È un giornalista statunitense. Questo articolo è uscito sul New Yorker. Altre column di James Surowiecki sono su newyorker.com. In Italia ha pubblicato La saggezza della folla (Fusi orari 2007).
La riforma del sistema finanziario che sta per essere approvata dal congresso degli Stati Uniti non sarà la panacea delle crisi finanziarie. Ma, considerato il peso delle lobby di Wall street che hanno tentato di renderla inoffensiva, conserva un rigore sorprendente.
Il provvedimento limita infatti le attività di trading delle banche, impone un certo grado di trasparenza al mercato dei derivati, conferisce al governo il potere di rilevare gli istituti in difficoltà e crea un nuovo ente per la protezione finanziaria dei consumatori.
Questo significa che la riforma avrà effetti concreti sui risultati economici di alcune delle società finanziarie più grandi del paese, tra cui Goldman Sachs e J. P. Morgan.
C’è però un gruppo di imprenditori che sono riusciti dove Wall street ha fallito, e hanno costretto il congresso a lasciare tutto com’era: i rivenditori di auto. Il disegno di legge avrebbe potuto avere conseguenze allarmanti per questi protagonisti del credito al consumo. Oggi, infatti, negli Stati Uniti i prestiti in sospeso per l’acquisto di auto ammontano a circa 850 miliardi di dollari, una cifra pari quasi al debito complessivo degli americani con le carte di credito.
E gli intermediari di questi prestiti sono, per l’80 per cento, i rivenditori di auto. Visto che il compito del nuovo ente per la protezione finanziaria dei consumatori sarà sorvegliare il mercato del credito al consumo, che negli ultimi anni è diventato una specie di buco nero, sarebbe stato naturale che anche i rivenditori di auto ricadessero sotto la sua giurisdizione. E invece, grazie alla speciale esenzione che hanno ottenuto, l’ente non potrà toccarli.
I rivenditori sostengono che è giusto, perché loro sono solo intermediari tra chi presta e chi prende in prestito. Ma la crisi dei mutui subprime ci ha insegnato quanti danni possono fare gli intermediari: i broker dei mutui, cioè gli intermediari del mercato immobiliare, hanno permesso ai clienti di accendere mutui anche se non avevano i requisiti necessari, li hanno incoraggiati a mentire sui loro redditi e gli hanno fatto ottenere mutui che non avrebbero potuto permettersi.
E neanche i rivenditori di auto sono degli angeli. Uno studio recente di Raj Date e Brian Reed dimostra che i rivenditori incassano abitualmente degli incentivi per “pilotare” i clienti verso alcune agenzie di prestiti invece di altre, e a volte approfittano anche della pratica di finanziamento per far crescere le loro percentuali. Alcuni fanno addirittura risultare un tasso d’interesse maggiore di quello reale per intascare la differenza: un metodo che costa ai clienti più di venti miliardi di dollari l’anno.
I rivenditori di automobili si sono conquistati la loro esenzione all’antica con una furiosa attività di lobbying al congresso. Questo ci rivela qualcosa d’importante sulle lobby negli Stati Uniti, e cioè che il loro potere non dipende solo dai soldi. Le imprese che hanno ottenuto di più con le loro pressioni sulla legge per la riforma del sistema finanziario non sono per forza quelle che hanno speso di più.
Sono invece quelle che sono riuscite nel duplice intento di convogliare su singoli deputati e senatori le pressioni della base e di mostrarsi più lontane da Wall street. I rivenditori di automobili erano nella posizione ideale per riuscirci: in tutti gli Stati Uniti le concessionarie sono 18mila e danno lavoro a un milione di persone, il che significa che ogni deputato e senatore ha un sacco di elettori che per la loro sopravvivenza dipendono da una concessionaria.
Nei singoli stati i rivenditori di auto sono da tempo una delle lobby più potenti e si sono fatti sentire anche a Washington. Hanno saputo presentarsi come imprenditori onesti, lontani dai miliardari di Wall street: un argomento falso (il 70 per cento dei prestiti per l’acquisto di un’auto è garantito o finanziato da Wall street), ma retoricamente efficace. Presi nel loro insieme sono un comparto enorme, ma per lo più sono piccoli uomini di affari: insomma, sono americani medi, e deputati e senatori amano mostrarsi come i difensori dell’americano medio.
Naturalmente si potrebbe dire che la democrazia dei gruppi d’interesse significa proprio questo: consentire a soggetti economici piccoli e non molto potenti di unire le forze formando lobby efficaci. Ma il problema è che questo sistema non fa nulla per il soggetto più piccolo e meno potente: il consumatore.
I parlamentari avranno magari spiegato l’esenzione concessa ai rivenditori di automobili con l’intenzione di dare una mano all’uomo della strada e non a Wall street. In realtà hanno fatto tutt’altro: hanno anteposto l’interesse dei rivenditori (non subire una regolamentazione troppo severa) all’interesse generale (l’equità del mercato).
Risultato: al nuovo ente di protezione finanziaria dei consumatori viene impedito di controllare uno dei prodotti finanziari più richiesti. Un po’ come se la Food and Drug Administration, l’ente governativo che vigila sui farmaci immessi sul mercato, non potesse controllare gli antidolorifici. ( Fonte: www.internazionale.it)
Nei conflitti del futuro saranno usate armi che sfruttano le tecnologie verdi. Stati Uniti e Cina sono i paesi che investono di più nel settore. Per ora Pechino è in vantaggio, scrive John Naish.
Quando un taliban si nasconde alla vista di un elicottero Apache, probabilmente non gli importa molto se il velivolo statunitense è stato dipinto con la vernice senza cloro per ridurne l’impatto ambientale. E non resterà particolarmente colpito neanche dal fatto che la prossima generazione di droni sarà alimentata dall’energia solare.
Il Pentagono ha cominciato la corsa alla sostenibilità. Ma i motivi principali non sono etici: l’obiettivo è stare dietro alla Cina in una gara strategica per lo sfruttamento dell’energia pulita. In futuro, infatti, i conflitti si combatteranno con armi ecologiche. E gli statunitensi, abituati a bruciare troppo petrolio, hanno capito di essere in ritardo.
La Cina ha già fatto grossi passi in avanti. Pechino raddoppia ogni anno la spesa destinata alle tecnologie verdi, che attualmente è di 288 milioni di dollari al giorno. Così il Pentagono ha deciso di investire nelle tecnologie solari e nell’energia oceanica. In tutte le sue basi militari vengono installati pannelli solari: l’anno scorso la Hill air force base ha attivato la stringa di pannelli solari più vasta dello Utah. Inoltre, sono in corso studi per produrre radio da campo a energia solare e tende con pannelli solari integrati per l’alimentazione delle strumentazioni belliche.
Dove tira il vento L’energia solare e quella eolica dipendono dalle condizioni atmosferiche e quindi non sono disponibili ininterrottamente. Nessun militare, però, può aspettare che giri il vento. Per questo le forze armate statunitensi si sono poste obiettivi molto ambiziosi: in una base navale sull’atollo di Diego Garcia, nell’oceano Indiano, gli scienziati stanno sviluppando l’Otec (Ocean thermal energy conversion), un sistema per produrre elettricità dal mare.
Dalla superficie viene aspirata acqua calda e dagli abissi dell’oceano acqua fredda. I due flussi sono usati rispettivamente per riscaldare e raffreddare un sistema chiuso che contiene un’ammoniaca simile a una sostanza refrigerante, in grado di raggiungere l’ebollizione a temperatura ambiente. L’acqua fredda condensa l’ammoniaca in un fluido compatto, che viene incanalato in una turbina. Poi l’acqua calda fa evaporare l’ammoniaca in un gas che si espande e fa girare le pale della turbina. Al termine del processo, l’ammoniaca si condensa nuovamente al contatto con l’acqua fredda.
La sfida dell’Otec è costosa: si prevede che una centrale capace di generare da cento a duecento megawatt – l’energia necessaria per alimentare 50mila case – costerà un miliardo e mezzo di dollari. Ma i vantaggi potenziali sono straordinari: gli oceani potrebbero trasformarsi in un’immensa riserva di energia. Ad aprile la marina statunitense ha dichiarato che entro il 2020 produrrà metà del suo fabbisogno di elettricità da fonti alternative.
Inoltre, sta effettuando test sul Green hornet, un caccia alimentato in parte dal biocarburante. Il Green hornet è stato il primo velivolo a superare la barriera del suono con un’alimentazione ecologica, e di recente Ray Mabus, il segretario della marina, ha annunciato per il 2016 la Great green fleet, una flotta di portaerei alimentata senza combustibili fossili.
Terremoti artificiali Le forze armate di tutto il mondo stanno cercando di sviluppare tecnologie verdi, per esempio le armi “a basso impatto ecologico”. Alcuni scienziati britannici e statunitensi stanno elaborando esplosivi a ridotto contenuto di tossine e proiettili senza piombo che non contamineranno i campi di battaglia.
Ma lo scenario delle ecoguerre si spinge più in là. Un saggio del 1999 pubblicato dall’esercito cinese proponeva l’uso di tattiche ecologiche come la produzione di terremoti artificiali e altre catastrofi simili. In un rapporto si legge: “Un’efficace arma meteorologica potrebbe rivelarsi decisiva per gli attacchi a sorpresa delle guerre informatiche”.
Le armi nucleari hanno costretto i falchi a smettere di giocare, perché qualunque conflitto tra le superpotenze avrebbe distrutto l’intero pianeta. Ma le tecnologie verdi potrebbero rendere di nuovo possibile una guerra di vasta portata, da cui l’ambiente non subirà danni permanenti. I nostri peggiori incubi potrebbero concretizzarsi nella promessa di un conflitto pulito. ( Fonte: www.internazionale.it)
Autore: John Naish
L’articolo originale: Lean, green killing machines, New Statesman
Grande deve essere stato il raccapriccio dell’Universo all’apparire della vita. La geometrica perfezione siderale, l’esattezza dell’astratto, la cristallina purezza dell’inorganico venivano improvvisamente sconciate da qualcosa dalle forme indefinite e indefinibili, viscida, sbavante, che invece di starsene al suo posto o di spostarsi per eterne, maestose e immutabili ellissi, si agitava scompostamente, lasciando dietro di sé una scia di disgustose deiezioni. E questa cosa si riproduceva, tendeva a moltiplicarsi, a enfiarsi, a tumefarsi.
Questa vita cui noi diamo tanta importanza dall’attribuirle origini divine e dall’aver costruito su di essa infinite e improbabili cosmogonie, potrebbe essere nient’altro che un tumore dell’Universo, un grumo di atomi impazziti che ha perso la direzione, il proprio telos. Del tumore ha l’andamento. Nacque nelle abissali profondità marine e per molto tempo se ne stette in uno stato di apparente quiescenza, invisibile e inavvertibile. Ma intanto lavorava sordamente, incessantemente. Finché comparve alla superficie. Una cosa da nulla, dapprima, un piccolo neo innocuo.
Era invece un melanoma devastante. In un battito, rispetto all’esistenza senza tempo dell’Universo, attaccò l’intera superficie del corpo malato e la occupò. E in breve fu metastasi. Lì per lì l’uomo non sembrò che una delle varianti dell’impazzimento, non più pericolosa di quelle che l’avevano preceduta. Era minuscola e insignificante, ma aveva un’attitudine che si rivelò ben presto assai insidiosa: mentre sin lì la malattia si era limitata a stendersi sull’epidermide inorganica senza intaccarla che molto marginalmente, questa nuova forma era invece particolarmente aggressiva, scavava, penetrava in profondità, manipolava, trasformava e si nutriva dello stesso tessuto malato. Era il tumore di un tumore.
Comunque all’inizio questa forma particolarmente maligna si mosse lentamente, con circospezione. Ma man mano che avanzava, autopotenziandosi, si vide che la sua capacità di moltiplicarsi, e soprattutto di corrompere tutto ciò che la circondava, aveva ritmi esponenziali. Nell’ultimissimo tratto del percorso era avanzata molto di più che nell’intero arco della sua esistenza. Un progresso sbalorditivo, un’eruzione spettacolare che era già visibile anche a distanze siderali. Se ne accorse persino il distratto Creatore, che stava giocando con lo jo-jo. Riunì i suoi Assistenti. Che fare? Distruggere lo spiacevole inquilino con l’esplosione di un paio di galassie? Uno che aveva particolarmente fretta suggerì di far inghiottire tutto da un buco nero e di non pensarci più. La cura sembrò a molti troppo drastica e pervasiva: bisognava distruggere la malattia, non fare a pezzi il malato. Altri proposero quindi di colpire in modo mirato: una dozzina di grossi meteoriti, ben diretti, sarebbero andati a meraviglia. In tal modo c’era però il rischio di non riuscire a raschiar via completamente l’immondo tessuto ed era evidente che lasciarne anche solo un brandello significava essere punto a capo perché la malattia consisteva proprio nella sua capacità di autoriprodursi.
Il Creatore taceva, facendo andare su e giù lo jo-jo con aria annoiata. Detestava le grane. Aveva creato tutto alla perfezione per non averne. Ad un tratto gridò: “Eureka!”. Nella sua infinita sapienza e onniscienza aveva trovato la soluzione. Era, come sempre, la più semplice. Bisognava che la malattia facesse il suo corso fino alle estreme conseguenze. Uccidendo il malato avrebbe ucciso anche se stessa. Non c’era che da lasciar fare. Per fortuna il Caso, benevolo, aveva voluto che il morbo fosse ben isolato, in un campo limitato e circoscritto che non era riuscito a varcare. Avrebbe distrutto una parte infinitesima, ridicola del corpo celeste, un solo, minuscolo, insignificante pianeta. “Quel pianeta si chiamava… si chiamava… Terra” (“Apocalisse di Giovanni”). ( Fonte: massimofini.it)
Nell’ultima pagina del mio libro "Denaro. Sterco del demonio", del 1998, così concludevo: «Il giorno del Big Bang non è lontano. Il denaro, nella sua estrema essenza, è futuro, rappresentazione del futuro, scommessa sul futuro, rilancio inesausto sul futuro, simulazione del futuro ad uso del presente. Se il futuro non è eterno ma ha una sua finitudine, noi, alla velocità cui stiamo andando proprio grazie al denaro, lo stiamo vertignosamente accorciando. Stiamo correndo a rotta di collo verso la nostra morte come specie. Se il futuro è infinito ed illimitato, lo abbiamo ipotecato fino a regioni temporali così sideralmente lontane da renderlo di fatto inesistente. L’impressione infatti è che, per quanto veloci si vada, anzi propri in ragione di ciò, questo futuro orgiastico arretri costantemente davanti a noi. O forse, in un moto circolare, niciani, einsteniano, proprio del denaro, ci sta arrivando alle spalle gravido dell’immenso debito di cui lo abbiamo caricato. Se infine, come noi pensiamo, il futuro è un tempo inesistente, un parto della nostra mente, come lo è il denaro, allora abbiamo puntato la nostra esistenza su qualcosa che non c’è, sul niente, sul Nulla. In qualunque caso questo futuro, reale o immaginario che sia, dilatato a dimensioni mostruose e oniriche dalla nostra fantasia e dalla nostra follia, un giorno ci ricadrà addosso come drammatico presente. Quel giorno il denaro non ci sarà più. Perché non avremo più futuro, nemmeno da immaginare. Ce lo saremo divorato».
Sono i concetti su cui Giulio Tremonti sta insistendo in questi mesi, riferendosi all’Italia ma che valgono per tutto il mondo così detto sviluppato, e che ha ribadito anche martedì a una cerimonia ufficiale: «Non può continuare l’illusione che tanto poi qualcuno pagherà. Stavolta non ci saranno posteri a pagare. A pagare saremo noi». Siamo andati così veloci in questa rapina del futuro, contando che a pagare sarebbero stati i nostri posteri, che siamo diventati posteri di noi stessi. Poi, parlando dei "derivati", che sono un moltiplicatore della scommessa sul futuro, ha aggiunto: «C’è bisogno di una regola che prima impedisca di creare e poi di mettere in circolazione una ricchezza futura che non c’è».
Sarebbe facile obiettare a Tremonti che quello che avevo capito io, che non sono un economista, nel 1998, lui che è ministro delle Finanze o dell’Economia, dal 1994, aveva il dovere di capirlo se non dodici anni fa almeno nel 2007 quando ci fu la crisi dei "subprime" americani e che le sue prediche, oltre che tardive, sono, anche per la prosopopea con cui vengono espresse, irritanti. Ma non ci interessa polemizzare col ministro quanto rilevare che è d’accordo anche sul fatto che la crisi è stata tamponata al solito modo: immettendo nel sistema un’altra enorme quantità di denaro inesistente (i tre trilioni di dollari improvvisamente spuntati in America, per esempio), drogando ulteriormente il cavallo già dopato e sperando che faccia ancora qualche passo.
In un’altra, recente, occasione ha infatti dichiarato: «Nel mondo ogni otto secondi si emette un milione di dollari o di euro di nuovo debito pubblico». Per cui si aspetta, a breve, una nuova crisi («In un mondo dove incombe il rischio di un drammatico, devastante e nuovo crollo delle piramidi di carta...»). A furia di drogare il cavallo arriva fatalmente il momento del collasso definitivo per overdose. Come io avevo previsto nell’ormai lontano 1998. ( Fonte: massimofini.it)
Nella gabbia del sistema La speculazione finanziaria ha prodotto il crollo, scaricandolo sugli stati che «manovrano». Ma le soluzioni, dentro la depressione mondiale, restano impossibili . Mentre leader e opinionisti mondiali continuano a negare la realtà della depressione mondiale – anzi ad evitare perfino la parola – le scelte impossibili che i governi uno dopo l'altro devono affrontare diventano ogni giorno più evidenti. Basti pensare a quello che è successo anche solo nell'arco del mese scorso. Gli Stati Uniti hanno registrato un livello di disoccupazione come non si vedeva da un pezzo. Sì, sono stati creati alcuni nuovi posti di lavoro, ma il 95% dei posti in questione era relativo a impieghi temporanei per censimenti. Dagli imprenditori privati è arrivato solo il 10% dei lavori previsti.
Budget contro lavoro E nonostante questo è divenuto politicamente impossibile ottenere dal Congresso l'approvazione di altri finanziamenti per incentivare l'occupazione. La Riserva Federale ha smesso di comprare buoni e obbligazioni del Tesoro. Quelle erano state le due strategie principali per aumentare i posti di lavoro. Perché? Il problema dei tagli da deficit è divenuto troppo urgente. La conseguenza più immediata si può vedere a livello di budget governativo dei singoli stati.Il costo di Medicaid è aumentato per via della crisi economica. Un costo sostenuto dai singoli stati. Negli anni scorsi queste spese sono state parzialmente compensate dai sussidi federali per Medicaid. Ma il Congresso non è disposto a rinnovare gli aiuti. Il Governatore Edward Rendell della Pennsylvania dice che questo aumenterà di due terzi il deficit rispetto alle entrate previste del budget del suo stato, costringendolo a licenziare 20.000 tra insegnanti, funzionari di polizia ed altri impiegati governativi. Il che naturalmente andrà ad aggiungersi alla riduzione dell'assistenza sanitaria per tante persone.
L'austerity di Cameron In Gran Bretagna il nuovo primo ministro, David Cameron, dice che ridurre il debito è «oggi l'obiettivo più urgente per la Gran Bretagna». Il Financial Times riassume le sue proposte nel titolo: «Cameron vara l'età dell'austerity» ed esprime nel testo il suo giudizio su tale politica: «L'adozione da parte del governo di tagli della spesa così drastici, non può non danneggiare i servizi più importanti. I tagli saranno più radicali perfino di quelli operati dal governo Thatcher». Il Cancelliere tedesco Merkel ha annunciato la sua versione dell'austerity: tagli immediati e incisivi della spesa pubblica, la cui entità andrà aumentando nel corso dei prossimi quattro anni. Ha anche annunciato nuove tasse per le linee aeree, provocando l'immediata reazione da parte delle stesse a livello mondiale: le tasse danneggeranno gravemente la possibilità di ridurre i bilanci negativi e di evitare la bancarotta. Il tasso di disoccupazione in Germania aumenterà, ma i sussidi per la disoccupazione diminuiranno. Altri governi europei e anche gli Stati Uniti esortano la Germania a spendere di più ed esportare di meno per riequilibrare la domanda mondiale. Ma la Merkel ha rifiutato le sollecitazioni, spiegando che la riduzione del debito è la priorità assoluta. Il premier giapponese Naoto Kan ha messo in guardia il paese spiegando che la realtà del debito è così grave che il Giappone potrebbe trovarsi nella condizione della Grecia. Per porvi rimedio ha proposto un aumento delle tasse e la regolamentazione dell'arena finanziaria, nonché nuove forme di spesa pubblica.
Il rating sulla Spagna Nel pieno di questa superausterità a Nord si è verificato un evento assai interessante, passato quasi del tutto inosservato. Come tutti sanno la Spagna è uno dei tanti paesi europei che attraversano la crisi economica per via del cospicuo debito pubblico. Il 30 Maggio, l'agenzia di rating Fitch si è associata ad altre agenzie nel declassare di un grado il giudizio sulla Spagna che passa dalla tripla A ad AA+. Ma perché? Proprio il giorno prima il parlamento spagnolo aveva approvato i più radicali tagli di della spesa pubblica degli ultimi 30 anni. I tagli del budget sono presumibilmente quello che la Germania ed altri paesi avevano chiesto da parte della Grecia, della Spagna e del Portogallo e di altri paesi minacciati dal debito eccessivo. La Spagna ha risposto a quelle pressioni e proprio per questo la Fitch Ratings l'ha declassata. Brian Coulton, l'analista della Fitch incaricata del rating per la Spagna nella dichiarazione con cui la declassava ha asserito: «Il declassamento riflette la convinzione di Fitch che il processo di adeguamento verso il basso dell'indebitamento esterno e del settore privato ridurrà concretamente il tasso di crescita dell'economia spagnola nel medio periodo». Dunque, così stanno le cose: sei fregato se lo fai e anche se non lo fai. Gli speculatori finanziari hanno prodotto un crollo disastroso dell'economia mondiale. E poi hanno passato la patata bollente agli stati perché se la vedessero da soli. Gli stati si sono trovati ad avere meno soldi e subire più richieste. Cosa potevano fare? Prendere prestiti fino al momento in cui coloro che li concedono non smettono di farlo o non chiedono un tasso di interesse troppo alto. Possono tassare, e le imprese diranno che questo riduce la loro possibilità di creare lavoro. Possono ridurre le spese, e oltre alle sofferenze che produce per tutti, in particolare per i più vulnerabili, questa soluzione riduce anche la possibilità di crescita, come indica Brian Coulton per la Spagna.
Nessuno taglia le armi Ovviamente c'è un grosso settore in cui ridurre le spese, quello militare. La spesa militare produce occupazione, molto minore però che se quei soldi fossero impiegati diversamente. E questo non si applica solo ai paesi come gli Stati Uniti, dove la spesa militare è tanto ingente. Uno degli aspetti passati sotto silenzio o quasi della crisi greca era proprio la spesa militare. Ma i governi sono disposti ad applicare veri tagli in questo settore? Sembra improbabile.
Ci salverà la Cina? E allora cosa possono fare gli stati? Cercano di fare una cosa oggi e un'altra domani. L'anno scorso incentivare, quest'anno ridurre il debito, l'anno prossimo tassare. Comunque la situazione generale non potrà che peggiorare. Ci potrà salvare la Cina? Stephen Roach, l'acuto analista della Morgan Stanley ne sembra convinto, sempre che il governo «stimoli la crescita privata». In quel caso i salari aumentati saranno controbilanciati da una più alta produttività. Forse. Ma il governo cinese finora si è opposto a tale politica non per ragioni economiche ma per ragioni politiche. Fino ad oggi la preoccupazione precipua è stata quella di conservare la stabilità politica. E poi perfino Roach ha una grande paura: che gli attacchi di Washington alla Cina possano portare a sanzioni commerciali. Ed è altamente probabile, poiché la condizione economica statunitense continua a deteriorarsi. La via d'uscita da tutto questo non consiste in un piccolo aggiustamento, di carattere monetarista o keynesiano, qua o là. Per emergere dalla gabbia economica in cui il mondo si trova rinchiuso si richiede lo smontaggio e l'esame di tutto il sistema. E questo senza dubbio dovrà succedere. Ma quando? ( Fonte: arianna editrice.it)
Finora la storia è stata una vera maestra di vita. La sequenza degli eventi negli ultimi anni ha infatti seguito diligentemente quella osservata nelle crisi susseguitesi con regolarità impressionante in quindici secoli, sotto ogni regime economico e politico, sotto ogni latitudine e con qualsiasi livello di sviluppo economico. Se è così abbiamo davanti tre possibili scenari. Ricordando anche che tutte le crisi sono state accompagnate da restrizioni ai movimenti di capitale, se non da vere e proprie forme di protezionismo finanziario.
Le turbolenze sui mercati finanziari di questo ultimo mese hanno riacceso le preoccupazioni circa il futuro delle economie mondiali. Quella che sembrava una ripresa avviata, seppure con diversa intensità nei differenti paesi, è oggi di nuovo messa in discussione dall’andamento negativo delle principali borse, da mercati dei cambi nervosi, spread sui titoli di Stato crescenti e preoccupazione sulla liquidità dei mercati monetari. L’incertezza sui futuri scenari cresce, mentre la girandola delle lettere dell’alfabeto (V, U, W, L ecc.) ricompare nel lessico degli economisti.
ATTRAVERSO LA LENTE DELLA STORIA
Finora la storia è stata una vera maestra di vita; la sequenza degli eventi succedutisi negli ultimi anni ha infatti seguito diligentemente quella osservata nelle crisi susseguitesi con una regolarità impressionante negli ultimi quindici secoli sotto ogni regime economico e politico, sotto ogni latitudine e con qualsiasi livello di sviluppo economico. (1)
Alla liberalizzazione dei mercati dei capitali e a politiche monetarie espansive è regolarmente seguita una forte crescita del debito bancario, seppure questa volta mascherato dal così detto sistema bancario ombra, composto da migliaia di strutture non regolamentate. (2)
Tutto questo ha portato, in un clima di apparente stabilità e crescita, a un boom del settore immobiliare, a un forte aumento dei prezzi delle materie prime e più in generale di tutti gli asset finanziari (la così detta bolla). Quando in qualche settore nel mercato (nel nostro caso i mutui sub prime) ci si è accorti che gli equilibri finanziari erano insostenibili, la crisi è scoppiata e le banche, come sempre, sono state le prime a saltare. La storia “originate to distribute” si è presto rivelata una mitologia, giacché le banche sono rimaste con una grande parte del rischio delle cartolarizzazioni. In rapida successione, le economie sono andate in recessione e i governi, per fortuna, sono intervenuti a salvare le banche, ma soprattutto le economie. E oggi, come è sempre successo, la crisi ha messo a nudo gli squilibri dei conti con l’estero e soprattutto dei conti pubblici, giacché il debito privato è stato nazionalizzato.
I TRE SCENARI
A questo punto cosa ci aspettiamo dalla storia? Tre sono i possibili scenari, che non si escludono del tutto a vicenda, più un corollario. Il primo scenario è quello del default o della ristrutturazione del debito pubblico. Probabilmente, è la strada che presto o tardi prenderanno alcuni paesi periferici dell’Europa (Grecia, Portogallo e forse Ungheria), dove il default, non l’uscita dall’euro, probabilmente avrebbe un limitato effetto sistemico e dove la cultura del paese non è mai stata quella della stabilità (si ricordi che dall’indipendenza del 1829, la Grecia ha vissuto il 50 per cento degli anni in uno stato di default).
La seconda strada è quella del così detto modello giapponese, dove ripetute correzioni del deficit pubblico permettono di evitare il default, ma non una stagnazione, e una deflazione, prolungata. È probabilmente la strada che verrà imposta dalla Germania, dove la cultura della stabilità è quasi paranoica, al resto dell’Europa: Italia, Francia, Spagna e forse Inghilterra. Infine, il terzo modello è quello della crescita e dell’inflazione, che tante volte è stato utilizzato dai governi per ridurre in maniera più indolore il debito accumulato. Sarà probabilmente la strada seguita dagli Stati Uniti, dove il debito e il deficit sia pubblico che estero sono superiori a quelli europei, ma il mito della crescita è parte integrante della cultura americana.
Infine il corollario. Tutte le crisi sono state accompagnate da restrizioni ai movimenti di capitale, se non da vere e proprie forme di protezionismo finanziario. Anche adesso non sembriamo capaci di sfuggire a questa regolarità. Basti pensare a molta della regolamentazione finanziaria che è stata o sta per essere introdotta, dal divieto alle vendite allo scoperto introdotto dal governo tedesco, che tutte le analisi economiche hanno dimostrato essere controproducente, alle normative che stanno per abbattersi sui fondi hedge e di private equity, che pure hanno giocato un ruolo molto limitato sia nell’innestare la crisi che nel propagarla. (3)
Per non parlare poi della nuova normativa che il governo inglese sta preparando in tema di takeover dall’estero. Oppure della rilocalizzazione imposta dal governo francese alle case automobilistiche, dopo gli aiuti di stato. Ma seguite con attenzione anche la vendita della banca polacca Zachodni, imposta alla Allied Irish Bank, dove il governo di Varsavia, che vuole ri-nazionalizzare la banca, ha candidamente dichiarato di non poter offrire più soldi dei numerosi contendenti, ma certamente un iter di approvazione più rapido e certo. ( Fonte: lavoce.info)
(1) Reinhart, Carmen M. and Rogoff, Kenneth S. (2010), “From Financial Crash to Debt Crisis,” NBER Working Paper. (2) Solo per citare qualche esempio: Structured investment vehicle (Siv), Limited purpose finance corporation (Lpfc), Collateralized loan obligation (Clo), Collateralized bond obligation (Cbo), Collateralized debt obligation (Cdo), Commercial paper (Cp), Medium term note (Mtn), Certificate of Deposit (Cd), Residential mortgage backed security (Rmbs), Commercial mortgage backed securities (Cmbs). (3) Si veda Alessandro Berer e Marco Pagano “Short-selling bans in the crisis: A misguided policy” VOX 6 febbraio 2010.
Sono ormai passati tre anni da quando la Frankfurter Allgemeine Zeitung rivoluzionò la propria immagine. Non si era ancora arrivati all’indecenza dei giorni correnti, con le fotografie a colori in prima pagina, ma si iniziò per gradi: un occhiello bordato di rosso, la dismissione dei caratteri gotici dagli articoli di commento. Nei giorni che seguirono, un lettore commentò: “un’altra volta un pezzo di Patria è stato sacrificato sull’altare del progresso”. I lettori de Il Sole 24 Ore, invece, saranno ormai avvezzi a tali rivoluzioni: già da tempo la grafica si è alleggerita, la policromia ha fatto la sua comparsa, si è lasciato spazio ad articoli brevi e spesso di futile argomento.
Eppure, entrambi i quotidiani conservano l’appellativo che accompagna la declinazione del nome della testata come un refrain: “autorevole”. “Secondo quanto riporta la autorevole Frankfurter Allgemeine” oppure “stando a quanto riportato dall’autorevole Sole 24 Ore”, sono locuzioni che ormai ci sono familiari. Un pregio, ma uno soltanto, noi inguaribili reazionari non possiamo non riconoscere al quotidiano confindustriale: il formato grande della pagina. Ma ci fermiamo qui. Anche perché ci chiediamo dove risieda l’autorevolezza.
L’autorevolezza è la manifestazione esteriore ed etica del concetto di autorità. Autorevole è chi è capace di analizzare gli eventi che si sono svolti nel passato più o meno remoto, coniugandoli alle dinamiche del presente e da questi ipotizzare scientificamente le più probabili evoluzioni future. Autorevole è chi usufruisce della propria intelligenza per stabilire i legami tra i concetti e tra i fatti e in base a questi indirizzare gli uomini verso la migliore possibilità che il destino può riservare loro. Autorevole è colui che non ripudia di proferire l’impronunciabile, come ad esempio la lampante verità secondo cui la crisi economica contingente altro non è che la ricaduta di politiche speculative e affaristiche che si protraggono da decenni; autorevole è infine chi denuncia i fenomeni responsabili dell’impoverimento delle nazioni: il signoraggio monetario, il sistema economico fondato sulle rendite finanziarie, lo sfruttamento delle nazioni che – guarda caso – verranno poi definite “povere”.
Autorevole, insomma, Il Sole 24 Ore non è. Non basta per esserlo il saper analizzare l’andamento del prezzo dell’acciaio sulla borsa di Singapore, se poi non si è capaci di constatare che le privatizzazioni, la svalutazione della moneta e la facoltà attribuita alle banche di stabilire tassi di sconto usurai portano inevitabilmente uno Stato alla bancarotta. Bastano tre lezioni di economia politica, non è necessario un premio nobel.
Si confonde bellamente, per il citato quotidiano economico e per altri, l’autorevolezza col prestigio, o peggio con la fama dei propri collaboratori. Ma ciò non è sufficiente: un’opinione non è autorevole solo se la esprime il Presidente della repubblica. Non è autorevole neanche se basata sulla competenza e sul rigore scientifico di chi la esprime: così pensando, anche il “mostro di Firenze”, che si distingue egregiamente nel suo campo d’azione, l’omicidio e il sezionamento dei cadaveri, potrebbe assurgere a tale rango: tuttavia, nella manifestazione del suo pensiero un uomo ragionevole non troverebbe nulla che la possa avvicinare a configurarsi come autorevole. Mutatis mutandis, neanche se uno si chiama Paolo Savona (professore ordinario di geopolitica economica e presidente di Unicredit Banca di Roma) può pretendere che gli si creda ciecamente quando sul citato quotidiano rosastro tratta l’argomento dei servizi di sicurezza, esprimendosi su una fittizia dualità che contrapponeva la sfera di competenza “politica” dell’intelligence a quella che oggi viene definita “intelligence economica” (Ie), votata allo spionaggio nell’ambito dell’economia privatistica e alla difesa degli interessi economici degli Stati, cui un tempo persino i puristi delle polizie segrete tradizionali concedevano un ruolo istituzionale, che sarebbe stato infatti già coperto dalle preposte guardia di finanza e banca d’Italia.
Secondo questi, quindi, tale “Ie” sarebbe quindi un’innovazione dei tempi moderni, una benemerita istituzione che si occupi della tutela dell’ordinamento economico-bancario. In un contesto capitalista, tuttavia, ciò è falso, basandosi l’essenza stessa degli Stati sull’affermazione di vincoli economici ed essendo la stessa sopravvivenza degli apparati statuali moderni legata a doppio filo sulla tutela che su questi esercita il mondo finanziario. Di cosa dovrebbero occuparsi altrimenti i servizi di intelligence? Solo degli anarchici insurrezionalisti? Il voler dipingere il settore economico dei servizi come marginale o sperimentale altro non è se non la trasposizione nella sfera delle informazioni riservate della negazione che l’universo bancario e finanziario rivesta un ruolo guida nella gestione del potere.
Allora potremmo ricordare al professor Savona altri ruoli che coprono queste strutture. L’omicidio politico, ad esempio, o la più semplice disinformazione (quella grazie alla quale il presidente di una banca è anche professore di geopolitica). Ma permane tuttavia il loro ruolo primario: la difesa di un ordinamento fondato sul denaro. E scoprire quindi che esiste questa “novità” dell’Ie è come scoprire l’acqua tiepida.
A poche colonne tipografiche di distanza, lo stesso numero de Il Sole 24 Ore espone un’altra analisi, questa volta di Giorgio Frankel, che ammette candidamente che il ruolo dei servizi di sicurezza è quello di difesa del sistema capitalista; per via della fine della guerra fredda, del ruolo decisivo svolto dai fattori economici nella competizione tra potenze, del carattere sempre più conflittuale del capitalismo. Il Frankel cita inoltre il loro ruolo interno a quella che viene oggi definita “economia della conoscenza”, quella manifestazione di una sorta di capitalismo cognitivo che riduce la cultura e la scienza a merce da indirizzare verso canali che non possano ledere alla sicurezza dell’ordinamento e su cui – ovviamente – lucrare. Quando si parla di “polizia del pensiero”, è bene sapere quindi che lorsignori ne sono consapevoli, che sanno perfettamente qual è la dimensione reale del loro potere – quella economica e capitalista – da difendere a ogni costo, anche con strutture di polizia che si discostano sempre più dall’essere istituzioni votate alla difesa dello Stato e del popolo e che sempre più si avvicinano ad assomigliare alla Spectre.
Su una cosa dubito che siano però stati edotti: i servizi segreti, quando sono diventati organismi profondamente antipopolari, sono storicamente caduti vittime – con le loro corti di politicanti, militari e banchieri – della riaffermazione della giustizia da parte dello stesso popolo, che si rende conto che la misura è colma e che ne va della sua sopravvivenza. Chiedetelo a un sudamericano, per esempio. Quel Sudamerica così lontano, così vicino, alla nostra Europa. ( Font: minorenzaglia)
Siamo in tempo di finanziaria, e di una controversa e dolorosa manovra correttiva. Il governo spreme a destra (poco) e a manca (molto), ma si guarda bene dal ricordare che metà della manovra potrebbe essere evitata semplicemente rifiutando alla Chiesa le elargizioni che ogni anno le vengono profuse a piene mani, partire dall’otto per mille. Che, è bene ricordarlo, è anch’esso un’invenzione di Giulio Tremonti: non il sessantatreenne Ministro dell’Economia e delle Finanze di Berlusconi nel 2010, ma il trentasettenne consigliere economico di Craxi nel 1984.
Sarebbe comunque ingiusto e antistorico aggiungere, alle reali responsabilità del governo socialista di quegli anni, anche quella fittizia del Concordato. In fondo, gli accordi di Villa Madama del 18 febbraio 1984, e le norme attuative del 25 marzo 1985, non erano altro che una revisione dei Patti Lateranensi firmati da un altro (ex) socialista, Benito Mussolini, l’11 febbraio 1929. E sarebbe altrettanto ingiusto e antistorico attribuire al regime fascista le responsabilità del Concordato. Lo stesso Duce, parlando il 13 maggio alla Camera, aveva infatti candidamente spiegato i vantaggi che gliene sarebbero derivati, facendo sua un’istruzione di Napoleone al Re di Roma: “Le idee religiose hanno ancora molto impero, più di quanto si creda da taluni filosofi. Esse possono rendere grandi servizi all’umanità. Essendo d’accordo col Papa si domina oggi la coscienza di cento milioni di uomini”.
Fu per questo che la Francia di Napoleone firmò col Vaticano un Concordato nel 1801. E lo stesso fecero l’Austria di Francesco Giuseppe nel 1855, l’Italia di Mussolini nel 1929, la Germania di Hitler nel 1933, il Portogallo di Salazar nel 1940, e la Spagna di Franco nel 1953. L’alleanza tra i regimi totalitari e la Chiesa aveva dunque una lunga storia, e fu proprio la conferma di quest’alleanza a deludere gli oppositori democratici del fascismo nel 1929: non soltanto Benedetto Croce, uno dei 6 senatori su 316 che votarono contro, ma anche don Luigi Sturzo e Alcide De Gasperi. Il giorno dopo la firma dei Patti, quest’ultimo scrisse sconsolato a don Simone Weber: “Insegnare a stare in ginocchio va bene, ma l’educazione clericale dovrebbe anche apprendere a stare in piedi”. Per tutta risposta, il 13 febbraio Pio XI indirizzò all’Università Cattolica di Milano un discorso passato alla storia, in cui disse: “Forse a risolvere la questione ci voleva proprio un Papa alpinista, immune da vertigini e abituato ad affrontare le ascensioni più ardue. E forse ci voleva anche un uomo come quello che la Provvidenza ci ha fatto incontrare: un uomo che non avesse le preoccupazioni della scuola liberale”. In quei giorni del 1929 scese il sipario sulle speranze risorgimentali di Giuseppe Mazzini e Massimo d’Azeglio. Ma anche sulla realpolitik unitaria di Cavour, espressa dalla formula: “Libera Chiesa in libero Stato”. E addirittura sul laicismo di Giovanni Gentile, che sul Corriere della Sera del 30 settembre 1927 aveva inutilmente affermato: “Se, come notava il Manzoni, ci sono utopie belle e brutte, questa della conciliazione non è da mettersi fra le prime”. Nella sua dichiarazione di voto contrario al Senato, Croce si era invece limitato a dire più debolmente: “La ragione che ci vieta di approvare non è nell’idea di conciliazione, ma unicamente nel modo in cui è stata attuata”.
Il Concordato clerico-fascista era comunque storicamente comprensibile e politicamente giustificato, perché di esso beneficiarono sia il clero che il fascismo. Molto più difficile da comprendere e giustificare è invece il recepimento di quello stesso Concordato nell’articolo 7 della Costituzione della Repubblica Italiana, che recita: “Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani. I loro rapporti sono regolati dai Patti Lateranensi”.
Nel suo discorso alla Costituente, e nell’istruttiva Storia quasi segreta di una discussione e di un voto pubblicata nell’aprile 1947 su Il Ponte, Pietro Calamandrei fece notare l’assurdità della formula iniziale, che fu attaccata in aula anche da Croce e Vittorio Emanuele Orlando. Una costituzione, infatti, dev’essere un monologo e non un dialogo, e sarebbe stato altrettanto ridicolo inserirvi una formula che proclamasse solennemente: “L’Italia e la Francia sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrane”. Calamandrei notò che però, sorprendentemente, a difenderla fu Palmiro Togliatti, nella seduta del 23 gennaio 1947, “con argomenti che per la loro ortodossia meritarono il pieno plauso della Civiltà cattolica”.
Anche il recepimento dei Patti Lateranensi nella costituzione di uno stato laico, repubblicano e democratico era incongruo. Essi si aprivano infatti con un’invocazione alla Santissima Trinità, e nell’articolo 1 proclamavano il cattolicesimo come religione di Stato. Inoltre, facevano un esplicito richiamo allo Statuto Albertino del 1848, e recavano la firma del Duce e il marchio del fascismo. Infine, concedevano ai cattolici privilegi in aperta contraddizione con il resto della Costituzione. In particolare, con l’articolo 3, che stabilisce che “i cittadini sono uguali di fronte alla legge, senza distinzione di religione”. E soprattutto con l’articolo 20, che afferma che “il carattere ecclesiastico e il fine di religione o di culto d’una associazione od istituzione non possono essere causa di speciali limitazioni legislative, nè di speciali gravami fiscali”! Com’è stato dunque possibile che il famigerato articolo 7 sia finito nella Costituzione? Come suggerisce Calamandrei, per capirlo bisogna andarsi a rileggere gli atti delle discussioni preparatorie, e soprattutto delle sedute plenarie tenutesi all’Assemblea Costituente dal 4 al 25 marzo 1947, culminate nelle dichiarazioni di voto di De Gasperi, Nenni e Togliatti.
Come si ricorderà, da oppositore del fascismo De Gasperi si era drizzato contro i Patti Lateranensi. Da capo del governo, aveva ormai appreso anche lui a stare in ginocchio. Prendendo per la prima volta la parola alla Costituente, dichiarò che “senza la fede e senza la morale evangelica le nazioni non si salvano”. E sostenne che bisognava approvare “una norma in cui si riconosca la paternità comune del Capo della Religione Cattolica, che ci protegge e che protegga soprattutto la Nazione italiana”. Gli atti registrano “vivissimi, prolungati applausi al centro e a destra”.
Nenni ricordò la presenza della firma di Mussolini nei Patti, e “il sospetto di una collusione [della Chiesa col fascismo] che pesa ancora sulla coscienza di molti italiani, come una macchia e una vergogna”. Aggiunse che “lo Stato laico considera la religione come un problema individuale di coscienza, ma si mantiene nella sfera della sua sovranità”. E concluse dicendo che “per consolidare la Repubblica bisogna fondare lo Stato, e lo Stato non si fonda sul principio di una diarchia di poteri e di sovranità”. Questa volta, “vivi applausi a sinistra”.
Togliatti iniziò il suo discorso ricordando “le masse di lavoratori e cittadini che ci hanno dato la loro fiducia”. E poi, a sorpresa, spiegò che bisognava tradire questa fiducia, perché così voleva il Papa: “Non vi è dubbio che ci troviamo di fronte a un’esplicita manifestazione di volontà della Chiesa cattolica, ed è questo il punto da cui dobbiamo partire”. Ammise che “cosa è destra e cosa è sinistra non è sempre facile dirlo in politica”. E finì “convinto che in un consesso di prelati romani sarei stato ascoltato con più sopportazione”.
L’articolo 7 fu approvato per 350 voti a 149, con l’apporto determinante del centinaio di deputati comunisti. Calamandrei espresse tutto il suo disgusto per la loro “resa a discrezione”, e ricordò che “quando fu proclamato il risultato, nessuno applaudì, neanche i democristiani”. Ma il giudizio allo stesso tempo più corretto e più insultante l’ha dato il 10 dicembre 2009 il Segretario di Stato, cardinal Bertone, paragonandolo il discorso di Togliatti a quello di “un padre della Chiesa”, e ricevendo un’immediata approvazione da Massimo d’Alema: cioè, dal peggior erede del Migliore. E’ anche a causa di quei “comunisti” di allora, e di questi ex-“comunisti” di ora, che l’Italia continua a rimanere in ginocchio di fronte alla Chiesa e al Papa. E’ anche con la loro connivenza e complicità che qualunque governo, ecumenicamente e impunemente, sottrae ogni anno miliardi di euro ai poveri contribuenti e li elargisce a una ricchissima istituzione, che sostiene fariseicamente di ispirarsi a qualcuno che predicava: “Beati i poveri…”
* Matematico, autore di Perché non possiamo essere cristiani (e meno che mai cattolici), presidente onorario UAAR: nei giorni scorsi è stato pubblicato il libro-intervista di Claudio Sabelli Fioretti Perché Dio non esiste. Il testo è l’intervento conclusivo tenuto alle Giornate della Laicità di Reggio Emilia. NB: le opinioni espresse in questa sezione non riflettono necessariamente le posizioni dell’associazione.
Con il buon senso di cui dispongo, non posso spiegarmi e ancor meno giustificare la rapidità con cui il nostro paese è precipitato rispetto ai livelli del 2009, al punto tale che noi stiamo perdendo una parte della nostra sovranità nazionale a vantaggio del Fondo Monetario Internazionale FMI e veniamo posti sotto tutela.
Ed è strano che nessuno, fino a questo momento, non abbia fatto la cosa più semplice, vale a dire, risalire il corso della nostra economia a partire da quel periodo ad oggi, con fatti e cifre, in modo che noi, i non iniziati, abbiamo la possibilità di comprendere le effettive ragioni di questa evoluzione vertiginosa e senza precedenti degli accadimenti che hanno determinato la perdita della nostra indipendenza nazionale, accompagnata dall’umiliazione internazionale che dobbiamo subire.
Ho sentito parlare di un debito di 360 miliardi, ma nello stesso tempo vedo che molti altri paesi hanno debiti simili a questo, se non ancora più grandi.
Dunque, non può essere questa la ragione principale delle nostre disgrazie. Quello che allo stesso modo mi disturba è l’elemento di esagerazione nei colpi assestati al nostro paese a livello internazionale; che una azione di tale misura sia stata concertata in modo così palese contro un paese finanziariamente insignificante, questo desta sospetti.
Per questo, sono pervenuto alla conclusione che certi personaggi ci riversano addosso vergogna e paura, in modo da gettarci nelle spire del FMI, che costituisce un fattore fondamentale della politica espansionistica degli Stati Uniti.
Tutti i discorsi sulla solidarietà europea non sono stati che polvere negli occhi, in modo da dissimulare il fatto che si tratta chiaramente di una iniziativa usamericana, che mira a farci piombare in una crisi finanziaria largamente artificiosa, con lo scopo di far vivere il nostro popolo nella paura, di renderlo ancora più povero, di sottrargli realizzazioni e conquiste preziose e alla fine di metterlo in ginocchio, consenziente perché costretto ad essere dominato dagli stranieri.
Ma a chi serve tutto questo? Quali sono i progetti da realizzare, quali sono gli obiettivi da conseguire?
Benché sia sempre stato, e che lo sia ancora, partigiano dell’amicizia greco-turca, devo dire nondimeno di essere preoccupato per il rafforzamento improvviso delle relazioni fra i nostri due governi, per le riunioni dei ministri e di altri funzionari, per i movimenti a Cipro e la visita di M. Erdogan. Io sospetto che dietro a tutto questo si celino la politica degli Stati Uniti e i loro progetti, che destano sospetti, relativi alla nostra posizione geografica, all’esistenza di giacimenti sottomarini, al regime di Cipro e al mare Egeo, ai nostri confinanti del Nord e al comportamento arrogante della Turchia; piani che fino a questo momento sono andati a vuoto solamente per la diffidenza e l’opposizione del popolo greco.
Attorno a noi, tutti, chi più chi meno, sono saliti sul carro in movimento degli Stati Uniti. Noi soli abbiamo rappresentato l’unica nota stonata, noi che, dall’insediamento della giunta militare e dalla perdita del 40% di Cipro fino all’abbraccio con Skopje (ARYM – ex Repubblica jugoslava di Macedonia) e con gli ultranazionalisti albanesi, abbiamo ricevuto bastonate di continuo, ma non siamo ancora divenuti “ragionevoli”.
Di conseguenza, come popolo, dobbiamo essere sottomessi, e questo è esattamente quello che sta arrivando oggi. Io sfido gli economisti, i politici e gli analisti a provarmi il contrario. Io credo che non ci sia spiegazione plausibile, altro che quella di un complotto internazionale, con la partecipazione degli Europei filo-statunitensi, come la signora Merkel, la Banca Centrale europea e la stampa reazionaria internazionale, che hanno progettato il loro “gran colpo”, in modo da ridurre una nazione libera in schiavitù. Quanto meno, personalmente, non posso trovare proprio un’altra spiegazione. Comunque, io riconosco che non sono in possesso di conoscenze specifiche e che le mie parole poggiano solo sul buon senso. Ma potrebbe darsi che ci siano tante altre persone che sono pervenute alla medesima conclusione – e questo lo vedremo nei giorni a venire.
In ogni caso, resto fermo nel preparare l’opinione pubblica e a sottolineare che, se la mia analisi è giusta, allora la crisi finanziaria (la quale, come ho già affermato, ci è stata imposta) non è altro che la prima bibita amara nella festa sontuosa che si sta preparando e che questa volta riguarderà questioni nazionali tanto vitali che non desidero proprio immaginare dove questo ci condurrà.
Le situazioni di crisi possono provocare in chi le vive due tipi di reazione: o si fa fronte comune, oppure ognuno scappa per conto suo. Nel caso della tempesta provocata nella zona euro dal rischio di bancarotta della Grecia, abbiamo creduto che la solidarietà tra stati membri si sarebbe imposta. Poi, nonostante il severo piano di risanamento presentato da Atene, la politica del si salvi chi può sembra aver prevalso.
La Germania, alla quale toccherebbe gran parte dei costi del piano di solidarietà con la Grecia e con gli altri paesi in difficoltà (Spagna e Portogallo), ha ricordato che se questi ultimi avessero rispettato le regole in materia di rigore di bilancio oggi non si troverebbero in questa situazione, e non spetta a essa pagare i danni provocati dalle politiche lassiste dei suo vicini.
L'atteggiamento di Berlino è giustificato da diversi fattori: sul piano interno, Angela Merkel deve rassicurare un'opinione pubblica preoccupata di dover mettere mano al portafoglio per la disinvoltura dei paesi mediterranei; sul piano esterno, la cancelliera deve difendere il suo ruolo di guardiana dell'ortodossia di bilancio in Europa. È comprensibile quindi che Berlino reagisca stizzita all'adozione di misure di sostegno alla Grecia necessariamente eccezionali, perché teme di creare un precedente e di incoraggiare politiche di bilancio troppo disinvolte.
Come sottolinea l'economista italiano Lorenzo Bini Smaghi, se la strategia di uscita dalla crisi è definita in maniera troppo esplicita, gli operatori economici e i governi sono tentati di rinunciare al rigore, perché hanno la certezza di essere salvati. Per ottenere da uno stato membro un comportamento virtuoso, afferma Bini Smaghi, bisogna che i suoi partner mantengano una certa ambiguità sul loro intervento in caso di crisi, anche se sono perfettamente in grado di fornire l'aiuto quando questo si rivela indispensabile.
Ma in attesa che l'Unione si doti di istituzioni e di meccanismi ad hoc, in grado di evitare che la moneta unica sia tenuta in piedi con un ricatto che ricorda la dissuasione nucleare, gli europei sembrano assistere a una tragedia greca, aspettando un deus ex machina che tarda a entrare in scena. (adr) ( Fonte: presseurop.eu)