ma tutti stanno peggio” riconosce Fitzgerald.
È ora di abbandonare l’euro?
“Avevi ragione, vero?” fa il conducente del treno per Limerick a David McWilliams. È difficile immaginare un altro paese dove un economista viene riconosicuto da un passante, ma tutti sono economisti ora in Irlanda. Mc Williams, un anticonformista che aveva previsto l’incombente conflagrazione economica, ora gira per il paese con un monologo comico sull’economia.
“Pochi di noi durante il boom hanno suggerito che quel che stava accadendo non aveva senso. In Irlanda se sei contro il consenso, la prima fase è essere ridicolizzati, poi c'è una violenta opposizione e la terza fase e la verità universale - dove tutti pretendono di essere stati d’accordo con te da sempre” dice McWilliams sorridendo.
Lui ha due soluzioni populiste e radicali: lasciamo crollare le banche e abbandoniamo l’euro. I conti correnti individuali sarebbero garantiti mentre i detentori di titoli privati perderebbero tutto, ma i mercati non avrebbero nulla da temere, anzi, guarderebbero all’economia irlandese con rinnovato interesse perché il denaro prima impegnato nel salvataggio delle banche potrebbe essere investito nella ripresa. Salvare l’Anglo Irish Bank è da economia sovietica” dice. “Gettare tutte le tue risorse per un’entità simbolica dimostra al mondo che sei un fanatico”.
McWilliams sostiene anche che l’attaccamento all’euro e alla UE nasce dalla volontà dell’establishment tradizionale di evitare i britannici che sono ancora i maggiori partner commerciali dell’Irlanda. Se l’Irlanda lasciasse l’euro tornando alla sterlina irlandese, la sua valuta avrebbe un colpo. E lasciamo che succeda, dice McWilliams: se perdesse il 40% i costi in Irlanda sarebbero del 40% più bassi di quelli dei competitori. Gli investimenti affluirebbero e le esportazioni diventerebbero estremamente competitive.
Voci più ortodosse da destra e sinistra non vorrebbero lasciar crollare le banche né abbandonare l’euro: “ Non puoi lasciar collassare una banca che è la metà del PIL del paese. Si porterebbe appresso l’intera economia” afferma un economista del governo. Fitzgerlad aggiunge: “ Se la banca centrale d’Irlanda dovesse uscire alla ricerca di decine di miliardi per sostituire l’euro è sicuro che non ce la farebbe. Ci sarebbe un crollo drammatico della valuta e una forte crescita dei tassi d’interesse e un totale crollo dell’economia. Abbandonare l’euro è un’idea da lunatici”.
Riguardo alle previsioni di FitzGerald sulla ripresa economica dell’anno prossimo, McWilliams dice: “ È un’idiozia. La visione dell’establishment è che abbiamo bisogno ancora della stessa ricetta. La cosa più importante di una crisi è che ti permette di cambiare”.
Gli irlandesi non hanno ancora individuato alternative plausibili al duopolio di Fianna Fáil e Fine Gael e, nonostante l’Irish Labour Party stia raggiungendo picchi storici nei sondaggi, McWilliams ritiene che molti stiano cercando qualcosa di diverso dalle forze tradizionali oramai screditate e che lo facciano anche nei dibattiti presso i teatri dove lui presenta il suo show. Magari questa crisi potrà sviluppare qualcosa di simile alla creatività sprigionata un secolo fa dalla lotta per l’indipendenza. “L’economia è come il resto delle cose, l’innovatore vince” dice McWilliams.
Al momento, più che lo spirito innovativo è la paura e la cupa mancanza di alternative politiche a pesare sui nuovi senzatetto Anne e Christy Moore che si sono rivolti alla corte per cercare di riavere la casa. Christy lavorava nel settore edilizio durante il boom, ora riceve il sussidio di disoccupazione. Due dei loro figli sono disoccupati, il terzo ha da poco iniziato un lavoro con contratto di 12 settimane.
Christy ora combatte la vergogna di perdere la sua casa: “Dovrei essere forte ma mi sento così giù – fatela finita con me, sparatemi in testa” dice. “E senti sempre che bisogna stringere la cinghia, ma questo è un insulto all’intelligenza. È la paura il vero motivo per cui la gente non si ribella. Ma non dobbiamo avere paura dei politici, banchieri e costruttori corrotti perché e proprio quello che loro vogliono”.
Fonte: www.guardian.co.uk Link: http://www.guardian.co.uk/world/2010/may/26/ireland-economic-collapse Traduzione per www.comedonchisciotte.org cura di RENATO MONTINI
La politica latinoamericana del Presidente Obama assomiglia più all’ Operazione Condor di Richard Nixon e dei suoi assassini e alle sue operazioni di infiltrazione che all'Alleanza per il Progresso del presidente Kennedy per la promozione del progresso economico e la democrazia. Le politiche reazionarie latino-americane di Obama sembrano essere destinate più a guadagnarsi il favore degli esuli di destra provenienti da Cuba, Venezuela, America centrale del sud della Florida che di promuovere la democrazia nella regione.
La recente decisione di Obama di schierare migliaia di marines e di decine di navi della Guardia Costiera in Costa Rica, allo stesso tempo si aprono più basi militari in Colombia e Honduras, dove egli ha autorizzato un colpo di stato contro il Presidente democraticamente eletto Manuel Zelaya, è anche più minacciosa per i governi progressisti dell'America latina della benevole negligenza di George W. Bush per la regione, dopo il fallito tentativo di colpo di stato del 2002 contro il presidente del Venezuela Hugo Chavez.
A giustificare un ritorno all’ era di Nixon e Henry Kissinger, ci sono sempre più notizie di omicidi politici, così come la detenzione illegale di esponenti dell'opposizione e giornalisti da regimi appoggiati dagli USA in Colombia, Panama e Honduras. Ancora più significativo è il fatto che i sostenitori di Pinochet, che sono membri del Senato cileno, di recente sono stati accusati dal Venezuela, con grave interferenza per le prossime elezioni in Venezuela. Sotto la presidenza di Sebastian Pinera, un miliardario cileno che è ovviamente nelle grazie di Obama, più alcuni leader populisti dell'America Latina, il Cile è diventato, insieme con la Colombia, Panama e Costa Rica, una base USA per destabilizzare i governi progressisti in America Latina.
Per quanto riguarda Kissinger, il più vecchio criminale di guerra vivente d’America, egli presta servizio come "inviato speciale" di Obama al Cremlino. Dal momento che Obama ha tanto riguardo per i consigli di Kissinger, è importante dare uno sguardo indietro, alla dottrina della CIA per la destabilizzazione dell’ America Latina che è stata adottata nel 1954 per il rovesciamento del governo di Jacobo Arbenz in Guatemala e, da allora, utilizzata in successivi colpi di stato in America Latina a guida USA. La dottrina è stato perfezionata dalla CIA e dal Pentagono sia durante le amministrazioni Nixon che Reagan.
Gran parte della dottrina corrente della CIA e del Pentagono sulla destabilizzazione in America Latina si trova nei manuali, a cui sono stati tolti i vincoli di segretezza, della CIA per "PBSuccess," l'operazione per rovesciare Arbenz, il quale morì misteriosamente nel 1971, in una vasca da bagno, mentre era in esilio a Città del Messico. Limato sia dalle amministrazioni Nixon e Reagan che dalla CIA e dalle forze per le Operazioni Speciali del Pentagono, il manuale per assassinare e destabilizzare prevede l'uso dell’ assassinio per le persone, mediante colpi alla testa con oggetti contundenti o taglienti; cadute su superfici dure da edifici alti almeno 75 piedi; cadute da ponti su superfici dure, ma non in acqua, da ascensori e scale; messa in scena di incidenti automobilistici – estesa dopo il 1954 ai disastri aerei; avvelenamento per produrre attacchi di cuore e malattie incurabili come il cancro e, per falsi scopi di propaganda di bandiera, uccisioni con fucili, mitragliatrici, pistole ed esplosioni.
Il presidente di sinistra del Brasile Joao Goulart, deposto dai militari brasiliani in un colpo di stato del 1964, morì nel 1976 per un presunto attacco di cuore mentre viveva in esilio in Argentina. Il corpo di Goulart non fu mai sottoposto ad autopsia e non c'è motivo ufficiale documentato della sua morte. Nel 2000, l'ex governatore degli Stati brasiliani di Rio Grande do Sud e Rio de Janeiro, Leonel Brizola, suppose che sia Goulart che l'ex presidente brasiliano Juscelino Kubitschek furono entrambi vittime dell’Operazione Condor di Kissinger. Kubitschek morì in un incidente d'auto sospetto. Più tardi, un membro dell’ intelligence service uruguiano dichiarò che Goulart fu avvelenato e Kubitschek fu ucciso in un incidente d'auto messo in scena vicino a Resende, in Brasile, su ordine del dittatore brasiliano Ernesto Geisel, uno stretto alleato di Kissinger e Nixon. Secondo quanto viene riferito, Kubitschek e Goulart furono assassinati nel 1976, a cinque mesi l'un l'altro. Il presidente progressista brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva, unico leader progressista del Brasile da Goulart in poi, vedrà la fine del suo mandato il 1 gennaio 2011. Per la sua popolarità in America Latina e in tutto il mondo, Lula potrebbe ricevere lo stesso trattamento dei suoi predecessori visto le nuove aggressive attività segrete degli Stati Uniti in America Latina.
Si sospetta che il presidente del Cile prima di Allende, Eduardo Frei Montalva, originariamente sostenitore di Pinochet e poi contro di lui, sia stato avvelenato a morte da tossine nel 1982. Suo figlio, Eduardo Frei Ruiz-Tagle, ha perso le elezioni dello scorso anno per poco margine contro Pinera, seguace di Pinochet. Gli esperti medici, compresi quelli del FBI, conclusero che i campioni di tessuto dal corpo di Frei Montalva conteneva tossine mortali. Anche Frei Ruiz-Tagle è convinto che la DINA, l' intelligenza service del Cile, che collaborò strettamente con la CIA nell' Operazione Condor, fu responsabile dell'assassinio di suo padre.
Lo "Studio di un assassinio" del PBSuccess contiene spiegazioni dei pro e dei contro di piani di assassinio, tra cui l'accoltellamento del leader rivoluzionario francese Jean-Paul Marat nella sua vasca da bagno, nonché quelli di Abramo Lincoln e dell’ austriaco Francesco Ferdinando mediante colpi di pistola, l’ assassinio con un’ascia da ghiaccio di Leon Trotsky, e l'esplosione nella sala conferenze volta ad assassinare Adolf Hitler.
La CIA favoriva il metodo mitra per uccidere il massimo numero di persone all'interno di una stanza. Esso afferma: "Il mitra è particolarmente adatto a lavorare al coperto quando più di un soggetto deve essere assassinato. Una tecnica efficace è stata studiata per l'utilizzo di una coppia di mitraglieri, con la quale una stanza contenente qualcosa come una dozzina di soggetti può essere 'purificata' in una ventina di secondi, con poco o nessun rischio per i mitraglieri".
L'opzione mitra sembra essere stata usata per uccidere il presidente cileno Salvador Allende e le sue guardie del corpo nel colpo di stato della CIA del 1973 che portò Pinochet al potere. In seguito, Kissinger impiegò l’ Operazione Condor per utilizzare i governi fascisti dell’ America Latina a monitorare, dare la caccia e uccidere gli oppositori di Allende e altri attivisti di sinistra.
In Honduras, Panama, Messico, Cile e Colombia, una forma rinnovata, oscura d’ Operazione Condor sembra aver preso piede sotto Obama. La tattica della mitragliatrice sembra sia stata usata dalla CIA e dall'India Research and Analysis Wing (RAW) nel regicidio della famiglia reale del Nepal il 1 ° giugno 2001.
La 470a Brigata Militare dell’ Intelligence raffinò le procedure del PBSuccess nel 1987 in una serie di manuali di addestramento, utilizzati presso la Scuola delle Americhe in Georgia, per addestrare operatori militari latino americani in tattiche di destabilizzazione. Tra le tecniche consigliate era la creazione di liste nere di "agenti nemici", "persone sovversive", leader politici ostili, collaboratori noti o sospetti e simpatizzanti dei nemici del governo. Per fornire alla CIA e all’ Esercito la possibilità di una "smentita plausibile", le operazioni segrete di destabilizzazione vengono eseguite da servizi stranieri "associati", al fine di ridurre al minimo i requisiti degli Stati Uniti per "comunicazioni di servizio scritte".
Per Obama, il cui patrigno indonesiano, Lolo Soetoro, era un alto ufficiale delle forze armate del generale Suharto, il quale realizzò, nel 1965-1966, il colpo di stato della CIA contro il presidente Sukarno e il Partito Comunista Indonesiano, che ha visto quasi un milione di comunisti accusati, come pure quelli di etnia cinese, sistematicamente massacrati, una tale re-istituzione delle attività segrete in America Latina, non presenta alcun dilemma morale per Obama, che per primo sperimentò la repressione della CIA quando era un bambino impressionabile di 7 - 8 anni, mentre viveva a Giacarta. Soetoro era ancora un alto ufficiale dell'esercito a Suharto quando, nel 1967, iscrisse Barack Obama come Barry Soetoro nella scuola cattolica di S. Francesco d’ Assisi a Giacarta. Nel 1967, l'esercito indonesiano e i suoi gestori della CIA stavano ancora rastrellando in Indonesia le forze di opposizione di sinistra. Obama ha evitato di menzionare studiatamente il colpo di stato della CIA in Indonesia ed ha annullato due volte le visite presidenziali nel paese.
Date le somiglianze dei colpi di stato guidati dagli USA contro Hugo Chavez in Venezuela nel 2002, il colpo di stato contro il presidente haitiano Jean-Bertrand Aristide nel 2004, e il colpo di stato contro Manuel Zelaya in Honduras nel 2009, la CIA e il Pentagono sembrano aver aggiunto una pratica non meno letale al loro bagaglio di trucchi segreti – il sequestro di presidenti latino-americani sotto la minaccia armata o il mandarli in altre nazioni contro la loro volontà.
E la decisione di Obama di non revocare la rifondazione della IV Flotta della Marina degli Stati Uniti, fatta da George W. Bush, come parte del Comando Meridionale degli USA significa che gli Stati Uniti possono sempre ricorrere alla loro vecchia "diplomazia delle cannoniere" per applicare la loro potenza militare e volontà nell’America Latina.
Wayne Madsen è giornalista investigativo con base a Washington DC ed editorialista a livello nazionale. E’ redattore ed editore del Wayne Madsen Report (sottoscrizione richiesta) Fonte: http://onlinejournal.com Link: http://onlinejournal.com/artman/publish/article_6145.shtml Tradotto per www.comedonchisciotte.org a cura di CONCETTA DI LORENZO
L'Ungheria, che dal 1 ° gennaio 2011 assumerà per sei mesi la presidenza dell'UE , subisce pesantemente le conseguenze di una crisi finanziaria che sembra non finire. Pur non essendo così distante dai parametri di Maastricht in materia di deficit pubblico (3,8% nel 2008), l'Ungheria è il primo paese dell'Unione europea ad aver ottenuto il sostegno finanziario della Troika costituita da: Fondo Monetario Internazionale, Unione Monetaria e Bce (Banca Mondiale)
Nel mese di ottobre 2008 è stato concordato un piano di finanziamento di 20 miliardi di euro: 12,3 miliardi messi a disposizione dal FMI, 6,5 dall’Unione europea e uno dalla Banca Mondiale. Lo stock del debito è cresciuto in maniera automatica: oltre alla perdita secca dovuta al pagamento degli interessi, che aggrava il deficit, alla popolazione sono state imposte pesanti condizioni, l'aumento di 5 punti percentuali di IVA, attualmente al 25%, l’innalzamento dell’età pensionabile a 65 anni, il congelamento per due anni dello stipendio dei funzionari, la soppressione della tredicesima per i pensionati, la riduzione degli aiuti pubblici all'agricoltura e al trasporto ...
L'estrema destra entra in Parlamento
In passato l’Ungheria, governata dai socialdemocratici, era riuscita a tenere in piedi un sistema di relative garanzie sociali, ma l'attuazione delle misure di austerità imposte dal FMI, ha scontentato la popolazione e giovato alla destra conservatrice, che nell’aprile 2010 ha vinto le elezioni legislative. La vittoria del nuovo primo ministro conservatore, Viktor Orban, è stata accolta con favore dall’agenzia Fitch Ratings secondo la quale il partito di Orban, Fidesz, che ha ottenuto la maggioranza necessaria per modificare la Costituzione "rappresenta un'opportunità per introdurre riforme strutturali”. (1) I socialdemocratici hanno riportato una sconfitta storica aprendo la strada all’estrema destra (Jobbik) che per la prima volta è entrata in parlamento con la percentuale del 16,6% .
Non appena insediatosi, il governo ha diffuso dichiarazioni allarmistiche sulla situazione finanziaria del paese, chiamando in causa una sottostima dei conti da parte del precedente esecutivo che, in realtà, avrebbe portato al 7,5 % il rapporto tra il deficit e il PIL, ben al di sopra quindi del 3,8% previsto dal Fondo monetario internazionale. Bluff o falsificazione dei conti? In seguito a queste dichiarazioni, il 5 giugno 2010, il panico fa crollare le Borse di Londra, Parigi, Budapest ... e l'euro si deprezza nel timore di una crisi simile a quella della Grecia. Il governo sotto pressione, nel tentativo di recuperare, diffonde comunicati per tentare di calmare gli speculatori.
Tassazione del capitale o del lavoro ?
Per contenere il deficit al 3,8% del PIL nel 2010, come concordato con il Fondo monetario internazionale e l'UE, il governo sta lavorando all’approvazione di una tassa straordinaria sull’intero settore finanziario, che permetterebbe di prelevare lo 0,45% dell’attivo dichiarato dalle banche (calcolato non sul profitto, ma sul fatturato), di tassare fino al 5,2% le entrate delle compagnie assicurative e fino al 5,6% quelle degli altri istituti finanziari (borse, agenti finanziari, gestori di fondi d’investimento ...). L’Ungheria supera così Obama che ha annunciato una tassa sulle banche dello 0,15% solamente. Ma questo provvedimento, che dovrebbe garantire un gettito di 650 milioni di euro l'anno per due anni (2010 e 2011), circa lo 0,8% del PIL secondo le stime del governo, non piace alle banche che fanno pressione minacciando di ritirare gli investimenti in Ungheria. Il Fondo monetario ha dal canto suo sospeso i negoziati avvertendo che chiuderà il rubinetto del credito concesso nel 2008, e questo nonostante che il piano di finanziamento, con scadenza inizialmente prevista a marzo 2010, fosse stato prorogato a ottobre dello stesso anno.
E’ evidente che il piano di tassazione delle banche, vero pomo della discordia tra l'Ungheria e Fmi, costituisce l’ostacolo al proseguimento del prestito. Il Fondo ritiene che il paese dovrebbe adottare misure in linea con il dogma corrente neoliberista: col che s’intende tassare i poveri prima delle banche. Certamente i poveri hanno pochi soldi…ma ce ne sono tanti!... A qualcuno sfugge il cinismo?
Inoltre, la previsione di un tetto agli stipendi dei dipendenti pubblici, compreso il governatore della banca centrale, è in netto contrasto con le raccomandazioni del Fondo che preferisce un livellamento “dal basso” attraverso la riduzione o il congelamento dei salari, com’è avvenuto in Grecia o in Romania. Attenzione a non farsi illusioni su un partito di governo che già nel 1990 aveva favorito l’ingresso del neoliberismo...
« O la tassa sulle banche, o l’austerità»
Christoph Rosenberg, capo della delegazione del Fmi in Ungheria, riporta la richiesta di maggiori dettagli sul bilancio del prossimo anno da parte dell'organizzazione internazionale: "Quando torneremo, sempre che non sia la settimana prossima, il governo avrà proseguito nella definizione del bilancio 2011 e sarà un bilancio molto importante". (2). Ancora una volta il Fondo monetario internazionale si appresta a riesaminare la copia del governo e interviene direttamente nella definizione del bilancio ungherese a dispetto dalla sua sovranità. Nell’attesa, il FMI stima che il paese dovrà prendere "misure supplementari" di austerità per raggiungere gli obiettivi di disavanzo che si è dato. Dal canto suo il ministro dell'Economia, Gyorgy Matolcsy ha dichiarato in un’intervista che: "Abbiamo detto (ai nostri partner N.d.T.) che non c’è modo di aggiungere ulteriori misure di rigore a quelle già prese [...].: da cinque anni stiamo applicando un piano di austerità , e quindi è fuori questione”. "Applicheremo la tassa sulle banche, sappiamo che si tratta di un fardello pesante, ma sappiamo anche che possiamo raggiungere (l'obiettivo), del 3,8% di disavanzo ". “O la tassa sulle banche, o l'austerità" Ha anche aggiunto (3). Per contenere un’estrema destra in continua ascesa, la destra conservatrice al potere vuole evitare misure impopolari in vista delle prossime elezioni comunali previste per ottobre e respinge qualsiasi ulteriore negoziato con il Fondo.
Rottura delle trattative tra Ungheria e FMI ?
Il 17 luglio il FMI ha sospeso le trattative e, di conseguenza, l’utilizzo della parte residua del credito. La reazione dei mercati non si è fatta attendere, e il fiorino, la moneta nazionale, ha perso circa il circa il 2,4% in apertura, mentre la Borsa ha subito una perdita di oltre il 4%. Il primo ministro, Viktor Orban, ringraziando il FMI per il suo "aiuto durante i tre anni" ha indicato che "l’accordo sul prestito è scaduto nel mese di ottobre, e quindi non c'era niente da sospendere.” "Le banche sono all’origine della crisi mondiale, è normale che contribuiscano a ripristinare la stabilità", ha sottolineato (4).
Il 22 luglio la nuova legge della tassa sulle banche, che prevede inoltre la riduzione del prelievo fiscale sulle piccole e medie imprese (PMI) dal 16 al 10 %, è stata approvata con una larga maggioranza (301 voti a favore e 12 contrari) dal Parlamento guidato dal Fidesz di Orban . Non sorprende che il giorno dopo, le agenzie di rating Moody's e Standard and Poor's abbiano messo sotto osservazione l’Ungheria per un possibile declassamento del rating. Il ruolo di queste agenzie, giudici e parti di un sistema speculativo strangolatore, è presto detto: si alza il rating del governo conservatore salito al potere che aderisce al programma di austerità capitalista, si abbassa quando ci si rende conto che le misure non sono in linea con il dogma neoliberista.
Il quotidiano “Le Monde” sostiene i creditori
Diversamente da quanto sostiene il quotidiano francese Le Monde (5) nella sua edizione del 20 luglio, occorre appoggiare l’insubordinazione manifesta del governo ungherese al FMI,e sostenere l'idea che anzi deve fare lo stesso con l’altro suo creditore, l'Unione europea. Prendere le distanze da tali creditori non è un torto al popolo ungherese, per il quale pagare un debito alle condizioni imposte dal FMI e dalla UE è già un pesante fardello.
Naturalmente occorre andare oltre una semplice rottura diplomatica, proponendo, ad esempio, un fronte dei paesi a favore della cancellazione del debito, perché, come ha detto giustamente San Kara , ex presidente del Burkina Faso, pochi mesi prima di essere assassinato: "Il debito non può essere rimborsato innanzitutto perché ,se non paghiamo , i nostri creditori non moriranno, stiamone pur certi. Mentre, se paghiamo, siamo noi che moriremo .E anche di questo possiamo essere certi…(... ) Se solo il Burkina Faso si rifiuta di pagare il debito, non sarò qui alla prossima conferenza. Ma, con il sostegno di tutti, di cui ho bisogno (applausi), con il sostegno di tutti possiamo evitare di pagare. Ed evitando di pagare potremo impiegare le nostre scarse risorse per il nostro sviluppo." (6) Solo una mobilitazione popolare che pretenda la verità sulla destinazione del denaro preso in prestito così come anche la soddisfazione delle richieste in termini di salari, occupazione o garanzie sociali, potrà ottenere che i veri responsabili della crisi ne paghino il costo.
Perciò è di vitale importanza per i popoli d'Europa e altrove, contestare questi debiti macchiati d’illegalità e rifiutarne il pagamento. E’ un primo passo verso la sovranità che permetterebbe di dirottare gli enormi fondi dedicati al rimborso del debito verso i bisogni reali della popolazione, la salute, l'istruzione, le pensioni, e (permetterebbe) di tutelare il servizio pubblico e non delegarlo ad aziende private.
Fonte: www.mondialisation.ca Link: http://www.mondialisation.ca/index.php?context=va&aid=20450 Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di RAFFAELLA SELMI
Note [1] « Hongrie : Fitch salue le résultat électoral », Le Figaro, 26 avril 2010 [2] « L’UE et le FMI suspendent les consultations avec la Hongrie », par Krisztina Than et Marton Dunai, Reuters, 18 juillet 2010. [3] « La Hongrie exclut de nouvelles mesures d’austérité », par Gergely Szakacs et Krisztina Than, Reuters, 19 juillet 2010. [4] « Hongrie : la taxe sur les banques est "juste et nécessaire" selon le Premier ministre », AFP, 22 juillet 2010. [5] « En Hongrie, les curieuses manières de M. Orban », éditorial du Monde, 19 juillet 2010. [6] Discours de Thomas Sankara à Addis-Abeba, le 29 Juillet 1987, quelques mois avant sa mort.
Tre crisi interconnesse si stanno abbattendo sulla Russia simultaneamente: le temperature più elevate registrate in Russia negli ultimi 130 anni; la siccità più diffusa degli ultimi tre decenni; ed enormi incendi che sono dilagati attraverso sette regioni, Mosca compresa.
La crisi minaccia il raccolto di grano in Russia, che è uno dei maggiori esportatori di grano del mondo. Non è la prima volta che la siccità in Russia impatta negativamente sul raccolto del grano, un bene di importanza critica per la tranquillità nazionale di Mosca e per la politica estera. Nonostante la gravità del caldo, della siccità e degli incendi, la produzione di grano di Mosca coprirà la domanda interna della Russia. La Russia userà la situazione per riunire i suoi vicini in un cartello del grano.
Una storia della siccità e degli incendi
Allagare le torbiere sembra riportare gli incendi sotto controllo. Il fumo degli incendi ha tenuto Mosca quasi blindata per una settimana. La preoccupazione maggiore è per l’effetto degli incendi – e il perdurare del caldo e della siccità, che ha creato lo stato di emergenza in 27 regioni – sul raccolto di grano della Russia, solitamente abbondante, e sulle esportazioni. La Russia è uno dei maggiori produttori ed esportatori di grano del mondo, producendo normalmente circa 100 milioni di tonnellate di grano all’anno, ovvero il 10% della produzione mondiale totale. Esporta il 20 per cento di questo totale nei mercati in Europa, in Medio Oriente e in Nord Africa.
La siccità ciclica (e gli incendi) comportano la fluttuazione dei livelli di produzione di grano della Russia tra i 75 e i 100 milioni di tonnellate di anno in anno. L’entità della siccità e degli incendi di quest’anno ha indotto i funzionari russi a rivedere la stima della produzione di grano per il 2010 [prevista essere] sui 65 milioni di tonnellate, sebbene la Russia abbia 24 milioni di tonnellate di riserve di grano accantonate – il che vuol dire che ne avrebbe a sufficienza per coprire tranquillamente la domanda interna (pari a 75 milioni di tonnellate) persino se peggiorasse la siccità.
La sfida maggiore che Mosca ha dovuto affrontare negli anni di siccità e incendi è stata quella del trasporto del grano attraverso l’immenso territorio russo. La cintura del grano della Russia si trova nella parte europea meridionale del paese dal Mar Nero verso il Caucaso del Nord e il Kazakhstan occidentale, delimitata a nord dalla regione di Mosca. Questa è la regione più fertile della Russia, che è bagnata dal fiume Volga.
LE REGIONI PRODUTTRICI DI GRANO DELLA RUSSIA E L’ATTUALE CRISI (verde – regioni produttrici di grano; giallo – siccità; rosso – incendi)
Sebbene la siccità e gli incendi abbiano colipito la Russia degli ultimi tre anni , non hanno influito negativamente sulla sua principale regione produttrice di grano. Al contrario, hanno colpito le regioni nella zona degli Urali che forniscono il grano alla Siberia. Tali incendi hanno messo alla prova l’infrastruttura del trasporto della Russia, una delle sue sfide fondamentali. La Russia non ha una reale rete di trasporto che unisca il suo cuore europeo alla sua estremità occidentale, eccetto che per una ferrovia, la Transiberiana. E mentre la sua cintura del grano ha la miglior infrastruttura per i trasporti del paese, è stata ideata per trasportare il grano verso il Mar Nero o L’Europa – non verso la Siberia. Il Kremlino ha iniziato a fare programmi per le sospensioni delle spedizioni di grano per la Siberia durante i periodi di siccità e incendi del 2007-2009. Durante questo periodo, Mosca ha stabilito enormi unità di stoccaggio del grano negli Urali e nelle zone produttrici del Kazakhstan lungo il confine russo.
La siccità e gli incendi di quest’anno non influiscono primariamente sulla rete di trasporto della Russia, ma piuttosto sulle regioni produttrici di grano nella parte europea della Russia, che forniscono il grosso delle esportazioni di grano della Russia. Queste regioni si trovano sulla rete di distribuzione verso ovest, con il porto di Novorossiysk sul Mar Nero che gestisce oltre il 50 per cento delle esportazioni russe.
La Russia si è concentrata largamente sull’essere un maggiore esportatore di grano, ricavando dall’attività oltre $ 4 bilioni di dollari all’anno per gli ultimi tre anni. Quest’anno il Kremlino ha annunciato, il 5 agosto scorso che avrebbe temporaneamente sospeso le esportazioni di grano dal 15 agosto al 31 dicembre. Due ragioni hanno portato a questa decisione. La prima è il desiderio di impedire che il prezzo del grano a livello nazionale aumenti a dismisura a causa di temute carenze . Il mercato russo del grano è estremamente volatile. I prezzi del grano all’interno della Russia sono già aumentati di quasi il 10 per cento. (Globalmente, i futures del grano sul Chigaco Board of Trade sono aumentati di quasi il 20 per cento nel mese scorso, il salto più alto dall’inizio degli anni ’70).
La seconda ragione è che il Kremlino vuole assicurarsi che le sue forniture e la sua produzione reggano qualora diminuisse anche il raccolto di grano invernale. Il grano invernale, piantato alla fine di agosto, tipicamente reintegra del tutto le forniture di grano russe. Un ulteriore caldo non normale per la stagione, la siccità o gli incendi potrebbero compromettere il raccolto di grano invernale, cosa che porterebbe il Kremlino a ridurre le esportazioni per garantire che i suoi silos di stoccaggio rimangano pieni.
Il conservatorismo russo quando si tratta di assicurare le forniture e la stabilità dei prezzi nasce dalla realtà che le adeguate forniture di grano da lungo tempo sono state considerate sinonimo di stabilità sociale in Russia. Contrariamente alle altre necessità, le carenze di generi alimentari innescano instabilità politica e sociale con scioccante rapidità in tutti i paesi. Come fanno altri paesi, la Russia fa affidamento sul grano più che su qualunque altro genere alimentare; le altre categorie di cibi come la carne, i latticini e le verdure sono troppo deteriorabili perché possa farci affidamento la gran parte della Russia. La concentrazione della Russia sulla volatilità del cibo ha una lunga storia. Lenin definì il grano “la moneta delle monete” della Russia, e impadronirsi delle scorte di grano fu una delle prime mosse dell’Armata Rossa durante la Rivoluzione Russa. In questa tradizione, il Kremlino risparmierà il suo grano prima di cederlo all’esportazione per ottenerne un guadagno pecuniario. E questo rientra nella strategia economica generale della Russia di usare le sue risorse come uno strumento di politica interna ed estera.
Le esportazioni e la politica estera
La Russia è un enorme produttore ed esportatore di una miriade di beni oltre al grano. È il più grande produttore di gas naturale del mondo e uno dei maggiori produttori di petrolio e legname. Il governo russo e l’economia nazionale sono basati sulla produzione e sull’esportazione di tutti questi prodotti, facendo sì che il Kremlino controlli – sia direttamente che indirettamente – tutti questi settori essenziali per la sicurezza nazionale.
A livello nazionale, i Russi hanno accesso alle necessità della vita. La proprietà del Kremlino della maggior parte dell’economia e delle risorse del paese dà al governo il vantaggio di controllare il paese sotto tutti i livelli – socialmente, politicamente, economicamente e finanziariamente. Quindi, una crisi del grano significa più che sfamare la gente; va a colpire una parte della generale sicurezza economica nazionale della Russia.
L’uso da parte della Russia delle sue risorse come uno strumento è inoltre una parte importante della politica estera del Kremlino. La sua enorme ricchezza di risorse e la relativa autosufficienza che ne deriva permette [alla Russia] di proiettare il potere effettivamente sui paesi che la circondano .... L’energia è stata un maggiore strumento di questa tattica. Mosca molto pubblicamente ha usato le forniture energetiche come un’arma politica, sia aumentando i prezzi che sospendendo le forniture. È anche pronta ad usare una politica commerciale non-energetica per fini di politica estera, e le esportazioni di grano rientrano molto facilmente nella scatola degli. strumenti economici di Mosca.
La Russia sta usando l’attuale crisi del grano come uno strumento di politica estera persino al di là delle sue stesse esportazioni, i suoi stessi prezzi e le sue forniture. Ha chiesto sia al Kazakhstan che alla Bielorussia di sospendere temporaneamente le loro esportazioni di grano. La Bielorussia è un esportatore minore di grano, e quasi tutte le sue esportazioni vanno alla Russia . Ma il Kazakhstan è uno dei primi cinque esportatori di grano al mondo, che produce tipicamente 21 milioni di tonnellate di grano, di cui esporta oltre il 50 per cento. La stessa siccità che ha colpito la Russia ha colpito anche il kazakhstan, dove si prevede che la produzione sarà ridotta di un terzo, ovvero 7 milioni di tonnellate.
Il Kazakhstan tradizionalmente esporta nel sud della Siberia, in Turchia, Iran e negli altri stati centro-asiatici come il Kyrgyzstan, il Tajikistan, l’Uzbekistan e il Turkmenistan. Per la prima volta, il Kazakhstan aveva programmato di inviare esportazioni di grano in Asia. Aveva pattuito di esportare circa 3 milioni di tonnellate di grano in Oriente: due milioni di queste forniture sarebbero andate alla Korea del Sud e il resto sarebbe stato diviso tra la Cina e il Giappone. La siccità ha costretto il Kazakhstan a riconsiderare se può tener fede a questi contratti oltre a quelli con le sue regioni vicine.
La richiesta della Russia che la Bielorussia e il Kazakhstan interrompano le esportazioni di grano non sembra primariamente connessa alla preoccupazione da parte della Russia per le forniture, ma sembra essere al contrario più politica. I tre paesi hanno formato un’unione doganale lo scorso gennaio, cosa che ha causato molto trambusto politico ed economico. Il Kazakhstan ha cercato di suggellare il desiderio del suo presidente di rimanere riconoscenti alla Russia persino dopo le sue dimissioni, mentre la Bielorussia si è unita con riluttanza dato che la Russia controllava già oltre la metà dell’economia bielorussa.
Per Mosca tuttavia, l’unione è stata un tassello chiave della sua rinascita geopolitica. L’Unione Doganale Russia-Kazakhstan-Bielorussia non è stata costituita come una zona occidentale di libero commercio, dove l’obiettivo è di incoraggiare lo scambio reciproco riducendo le barriere commerciali, ma come un piano della Russia di ampliare il controllo economico di Mosca sulla Bielorussia e sul Kazakhstan. Fin qui l’unione doganale ha minato la capacità industriale della Bielorussia e del Kazakhstan, ancorando ancora di più i due stati all’economia russa.
Da quando l’unione doganale è in essere, la Russia ha rapidamente fatto diventare il club uno strumento politico , chiedendo che i membri si associno ad [azioni] politicamente motivate che prendono come bersaglio altri stati. Alla fine di luglio, la Russia ha chiesto sia al Kazakhstan che alla Bielorussia di unirsi ad un divieto [di importazione] del vino e dell’acqua minerale dalla Moldova e dalla Georgia dopo il perdurare di diatribe con entrambi i paesi pro-occidentali. La Russia ha aggiunto un altro livello di richieste in vista delle carenze di grano. Al momento in cui si scrive [il presente articolo], né Astana né Minks ha accettato o rifiutato le richieste di Mosca, ad appena un mese dalla stagione di esportazione del grano.
Data l’attuale produzione russa e le sue forniture di scorta, la Russia non ha davvero bisogno che la Bielorussia o il Kazakhstan dimunuiscano le loro esportazioni. Al contrario, sta cercando di usare la siccità e gli incendi per creare un cartello regionale del grano con i suoi nuovi partner dell’unione doganale. Tutto questo porta alla domanda sull’altro gigante ex sovietico della produzione di grano, l’Ukraina. L’Ukraina, che non fa parte dell’unione doganale, è il terzo esportatore di grano del mondo. Nel 2009, l’Ucraina ha esportato 21 milioni di tonnellate della sua produzione di 46 milioni di tonnellate. Essendo stata anch’essa colpita dalla siccità l’Ukraina ha riveduto la sua proiezione della produzione e dell’esportazione per il 2010 in ribasso del 20 per cento, con una riduzione delle esportazioni pari a 16 milioni di tonnellate. Alcuni temono che l’Ukraina dovrà ridurre ulteriormente le sue previsioni sull’esportazione. Mosca vorrà molto probabilmente controllare che cosa fa il suo vicino e grande esportatore di grano, se dovesse preoccuparsi delle forniture o dei prezzi. Tuttavia, nonostante le recenti azioni della Russia in relazione alla Bielorussia e al kazakhstan, l’Ukraina non ha annunciato pubblicamente alcuni divieti di esportazione del grano.
Se la Russia vuole esercitare il suo potere politico nella regione attraverso il grano, deve avere a bordo [anche] l’Ukraina. Se la Russia potesse controllare le esportazioni di grano di tutti questi stati, allora Mosca controllerebbe il 15 per cento della produzione globale e il 16 per cento delle esportazioni mondiali. Kiev ha recentemente cambiato il suo orientamento politico al passo con Mosca , come si è visto nelle questioni di politica, militari e nelle diatribe regionali. Ma questa crisi più recente colpisce un maggiore tassello dell’economia ukraina. Vedremo se Kiev piegherà la sua volontà nazionale per continuare il suo ulteriore intreccio con Mosca.
Fonte: www.stratfor.com Link: http://www.stratfor.com/weekly/20100809_drought_fire_and_grain_russia Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di MICAELA MARRI
Titolo originale: "Thirty-six predictions for the world: 2010 – 2012 – Mike Adams " Fonte: http://www.naturalnews.com Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di CONCETTA DI LORENZO
Chiedete in giro e sentire sempre la stessa cosa: la gente è preoccupata per quello che potrebbe succedere. E’ preoccupata per un collasso finanziario globale, una crisi ecologica e potenziali interruzioni nella catena alimentare. I radicali cambiamenti atmosferici a cui assistiamo in tutto il mondo sono un'ulteriore indicazione che qualcosa non va con il mondo che pensavamo di conoscere.
Ma che cosa veramente accadrà tra oggi e il 2012? Esiste un modo per fare una seria supposizione su quali sfide hanno più probabilità di verificarsi?
E’ quello che ho fatto qui, in questa raccolta di trentacinque previsioni per il 2010 - 2012. Anche se non posso prevedere il futuro in una sorta di sfera di cristallo, ho alle spalle una carriera di successo nel predire molti eventi su larga scala anni prima che accadano. Come è stato pubblicato qui, su NaturalNews, le mie previsioni per il 2009 furono precise al 79%. Sono noto per aver previsto il crollo immobiliare del 2007 due anni prima che si verificasse, e quelli che hanno seguito i miei scritti per diversi anni, sanno che ho anche apertamente messo in guardia la gente sul crollo della dot-com due anni prima che accadesse.
Quindi, ecco quello che prevedo per il 2010 - 2012. Questo si basa su "ipotesi plausibili" verso cui le tendenze attuali possono condurci. Non è una sorta di esercizio psichico di previsione, ma si basa interamente sull’osservazione e sulla conseguente riflessione.
Tuttavia, se queste predizioni sembrano troppo pessimistiche, assicuratevi di leggere la fine di questo articolo che parla del capovolgimento di ciò che accadrà dopo questi prossimi anni. In definitiva, ci saranno buone notizie in avvenire...
# 1 - Penuria mondiale dei metalli rari della Terra
Il mondo dipende dai metalli rari della Terra [REM - Rare Earth Metals-ndt] per la fabbricazione di tutto, dai motori elettrici ai pannelli solari, alle parti dei computer. Aspettiamoci che una carenza globale colpisca duro nei prossimi tre anni.
# 2 - Interruzioni dell'approvvigionamento alimentare colpisce le nazioni occidentali
Ci saranno uno o più gravi problemi di approvvigionamento alimentare che desteranno negli americani la possibilità che il loro cibo potrebbe non essere così sicuro e abbondante come avevano immaginato. Anche se questo potrebbe assumere la forma di una malattia delle colture che si diffonde attraverso le aziende agricole di mais o grano, è più probabile che riguardino radicali cambiamenti climatici che distruggono le colture e limitano l'approvvigionamento alimentare.
# 3 - Si scatena mortale mutazione di superbatterio
Un superbatterio mortale fuggirà dall'ospedale e diventerà "selvaggio" - il che significa che comincerà ad infettare la gente comune, forse trasmesso attraverso palestre o scuole. Una revisione di ciò che ha portato alla fuga punterà all’abuso di antibiotici e al fatto che il personale ospedaliero non si lavi le mani.
# 4 - Nuove prove collegano vaccini e disturbi neurologici
Emergeranno nuove prove che collegano vaccini a malattie neurologiche come il morbo di Alzheimer. Questa prova può puntare ai coadiuvanti chimici utilizzati nei vaccini i quali provocano una risposta infiammatoria nel corpo. L'industria dei vaccini, ovviamente, negherà qualsiasi collegamento, ma aumenteranno le prove che indicano il collegamento.
# 5 – La rete elettrica degli Stati Uniti soffre un guasto catastrofico
A un certo punto nel corso dei prossimi tre anni, la rete elettrica degli Stati Uniti subirà un guasto catastrofico regionale che lascerà decine di milioni di persone al buio. La rete elettrica è un sistema fragile che aspetta solo di essere smantellato da fallimenti a catena. Essa verrà riparata in tempi relativamente brevi (forse in 72 ore), ma il suo guasto lascerà molte persone in bilico e provocherà una corsa verso attività di rivenditori d’emergenza
Qualche tempo fa era stato Bifo a dare del pazzo a Lenin, avanzando l’ipotesi che le manie depressive di quest’ultimo fossero alla base dell’involuzione sanguinaria del bolscevismo militante e dell’intero sistema sovietico.
Prima di lui però altri ex “specialisti” intellettualoidi della rivoluzione proletaria, vedi Marco Revelli o Adriano Sofri, avevano inaugurato una più vasta operazione di revisione di quel periodo storico e di tutto il novecento, non per venire a capo degli eventuali errori ed orrori di una stagione confusa ma comunque pieni di ideali e di aspirazioni nobili, quanto piuttosto per “onorare” logiche “strettamente personali”. Si trattava di recuperare consenso sulla scena intellettuale e nel panorama editoriale dominante con una dimostrazione di ravvedimento culturale e di ripensamento morale, a rinnegamento completo della precedente linea politica che li aveva portati alla ribalta.
Giustamente, Costanzo Preve definì il pentimento della banda degli ex di Lotta Continua (ma non solo di questi come attesta l’esempio di Franco Berardi e di tanti altri) “uno sgradevole fenomeno sociologico, morale ed editoriale” che alimentando la fandonia della “leggenda nera del novecento, secolo diabolico in cui l’utopia della virtù si è rovesciata in terrore (Hegel, Merleau-Ponty, Furet, eccetera), ed in cui il comunismo non è stato che l’applicazione politica del livellamento fordista al mondo sociale” testimoniava, tutt’al più, della pietrificazione dottrinale e dell’inconsistenza politica di quei quattro leaders da strapazzo i quali, a cavallo dei ’60 e dei ’70, si erano messi in testa di fare la rivoluzione in Italia in assenza di condizioni materiali adeguate. Già questo la dice lunga sul senso di responsabilità di questi venditori di fumo che se solo fossero diventati davvero classe dirigente conquistando il potere, data l’incompetenza e l’immoralità dimostrate, sarebbero stati dieci, cento, mille volti peggiori dei capi dell’URSS. In tali faccende, sono soprattutto lo spontaneismo e l’improvvisazione teorica ad anticipare i peggiori crimini contro l’umanità e non l’ideologia (va-riamente declinata) che è comunque una forma di rappresentazione della realtà e delle possibili opzioni per modificarla.
Dopo siffatti cialtroni tocca adesso ad un altro ex lottacontinuista come Paolo Mieli impancarsi per dare lezioni magistrali su nomi e fatti dell’URSS post-rivoluzionaria. Il tono della narrazione, ça va sans dire, è del tipo “splatter” e gli eventi che caratterizzarono l’instaurazione dell’Unione Sovietica vengono presentati al pubblico su uno sfondo di brutalità e soprusi senza limite. Il citato giornalista, sul Corriere della Sera, ci ha regalato una lenzuolata su Lenin padre del terrore e su Stalin continuatore zelante di cotanta inciviltà. Il tutto riassumibile in due parole: Socialismo è barbarie. Questa volta il vero obiettivo di Paolino lo sfigato non era però il georgiano (ormai quest’ultimo è così ben incasellato tra peggiori dittatori dell’umanità che non c’è pericolo che esca dalla classifica) ma quell’esempio intatto e politicamente troppo evocativo, per sostenitori e detrattori, rappresentato dall’uomo della Lena. Nel discorso di Mieli la ragione storica, per ottenere gli effetti desiderati, de-ve necessariamente cedere il passo alla statistica delle persecuzioni e degli ammazzamenti, secondo uno schema ben collaudato che riduce il passato ad un florilegio di genocidi preventivamente depurato degli eventi scomodi per i dominanti.
Lenin è ancora oggi l'exemplum da cancellare, qui sta il succo di tanto accanimento da parte di Mieli e dei suoi sodali della carta stampata e dell’editoria. Ciò che non gli si perdona è di aver fatto la frittata rivoluzionaria, di aver rotto le uova e gli indugi e di aver creato un pericoloso precedente non ancora neutralizzato dal pensiero unico imperante.
Poiché Mieli non sa assolutamente nulla di storia si permette di affermare che il regime sovietico fosse addirittura più oppressivo di quello zarista e che lo Tsar medesimo non raggiunse mai tali livelli di follia omicida. Il giornalista del Corriere finge però di dimenticare che non furono i sovietici a trascinare la Russia in quella macelleria dei popoli che fu la I guerra mondiale, e che anzi era stato proprio Lenin, solo contro tutti, a tirare fuori gli oppressi dell’est dal massacro interimperialistico del 14’-18’, lottando contro le posizioni guerrafondaie dei menscevichi, dei S.R. e degli stessi membri del partito bolscevico, dubbiosi sui tempi secondo i quali richiamare le truppe dal fronte. Come ho scritto altrove, l’unica voce avversa al conflitto fu quella isolata di Lenin. Costui, allorché il Comitato Centrale del Partito Bolscevico sceglieva di temporeggiare sulla concessione dell’autorizzazione alla firma degli accordi di pace - in quanto non disposto a cedere importanti fette di sovranità su Estonia, Lettonia, Transcaucasia e altri territori occupati dai tedeschi, nonché a pagare le cospicue riparazioni di guerra richieste dai nemici - tenne ugualmente ferma la barra sul ritiro immediato evitando alla sua nazione un epilogo ancor più cruento.
Mieli questo lo sa? E Mieli ha mai sentito parlare della domenica di sangue del 1905 quando Ulani e Cosacchi trucidarono senza pietà, con sciabole e fucili, contadini, operai, sudditi e fedeli che, guidati dal Pope Gapon, volevano soltanto incontrare il loro sovrano per ottenere pane e pietà? Questi uomini non avevano in mano bandiere rosse e armi ma sacre icone ed una petizione per Nicola II: “Noi operai, abitanti di Pietroburgo, siamo venuti a te. Noi siamo miseri, gli schiavi oltraggiati, oppressi dal dispotismo e dall’arbitrio. Quando il calice della pazienza fu colmo, cessammo di lavorare e chiedemmo ai nostri padroni di darci il minimo necessario, senza il quale la vita è un supplizio. Ma tutto questo ci fu rifiutato: tutto ciò sembrò illegittimo ai fabbricanti. Noi che siamo qui, in molte migliaia, al pari di tutto il popolo, non abbiamo nessun diritto umano. Per causa dei Tuoi funzionari noi siamo diventati schiavi” Come riporta sempre Lenin nel testo la Rivoluzione del 1905 la petizione aveva questa conclusione, equivalente più ad una ingenua supplica che ad una rivendicazione di classe: “Sovrano! Non rifiutarti di aiutare il Tuo popolo! Abbatti il muro che esiste fra Te e il Tuo popolo! Ordina e giura che i nostri voti saranno realizzati e Tu renderai felice la Russia; se non lo farai siamo pronti a morire qui. Noi non abbiamo che due vie: o la libertà e la felicità o la tomba”. E tomba fu: centinaia di morti e migliaia di feriti caddero davanti al Palazzo d’Inverno con le immagini dell’imperatore e dei santi tra le mani. E Mieli il dilettante si sorprende delle efferatezze, di certo non gratuite, che poi il popolo riservò ai cosacchi e ai Romanov quando fu il momento di fare i conti con la tirannide che lo aveva angariato per secoli.
Inutile negare, invece, che nella prima fase di costruzione della nuova Formazione Sociale Socialista, e per un lungo periodo successivo, la pressione delle città sulle campagne fu sempre al limite del tollerabile, mentre i propositi di arginare l’influenza dei Kulaki (i contadini ricchi) sulla società rurale, cioè sullo strato dei contadini medi e poveri, risultavano spesso vani proprio a causa dell’incapacità di modificare radicalmente i rapporti sociali tra le classi in lotta.
Come ho scritto in un articolo apparso sull’ultimo numero di Eurasia quando Lenin, all'inizio della Nep, insisté sul consolidamento dell'alleanza tra gli strati inferiori della città e della campagna (la Smycka) aveva ben presente il livello dei rapporti sociali e l'andamento delle lotte di classe nella Russia post-rivoluzionaria. Da tale punto di vista, la Nep più che mera politica economica fu uno sforzo rivolto a rinsaldare l’alleanza tra questi due gruppi, in mancanza della quale sarebbe stato impossibile ottenere un seppur minimo ordine sociale ed economico. Siccome questa saldatura non si concretizzava era inevitabile che crescessero gli attriti e scontri tra contadini e potere bolscevico, contrasti che purtroppo sono spesso sboccati in forme di dura repressione. Ad ogni modo o si agiva così o si buttava a mare tutto tornando all’età della pietra.
Quanto a Stalin, ormai passato alla storia come il divoratore di uomini o il continuatore dei gulag, (poiché la fondazione dei campi concentrazionari viene attribuita da Mieli a Lenin) dobbiamo ram-mentare il suo ruolo e quello del suo popolo nella II guerra mondiale. Anche un reazionario, molto meno saccente e arrogante dell’ex direttore del Corriere, del calibro di Zbigniew Brezinski ha ri-cordato in un saggio che è stata l’URSS a fermare il nazismo mentre gli americani arrivarono in Europa a giochi già fatti, giusto in tempo per godersi una gloria alla quale avevano contribuito in minima parte. Infine, Stalin fu un protagonista decisivo della proiezione della Russia a superpotenza mondiale in opposizione agli Usa. Come ha ben scritto La Grassa, l’URSS pur non realizzando il comunismo “avrebbe comunque mutato i ‘connotati’ (strutturali, ma in senso geopolitico e non ‘di classe’) del mondo contemporaneo”. Già questo ha evitato all’umanità ulteriori ostilità e guerre che invece sono dilagate in epoca monopolare, dopo la caduta dei paesi del socialismo realizzato, e che, probabilmente, si intensificheranno con l’entrata delle nazioni nella fase policentrica.
Mi chiedo se adesso verrà fuori almeno un Valerio Evangelisti qualsiasi, meno parziale e ideolo-gizzato dell’originale, a smerdare i mercanti di cotante menzogne che seguitano ad infangare la no-stra identità e storia politica. Purtroppo ne dubito assai perché ormai questi imbecilli hanno il cervello saturo di Baygon, cosicchè, invece di concentrarsi sulle questioni serie preferiscono ergersi a giustizieri spaziali all'inseguimento degli ultracorpi rosso-bruni. Ripeto, sono degli imbecilli e forse anche prezzolati. Con questo chiudo. ( Fonte: ariannaeditrice.it)