Il best seller per finanzieri, banchieri, economisti e responsabili vari, ai vari livelli della gestione economica di quest’anno, come lettura rilassante per la pausa estiva è un volume dal titolo “Dying of Money: Lessons of the Great German and American Inflations”, scritto da un certo Parsson diversi anni fa, sulla evoluzione che ha portato la repubblica di Weimar alla ormai famosa iperinflazione (e successivo evento del nazismo). Forse è sintomatico che proprio QUEL libro venga ricomprato e riletto con tanta foga dai maggiori responsabili economici, cosa che fa nascere un dubbio: ci saranno mica i sintomi di un ripetersi dell’evento, vero ?
Da parte mia è un po’ di tempo che faccio presente che l’apparente paradosso :” scarsa liquidità con eccesso di liquidità” è un paradosso solo per chi lo vuole considerare tale. Ed ora spiego il perché.
Innanzitutto occorre ricordare come la massa monetaria utilizzabile sia una funzione della quantità di denaro, ma anche della velocità di circolazione. Se ogni persona spende nel giro di una settimana il denaro che guadagna ci saranno globalmente un certo numero di acquisti, ma se le persone accelerano e lo spendono in un giorno , il numero e valore di acquisti immediatamente verrà moltiplicato per 7 esattamente come se fosse stata immessa una quantità di denaro pari a 6 volte quella esistente. E credo che questo concetto non sia difficile da capire, essendo i commercianti a loro volta datori di lavoro ma anche acquirenti.
Un’altra considerazione importante da fare è che la liquidità che crea l’eventuale percezione di inflazione, quindi perdita di valore del denaro stesso, è solo quella destinata all’acquisto dei beni di largo e comune consumo. Della serie che se aumenta il prezzo del pane o della pasta, si diffonde immediatamente la sensazione di un avvio dell’inflazione, ma se aumentano i valori di borsa ? no vero ? tutti felici e contenti anche se tali valori fanno riferimento ad aziende che non avrebbero proprio nulla da festeggiare, oppure se aumentano i valori dell’immobiliare, c’è forse chi la ritiene inflazione ? no vero ? tutti proprietari felici e contenti dell’aumento dei loro investimenti. Ma anche in questi settori, aumenti di prezzi significano aumento di denaro necessario a che si possano fare.
Ecco quindi che se la liquidità immessa dalle banche finisce ad aumentare i prezzi di questi beni, nessuno penserà all’inflazione, presente o anche solo possibile nel futuro. Solo tante persone contente di sentirsi un po’ più ricche. Aggiungiamo il fatto che la presenza di un 15-20% di persone senza più reddito o con reddito ridotto, calmierano i prezzi proprio di quei beni che diffondono l’eventuale percezione dell’inflazione. Se aumenta un po’ la pasta, ma questi poveracci sono costretti a limitarne gli acquisti, verrà percepita la situazione che tali beni non possono aumentare di valore se non a scapito della quantità venduta, pertanto tenderanno a restare stabili. Ecco, questa è la fotografia dell’attuale equilibrio.
Supponiamo ora , che Dio non voglia, che accada qualcosa che renda inevitabile l’aumento del prezzo di tali beni. Tanto per essere ottimisti, pensiamo che gli incendi Russi non abbiano effetti sul raccolto del grano, e che la speculazione non si butti a pesce sui futures del grano stesso, cosa che potrebbe impennare il prezzo del grano. Ecco che questo potrebbe essere uno di quegli eventi che fanno deflagrare il tutto. Con la seguente sequenza. Rialzo sensibile del prezzo di tutti i derivati del grano : pane, pasta, ecc…. Enfasi e proteste di quel 15-20% di persone a bassissimo reddito. Contemporanea ricerca da parte degli altri di risorse per compensare tali aumenti. Diffondersi della percezione di forti aumenti sui generi di prima necessità con effetto moltiplicatore dato dai commercianti e di tutti coloro che possono scaricare immediatamente sui prezzi, i loro aumentati fabbisogni degli altri beni di prima necessità. Corsa all’accaparramento, che diminuendo le disponibilità ne fa lievitare ulteriormente i prezzi. Quindi aumento della velocità di circolazione del denaro, con richiamo di denaro precedentemente parcheggiato in borsa o altri “investimenti” per far fronte a tali nuove necessità. Innesco quindi della spirale inflazionistica, super alimentata dalla grande massa di liquidità precedentemente “investita” ed ora riversatasi sui beni di primaria necessità. Ecco, questa è la dinamica di tale fenomeno, e come vedete i componenti sono oggi tutti presenti.
E quale sarebbe oggi, l’unico modo per scongiurare il pericolo ? Congelare o meglio, togliere definitivamente ricchezza e disponibilità da chi ne ha in eccesso, e la può manovrare facilmente, con forti tassazioni sui capitali e sui redditi alti, creando un fondo per supplire al sostentamento di tutti coloro che ne hanno perso il mezzo. Cosa che ovviamente suona come un’eresia. Toccare i patrimoni ? giammai ! elevare le aliquote marginali sui redditi ? ma scherziamo ? bene, quindi aspettiamo, incrociamo le dita, e speriamo in bene ….. E intanto i nostri governanti giocano a chi ce l'ha più lungo.... poi in autunno vedremo! Auguri.
La quinta essenza della modernità è il brutto sì inteso in senso paesaggistico, ma soprattutto etico e morale? «Sì, il brutto è la volgarità che vuol dire non stare nei propri panni. Un primitivo può essere rozzo, ma non è mai volgare. Noi col benessere, con gli status symbol siamo quasi tutti fuori dai nostri panni, anche esteticamente e fisicamente. Grazie ai mass media, sono venuti meno alcuni concetti di fondo come la riservatezza, per cui rovesciare le propria budella, le faccende più intime e private è una prassi. Nell’Africa nera - prima che la distruggessimo - i valori principali erano il silenzio e l’autocontrollo; in fondo, senza essere Africa nera, erano anche i nostri valori di un tempo. Tutto questo è scomparso a favore dell’esibizione, del farsi vedere, ma in una società che rende tutti anonimi, perché appunto non ci sono più le comunità e si esiste solo se si appare, è chiaro che la gente tenda a fare di tutto pur di apparire ».
E’ venuto quindi a mancare il pudore? «Esatto. In un libro precedente, Il Ribelle dalla A alla Z, diviso a voci, ho scritto semplicemente che il pudore è scomparso. La cosa però più impressionante è la scomparsa dell’onestà, che negli anni ’50 era un valore per tutti: per la borghesia se non altro perché dava credito, per il mondo contadino non parliamone, una stretta di mano era un sigillo e così anche per il mondo proletario. Adesso è esattamente il contrario. Non si vive bene in una società che non ha valori condivisi, è come vivere senza criterio. Questo non è solo un discorso italiano, ma dell’Occidente».
Crede che la nostra democrazia riuscirà a intercettare definitivamente le teocrazie orientali, trascinandole così alla nostra stessa deriva? «E’ il tentativo che sta facendo la nostra democrazia, non solo con le società teocratiche, ma anche ad esempio nel caso dell’Africa nera, che aveva una concezione magica, animista per cui un bosco non era la somma di alberi, ma un’entità; un Africa che aveva una concezione delicata e poetica del mondo che noi abbiamo spazzato via completamente. Altre culture, come quella islamica o quella tradizionale afghana, tentano di resistere, ma non a caso siamo lì a bombardare tutti i giorni e ad ammazzare senza altra ragione che voler sostituire la nostra storia con la loro, oltre ovviamente agli interessi materiali. Concettualmente noi non tolleriamo l’altro da sé: con tutta la nostra retorica del diverso, chi è differente dal nostro modello e dai nostri valori va convinto con le cattive, più che con le buone. Ai miei occhi, in Iran e in Afghanistan si sta combattendo una battaglia decisiva di un Medioevo sostenibile contro la modernità. E’ una grande partita e io sono tutto dalla parte del Mullah Omar. Del resto mi fa più simpatia lui che fugge in moto dai suoi inseguitori di un Bush che inghiotte un salatino e sviene».
E’ meglio avere un’ideologia non condivisibile, forse persino sbagliata, che non averne affatto? «Proprio in questo mio ultimo libro Senz’anima scrivo che vorrei essere un talebano, un kamikaze, un fascista, un nazista, un ebreo che lotta con tutte le sue forze per rimanere un uomo, insomma che avrei voluto essere tutto fuorché uno che ha vissuto nella democrazia italiana per sessant’anni, poiché più dell’orrore mi fa orrore il nulla, di fronte al quale è meglio un mondo di valori anche sbagliati…che poi bisogna vedere chi decide cos’è sbagliato per chi. Noi viviamo nel nulla e questo è il motivo del profondo disagio nel mondo occidentale, così come in Italia dove se vai nel ricco Nord Est si trova un’infelicità che neanche nel più lurido tugurio africano si prova; un ricco Nord Est in cui si lavora dieci ore al giorno e non si è sereni mai».
Stefano Zecchini in un recente articolo ha scritto che oggi un presentatore televisivo - come un po’ lo sono i nostri politici, aggiungo io - ha più potere di un cardinale del ‘700 «Sì, la vera classe dirigente italiana oggi è formata dai conduttori di talk-show, dai calciatori, dalle veline e dai politici che non sono più politici, ma solo dei mascheroni televisivi. La cosa più grave è che non c’è più un pensiero che orienti la politica, che pensi se stesso e insieme la modernità. Noi che avevamo espresso una filosofia straordinaria da Eraclito fino ad Heidegger, ci affidiamo sempre più a un meccanismo sperando che vada avanti, ma anche “i padroni del vapore” sanno che non può continuare all’infinito la dinamica del produci, consuma crepa» .
Anche la Chiesa ha ceduto alle lusinghe dell’umanesimo «La Chiesa ha abbracciato qualcosa di peggio come la modernità. Wojtyla è stato a un passo dal distruggere quello che rimaneva del cattolicesimo: era un prete che si occupava di politica e di tutto fuorché di ciò di cui si dovrebbero occupare i preti, cioè della cura dell’anima, per chi ci crede. Ratzinger sembrava elevare di livello il discorso, come nel caso relativismo culturale, che io non condivido, ma che era comunque un tema forte. In breve è stato travolto anche lui, ma in Italia tutto si corrompe rapidamente. Quando l’attuale Papa era ancora cardinale scrisse una cosa importante e cioè che il progresso non aveva migliorato l’uomo e la società, ma che si prospettava come un pericolo per la specie umana. Comunque la Chiesa non intercetta più le esigenze spirituali degli uomini, tanto è vero che poi questi o si rivolgono ad altre religioni, o si affidano a credenze povere e di scarsissimo valore come l’astrologia. D’altronde una volta che hai ucciso Dio, non puoi resuscitarlo: quando Nietzsche, in anticipo sui tempi, proclama la morte di Dio non è che Lo uccide, ma constata che Dio è morto nella coscienza degli uomini».
Riprendo quello che le disse una volta Fellini “ L’Italia è un paese in cui la realtà supera l’immaginazione” «Detto da Fellini che di immaginazione ne aveva non poca è abbastanza impressionante, ma è vero. Se pensiamo alla politica e ai suoi scandali, chi si avrebbe mai immaginato che saremmo arrivati a questi livelli? Che un ministro della Repubblica si faccia regalare mezzo appartamento e poi dica che non lo sapeva, sono cose incredibili! Non siamo però stati sempre così: i primi del ‘900 un ministro si suicidò per la vergogna di esser stato accusato di aver portato via un po’ di cancelleria dal suo ufficio. E se pensiamo a Einaudi, a De Gasperi non erano certo come questa gente di cui siamo circondati; anche se andiamo a vedere in tempi più recenti e prendiamo ad esempio Fanfani, vero uomo di potere, che non ambiva al denaro e abitava in un condominio nel quartiere Prati, mica in una casa regalata di fronte al Colosseo. C’è un crollo verticale dei valori e in particolare del pudore: i nostri rappresentanti politici non si vergognano neanche più. In quelle che noi chiamiamo società primitive perdere la faccia era la cosa più grave che potesse succedere a un uomo».
E questo ha a che fare anche con la parola data. Mi richiama alla mente il romanzo di Hemingway Vero all’alba per cui una cosa che all’alba è vera, a mezzogiorno è falsa. Chiaramente con tutt’altro profilo. « Devo dire che il grande corruttore in tutta questa storia è stato Eugenio Scalfari, è lui che ha cominciato a dire una cosa e poi il suo contrario, anche se sei mesi dopo. Poi piano piano ha ingranato…nello specifico mi ricordo di un suo articolo su Carter, che può richiamare Hemingway, perche nella prima parte affermava una cosa e nella seconda esattamente l’opposto. Più in generale è venuta meno quella che Bocca chiamava “la società degli eccellenti”, cioè la società che facesse da filtro. Fino agli anni ’50 e ‘60 le dinamiche e i comportamenti erano molto diversi, un personaggio come Berlusconi non sarebbe stato né immaginabile né possibile. La Democrazia Cristiana sottobanco ne faceva di tutti i colori, ma rispettava per lo meno la forma: una volta che qualcuno era scoperto con le mani nel sacco era la fine. Come dice La Rochefoucauld “l’ipocrisia è il pedaggio che il vizio paga alla virtù”. Ancora nel ’92 sette ministri del governo Amato raggiunti da un avviso di garanzia si dimisero, oggi c’è un Presidente del Consiglio che è raggiunto da tutto, fuorché dai carabinieri, quindi figurati di conseguenza gli altri». ( Fonte: ariannaeditrice.it)
È un dato di fatto, non è una dichiarazione carica di presunzione da chi pensa, a torto, di essere un intelligentone. Che sia innata oppure indotta dalla società, dalla cultura o dalle consuetudini, la stupidità è una presenza ingombrante, tanto che molti si sono presi la briga di investigarne le cause e gli effetti, l’origine e gli eventuali approdi.
Tra gli ultimi, Pino Aprile con un breve saggio edito da Piemme nel luglio scorso che porta l’abusatissimo titolo Elogio dell’imbecille. Peccato per il titolo privo di fantasia e ultimo di una serie infinita di stucchevoli “elogi” perché il libro è curioso e divertente, costruito con argomentazioni lineari nella loro ovvietà. L’autore, famoso per aver scritto di recente Terroni, ci riprova e credo avrà successo.
Tutte le argomentazioni, che messe insieme configurano una teoria generale, partono da una semplice constatazione. La stupidità, presente da sempre nel mondo tende a crescere costantemente.
Perché, si domanda l’autore, sulla terra ci sono tanti imbecilli? E perché, dovunque gli stupidi prosperano, riuscendo spesso a raggiungere posizioni di successo e di potere? In fin dei conti se l’intelligenza, come sempre si è creduto, è il motore del progresso e sancisce il successo dell’uomo perché è sempre meno presente sul pianeta?
La risposta di Pino Aprile è di quelle che risvegliano una lettura sonnacchiosa. Lo scopo della selezione naturale per tutti gli animali è quella di assicurare la sopravvivenza e per assicurare la sopravvivenza sono selezionate quelle caratteristiche che meglio si adattano a tale scopo.
Se nel nostro lontano passato l’intelligenza si è dimostrata lo strumento più utile per portare i nostri antenati al successo fatto di popolamento di tutti gli spazi disponibili, di incremento numerico della specie, oggi, che il successo è avvenuto, non è più necessaria per assicurare il predominio sul globo ed è per questo che viene abbandonata.
Insomma oggi non è più necessario essere intelligenti per sopravvivere, tutti i problemi che potevano essere risolti con l’intelligenza sono alle nostre spalle e la selezione naturale abbandona questo strumento utilissimo nel passato per avvalersi di altri.
L’errore, spiega l’autore, sta nel fatto di credere che l’intelligenza sia una caratteristica acquisita e stabile del genere umano e non uno strumento messo in mano alla selezione naturale in un particolare momento per assicurare il trionfo della specie.
Il punto di partenza di queste considerazioni sono gli ominidi al loro comparire. Pochi e deboli, in un ambiente ostile, i nostri progenitori hanno sviluppato quei caratteri che nel loro complesso vanno sotto il nome di “intelligenza” appunto per sopravvivere in tale mondo.
«Sul nostro pianeta, la regola per la sopravvivenza è “il numero o la forza”; non l’uno e l’altra». «La regola è questa: i pochi hanno la forza, i deboli hanno il numero». «I deboli e rari non hanno futuro». Questa era la condizione degli ominidi: pochi e deboli. Fu dall’istinto di conservazione che scaturì una via di salvezza nuova, variante della forza, che infranse la regola: l’intelligenza.
Oggi che il nostro numero ci ha assicurato di prosperare oltre ogni misura, l’intelligenza ha esaurito il proprio ruolo: non è più necessaria, e viene dismessa come, in passato, altre caratteristiche caduche.
«Come ogni altra specie, noi abbiamo un solo, esclusivo interesse: salvare noi stessi. La gazzella non corre per garantire la sopravvivenza della velocità; il leone non azzanna per tramandare la forza. Così l’uomo non vive per scongiurare l’estinzione dell’intelligenza, che è semplicemente un mezzo, comodo finchè serve, ma provvisorio, ove se ne trovasse uno migliore».
Oggi che lo scopo della nostra sopravvivenza è compiuto, l’intelligenza non serve più, almeno non tanta quanta ne fu necessaria in passato. Per la continuità della specie importa la quantità e non la qualità. All’aumento della “massa biologica” cresce la sicurezza e diminuisce la necessità di avvalersi degli intelligenti.
Anzi oggi siamo in piena esplosione demografica ea mentre cresce il nostro corpo, inteso come numero di persone presenti tra i poveri e come peso corporeo tra i ricchi, non cresce la massa cerebrale, tanto da poter dire che il rapporto tra massa e cervello tende a diminuire.Questo è un primo indizio per dire che la selezione naturale dopo aver percorso la via dell’intelligenza, ha imboccato ormai quella della quantità.
Un secondo indizio è rappresentato dallo studio comparato delle masse cerebrali. Quella dell’uomo di Neanderthal era di circa 1600 centimetri cubici, la media dell’uomo moderno è di circa 1300 centimetri cubici.
È vero che l’intelligenza non si misura solo un tanto al chilo e che il cervello ha qualità per come si usa, ma l’unico dato relativamente certo è questo. La nostra evoluzione ci spinge ad avere corpi più grandi e cervello più ridotto.
Altro indizio che la natura si sta muovendo verso una selezione che tende a reprimere l’intelligenza, è la costatazione che il cervello dell’uomo non può aumentare senza limiti senza che si creino problemi con quella che è la strettoia pelvica. Un cranio oltre certe dimensioni provoca, durante il parto, la morte della madre e del nascituro. Ne consegue che un neonato ha maggiori possibilità di sopravvivenza se ha la testa piccola (ed un cervello di conseguenza di dimensioni correlate).
Ma la Natura agisce, alla nascita, anche con altre trappole sempre per opporsi alla troppa intelligenza. Un riduttore dell’intelligenza è rappresentato dall’insulto ipossico, quel breve ma grave momento in cui, staccato dal cordone ombelicale, il bambino, prima di respirare autonomamente con i suoi polmoni, ha un intervallo asfittico durante il quale una parte di cellule neuronali muore. Si parla di 200/300 milioni di cellule, numero esiguo rispetto al totale, ma indicativo di una volontà di potatura naturale dell’intelligenza.
A fianco della selezione naturale poi agisce una selezione culturale che si affianca a questo processo che tende a deprimere la qualità.
L’uomo è l’animale in cui l’aggressività intraspecifica è stata potenziata ai massimi livelli. Ne è testimonianza la guerra. «Basti pensare a che cosa è una battaglia: l’occasione per radunare in uno stesso luogo i più forti e i più validi, di una parte e dell’altra, e di farli fuori».
«Il codardo scappa e ingravida la vedova dell’eroe».
«L’aggressività intraspecifica opera una scrematura del genere umano, una riduzione chirurgica del suo valore; è uno strumento creato dall’evoluzione per abbassare il nostro livello qualitativo».
Lo impararono a loro spese i Greci che radunarono sotto le mura di Troia i più belli, i più forti, i più intelligenti, i più dotati della loro stirpe.
«In patria rimasero gli scarti. I più tonti, i più vili e gli inabili; a loro toccò di provvedere alla continuità della razza». Con il risultato che, poche decine di anni dopo, i resti degli Achei furono sottomessi senza sforzo dai Dori.
«A Sparta, solo ai migliori era concesso l’onore di andare in battaglia, a patto però che avessero già dei figli».
Ma anche gli istituti umani organizzati gerarchicamente spingono in questa direzione come è dimostrato dal principio di Peter che postula: «In qualsiasi gerarchia, ognuno tende a essere promosso, finchè non raggiunge il suo livello di incompetenza; pertanto ogni incarico è destinato a finire nelle mani di un incapace».
Il principio di Peter agisce secondo un meccanismo logico abbastanza semplice. Chiunque entra in organismo gerarchico e svolge bene il suo lavora di solita fa carriera, passo dopo passo, se si comporta bene, è probabile che sarà ancora promosso. Fino a quando non ottiene un incarico con un grado di difficoltà superiore alle sue capacità. A questo punto la sua carriera si arresta, ma non verrà degradato, continuerà a occupare quel posto che ha fatto emergere la sua natura di incapace e per il qual si è dimostrato inadatto.
Così come vivere insieme agli altri in una società che, anche se molto vasta, notoriamente è composta da una miriade di organizzazioni più piccole. Si possono classificare i diversi gruppi umani secondo il livello di capacità intellettuali richiesto per diventarne membri. Per entrare in un club di tifosi del Milan, i requisiti sono minimi: basta saper gridare “forza Milan”. Per essere accolti nella ristretta comunità degli astrofisici, sono necessarie ben altre doti.
Ma il punto è che, in entrambi i casi, il livello intellettuale che identifica il gruppo coincide con il requisito minimo per aderirvi.
Questo fa sì che anche la vita sociale agisce come un depotenziatore dell’intelligenza. Lo stare insieme ha un effetto deprimente sullo sviluppo e perfino sul semplice esercizio delle facoltà mentali perché comporta un livellamento verso il basso.
Ma allora: come è possibile che la società continui il suo cammino nonostante l’aumento della stupidità? Per Pino Aprile c’è una sola risposta possibile: «l’intelligenza non è (più) necessaria per far marciare il mondo: l’imbecillità sa farlo altrettanto bene. E persino meglio».
L’errore è dare, sulla stupidità, un giudizio etico o estetico. Essa va considerata “tecnicamente”, alla pari dell’intelligenza, come uno degli strumenti di cui l’evoluzione può disporre. Se l’imbecillità avesse un valore negativo per la nostra specie, i casi sarebbero due: o ci saremmo estinti da un pezzo, o non ci sarebbero più cretini.
Non c’è altra conclusione che questa: l’imbecillità è necessaria alla sopravvivenza della nostra specie, per quanto possa dar fastidio agli intelligenti rimasti.
Tutti cretini e contenti? Buona lettura! ( Fonte: ariannaeditrice.it)
MEMORIA. Guido Carli, governatore della Banca d’Italia, nel 1966 fa stampare per gli amici 50 copie di “Storia dei ladri nel regno d’Italia” di autore anonimo. Una di queste è ritrovata su una bancarella romana nel 1993, in piena Tangentopoli. E un editore di Genzano, con il fiuto per gli affari, la ristampa. Scandali, malaffare, ruberie La storia dei divoratori di regime - di tutti i regimi - comincia addirittura prima dell’Unità. Perché nel 1869 (con un aggiornamento tre anni dopo, ad Unità d’Italia realizzata) il signor Felice Borri, libraio ed editore in Torino, diede alle stampa una Storia dei ladri nel regno d’Italia. Anonimo l’autore, che certo “avea in gran dispitto” non solo i Savoia ma anche Garibaldi, e che rimpiangeva, nonché il granduca di Toscana, persino i Borboni. Insomma, avete capito: il libro (“il libello”, dissero inorriditi nei Palazzi del potere sabaudo) citava fatti, cifre, documenti dei ladrocinii e delle corruzioni del tempo in cui si faceva l’Italia.
Non c’era che la scelta: “Uso fraudolento dei biglietti di ferrovia appartenenti alla Camera”, “Il processo alla Camera contro l’ex ministro Bastoni” (poi destituito anche da deputato per lo scandalo delle Ferrovie Meridionali), “I manchi di cassa ammessi dal ministro delle Finanze Quintino Sella”, e persino “Il furto della bandiera nazionale in Torino, nel Palazzo del re”, e via elencando, per 176 pagine, nequizie e furti, corruzioni e concussioni.
Il primo gustoso riferimento, in qualche modo storico, all’anonimo “libello” c’è nei Diari 1932-1943 di Giovanni Ansaldo, il fascistone intimo della famiglia Ciano (padre Costanzo e figlio-ministro Galeazzo, poi fucilato a Verona nel 1944 come traditore del duce suo suocero) che riuscì a sopravvivere politicamente nel dopoguerra addirittura dirigendo per anni e anni il Mattino di Napoli, feudo dei Gava. “Durante la permanenza di Galeazzo a Bari (gennaio-febbraio 1941) - scriveva Ansaldo - lo raggiungo due volte. Nell’udienza precedente la sua partenza per la Puglia gli mostro il volumetto Storia dei ladri nel Regno d’Italia datomi da Longanesi il giorno prima. Lo sfoglia con vivissimo interesse e non lo vuole più restituire: capisco che lo vuole dare a Mussolini. Difatto qualche tempo dopo c’è una eco della cosa quando egli dice che contro i ladri sono state fatte delle polemiche fin dai primi anni del Regno”…
Bene, un secolo dopo, nel 1966, l’allora governatore della Banca d’Italia, Guido Carli (il grande economista scomparve poi nel 1993), ripesca questa Storia e ne fa fare, alla vigilia del Natale, una riproduzione anastatica in 50 copie. Perché la ristampa? Con tutta evidenza Carli aveva cognizione di altre e più recenti (e magari anche future) ruberie. E allora la curiosa ma soprattutto significativa iniziativa suggerisce altri e più corposi interrogativi: chi furono i destinatari dell’insolito dono? e perché proprio quei cinquanta? Probabilmente l’elenco salterà fuori solo in un’ancora lontana stagione di questo nuovo millennio, se e quando le carte riservate di Bankitalia saranno messe a disposizione degli storici o riversate nell’Archivio centrale dello Stato.
Fatto sta - ecco il bello - che una delle cinquanta copie, ed esattamente quella che reca il numero 18, fu ritrovata intatta su una bancarella romana, a Fontanella Borghese, da Giovanni Ventucci libraio-editore, stavolta in Genzano di Roma, ai Castelli. E, zàcchete, nel 1993 - e dunque in piena ventata di Tangentopoli - Ventucci ristampa ancora una volta l’anastatica “non potendo prestare, ai tanti che ne fanno richiesta al banco della mia libreria, la sua unica e forse unica copia rimasta”
Attenzione ora alle date. Carli fa fare le cinquanta copie della Storia nel 1966, in epoca di sicure ruberie, di clamorosi scandali che travolgono ministri e boiardi di stato. Per esempio proprio nel luglio di quell’anno era esploso lo scandalo della frana di Agrigento, città (e collina atenea) massacrata da una banda di corruttori-divoratori ammanigliati con uno dei peggiori gruppi di potere della Dc. Il governatore, insomma, aveva visto giusto e covava ben solidi, gravi e motivati sospetti. E Ventucci ri-ristampa - con un naso per gli affari pari a quello del suo antico collega torinese - quando il turbine di Mani pulite è già in atto, quasi a dire: nulla di nuovo sotto il cielo d’Italia.
Post scriptum: Mi resta un rammarico. Che questa storia non sia stata conosciuta da Leonardo Sciascia, uomo di grandi virtù civili e di notorio “tenace concetto”. Pensate che cosa avrebbe potuto raccontare, il grande scrittore siciliano troppo presto scomparso, su quella diciottesima copia della Storia dei ladri di cui l’anonimo destinatario si era voluto forse frettolosamente disfare… ( Autore: Giorgio Frasca Polara/ Fonte: www.terranews.it)
Ci voleva un canadese di 49 anni, con un CV accademico lungo come la lista della spesa, per saperne di più del principe della cucina italiana. David Gentilcore lo ha fatto brillantemente con una delle case editrici che ha costruito un pezzo della storia del nostro paese, la Garzanti. Il risultato è stato un gustoso volume, La purpurea meraviglia storia del pomodoro in Italia, editato da circa un mese e dedicato al panciuto ortaggio o frutto che dir si voglia, nostrano per adozione ormai da secoli: il pomodoro.
Lui, meraviglioso ingrediente, cotto e crudo, di tante ricette per carnivori e vegetariani. Sempre Lui, prodotto in Italia (al primo posto in Europa per la coltivazione) in città e campagna, con un totale di 6 tonnellate annue per 80.000 ettari di terreno per ben 2 miliardi di euro sul mercato. Ancora Lui che ha la missione a questo mondo di rendere felici grandi e piccini. Tuttora Lui che combatte una quantità di malattie grazie agli anti-ossidanti (licopeni) che contiene. Altresì Lui, immortalato da artisti e perfetti sconosciuti, accanto a principi, divinità, accattoni, contadini, botanici, medici, casalinghe, orticultori, industriali e degustatori senza dimenticare la pappa col pomodoro del famoso Gian Burrasca alias Rita Pavone.
Lui che a tutto oggi sonoramente se la ride delle discutibili decisioni alimentari di una inutile Unione Europea che bastona la qualità di casa nostra a favore di una libera circolazione di teutoniche mozzarelle blu, gommato parmigiano cinese, improbabile “solettato” prosciutto americano e fors’anche e perché no fantasmagoriche e geneticamente modificate zucchine islandesi. Tralasciando smorte arance ispaniche o pseudo limoni che a Sorrento manco li tirerebbero in mezzo al mare….
Nel lontano 31 ottobre 1548 l’allora “pomidoro” arrivava dal Messico e presentato alla corte di Cosimo de’ Medici. Per i successivi 500 anni e passa il trionfo si sarebbe così assicurato e consolidato, seppur tra alti e bassi, tanto da assediare e vincere nell’alimentazione, soprattutto estiva, con il modello della dieta mediterranea. Il Meridione dello stivale è la culla principale della sua produzione, dal realizzatore al consumatore. Altro che «generatore di umori melanconici». Il Fregoli della cucina si è accompagnato squisitamente a pizza, pasta, pane, verdure, carni e pesce, minestre e risi. Vestito a festa o a pezzettini, in salsa, conserva e fette. Basilico e mentuccia inclusi….
Alla Galleria Borghese di Roma è esposta una Natura morta con fiori e frutti (datata non oltre il 1607). «Nell’angolo inferiore destro si vede un pomodoro tra due peperoncini rossi. Il critico d’arte Federico Zeri ipotizzava che l’autore potesse essere un giovane Caravaggio». Ma non solo. Pag. 87 del libro: «I pomodori [dal XIX sec., n.d.r.] erano diventati così comuni che la gente li buttava via. O quantomeno li tirava. I pomodori erano i proiettili prediletti da gettare agli attori che recitavano male, fatto oggetto della cosiddetta “pomodorata”. Nel luglio del 1838, il poeta romano Giuseppe Gioacchino Belli compose alcune poesie che sarebbero state recitate di lì a poco all’Accademia Tiberina. Non sapendo che accoglienza avrebbero avuto, Belli espresse un voto scaramantico – “Dio ci salvi dal pomodoro” – nella lettera che inviò a un amico».
Al Sud i contadini se lo pappavano nella calura estiva insieme a cipolle, aglio, cicoria, peperoni e melanzane. Niente di più o di meno. Ma è nella Napoli del 1800 che pomodori e pasta si sposano ufficialmente nell’anonima ricetta dei maccheroni alla napoletana o si unisce alla allora sconosciuta pizza e «condita alla superficie con olio o sugna in abbondanza, con formaggio, oregano, aglio e prezzemolo, foglie di menta, con pomidoro specialmente in està, ed infine talvolta anche con pesciolini freschi»… Pommarola. pummarola o pomarola….
Il toscanaccio Carlo Collodi lo citò nel suo Pinocchio (cap. 28) e Pellegrino Artusi, padre della cucina italiana, lo esaltò specialmente in forma di conserva. Espatriato all’estero, soprattutto con l’immigrazione in America, il nostro Solanum lycopersicum si fece ben conoscere in tutto il mondo, tra guerre ed industrializzazioni, non senza, però, imitazioni, trasformazioni, manipolazioni e problemi di coltura, conservazione e ibridazione che tutto ormai hanno ma niente più della tradizione.
«Il pomodoro di oggi è complesso come il mondo in cui viviamo… La trasformazione del pomodoro è un’attività specialistica e redditizia. La tecnologia è estremamente avanzata… Il pomodoro di oggi non è mai uguale a sé stesso. Le multinazionali che producono sementi lavorano costantemente allo sviluppo di ibridi sempre nuovi…. Attualmente non si vedono pomodori geneticamente modificati, né freschi né lavorati, in nessun paese della UE. Ma la forte lobby biotecnologia europea non vi ha ancora rinunciato. La ricerca sui pomodori transgenici continua, in attesa del giorno in cui i consumatori saranno “pronti” ad accettarli».
“Pericolo giallo” permettendo (150.000 tonnellate di concentrato di pomodoro dalla Cina, importate nel 2004), marcitura da abbandono e pure lo schiavismo e la clandestinità della manodopera nei campi, il pomodoro continua per la sua strada grazie ad una sua sempre versatilità ed ingegnosità. Ormai: «Persino le foglie del pomodoro – il cui odore disgustava tanto i primi botanici e che si sono sempre considerate tossiche per i loro effetti sugli insetti – potrebbero essere benefiche per gli esseri umani. La tomatina che contengono, a quanto pare, riduce la formazione del colesterolo. Forse gli chef che recentemente hanno iniziato a mettere le foglie della pianta nelle proprie salse di pomodoro verso la fine della cottura, per insaporirle, hanno scoperto veramente qualcosa di nuovo».
La chiusura a suon di Buon Appetito vada a Donna Rachele Mussolini, cuoca eccellente, con una sua gustosa ricetta personale, estrapolata sempre dal libro: Tagliatelle in salsa di pomodoro e scalogno. Ingredienti per sei persone: 500 grammi di farina, 5 uova, un cucchiaio parmigiano reggiano grattugiato, noce moscata, 4 scalogni tritati, 2 spicchi d’aglio, 6 pomodori pelati, olio, sale, pepe. ( Fonte: www.minorenzaglia.com)
Per raccontare il terremoto che ha colpito l'Abruzzo sono state scritte pagine su pagine e anche greenreport non si è risparmiato. E' una tragedia che più di altre ha meritato di essere indagata perché fin dalle prima ora dopo l'evento ha fatto emergere molti interrogativi. Perfino alle persone che hanno vissuto la vicenda da lontano, figuriamoci a chi ha potuto osservarla e viverla dall'interno come Giuseppe Caporale, il giornalista abruzzese che ha seguito per il quotidiano "la Repubblica" il terremoto dell'Aquila.
I suoi resoconti giornalieri dalle zone del sisma, hanno dato poi l'input per la stesura di questo volume, in cui vengono ripercorse le ore seguenti la scossa delle 3,32 avvenuta il 6 aprile, attraverso la testimonianza diretta, attraverso gli occhi di chi era presente. L'autore ha visto e sentito il terremoto e nel libro racconta certo anche tutte le immagini della tragedia che la gente di Abruzzo ha vissuto. Ma al racconto di testimone oculare ha aggiunto indagini su quanto avvenuto o non avvenuto prima, ha analizzato la gestione dell'emergenza, ha evidenziato come la tragedia abruzzese sia stata anche un grande evento mediatico utilizzato a scopi politici. Per tutto questo è stato definito "il giornalista del terremoto" avendo avuto il merito di "sezionare" questo tragico evento ben oltre le consuete "autorizzazioni". 308 vittime, 1500 feriti, 65mila sfollati, 23 case distrutte, sono i crudi numeri del terremoto forniti dalla Protezione civile per una tragedia che Caporale ha definito "annunciata". L'autore per primo ha dato la notizia delle indagini sul terremoto fatte dalla Procura dell'Aquila: «abbiamo il dovere di verificare se alcune palazzine siano davvero state costruite utilizzando sabbia marina, come ci viene segnalato da più parti. O, in altri casi senza ferro. Lo dobbiamo alle vittime e ai loro parenti» ha dichiarato il procuratore Alfredo Rossini. E le responsabilità, secondo le indagini fatte dai giornalisti in primis, partono da lontano.
Dalla pianificazione (il Piano regolatore generale dell'aquila è del 1975) dato che il quartiere di Pettino (che ospitava prima del 6 aprile 25mila abitanti) è stato costruito su una faglia ad altissimo rischio sismico che nel corso dei secoli non aveva fatto mancare i suoi segnali: «la scelta più imbecille che potevano fare era quella di progettare edifici lungo la faglia: questo sisma è il gemello di quello del 1703» dichiara un geologo docente della facoltà di Scienze ambientali dell'Università dell'Aquila. Speculazione edilizia quindi come in altre parti del Paese anche se qualcuno ha fatto osservare che all'Aquila, circondata da montagne, non c'erano molte aree edificabili.
Questo è un caso emblematico ma nel capoluogo abruzzese, come ricorda l'autore, c'è anche un ospedale abusivo. Il San Salvatore, inaugurato nel 2000 senza aver mai ricevuto il certificato di agibilità. La storia dell'ospedale è molto lunga (il progetto iniziale risale al 1967) e ad ogni anno passato è cresciuta esponenzialmente la spesa per la sua costruzione (da 11 a 200 miliardi di finanziamenti destinati al Mezzogiorno). Ma qui non si tratta solo di una questione di soldi spesi male e di mancanza di carte bollate: in questo caso è stata messa a rischio la vita delle persone perché, come spiega Caporale, il cemento con cui è stato realizzato il nosocomio era "disarmato".
Leggerezze, disattenzioni, controlli superficiali, sottovalutazioni di numerosi segnali, all'ospedale come alla Casa dello studente e alla Prefettura il cui grado di sicurezza, già nel 2008, era stato definito "prossimo allo zero". Ora molti edifici sono sotto sequestro e ci sono indagini in corso: bisognerà verificare se ci sono colpe attribuibili ad errori, oppure vero e proprio dolo nel caso si sia voluto risparmiare sulle strutture degli edifici giocando con la vita di chi vi ha vissuto all'interno. Del resto chi conosce e ha avuto modo di sfogliare i rapporti Ecomafia di Legambiente, non sarà certo rimasto stupito per le infiltrazioni della criminalità organizzata che anche recentemente hanno portato la magistratura ad indagare su importanti gruppi industriali che lavorano con il calcestruzzo.
Sul cemento depotenziato ci sono molte indagini in giro per il Paese e gli affari sono tali che non è pensabile che le ecomafie siano rimaste fuori. Anzi sono proprio loro a controllare questa partita che si gioca anche in Abruzzo: infatti, secondo l'ultimo rapporto Ecomafia, nel 2008 in Abruzzo sono state denunciate 367 persone e sono stati operati 71 sequestri immobiliari per un totale di 319 infrazioni accertate dalle forze dell'ordine. L'Abruzzo è al 9° posto nella classifica nazionale dell'illegalità nel ciclo del cemento. Con "Ricostruire pulito", l'osservatorio ambiente e legalità di Legambiente e Libera realizzato in Abruzzo in collaborazione con la provincia dell'Aquila, si vuol dimostrare che un altro modo di costruire e di ricostruire è possibile. In primis coinvolgendo la società civile nella fase post-terremoto tenendo alta l'attenzione sul pericolo di infiltrazione criminale.
Gli appetiti per le ecomafie nel territorio disastrato sono molti: movimento terra, produzione del calcestruzzo, fornitura dei mezzi di lavoro, smaltimento degli inerti, attività estrattive (in una regione senza un Piano cave regionale), sono tutti segmenti di una filiera dove la criminalità organizzata può trovare "energia" per il suo sostentamento. Ma la ricostruzione ha fatto gola anche a molti imprenditori "onesti", fino a prova contraria, alcuni dei quali in modo cinico a poche ore dal disastro pensavano già a come sfruttare opportunamente questa tragedia e a quanto si sarebbero potuti gonfiare i loro portafogli.
Nel volume si parla di ricostruzione avviata con il piano Case (Complessi antisismici, sostenibili, ecocompatibili) varato dal governo, criticato da molti, la cui realizzazione è ben analizzata da Caporale che è andato a valutare anche le modalità di costruzione dei prefabbricati, che attualmente a 90 giorni dalla consegna definitiva, hanno fatto registrare molti segni di deterioramento. Tra l'altro ora le new town sono oggetto di diversi filoni di indagine da parte dei magistrati antimafia. Ricostruzione "truccata", ricostruzione mal eseguita e ricostruzione mancata come l'abbandono del centro storico immerso per mesi nei calcinacci che dovevano essere rimossi con maggiore tempestività: questa operazione avrebbe aiutato la popolazione anche dal punto di vista psicologico.
Il nostro è un paese fragile per caratteristiche naturali (è un territorio ad alto rischio sismico e idrogeologico) per carenza di interventi di manutenzione, assenza di pianificazione, abusivismo edilizio dilagante. Tutti questi aspetti si interconnettono poi in caso di tragedie come quella di San Giuliano di Puglia, il "terremotino del Molise" come lo definì il prof. Enzo Boschi. L'evento avvenuto il 31 ottobre del 2002, è stato caratterizzato da una scossa forte ma che avrebbe dovuto fare solo paura (come spiegarono i tecnici) invece causò 27 morti (quasi tutti bambini) per il crollo di un edificio scolastico. Un piano di una scuola elementare appena inaugurato, è stato spazzato via dal sisma: l'unico edificio in cui sono stati registrati crolli di rilievo. Ma non tutto è da addebitare al "fato": anzi per merito di qualche magistrato scrupoloso e caparbio è stata aperta un'inchiesta e accertate responsabilità (negligenze della pubblica amministrazione) almeno nel secondo grado di giudizio. Quello di San Giuliano è stato un evento drammatico che ha messo a nudo il degrado di gran parte dell'edilizia scolastica del Paese: dopo quella drammatica circostanza sono partite indagine e monitoraggi sul territorio nazionale, ma come greenreport più volte a testimoniato, ancora oggi rimane molto da fare.
Caporale, facendo anche il parallelo con il sisma abruzzese, analizza il terremoto del Molise ed in particolare la fase post terremoto con lo stato di emergenza prolungato, il sisma ingigantito ed esteso per far arrivare a pioggia i fondi della ricostruzione. Le risorse economiche da indirizzare alla prevenzione non sono mai stanziate o non lo sono a sufficienza, mentre per il post-evento arrivano fondi oltre il dovuto, indirizzati anche a chi non ne avrebbe bisogno. Per l'autore la ricostruzione post- terremoto in Molise non è da imitare.
Prevenzione e sistema di allerta. Nel libro di Caporale non poteva mancare un indagine attenta di quanto avvenuto nella fase che ha preceduto la scossa distruttiva. In quell'area c'erano stati segnali che in molti avevano ravvisato: al netto della casualità degli eventi sismici, della non prevedibilità del luogo dove si esplicita la scossa e della sua entità, rimane il dubbio che non sia stato fatto tutto il possibile, che il sistema della Protezione civile (locale e nazionale) non abbia funzionato al meglio, che non siano stati analizzati a fondo anche dagli scienziati dell'Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv), tutti gli indicatori che segnalavano una certa turbolenza all'interno della crosta terrestre in quell'area.
La scienza ha ribadito che i terremoti non si possono prevedere ma solo prevenire. Costruzioni antisismiche certo senza dubbio, ma anche investimenti in ricerca per capire se i precursori antisismici hanno qualche margine di affidabilità. La scienza ufficiale talvolta per autoreferenzialità liquida troppo velocemente gli input che provengono dall'esterno come è successo con il ricercatore Giampaolo Giuliani indagato per procurato allarme.
In tema di sistema di allerta e di assunzione di responsabilità, nel volume viene ricordato il caso di Zamberletti che nel 1985 in Garfagnana dopo una serie prolungata di scosse esercitò il "principio di precauzione" e consultandosi con l'Ingv decise di avvertire i cittadini per l'evacuazione. Poi il grande terremoto non si verificò e Zamberletti fu indagato (poi prosciolto) per procurato allarme. Ora per la gestione della fase pre terremoto in Abruzzo sono indagati i vertici della Protezione civile e la Commissione Grandi rischi con l'accusa di aver sottovalutato il pericolo terremoto.
Il volume di Caporale, agli atti dell'inchiesta", è una testimonianza utile per i cittadini abruzzesi che hanno necessità di ricordare e sapere, con l'auspicio che possano tornare ad una vita normale, per quanto possibile. E' una memoria necessaria per tutti gli altri cittadini, con l'auspicio che il sisma abruzzese possa essere almeno utile per cambiare qualcosa in questo Paese, in tema di cultura del territorio, della legalità, della prevenzione, della trasparenza. Sarebbe triste che il terremoto di Abruzzo venisse solo ricordato per l'evento mediatico che è stato, utilizzato dal governo e da Berlusconi in particolare per far dimenticare temporaneamente la crisi e per aumentare il suo consenso come spiegato in dettaglio dall'autore. ( Fonte: greenreport.it)
Il mondo della cultura è in lutto: è morto Edoardo Sanguineti. Se ne è andato così, a 79 anni, per un malore inatteso. Giusto qualche giorno fa, sul Corriere della Sera, appariva un suo articolo. Scriveva Sanguineti dell’uomo «animale che ride» e, parafrasando Rabelais, di come sia «meglio scrivere di riso che di lacrime, perché ridere è ciò che è proprio dell’uomo» e si preparava a inaugurare, giovedì prossimo al Ducale, il Festival del pensiero comico.
Invece, si è sentito male l'altra mattina a casa sua e si è spento in poche ore all’ospedale di Sampierdarena, a Genova, dove era nato e aveva trascorso la maggior parte della sua vita. Poeta, romanziere, critico letterario, linguista, docente universitario e persino uomo politico, Edoardo Sanguinati ha per certo lasciato un segno proprio lungo la traiettoria culturale dell’Italia novecentesca. Spettatore attento del mutare dei tempi, seppe sempre prendervi parte attiva. Le prime poesie, appena ventenne, su una rivista fiorentina di arti figurative, poesia che «è un autentico fai-da-te che trova una convalida iniziale, se si è fortunati, in una limitata cerchia di consumatori, altrettanto insoddisfatti delle merci letterarie che circolano nel mercato dei versi e dei libri», scrive lui stesso.
Poi «l’uditorio si allarga, e l’orizzonte dei destinatari, ma sarebbe più esatto dire dei committenti, si dilata, e diviene un pubblico vero» e Sanguineti è tra i massimi esponenti del Gruppo 63, movimento letterario di neoavanguardia: con Alberto Arbasino, Alfredo Giuliani, Achille Bonito Oliva, Luciano Anceschi, Nanni Balestrini e parecchi altri giovani intellettuali sperimenta nuove forme di espressione, rompendo con gli schemi tradizionali. Insegna Letteratura moderna e contemporanea alle università di Torino, Salerno e poi Genova, pubblica brillanti lavori di critica dantesca, è autore teatrale, collaborando tra l’altro con Luca Ronconi per una regia dell’Orlando Furioso. Ha quattro figli, firma romanzi, scrive su riviste letterarie raffinatissime e quotidiani politicamente impegnati, diventa consigliere comunale a Genova, poi deputato della Camera come indipendente nelle liste del Pci.
Ma, soprattutto, come si legge nella prefazione di Giuliani alla sua antologia dei Novissimi, realizza con grande senso di responsabilità il compito di «trattare la lingua comune con la stessa intensità che se fosse la lingua poetica della tradizione e di portare quest’ultima a misurarsi con la vita contemporanea», forgiando lo sperimentalismo letterario dei nostri anni Sessanta e inaugurando soluzioni linguistiche del tutto innovative. «Credo – scrive sempre Giuliani – che Sanguineti sia caratterizzato dall’uso intellettuale dei pensieri e dal fatto di aver saputo grandiosamente razionalizzare il paludoso linguaggio».
Allievo di Pound e del Surrealismo, con i suoi scritti di neoavanguardia celebra, nella prosa, l’importanza somma dell’uso ludico della parola e del linguaggio come più importante addirittura del contenuto stesso, e, nella poesia, il plurilinguismo quale scelta politica, ideale linguistico in cui il dialogo nasce dalla contaminazione e il caos è contraddizione necessaria in cui muoversi. Nei suoi testi, richiami psicanalitici, versi che si dilatano in soluzioni metriche del tutto nuove, giochi di onomatopee e divertissements teatrali, giustapposizioni di immagini come in una sorta di variopinto assemblage pittorico. Sempre poliedrico e mutevole, Edoardo Sanguineti fu però costantemente aedo della mutevolezza della poesia ma della fissità del compito del poeta, «quello di disegnare il profilo ideologico di un’epoca», con la convinzione granitica che «l’ideologia non è una professione di fede, è una visione del mondo che, con il mondo, quindi cambia». ( Fonte: fondazionefarefuturo)
Per gentile concessione dell’editore pubblichiamo un articolo di Massimo Fini dal volume Senz’anima (Chiarelettere, pagg. 472, euro 15, in libreria da oggi). Uscì in origine su Giudizio Universale, nel 2007.
Una volta chiesi a Montanelli un giudizio su Eugenio Scalfari. «Non è dei nostri», rispose senza esitazione il grande Indro, intendendo dire che non è un giornalista. Il suo stile è orripilante: ciceroniano, «ore rotundo», privo di capacità di sintesi, involuto, avvocaticchio, retorico, pomposo, magniloquente, sussiegoso, oracolare.
E corrisponde perfettamente all’uomo. In un libro senile, Incontro con io, con ambizioni penosamente filosofiche, ha scritto: «Ho finalmente raggiunto la pienezza di me». Non osiamo immaginare, perché pieno di sé Scalfari lo è sempre stato.
Parlando, come suole, ex cathedra, non ha mai rinunciato a impartire lezioni, soprattutto di morale; in particolare ai colleghi. Del suo giornale ha scritto: «La qualità culturale e morale di Repubblica non ha riscontro con nessun fenomeno analogo nel giornalismo italiano... i suoi lettori rappresentano il meglio della società».
Questa boria incontrollata lo ha esposto anche a figuracce incresciose. Nel 1969, quando era deputato socialista, un vigile osò fargli una multa alla Stazione centrale di Milano perché aveva parcheggiato la macchina in sosta vietata. Lui esplose nel più classico e italico «Lei non sa chi sono io!» e gli scagliò contro L’Espresso dove il vigile figurava come l’emblema del potere arrogante e protervo e lui, Scalfari, come il cittadino inerme. Del resto una certa vocazione censoria questo campione della «libera stampa» l’ha sempre avuta. Quando nei sinistrorsi anni Sessanta Maurizio Costanzo invitò Montanelli al suo talk-show, attaccò il conduttore perché aveva dato la parola a «un fascista».
Quando, negli stessi anni, gli extraparlamentari diedero l’assalto al Corriere cercando di impedirne l’uscita, plaudì all’iniziativa: «Questi giovani ci insegnano qualcosa (...)l’assalto alle tipografie può essere un ammonimento per tutte quelle grandi catene giornalistiche abituate (...)a nascondere le informazioni, a manipolare le opinioni pubbliche (...). Chi ama la libertà (...)non può che rallegrarsene» (L’Espresso, 21 aprile 1968).
Prototipo assoluto del radical-chic, con cuore a sinistra ma portafoglio ben sistemato a destra, e ostentato calzino lungo color panna come massimo dell’eleganza mentre lo è del kitsch. O per dirla con le parole di un insolitamente coraggioso Giorgio Bocca, «aveva un po’ di questa disinvoltura: esser di sinistra però esser sempre amico dei potenti». Scalfari ne ha fatto un’intera collezione con una particolare predilezione, lui che cominciò come impiegato di banca, per banchieri, finanzieri, uomini di denaro, da Carli a Baffi a Visentini a Rovelli a Cefis poi abbandonato a favore di Sindona (ah, la mai trovata lista dei 500 privilegiati che scamparono al crac sindoniano...).
Dal suo maestro Cicerone Scalfari ha preso, oltre al trombonismo e alla doppia morale, anche lo spudorato opportunismo. È stato, via via, fascista, azionista, liberale, radicale, repubblicano, socialista, comunista, democristiano demitiano. Non c’è stanza del Potere che non abbia bazzicato. Quando si accorse che la Lega di Bossi stava per prendere piede e sconvolgere il sistema di potere in cui era così ben incistato, Scalfari fondò una comica «Lega nazionale» che, scalzando quegli straccioni di leghisti, avrebbe dovuto provvedere, nientemeno, alla «gestione della Nazione... con una morale nuova, con gente credibile e non compromessa» (la Repubblica, 1° dicembre 1991). Più avanti creò, con Ferdinando Adornato, una Alleanza democratica che alle elezioni prese percentuali da albumina. Il fatto è che in politica (la sua grande e vera passione se intesa come Potere) Scalfari non ne ha mai azzeccata una.
Nel 1959, già dimentico del massacro ungherese, pubblicò sull’Espresso un articolo dall’eloquente titolo «La Russia ha già vinto la grande sfida?», in cui profetava, con la consueta sicumera, che il sistema sovietico avrebbe prevalso su quello liberista americano, che, riletto oggi, ha effetti esilaranti e surreali, alla Bergonzoni. Ogni volta che ha dato il suo appoggio a qualcuno, si trattasse di Berlinguer o di De Mita, il suo si è trasformato in una sorta di «bacio della morte». Ma la vera, grave responsabilità di Scalfari è un’altra. È di essere stato il grande corruttore della coerenza intellettuale e morale dell’intelligencija del nostro paese. È lui che ha dato inizio alla pratica di scrivere una cosa e il mese dopo, una settimana dopo, il giorno dopo, a seconda delle circostanze, l’esatto opposto, senza batter ciglio. Il record lo raggiunse in un articolo su Craxi dove nella seconda parte smentiva la prima.
In vecchiezza, non bastandogli l’omelia domenicale su Repubblica, s’è messo a scrivere romanzi, con esiti imbarazzanti. Perché dal punto di vista letterario ha una cultura da bigino. È rimasto un impiegato di banca. In tanti anni non ho mai letto nei suoi lunghissimi articoli un riferimento colto se non qualche accenno alla Recherche che però conosce di seconda mano perché gliel’ha sunteggiata l’amico Visentini che ne era un cultore.
In una recente biografia autorizzata ha fatto scrivere: «Scrittore italiano occasionalmente prestato alla politica». Ha raggiunto, finalmente, «la pienezza di sé». ( Fonte: ilgionale.it)
Un intellettuale curioso Alain de Benoist è un intellettuale curioso. Curioso nel duplice senso: è dotato di una grande curiosità intellettuale, che si manifesta in una voracità di letture e interessi un po’ di ogni tipo; è un intellettuale singolare, fuori dagli schemi, talmente dinamico e antisistematico da risultare incurante di sembrare a volte anche un po’ contraddittorio, o almeno non del tutto conseguente; anche se vi è da dire che negli ultimi anni il suo pensiero si è fatto sicuramente più compiuto e sistematico. La sua evoluzione è molto rapida, e costringe ad una continua rincorsa coloro che lo vogliano prendere come intellettuale di riferimento o anche soltanto studiarlo. […]
Costanzo Preve, filosofo torinese di opposta provenienza politica, ma spiccatamente anticonformista, ha recentemente imbastito con de Benoist un confronto filosofico e politico, in cui emergono, pur da punti di partenza così distanti, delle significative convergenze. […]
Per Preve, la società contemporanea è dominata a livello cognitivo da un’ideologia che intreccia due formule dogmatizzate, ascrivibili una alla destra e una alla sinistra, intese come categorie assiologiche generiche, non più identificate con concrete forze sociali. Di destra è il cosiddetto «pensiero unico», ovvero l’idea che la società di mercato e il capitalismo internazionale (con tutti i suoi corollari, compresa la guerra, intesa come operazione di ‘polizia internazionale’) costituiscano l’unico orizzonte possibile e auspicabile; di sinistra è lo stile «politically correct», imperniato su di una parossistica esaltazione dei diritti dell’individuo, al moralismo e all’esigenza di politeness della politica, che viene ridotta a mero dibattito (quando non, addirittura, a pura chiacchiera).
Pressoché tutte le agenzie operanti all’interno dell’industria culturale, così come pure il sapere accademico, si muovono all’interno di questo codice dominante, la cui funzione è di legittimare il sistema vigente, raccogliendone i benefici in termini di visibilità mediatica e carriere ‘intellettuali’. Tale situazione può per lui essere riassunta con una formula: «idee di destra, valori di sinistra». Ecco allora che l’originalità di de Benoist, ciò che lo qualifica oggi in quella che dovrebbe essere propriamente la funzione intellettuale, consiste nel non essere allineato con questa combinazione, dato che il suo pensiero politico potrebbe essere rappresentato con la formula esattamente contraria: «valori di destra, idee di sinistra».
La destra come categoria antropologica: un paradigma dell’azione umana Con «destra politica» intendiamo un fronte sociale e politico le cui idee sono rese immediatamente funzionali alle esigenze di una concorrenza politica tra forze sociali, che si va a costituire subito a ridosso degli sconvolgimenti apportati dalla Rivoluzione francese e dalle sue conseguenze in Europa, in difesa delle antiche gerarchie sociali. L’asse paradigmatico destra-sinistra si è progressivamente imposto, finendo per contrassegnare in modo decisivo il campo della percezione e dell’azione politico-sociale della modernità matura.
Tra i massimi rappresentanti intellettuali della nascente cultura della destra politica vi sono, ad esempio, Maistre, Bonald, Burke. Inizialmente molto critica nei confronti della modernità, la destra politica è comunque un prodotto della modernità, anche se in una chiave reattiva; la figura ambivalente di Tocqueville rappresenta una sorta di transizione verso l’ac cettazione della modernità compiuta; quella del suo assistente Gobineau, invece, come un tentativo, in realtà mitologizzante, di naturalizzare le ragioni profonde di epocali mutamenti sociali. Pochi decenni dopo vediamo autori – citiamo esemplarmente Barrès e Maurras – assumere mimeticamente temi, modalità e principi della modernità che si voleva combattere, mantenendosi però ancorati ad una parte precisa dello schieramento politico, ormai chiaramente identificata con la destra.
Con «destra antropologica» intendiamo, invece, una modalità tradizionale di apprensione del mondo, da un punto di vista sia cognitivo che etico, caratterizzata da una più o meno implicita ‘antropologia filosofica’, secondo la quale il soggetto umano non è arbitro di se stesso, ma si inscrive in un ordine che lo trascende, che ha una sua misura precostituita, e che gli assicura, per via di eredità, i modelli della sua azione, cui attenersi scrupolosamente per non scivolare nel caos. Come scriveva Karoly Kérényi: “Prima di agire l’uomo antico avrebbe fatto sempre un passo indietro, alla maniera del torero che si prepara al colpo mortale. Egli avrebbe cercato nel passato un modello in cui immergersi come in una campana di palombaro, per affrontare, così, protetto e in pari trasfigurato, il problema del presente. La sua vita ritrovava in questo modo la propria espressione e il proprio senso. (Prolegomeni allo studio scientifico della mitologia, Torino, Bollati Boringhieri, 1972, pag. 18).
Lo stesso uso assiologicamente connotato del termine «destra» e «destro», così come i correlati «dritta» e «diritto», diffusi in numerosissime lingue e culture umane per esprimere il senso dell’adeguatezza e della norma, esprimono molto bene la percezione, come minimo a livello inconscio, della necessaria esistenza di un modo di ‘fare le cose’ secondo una regola connaturata alle relazioni umane primarie. Il radicale indoeuropeo del termine «destra», è *dek-, che imprime alle parole da esso composte una serie di accezioni riconducibili ad un’area semantica che possiamo delimitare attraverso le seguenti espressioni: «ricevere rendendo onore», «accogliere secondo la forma adeguata», «ospitare degnamente», «possedere autorevolezza e capacità», «ereditare perché degni», «essere destinati». In sost anza, potremmo definire una «destra antropologica» come la concezione secondo cui occorra essere degni per ricevere. Lo stesso aggettivo «degno», così come «decenza» e «decoro», conservano etimologicamente lo stesso radicale indoeuropeo alla base del termine «destra». Non è per nulla irrilevante, poi, che il termine ‘destra’, in molte lingue di origine indoeuropea, ma non solo, si associ al diritto, a ciò che è retto, all’idea di render giustizia e di compiere azioni ‘conformi alla regola’. Nelle culture arcaiche il nesso simbolico tra parola e azione è molto stretto e vincolante, in particolare se, come è il caso proprio di questo termine, si riferisce soprattutto ad usi cerimoniali. Destra e sinistra nel simbolismo tradizionale dell’ordine sociale non sono metà simmetriche.
La distinzione tra destra e sinistra sorge – come tutti sanno – in seguito alla rivoluzione francese (anche se diventa veramente diffusa solo alla fine dell’Ottocento), nel contesto della trasformazione dei criteri di rappresentazione del rapporto tra le componenti della società. Si passa dalla modalità verticale che incardina i ceti all’interno di diseguali livelli di dignità alla modalità orizzontale, che consente di modulare le posizioni e le appartenenze su di un asse polarizzato in cui tutti, però, si trovano sullo stesso piano. Proprio questa caratteristica ne ha decretato il successo all’interno del gioco politico della società compiutamente moderna, come rimarca Marcel Gauchet nel suo studio su destra e sinistra (Storia di una dicotomia: la destra e la sinistra, Milano, Anabasi, 1994). L’arco destra-sinistra consente allo stesso tempo di differenziarsi, ma anche – all’occorren za – di sfumare la differenziazione, realizzando un continuum che si può di volta in volta polarizzare sulle estreme oppure addensare verso il centro, a seconda delle contingenze storiche.
Secondo la lettura di Gauchet, la forza della distinzione destra-sinistra sarebbe insita nella sua stessa struttura simmetrica. Eppure non vi è da essere così sicuri della perfetta simmetria della distinzione politica destra/sinistra. Come ben risulta dallo studio di Jean A. Laponce (Left and Right. The Topography of Political Perceptions, University Toronto Press, Toronto, 1981), le forze sociali e politiche che nel contesto della Francia protorivoluzionaria muovevano in direzione di una maggiore democratizzazione del potere hanno favorito lo scivolamento da un ordinamento verticale-gerarchico ad uno orizzontale-egualitario. All’interno della configurazione spaziale a valenza simbolica che caratterizzava l’Ancien Régime, l’«alto» valeva ovviamente più del «basso»; oltre a questo asse, però, ne esisteva un altro, ad esso corrispondente, che ne riproduceva l’assiologia sul piano orizzontale; esso – rileva Laponce – era incardinato sul primato della destra, intesa come corrispettivo topologico del senso di adeguatezza, dignità e favore. In conformità con quasi tutte le culture tradizionali, la destra non era equivalente alla sinistra, poiché disponeva di un valore simbolico superiore, rispetto al quale la sinistra, più che esserle opposta, ne era gerarchicamente inclusa, allo stesso modo in cui il basso veniva sussunto dall’alto.
La svolta storica della Rivoluzione francese e il primato morale della sinistra Nel contesto politico francese successivo alla grande rivoluzione, comunque, sarà ‘contrario all’etichetta’ dichiararsi apertamente di destra; si potrà soltanto essere più a destra rispetto ad una posizione di sinistra. In sostanza, le forze politiche e sociali novatrici non hanno mancato di riconoscere l’esistenza di un patrimonio simbolico che assegnava alla destra il primato, ma lo hanno rovesciato secondo la logica deliberatamente trasgressiva dell’antinomismo, secondo il quale la vera legittimità è raggiunta proprio con la consapevole azione di esatto ribaltamento della norma.
Ogni società umana, nell’individuare i crismi della sua legittimità, si deve misurare in un modo o nell’altro con la propria tradizione. Anche la modernità politica, che si propone come ‘nuovo inizio’, basato sulla libera ragione critica del soggetto puro, ha comunque dovuto far ricorso ad una versione – pur completamente rielaborata – dell’antica dottrina del diritto naturale per legittimare la propria azione rivoluzionaria.
Nella sfida tra spinte rivoluzionarie e accanite resistenze controrivoluzionarie, con tutte le possibili posizioni intermedie che vi furono, si è andata progressivamente a costituire una modalità di rappresentazione della contesa politica come un campo di forze agglutinate attorno ad una sinistra ed una destra. Il fatto che tale modalità si sia costituita nel plesso della modernità compiuta significa che nel contesto attuale della cosiddetta postmodernità essa debba decadere? Oppure destra e sinistra mantengono comunque la capacità di denotare differenze significative rispetto alle opzioni politiche, in modo tale da identificarne la prelazione in termini di culture politiche di riferimento?
C’è una distinzione politica tra destra e sinistra e una metapolitica: non sempre coincidono La ricerca metapolitica di Alain de Benoist va nella direzione di individuare un ambito specifico entro cui collocare la sua prospettiva di valore; ambito che non coincide più (anche se ha coinciso, in passato) con l’appartenenza ad un fronte politico preciso. Avendo distinto, a mo’ di presupposto della nostra ricerca, fra una «destra antropologica» e una «destra politica», che possono sì sovrapporsi, ma anche divergere, è interessante verificare quanto de Benoist possa porsi, ad esempio, su di un crinale caratterizzato dall’adesione ad una Weltanschauung di destra senza essere schierato politicamente con le forze di destra. De Benoist, in effetti, fin dagli anni ‘70, dichiarava che le sue idee si trovavano a destra, ma non erano necessariamente di destra. Vi è da dire, per il vero, che gli orientamenti espressi allora erano ancora piuttosto inequivocabilmente di destra, anche e sopratt utto in senso politico. […] La sua produzione, però, ha mostrato, nel tempo, sviluppi molto interessanti, che ridefiniscono il suo quadro assiologico.
Eredità e ambiente “Per la destra, storicamente parlando, l’uomo è in primo luogo un erede, laddove per la sinistra egli è innanzitutto un individuo”( A. de Benoist, Ultimo anno. Diario di fine secolo, cit., pag. 242.). In altri termini, l’uomo è tale non in astratto ma come degno ricevente di un patrimonio che lo rende tale. Si tratta ora di precisare quanto vi è di biologico e quanto vi è di culturale in questo “essere erede”. Insistere troppo sul lato biologico significherebbe richiamare le mostruosità del razzismo nazista; l’approdo al paradigma ecologico consente invece di tener buona la dimensione biologica senza essenzializzarla, in quanto stabilisce il primato della relazione forma di vita / ambiente vitale.
Identità e discriminazione. De Benoist è uno strenuo difensore del principio differenziale dell’identità, come costitutivo dell’essere umano e della vita sociale; tuttavia sa bene che l’attuale, convulsa rincorsa al particolarismo e a difendere caparbiamente il proprio profilo identitario da presunte contaminazioni ha pure i caratteri tipici del sintomo di una patologia. Una società salda nei suoi principi e nella sua fisionomia culturale ed etica non teme l’incontro con le altre culture, ed è anche in grado di accogliere – in misura e tempi ragionevoli – gli stranieri, poiché non li avverte come capaci di esercitare una forza tale da favorire la dissoluzione della cultura ospitante. […]De Benoist riconosce che l’atteggiamento xenofobo scambia l’effetto (la difficoltà di integrazione) con la causa (la crisi di identità del Paese ricevente), andando all' a ricerca di soluzioni semplificatorie e brutali, se pur efficaci sul piano di una disorientata opinione pubblica; insomma: “ogni volta che c’è crisi dell’identità, si cerca un capro espiatorio”(Sull’identità, in Identità e comunità, cit., pag. 72).
La pratica del dono alla base contro i poteri dominanti Nell’incipiente sfaldamento della società moderna e nella messa in crisi delle tutele predisposte dal welfare, la Nouvelle Droite pensa ora come ricostituire dal basso i canali della socialità primaria, attraverso raggruppamenti di prossimità che restituiscano alla società la sua struttura originaria di rete di alleanze, contrapposta al monstrum della società ipercomplessa in cui il senso della reciprocità è venuto ormai meno.
Tutto questo può propiziare l’emergere di nuovi gruppi di riferimento e una rimessa in moto del meccanismo di acquisizione degli status al di fuori della stringente logica del denaro. Contro le oligarchie pseudo-democratiche oggi in auge, favorire allora nuove aristocrazie continuamente in fieri: non un’aristocrazia-istituzione, ma un aristocrazia-movimento, che mostra la propria autorità nella capacità di legare a se stessi, elargendo e beneficiando: & ldquo. Nella misura in cui il dono è creatore di gerarchia, nasce l’obbligo di rendere, ovvero la possibilità aperta per il neofita di rovesciare il suo stato di inferiorità.
Poiché, come ricorda Alain Testart, la gerarchia suscitata dal dono è essenzialmente fluttuante (caratteristica per cui si distingue, anche se talvolta vi si sovrappone, dalle stratificazioni fondate sul sangue o sulla proprietà acquisita e trasmessa): essa permette alle società polisegmentate – divise per sesso, età, generazione, luogo ecc. – di intrecciare e collegare permanentemente i loro sottogruppi costitutivi”( C. Champetier, Homo consumans, cit., pag. 73). È solo a queste condizioni, quelle di una ritrovata rete sociale che ricorda la foggia delle società segmentarie, che la differenziazione si può porre come ancora proporzionata e quindi legittima, potendosi così il concetto di gerarchia smarcarsi dal tabù, ridiventando pensabile. È vero che si tratta di condizioni sociali ancora non chiaramente verificatesi, ma – nell’attuale crisi dell’ordine sociale – potrebbero non tardare troppo a manifestarsi.
Dal principio dell’auctoritas al federalismo di Althusius contro le odierne oligarchie Scrive Althusius: “ Qualora non esistano gli Efori, il popolo deve istituire allo scopo vendicatori e difensori pubblici” (J. Althusius, Politica, cit., pag. 82). Sappiamo che de Benoist non è animato da moventi di pura erudizione: è vero che egli è ormai un intellettuale piuttosto compassato, lontano mille miglia dalla militanza politica, ma vi è da scommettere che non si esenterebbe dalle responsabilità dell’azione politica se si determinassero le condizioni di farsi «difensore pubblico» e proclamare lo «stato di eccezione». […] Egli, infatti è fautore di una sorta di alleanza tra popolo e ottimati contro le agenzie del potere. Avversario della borghesia individualista in tutte le sue declinazioni, concepita come forza sociale disancorata dal sociale, pensa – in ciò, effettivamente, in linea con certe istanze del pensiero reazionario, a costituire un blocco storico tra base popolare e aristói, contro tutti i trafficanti di merci e di denaro.
Pure il diritto di secessione, previsto da Althusius, gli sembra un’importante risorsa da spendere contro un sistema sempre più pervasivo e totalizzante: “Se non si può cambiare il sistema, bisogna lasciare il sistema. Lasciare che la Nuova Classe regni, ma regni sul vuoto” (Ultimo anno. Diario di fine secolo, cit., pag. 129).
Tirando le conclusioni di questo capitolo, puntualizziamo che l’auctoritas è il principio che ci consente di distinguere tra la legittimità e la mera legalità del potere, subordinando la forza al diritto, inteso non in modo puramente formale e procedurale, ma numinoso, ossia in grado di far riverberare su di sé in modo conforme la coscienza collettiva. Questo è un punto cardine della tradizione culturale che abbiamo denominato «destra antropologica».
Sottratta la vera autorità allo stato, che non vuole e non può resistere al potere di disposizione dei potentati economici – totalmente indifferenti, se non ostili, al principio dell’auctoritas – de Benoist, dopo il volontarismo nietzschiano degli inizi, si reinscrive proprio nel seno di quella tradizione, declinandola però, da postmoderno, nei termini di un diritto naturale non teologico, ma pienamente incorporato in un tessuto sociale differenziato al suo interno.
Alain de Benoist: un no global rivoluzionario-conservatore Anche nella sua analisi del fenomeno terroristico attuale, de Benoist si esprime da vero rivoluzionario-conservatore, distantissimo dagli atteggiamenti tipici degli esponenti intellettuali o politici della destra occidentale, buoni solo ad evocare «scontri di civiltà» di cui l’Occidente sarebbe la vittima, finendo per aggrapparsi, come bambini paurosi, all’unico credibile tutore dell’ordine internazionale, ovvero gli Stati Uniti d’America. Non è opponendosi allo sviluppo degli eventi, né nella strenua difesa del vigente sistema, che stanno le chiavi della risoluzione della grande crisi, ma nell’immersione in essa con spirito combattivo, puntando a far riemergere le costanti umane che, nella loro profondità, fanno da presidio e fondamento di ogni ordine sociale e politico.
Conseguente è il giudizio, allora, sul movimento cosiddetto no global. Da una parte de Benoist gli manifesta una certa approvazione, soprattutto nelle sue componenti più comunitarie e postmoderniste; ma dall’altra non cela anche parecchie perplessità. Egli ritiene, infatti, che questo movimento non sia sufficientemente radicale; che stia sì dalla parte giusta, però per motivi sbagliati. Ne apprezza la critica alla modernità, ma scorge nelle soluzioni proposte, pur nella fumosità, più che altro la tendenza a voler radicalizzare le istanze della modernità stessa. Il rischio, allora, è che pur battendosi giustamente contro l’omologazione capitalistica globale, si riduca a farlo, più o meno consapevolmente, ancora sotto le insegne dell’ideologia dell’Identico che ne sta alla base. […]
Anche per de Benoist, «un altro mondo è possibile», come proclamano i no global, ma non lo si costruirà nel solco del primato dell’economia, della produzione e dei diritti dell’Individuo, poiché su questa cifra il capitalismo liberale, la logica del desiderio infinito che porta al consumismo, la distruzione delle differenze rimarranno sempre, purtroppo, le formule vittoriose. Occorre piuttosto una decolonizzazione radicale che miri a rianimare quelle concrete forme di socialità primaria che attingono da quell’inesauribile serbatoio di differenze che è la vita stessa, nei suoi fondamenti.
Per una nuova e radicale sintesi tra destra e sinistra La sinistra politica, magari anche proclamando un’uguaglianza molto astratta e ideologica, ha però, nei fatti, combattuto per migliorare le condizioni di chi era subordinato. Ha consentito a chi si era reso degno lottando, di ricevere. E ha fatto bene, contribuendo a realizzare sistemi sociali più inclusivi e più equi.
Oggi però assistiamo ad una sorta di degenerazione della sinistra politica: dopo il collasso del comunismo e la dismissione del welfare socialdemocratico, essa si va rifugiando nella mera esaltazione di esigenze individualistiche e libertarie contornate da un pacifismo moralistico e semplificatorio. Avendo incorporato pienamente il paradigma soggettivista e individualista tipico della filosofia politica borghese, non intende più – avendo dismesso la dialettica – superare dialetticamente la forma di società data e sconfiggere l’alienazione collettiva.
La sua proposta politica si riduce così, ormai, ad essere una semplice accentuazione, più o meno radicale a seconda dei casi, di quella liberaldemocratica, secondo la quale l’azione politica è sostanzialmente discussione e mediazione tra rappresentanti di legittimi interessi privati. È una sinistra che non sembra più capace di pensare il «noi», componendosi per lo più di una molteplicità di «io» narcisistici, refrattari a sacrificare qualcosa di sé per gli altri o a riconoscere che bisogna anche rendersi degni per poter ricevere. Una sinistra che avrebbe forse bisogno di interrogarsi profondamente sulla possibilità che esistano dei presupposti strutturali pre-politici, non arbitrari o modificabili a piacere, da cui attingere per riformulare una proposta politica congrua e incisiva per i tempi che verranno. Presupposti che – a nostro avviso – sono stati prefigurati in quel modo di concepire il mondo e i rapporti umani che abbiamo chiamato «destra antro pologica». [stralci da Stefano Sissa, Pensare la politica controcorrente. Alain de Benoist oltre l’opposizione destra/sinistra, Arianna editrice - e-book 2010| ariannaeditrice.it]
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Destra/sinistra: dalla Rivoluzione francese in poi la schiera delle opzioni politiche ha sempre ruotato attorno a questa polarizzazione. Negli ultimi anni, la cosiddetta ‘fine delle ideologie’ - a sua volta un’ideologia ...
Avverte il Talismano della Felicità che “la macédoine”, o come potrebbe dirsi in italiano “mescolanza” di frutta – c’è qualche… barbaro della cucina che traduce “macédoine” con macedonia! – è sempre assai gradita, specie nella stagione estiva”.
Si prende della frutta a piacere come pere, mele, banane, ananas e si taglia a dadini. Si può aggiungere a piacimento fragole piccole di bosco o grandi di giardino, lamponi, ribes sgranato, mandorle fresche sgusciate e divise a metà. Si raccoglie tutta la frutta a pezzettini in una terrina. Poi si prendono due parti di zucchero e una parte d’acqua, e quando questo sciroppo sarà freddo, va diluito con un bicchierino di kirsch o di maraschino. Con lo sciroppo così ottenuto si annaffia la frutta e si serve ai commensali.
Appena finita la lettura di Il bit dell’avvenire, un volume di racconti di autori vari raccolti sotto la sigla “Anonima Scrittori” e edito da Tunuè, è questa l’immagine che mi è rimasta scolpita nella mente. Certo, mi sono detto, incorrerò nelle ire degli autori che, vedendo paragonare i loro racconti a pezzetti di frutta, magari mi verranno a cercare sotto casa per regolare cavallerescamente la faccenda.
Mi perdoneranno per questo accostamento. Ogni lettore insegue le onde della sua immaginazione e la mia mi porta alla “macédoine”.
Quando si dice di qualcosa che è una macedonia, si pensa subito ad un guazzabuglio in cui pezzi di frutta, residuo dei giorni passati, vengono senza sapienza mescolati insieme.
Niente di più falso. Come insegna appunto il Talismano della Felicità, una “macédoine” è un insieme che può risultare stomachevole, se realizzato senza sapienza, ma che diventa un piatto sopraffino se si ha sufficiente sensibilità per rendere un’accozzaglia diversa di frutta una miscela ben dosata e saporita.
Caratteristica della “macédoine” è appunto una calibrata giustapposizione di sapori diversi che trovano la loro ragion d’essere nel dosaggio esatto di colori, dimensioni, gusti, fragranze che solo raramente si aggiustano in un tutt’uno compatto e modulare al tempo stesso. La “macédoine” è una palpitazione tenue sul tema del gusto, oscillante tra l’aspro e il dolciastro. Una vibrazione agrodolce che lascia sul palato una freschezza corroborante, in cui percepisci però un tocco di retrogusto che improvvisamente ti fa pensare, con raccapriccio, a quel sapore sfatto che presto farà appassire il fine pasto. È un finale glorioso che va colto in un attimo prima che viri al rancido. Ti rimanda a una sensazione di morte, mentre assapori con freschezza la vita di quei turgidi e croccanti pezzetti di frutta.
Tutto questo è, nell’assaggio del lettore, quale io sono, Il bit dell’avvenire, anche se l’aspro supera, di gran lunga, il dolce.
Tutti i racconti sono dei punti d’osservazione sul limitare del presente che aprono scenari futuri. Un futuro, prossimo o in divenire, che già ci avvolge e ci travolge, in un turbinare che spesso appare inconcludente o privo di senso. Con angoscia, con ironia, solo talvolta con ottimismo ciò che si preannuncia è un futuro carico d’opportunità dall’incerto segno. Il sapore di sottofondo che percepisco è, come dicevo, aspro, carico di aspettative perlopiù negative. L’ambiguità di certi finali mi fanno capire come sia contraddittoria la strada che ci stiamo costruendo verso un futuro che sembra virare in un onirico incubo diurno.
Insomma il domani, non è incertezza, quasi mai, in questi racconti, ma una certa, triste consapevolezza di degrado elettronico fatto di virtuale.
Ho quasi l’impressione che gli autori scrivano proprio perché, così facendo, riescono a esorcizzare un mondo che vedono evanescente, sfuggente e potenzialmente claustrofobico. Un mondo ricco di strumenti ma scarso di sensi. La scrittura sembra essere un appiglio potente al mondo della parola che, una volta fissata sulla carta (anche se scritta con un pc), diventa un aggancio consapevole a un mondo in carne ed ossa che sta scolorendo, si fa diafano, perde la voce.
Spesso i racconti fanno perno sull’invasività dei tanti mezzi elettronici che abbiamo oggi a disposizione per comunicare. Quantità di mezzi che si traduce in invasività e in crollo di significato. Come ad affermare: possiamo dire con tanti strumenti modernissimi, ma non sappiamo più che cosa dire. Una geometrica potenza di fuoco, un’abbondanza di bocche di cannone che però alla fine ci servono per sparare palline di carta.
Questa lotta, questa contrapposizione, questa invasività dei mezzi-feticcio, quest’angoscia della loro presenza è ben rappresentata in Love, Sex and iPhone (Camilla Cannarsa), un rapido diario di una giornata della protagonista alle prese con una lotta estenuante con telefonino, risposte e-mail, vagabondaggi in Internet, Facebook, articoli che viaggiano via etere.
Il ritmo è travolgente, incessante, incalzante, trascinante. La sola lettura mi ha fatto sudare, ansimare, girare e scuotere la testa. Un po’ perché è simile alla mia tipica (e a quella di molti altri) giornata di lavoro, un po’ perché se uno si astrae dalla sua situazione e guarda, come un distaccato osservatore, la scena, si rende conto come un tale fiume di attività informatiche porterebbe allo sfinimento un elefante.
L’inizio è traumatico nella sua accelerazione a freddo che inchioderebbe qualsiasi motore.
«ore 8:00. Le otto, e la mia sveglia non smette di ripeterlo. Mi alzo, accendo il PC e il gas, metto su la macchinetta del caffè, mi siedo e attendo che il mio acer riparta. Anche lui avrebbe bisogno di una buona dose di caffeina, così ne bevo due tazze. Una per me, una per lui. Tra le email ci sono tre comunicati stampa, due dei quali utilizzerò per scrivere i pezzi di oggi. L’email dedicata alle amicizie è infestata di segnalazioni di Facebook. Tutti mi vogliono, tutti mi cercano, ma esattamente chi, ancora non l’ho capito. Le mie amiche storiche mi invitano a dare un’occhiata alle 253 foto che hanno postato stanotte…». Sembra un Sabba mattutino, un incubo lisergico al primo risveglio.
Il finale, in cui si consuma un consapevole, voluttuoso, violento, febbrile tradimento sembrerebbe riportare tutto su un piano d’umana naturalezza, con la protagonista che non cede al ricatto del telefonino che squilla e non risponde. Ma è proprio la presenza di questo Grande Fratello, seppur inascoltato nell’occasione, di questo Moloch incessante che chiede attenzione totalizzante e fiumi di sangue alla vittima sacrificale che trascina nuovamente la scena in un inferno disumanizzante.
Bellissimo racconto nella sua deprimente collocazione. Qui e ora il futuro ha fatto scempio della carne.
Esempio superbo di quell’agro che unito al dolce è la cifra della “macédoine” di cui sopra.
Se vogliamo trovare del dolce, però, possiamo passare a Tom (Daniela Rindi), storia che s’intreccia tra uomini e navigatori satellitari, quegli aggeggi che dovrebbero portarti in un luogo e che talvolta ti sbattono in culo al mondo.
In realtà il racconto comincia con un’acida sequenza con un navigatore, in apparenza stolta macchina, che replica un percorso sbagliato e che fa infuriare la guidatrice. Ma la scoperta della sua umanità e dell’errore a bella posta, che rende il navigatore complice della guidatrice ignara e che la spinge verso una relazione umana futura, si suppone potenzialmente felice, ne fa virare il sapore verso un dolce invitante.
Forse questo è il racconto più “macédoine” di tutti. Assaggi le prime righe e ti rimane l’acidulo del ribes o dell’arancio, poi metti in bocca un pezzetto di pera e quell’acidulo d’incanto si trasforma in dolcezza. Il tutto amalgamato da un profumo di maraschino di sottofondo che rende tutto fluido e allontana quel sapore metallico che scaturisce dalle voci elettriche del navigatore e del Fastpay del casello.
Se invece vogliamo tuffarci voluttuosi nello straniamento, anche qui carico di potenziali sensi positivi, non dobbiamo trascurare Videotape da Carnate (Nicola Villa) in cui un irrancidito VHS, che può leggere la videocassetta solo al contrario, complice una sbornia colossale fatta di rum e banane, è artefice di una lettura inversa dei fatti di Genova e del G8. Ne nasce un finale incandescente, una parata sbilenca di avvenimenti che, dal finale tragico di sangue e devastazioni arriva a gruppi di ragazzi imbandierati, sorridenti che sfilano nel sole, verso un altro positivo che costituisce l’opposto di ciò che fu. Se penso a una trasposizione musicale, quel pirotecnico finale mi porta alle bislacche ballate di Vinicio Capossela. Come mi ha fatto affiorare alla mente, il finale del romanzo di Umberto Eco La misteriosa fiamma della regina Loana, in cui, in un’ultima rassegna prima di morire, il protagonista vede passare di fronte a sé, in una parata multicolore, tutto il suo vissuto. «Ero davanti alla scalinata del mio liceo…. E al sommo della scala era apparso un trono e sul trono vi era un uomo dalla faccia d’oro…, e tutti levavano i calici per rendere omaggio a lui, Ming Signore di Mongo. E sul trono e intorno al trono stavano quattro Viventi, Thun dal volto di leone, e Vultano dalle ali di falco, e Barin principe di Arboria, e Uraza regina degli Uomini Magi…. E i Lancieri di Fria sugli Uccelli delle Nevi, e infine su un cocchio bianco, accanto alla regina delle Nevi, arrivava Flash Gordon…».
Nel gioco dei rimandi non posso non citare L’attesa (Antonio Pascale) che, nel suo cambio di senso che culmina nella frase «Il satellite era partito da quel pianeta – Voyager c’era scritto sopra l’apparecchio e il pianeta pare fosse chiamato Terra dai suoi abitanti – questo dicevano i dati», mi porta dritto a quella splendida fulminante novella Sentinella contenuta nell’antologia Le meraviglie del possibile.
Ma L’attesa ha in più un finale ambiguo, anch’esso molto “macédonie”, in cui non si capisce bene dove questo potenziale incontro tra mondi diversi porterà. «”Che Dio ci aiuti, che Dio ci aiuti”, rispose l’uomo», si apre su un ulteriore carico di ogni possibilità. Un agrodolce in pieno stile.
Come un perfetto agrodolce è Il telefonino (Antonio Pennacchi) che sapientemente miscela nostalgia e ironia, in un racconto in apparenza disincantato, ma che vibra di un’umanità comunque aperta alle novità. Ma di Pennacchi non voglio dire, perché sarei giudice parziale. Da quando l’ho scoperto tre anni fa (meglio tardi che mai, direte), fulminato sulla via di Damasco, l’ho elevato a mio scrittore di culto. Il mio scrittore-pugile, novello Omero dei nostri calamitosi giorni.
E ancora il retrò Parigi – 1896 (Gabriele Santoni) che descrive epicamente lo stupore dei parigini alla prima proiezione dei fratelli Lumière. Bellissimo perché il gusto retrò si miscela con una velata disperazione che forse è solo nel mio occhio di lettore. Potremo ancora domani provare lo stesso attonito sgomento di fronte a un’invenzione? Ci sarà, soprattutto ancora un’invenzione?
È qui che il sapore agrodolce della “macédonie” mi fa percepire un sentore di sfatto, che ancora non c’è ma si preannuncia, nel pezzetto di frutta che goloso addento.
Per finire, e non so se la posizione è casuale, con Appunti di viaggio in Fiandra (Giancarlo Baroni) che potrebbe bene far da compendio all’intero volume. Nelle brevi fotografie in versi, il senso, per me, corre tutto tra il farmacista, in cui si racconta di un farmacista che, durante la rivoluzione francese, distrugge le statue del portale di Notre-Dame a Digione e Tournai che narra la distruzione della città causata da un bombardamento il 16 maggio 1940.
Il filo rosso che collega il passato al futuro viene reciso dal farmacista e la mancanza di senso che si condenserà sempre più plumbeo nel dopo, e che come una cappa si allunga anche sul nostro futuro, è racchiuso tutto proprio in quei due cammei che voglio riprodurre per lo scintillio sinistro che emanano (se letti come io li ho letti collegati tra loro).
Il farmacista
Scendo le scale di casa subito dopo aver chiuso il negozio e porto con me il martello.
In bilico sulla scala stacco facce di santi corpi di eremiti dalla facciata scolpita della chiesa.
La piccozza è medicina che libera le anime dei cittadini dai falsi pregiudizi
Tournai
Nostra Signora dei Malati in passato ci avete salvato dalla peste e ieri avete lasciato che le bombe incendiassero la città.
Vi abbiamo dedicato una basilica e uno scrigno di pietre che perfino le regine Vi invidiano. Dite che cosa è mutato nel frattempo?
Nel frattempo è arrivata la piccozza del farmacista che ha desacralizzato l’universo, liberando l’uomo dal suo pregiudizio atavico, regalandogli un mondo liquido, imperscrutabile, carico di opportunità e di orrore, in cui il senso tende a svanire e che spetta a noi riempire.
Tutto il resto, di cui vorrei ancora dire, si innesta in questa luce pulsante, accecante e tenue, che avvolge il dipanarsi dei racconti ma che ha un sottofondo comune (che amalgama come il maraschino i pezzetti di frutta) che è una sensazione d’inquietudine ambigua che ti fa oscillare tra alti e bassi, tra agro e dolce.
Ne sono testimonianza: l’introduzione, carica di un così grande spirito positivo che fa da contraltare alle tante depressioni dei racconti, che suona come temeraria e tipica di tutti coloro che, consapevoli del rischio, con spirito pioneristico si buttato nell’oltre; la copertina in cui un sole nascente illumina la scena con tonalità ambrate e malatamente velate che ricordano un paesaggio da day after; l’angoscia aumenta se ci si concentra su quel reiterato 01 del bit che invade la scena quasi annichilendola e su quell’orizzonte con un solo astronauta e bandierina che, se da un lato fa pensare a nuove conquiste, dall’altro è di una desolante solitudine; il nome del laboratorio Anonima Scrittori, di cui gli autori fanno parte, che rimanda per assonanza all’Anonima Sequestri e a un mondo per nulla tranquillizzante; l’editore Tunué Editori dell’immaginario che cavalca queste ambiguità; l’autore della copertina Iena Animation Studios Srl che sceglie un animale per rappresentarsi che è il principe dell’ambivalenza, un carnivoro che si ciba di carogne, e che rimanda allo Jena di 1997 Fuga da New York per dirci che il futuro è qui, terrificante e splendido.
Una lettura entusiasmante, per chi non si scoraggia e sa trarre anche dai buchi neri una fiammella di luce a illuminare una strada che appare sempre e sempre di più sconcertante. Quella verso il futuro. Ammesso che ci sia. La strada e il futuro! ( Fonte: www.mirorenzaglia.com)