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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Di redazione (del 08/02/2010 @ 17:00:00, in Osservatorio Nazionale, linkato 81 volte)

La crisi economica, soprattutto nel settore auto, è un dato di fatto, eppure per le grandi imprese è una occasione d'oro per ristrutturarsi, ridurre i salari, ed eliminare personale, utilizzando per di più gli aiuti dello Stato. A questo proposito, la Fiat rappresenta un caso emblematico. Dopo aver beneficiato nel 2009 di consistenti aiuti statali, che hanno pesato per il 40,7% sulle nuove immatricolazioni auto in Italia (675mila veicoli su un totale di 1,67 milioni), la Fiat riceverà nel 2010 un ulteriore incentivo di 300-350 milioni, come prevede il decreto che dovrebbe essere approvato a breve dal governo Berlusconi. E tutto questo senza contare i consistenti aiuti statali sotto forma di cassa integrazione, che la Fiat ha esteso a tutti gli stabilimenti in questo inizio di 2010

Fino ad oggi, la Fiat è ricorsa al ricatto: niente aiuto statale, niente mantenimento dei livelli occupazionali. Una equazione che non ha sempre funzionato, e che non ha impedito alla Fiat di ridurre costantemente la forza lavoro impiegata in Italia, aumentandola globalmente negli ultimi tre anni, caso pressoché unico tra le multinazionali dell'auto europee e Usa.

Più recentemente, nonostante i soldi pubblici ricevuti, la Fiat ha decretato la morte dello stabilimento siciliano di Termini Imerese. In effetti, come ha spiegato la Repubblica, esisteva un piano Fiat per espandere Termini e renderlo più profittevole, portandolo dal semplice assemblaggio di pezzi a sito di produzione di un maggior numero di componenti. Questo progetto, però, è stato messo da parte, ufficialmente per ragioni burocratiche legate all'impossibilità dell'uso industriale dei terreni richiesti per gli impianti.

La ragione vera è, però, un'altra. Siamo ad un passaggio di fase importante nel modello di accumulazione, che si caratterizza nel contempo per una maggiore concentrazione, attraverso fusioni e alleanze, e per un maggiore impulso alla internazionalizzazione.
Gli investimenti che dovevano andare in Sicilia sono stati dirottati in Serbia. Qui, nello stesso giorno in cui Marchionne annunciava la morte di Termini, arrivava un investimento di 100 milioni di euro, la prima tranche di un totale di 700 milioni. La nuova Fiat serba rileverà la vecchia Zastava, che produceva nel passato modelli Fiat su licenza, e sarà al 67% della Fiat e al 33% dello Stato serbo. Quindi, anche in questo caso la Fiat beneficerà di un consistente aiuto statale.

In effetti, l'abilità maggiore della multinazionale italiana si sta rivelando quella di andare in giro per il mondo a raccattare soldi pubblici, come ha fatto negli Usa, dove, attraverso l'acquisizione della Chrysler, il gruppo torinese comparteciperà agli aiuti massicci concessi da Obama al settore auto.
Mentre in Italia la Fiat licenzia, in Brasile (che è il suo primo mercato mondiale e dove pure ha ricevuto un forte sostegno pubblico) ha assunto negli ultimi tre anni 8mila addetti e in Serbia ne assumerà almeno altri mille. Un altro aspetto "strano" della situazione è che la Fiat in realtà non sta andando così male, soprattutto in confronto alle altre case automobilistiche. La Fiat, tra le prime dodici case della Ue a 27 con una quota dell'8,7%, è una delle sole quattro ad aver registrato nel 2009 un incremento delle vendite (+6,3%), portandosi al sesto posto a poche decine di migliaia di pezzi dalla GM. Solo le ultime due in classifica, la Hyundai e la Kia, hanno fatto meglio, ma con volumi assoluti non paragonabili a quelli della Fiat.

Anche in Italia la crescita delle vendite Fiat nel mese di gennaio è stata consistente, con un + 30,2%.
Il fatto è che la Fiat ha spostato la sua produzione fuori dall'Italia, dove si produce appena un terzo delle auto assorbite dal mercato interno, una quota inferiore non solo a quella di Paesi di nuova industrializzazione ma anche a quella di Paesi capitalisticamente maturi come Francia e Germania. I modelli a marchio Fiat che stanno realizzando i volumi maggiori, la 500 e la Panda, sono prodotti in Polonia ed importati in Italia. La strategia Fiat è evidente: concentrarsi sulla produzione di massa di auto economiche a livello globale e pertanto spostare quote crescenti di produzione nei Paesi in via di sviluppo. Nel 2002, secondo uno studio di Société Générale, i ricavi Fiat venivano dai mercati emergenti per il 14%, nel 2009 per il 28%, e si prevede che la percentuale salirà nei prossimi 3-5 anni al 44%. Le produzioni di auto premium a maggiore valore aggiunto, che normalmente vengono conservate nei Paesi più avanzati come accade in Germania con BMW e Mercedes, sono state abbandonate.

Due marchi prestigiosi, prima Lancia e poi Alfa Romeo, sono stati praticamente distrutti dalla rinuncia ad adeguati investimenti da parte della Fiat. Come sempre, la competizione viene affrontata dalla Fiat non con l'innovazione, ma con la riduzione dei costi.

Ma torniamo al rapporto Fiat-Stato. Secondo l'ineffabile Marchionne, fino a poco tempo fa osannato come salvatore della Patria e novello conquistador in terra americana, "Siamo il maggiore investitore in Italia, ma non abbiamo la responsabilità di governare il Paese.", intendendo con ciò che si lavava le mani di Termini. Se Marchionne, il quale come amministratore delegato percepisce annualmente la quisquilia di 3,4 milioni di euro, ha ragione a ricordare che la Fiat è una impresa privata il cui fine è la massimizzazione del profitto, non si capisce perché, anziché affidarsi al mercato, la Fiat accetti e solleciti i soldi pubblici. Per coerenza dovrebbe rifiutarli, cosa che si guarda bene dal fare. A questo punto, è bene fare un passo indietro. Tralasciamo il fatto che la Fiat nasce come grande agglomerato industriale grazie alle commesse statali, prima con la guerra di Libia e la Prima guerra mondiale e poi con le guerre del fascismo, e veniamo ad epoche più recenti. Negli anni 90 gli aumenti di capitale della Fiat sono stati congegnati in modo da ridurre al minimo l'impegno diretto degli Agnelli, cioè del capitale privato. Indovinate su chi si sono scaricati allora gli oneri degli investimenti? Sulle finanze pubbliche, ovvero sui lavoratori dipendenti (tra i quali sono gli operai Fiat), gli unici che pagano interamente le tasse.

Infatti, Massimo Mucchetti in "Licenziare i padroni?" ha scritto: "Nel decennio 90 lo stato italiano ha dato al gruppo Fiat un po' più di 10 miliardi di lire e ne ha ricavato più o meno 6500 di imposte. Nello stesso periodo, gli azionisti della Fiat hanno versato un po' meno di 4200 miliardi nelle casse sociali sotto forma di aumento di capitale e ne hanno ritirati quasi 5700 sotto forma di dividendi. Nel rapporto tra Stato e azionisti è chiaro chi ha dato e chi ha preso. (...)
Nondimeno è curioso che i due terzi dei mezzi freschi immessi dalla Fiat negli ultimi dieci anni provenga dallo stato."

No, per la verità non è affatto curioso, si tratta di un andazzo storico, che si ripete ancora oggi allorché la Fiat, da una parte, licenzia e prende soldi dallo Stato e, dall'altra parte, distribuisce un dividendo di 237 milioni ai suoi azionisti. All'estero le cose non vanno esattamente nello stesso modo. In Francia, ad esempio, la Renault è stata costretta dal governo Sarkozy a ritornare sulla sua decisione di spostare all'estero la produzione della nuova Clio, garantendo i livelli occupazionali. La stessa garanzia ha dovuto dare la Opel a fronte degli aiuti del governo tedesco, mentre, sempre in Germania, la Daimler si è accordata con i sindacati per assicurare il mantenimento dei 37mila addetti attuali fino al 2020, rinunciando a spostare la produzione della classe C negli Usa. La presunta efficienza privata sembra non poter resistere senza la comoda rete di salvataggio pubblica. Il capitalismo reale è dappertutto questo: profitti privati con soldi pubblici.

Ma in Italia il governo e lo Stato, assumendo una posizione del tutto subalterna di fronte alla Fiat, non ottengono neanche una contropartita minima in termini occupazionali in cambio dei soldi pubblici erogati, che finiscono per finanziare soltanto l'espansionismo estero della Fiat. A maggior ragione il governo di un premier, Berlusconi, che ha tutto l'interesse a non scontentare la Fiat in vista dei giochi di riassetto del potere economico in cui è impegnato in Italia. ( Fonte: http://www.aprileonline.info)

Redazioneonline- Osservatorio Nazionale

 
Di redazione (del 08/02/2010 @ 11:00:00, in Osservatorio Nazionale, linkato 56 volte)

Il presidente del consiglio ha detto che il suo governo ha abbassato le imposte. Peccato che leggendo i documenti di finanza pubblica le cifre ufficiali dicano l’esatto contrario.

“Abbiamo abbassato le tasse, togliendo l’Ici e togliendo 2 miliardi alle imprese“. Lo ha detto Silvio Berlusconi (qui il video), intervenendo via telefono all’inaugurazione dell’autostrada pedemontana lombarda, “Nonostante la crisi l’Italia c’è, – ha proseguito il presidente del Consiglio - con un governo che ha continuato a lavorare per il bene degli italiani. La grave crisi economica è stata affrontata bene: non abbiamo aumentato le tasse e sosteniamo le famiglie e chi ha perso il lavoro“.

UNA CLAMOROSA BUGIA – Il nostro premier alle mancate verità ci ha abituato. Lo ricordava qualche giorno fa Pietro Salvato. Ma stavolta ha esagerato, tanto da far pensare che a parlare non fosse lui, ma il suo fratello gemello, quello “virtuale”. Perché nei documenti ufficiali di finanza pubblica che il premier sforna di frequente, cioè nel mondo “reale”, i numeri che fornisce sono altri. Prendiamo la Relazione previsionale e programmatica che ha accompagnato la Legge finanziaria. In essa vediamo che la pressione fiscale nel 2008 (anno a metà tra Prodi e Berlusconi) era pari al 42,8% del Pil italiano. Nel 2009, sotto il governo Berlusconi essa aumenta, passando al 43%. Un dato che nell’ultimo documento ufficiale, la nota di aggiornamento 2010-2012 presentata pochi giorni fa, viene lievemente corretto al 42,9%, comunque superiore al 2008. Quindi, il governo Berlusconi, cifre di Tremonti alla mano, nel mondo reale ha aumentato – seppur lievemente – e non diminuito la pressione fiscale.

E IN FUTURO? AUMENTANO LE TASSE! – E il futuro, come ricordavamo qui, non si presenta affatto migliore, anzi. Nonostante le promesse del fratello gemello di Berlusconi, quello virtuale che dichiara su giornali e in tv di voler ridurre le tasse, l’altro Berlusconi, quello reale che firma i documenti ufficiali, ha scritto nella nota di aggiornamento 2010-2012 del 28 gennaio 2010 che, il “miracoloso” risanamento dei conti pubblici, a dispetto dei proclami di Berlusconi sul taglio delle tasse, avverrebbe esclusivamente con un forte aumento delle entrate fiscali, che passerebbero dai 451,3 miliardi del 2010 ai 462,5 del 2011 (+11 miliardi di euro) e addirittura a 482 miliardi nel 2012: 30 miliardi di euro in più rispetto al 2010. Mentre, sempre secondo quel documento, la spesa corrente al netto degli interessi è prevista in forte aumento: dai 670,7 miliardi di euro nel 2010, a 679,8 miliardi nel 2011 (quasi 10 miliardi di euro in più) e addirittura a 694,6 miliardi di euro nel 2012: 24 miliardi di euro di spesa corrente in più rispetto al 2010!

DOVE ANDREMO A FINIRE? – Il Berlusconi “virtuale” dice che l’Italia è messa meglio degli altri. Forse – per ora – è così, anche se non c’è da stare tanto tranquilli. Soprattutto perché abbiamo un premier che nei giorni pari promette riduzioni delle tasse e i giorni dispari scrive nei documenti che le aumenta. Un presidente del Consiglio che nei giorni festivi dichiara di avere abbassato le tasse e nei giorni feriali scrive documenti in cui certifica di aver aumentato la pressione fiscale. A qualcuno potrà sembrare divertente, ma i comici vanno bene a teatro, o in tv. Chi governa deve essere serio e credibile, non simpatico. Una cosa però finalmente è comprensibile. La ragione per la quale Berlusconi non è alto di statura: perché le bugie, com’è noto, hanno le gambe corte. ( Fonte: www.giornalettismo.com)

Redazioneonline- Osservatorio Nazionale 

 
Di redazione (del 08/02/2010 @ 10:00:00, in Osservatorio Nazionale, linkato 203 volte)

L'America si è presa una cotta per Gianfranco Fini? Va bene, non esageriamo, ci sono più probabilità che l'americano medio abbia sentito parlare di Fini come di una marca di salumi modenesi che del politico bolognese.

Eppure nell'aver personalmente osservato, mercoledì e giovedì scorso, come la Speaker del Congresso Nancy Pelosi abbia voluto accogliere il Presidente della Camera, possiamo rischiare questa opinione: i più o meno liberal americani, che hanno sostituito i più o meno neo-con repubblicani nelle stanze dei bottoni di Washington, hanno accolto Fini in quel modo non solo perché è l'uomo distinto che a tavola non racconta barzellette sconce, ma anche per inviare un segnale ai Palazzi di Roma che contano: per l'America, il politico italiano più adatto a prendere, quando quel giorno prima o poi verrà, il posto del Premier Silvio Berlusconi, oggi risponde al nome di Gianfranco Fini. O così potrebbe essere nella "wish list", nella lista dei desideri, di chi è oggi al potere con Obama a Washington.

Che il Presidente della Camera ricevesse il gigantesco, quasi imbarazzante, bagno di folla che la comunità italiana di New York gli ha poi riservato alla cena in suo onore alla Grand Hayatt Hotel, non ci poteva sorprendere più di tanto. Dopotutto Fini è il rappresentante erede di quella destra italiana, che con il Msi prima e An poi, era stata per decenni l'unica ad interessarsi dell'esistenza degli italiani emigrati all'estero. Quando infatti quindici anni fa Fini venne con Mirko Tremaglia per la prima volta a New York, aveva appena messo nell'album dei nostalgici la fiamma del Msi del suo padrino Almirante per battezzare, con l'acqua di Fiuggi, la sua creatura Alleanza Nazionale.

Ad accorglierlo e fargli la festa c'erano solo quegli stessi italoamericani che ora, con numeri ben maggiori, possono accogliere il loro beniamino ex missino come un grande statesman. Cioè colui che fin da giovanissimo militò nel partito che affondava le radici nel PNF di Benito Mussolini (era appena del '94 la dichiarazione dell'ancora un po' acerbo Gianfranco sul "Mussolini il più grande statista del mondo..."), adesso sarebbe percepito come il leader politico italiano più "affidabile", ma a dirlo non sono solo i soliti calorosi italoamericani di New York, ma addirittura l'elite del Partito Democratico al potere a Washington! Chi avesse scommesso un dollaro quindici anni fa su quanto abbiamo visto questa settimana, avrebbe oggi sbancato i bookmaker delle previsioni politiche.

Quindi Nancy Pelosi incorona Gianfranco Fini come interlocutore privilegiato degli Usa, uno dei leader preferiti dall'America soprattutto per le sue posizioni sui diritti civili.

La Speaker, quando giovedì ha fatto questo quasi "endorsement" davanti ai giornalisti fuori dal suo ufficio al Congresso, ha detto questa frase chiave: "To see his leadership, his commitment to human rights, to strong fundamental values as the basis for our relationships and our governments".

Cioè Pelosi ha identificato in Fini, tra i leader politici italiani al potere, colui che in questo momento può far di più per la difesa di quei fondamentali valori che, a prescindere dal legame affettivo e di sangue che gli italoamericani, come lei stessa, nutrono per l'Italia, sono le vere fondamenta per le relazioni tra i due governi.

Messaggio apparso chiarissimo. La prima donna speaker del Congresso spinge come meglio può le fortune politiche del presidente della Camera che ormai, con certe sue posizioni, ha fatto del tutto dimenticare la sua carriera politica avuta origine nel partito discendente diretto di quello fascista, facendo diventare Fini il più "americano" dei politici italiani.

Pelosi ha riconosciuto quindi Fini come il politico italiano più avanti nella difesa dei diritti civili come quelli degli immigrati. Fini era subito pronto a cogliere l'assist, e ha replicato alla Speaker, davanti ai giornalisti: "Il fatto che una donna nelle cui vene scorre sangue italiano presieda il Congresso dimostra la grandezza degli Usa in materia di immigrazione... Questo paese, gli Stati Uniti sa cosa vuol dire rispettare i diritti di chi viene da lontano per cercare un futuro migliore. E' un paese in cui si trovano le opportunità di una piena integrazione che può portare persone che vengono da altri paesi ai più alti livelli della società, come dell'amministrazione. E la speaker Pelosi ce lo dimostra".

Già la sera di mercoledì, nel corso di una cerimonia alla biblioteca del Congresso in cui Fini ha regalato un ammiratissimo e tanto prezioso (valore 150 mila dollari) libro d'arte su Michelangelo, edito dalle lussuose edizioni Ferrari-Fmr, Pelosi aveva definito il Presidente della Camera "un uomo del popolo la cui leadership non può non accrescere i rapporti già forti tra Italia e Stati Uniti". Frasi che rappresentano appunto un "endorsement" per un leader che la leadership al potere degli Stati Uniti dimostra ormai di conoscere bene. Non sarà stato un caso infatti che lo scorso 15 dicembre, la rivista vicina alle posizioni dei liberal americani, "The Nation", abbia dedicato a Fini una dettagliata corrispondenza da Roma a firma di Frederika Randall titolata: "Can Italy's Neo-Fascist Change His Stripes?". Un profilo che non poteva tralasciare l'imbarazzante trascorso di neo-fascista dell'attuale presidente della Camera e già ministro degli Esteri, che però, per le più recenti posizioni in materia di diritti civili e soprattutto, in paragone alle posizioni assunte dall'uomo al potere oggi in Italia, Silvio Berlusconi, non mostrava di aver dubbi: l'Italia aveva ora bisogno di un leader più responsabile per la destra italiana.

Ecco cosa scriveva "The Nation" meno di un mese fa, un articolo che sarà stato ben analizzato dallo staff della Pelosi, come del senatore John Kerry e ovviamente del Vice Presidente Joe Biden, prima dei loro "briefing" ai rispettivi boss che da lì a poco avrebbero ricevuto la terza carica della Repubblica italiana:

"Berlusconi, at the mercy of his Northern League allies, has passed more blame-the-victim bills to make life miserable for immigrants than measures to prop up the economy. Fini, meanwhile, has understood that immigrants not only make an economic contribution as workers and as business owners but that if they could vote, many of them might vote for a man much like himself. While the Northern League rails against blacks and Muslims, he has proposed that immigrants be allowed to vote in local elections, that children of legal immigrants born in Italy get citizenship and that the waiting period for adult citizenship be shortened. While Berlusconi has shamelessly chased Vatican backing with bills to make artificial life-support mandatory and to obstruct in vitro fertilization and the "morning after" pill, Fini has criticized such measures "based on ethical-religious dogmas," in his words, because they conflict with "the secular nature of our institutions." His think tank, Fondazione Farefuturo, has made the separation of church and state one of its leitmotifs, arguing that it is essential in a multicultural society like twenty-first-century Italy. Fini has also has repeatedly defended the judiciary branch whenever Berlusconi has attacked "Communist judges"-as he did in a highly embarrassing rant at the European Popular Party congress in Bonn on December 10. ...

Recently-virtually alone in his party-Fini has begun to hint out loud that Emperor Berlusconi has no clothes. Not long ago, conversing with a judge on the podium at a conference before a microphone both thought was switched off, Fini was heard to say: "He doesn't know the difference between leadership and absolute monarchy...he thinks popular consensus...gives him a sort of immunity from any other kind of control. I told him in private, remember, they cut off the head of [Louis XVI], so take it easy." When various outraged exponents of the People of Liberty called for Fini to resign, he pointed out that his private comments were no different from what he has been saying about Berlusconi in public. It's true.

But the question-as Stalin once asked of the Pope-is, How many divisions does Fini command? At present, his backing looks too thin to hope to wrest control of the party from Berlusconi. The prime minister's decline is likely to be "long and poisonous," predicted another Italian historian, Miguel Gotor. It's not that opposition is lacking: an amazing 3 million Italians came out to vote in the recent primary elections for the center-left Democratic Party, and in early December, hundreds of thousands participated in a "No-B Day" demonstration in Rome organized on Facebook by unaffiliated young people. But as long as the political opposition remains divided by genuine disagreements and sectarian disputes, it simply can't channel the widespread disapproval of the government. Unhappy is the country that has need of heroes, says the tormented Galileo in Brecht's drama. Certainly, no country in Western Europe is more unhappy these days than Italy".

Ecco che le parole di Nancy Pelosi pronunciate al Congresso, su "his leadership, his commitment to human rights, to strong fundamental values as the basis for our relationships and our governments", sembrano anche la risposta che la speaker italoamericana - anche lei terza carica dello Stato e leader del partito democratico - da all'articolo dell'influente rivista degli ambienti liberal. Pelosi senza esitare dice sì, Fini, l'ex militante del partito erede del fascismo non solo può essere, ma è già un nuovo leader adatto non solo alla destra italiana, ma all'Italia e all'Europa.

Non ricordiamo presidenti della Camera italiana ricevuti così a lungo da influenti vicepresidenti come è l'attuale Joe Biden, almeno per quanto riguarda le strategie degli Usa in Medio Oriente. E non ricordiamo un presidente della Camera ricevuto così a lungo nell'ufficio del Presidente della Commisione esteri del Senato Usa, in questo caso il senatore John Kerry, che oltre a regalargli i polsini con l'aquila e parlare di sport acquatici, dall'alto della sua carica (cioè quella che controlla la borsa che finanzia le decisioni di politica internazionale dell'Amministrazione Obama) ha dato anche lui il sigillo al messaggio di endorsement per Fini: questo è il leader che serve all'Italia.

Ovviamente questa che battezziamo come la politica dell'"Ameripazza per Fini", è un risultato di gran valore per l'ex leader di An, ma che poco potrebbe influire, per esempio, sull'opinione degli elettori leghisti di Bossi, uno dei "nemici" di Fini di cui il Premier Berlusconi si serve soprattutto per tenere a bada l'alleato-rivale. Ma questo viaggio americano, se solo fosse stato coperto di più e meglio da certi "media controllati", avrebbe potuto avere interessanti risvolti in quel settore dell'opinione pubblica italiana più sensibile al richiamo del "politico preferito" dagli americani. Ai tempi di Bush jr, era Berlusconi a non aver rivali. Adesso che alla Casa Bianca c'è Barack Obama e grazie soprattutto a Nancy Pelosi, sembra essere proprio Fini la carica istituzionale di Roma di cui questa amministrazione si fida di più.

Il messaggio della Speaker italoamericana è stato forte e chiaro, ed è stato esplicitato con un gesto: Pelosi ha consegnato giovedì al suo collega italiano la bandiera Usa che sventola nel Campidoglio, un gesto che il Congresso riserva ai leader stranieri più vicini all'America e ai suoi valori. Vedremo se l'ex prediletto di Giorgio Almirante, saprà sfruttare al meglio questa spintarella americana. ( Fonte: americaoggi.info)

Autore: svaccara@yahoo.com

Redazioneonline- Osservatorio Nazionale 

 

"...Professore lei legge Topolino? (...) Il Fondo monetario che guarda a caso proprio ieri ha detto che l'Italia è il paese che ha affrontato meglio la crisi mondiale...". - Maurizio Lupi, vicepresidente alla Camera dei deputati - Ballarò, Rai 3, 2 febbraio 2010. Cliccare qui per il video.

Falso. Si legga la tabella dell'ultimo aggiornamento delle proiezioni del Fondo Monetario Internazionale (26 gennaio 2010).

 

Si noti come il Pil italiano registra nel 2008, come nel 2009, una diminuzione maggiore rispetto a tutti gli altri paesi avanzati (ad eccezione del Giappone). Secondo le previsioni dell’IMF, invece, l’Italia crescerà nella media dell’Area Euro per il 2010 (+1,0 per cento) e sotto la media per il 2011 (+1,3 per cento contro l’1,6 per cento della media europea). ( A cura di Davide Baldi e Ludovico Poggi)

Redazioneonline- Osservatorio Nazionale 

 
Di redazione (del 07/02/2010 @ 09:00:00, in Osservatorio Nazionale, linkato 606 volte)

Scendere giù da Trieste a Leuca, tra nord est e adriatico selvaggio. E vedere i freddi numeri su Pil, occupazione, cassa integrazione diventare visi, voci, carne e sangue. Pezzi di paese che stanno pagando il conto più salato alla recessione.

Lo sportsystem a Montebelluna, gli occhiali di Belluno, il calzaturiero di San Mauro Pascoli, la meccanica-elettrodomestico di Fabriano e Nocera Umbra, le calzature di Barletta. E tanti altri posti. A percorrerli così, su e giù per lo stivale, in questi giorni della merla in cui il freddo entra nelle ossa, questi pezzi di provincia operosa del Friuli, del Veneto, della Romagna, delle Marche e giù giù fino al Salento, non sembrano gli stessi di un paio di anni fa. Vedi meno gente che si muove la mattina, vedi più uomini ciondolare di giorno nei bar. Il 2009 è stato l’annus horribilis dell’economia italiana, ma in questi pezzi d’Italia che vengono chiamati distretti Industriali, il terremoto è stato più forte.

LA SOFFERENZA DEI DISTRETTI – Lo vedi scendendo da nord a sud, da Montebelluna a Casarano. Stanno soffrendo più di tutti. Secondo Valter Taranzano, del club dei distretti industriali, “oltre l’80% degli imprenditori che abbiamo intervistato ammette che il distretto produttivo in cui opera è in una fase di ridimensionamento. E per il 2010 l’orizzonte resta nebuloso, tanto che gli imprenditori intervistati temono e una vera a propria “emergenza occupazione”. Gli imprenditori vedono nero: “il 64,7% denuncia una riduzione della disponibilità di liquidità nell’impresa; il 50% un incremento dell’indebitamento; il 50% problemi nel rispetto dei pagamenti ai fornitori; il 45,6% una riduzione degli investimenti in macchinari e attrezzature; il 39,7% un ridimensionamento dei rapporti di subfornitura tra le imprese; il 17,6% una riacquisizione da parte delle imprese di funzioni date precedentemente in outsourcing”. I settori più in crisi sono la meccanica, il sistema casa e la moda. Ma forse si tratta delle solite esagerazioni emotive di gente che è abituata a lavorare sodo, guadagnare bene, e lamentarsi un po’ che non si sa mai. Però anche i dati statistici sembrano dar loro ragione.

LA CRISI DELLE PICCOLE IMPRESE – Il 2009 si è chiuso con un bilancio non molto positivo: il saldo tra imprese nate e cessate nel corso dell’anno è rimasto positivo, ma il tasso di crescita è stato molto modesto, lo 0,28%: il più basso dal 2003. Dentro questo dato si nasconde la grave difficoltà delle imprese più piccole, che sono diminuite di 30mila unità, più della metà delle quali artigiane, il cui stock si è ridotto dopo nove anni di crescita ininterrotta. Il saldo negativo fra nuove iscrizioni e cessazioni è stato di -15.914 unità, con un calo dell’1,06%. La crisi però non colpisce allo stesso modo i territori: a soffrire è soprattutto il capitalismo del Nord-est con le sue propagazioni “adriatiche”. La base imprenditoriale si è ridotta in Valle D’Aosta, Trentino-Alto Adige, Veneto (un saldo di -1.021 imprese) , Friuli-Venezia Giulia (con una riduzione di quasi l’1%), Emilia-Romagna (-2.759 imprese), Marche, Molise e Puglia. Tra i settori, hanno tenuto i servizi alle imprese (+15mila unità, l’86% di tutto il saldo), alberghi e ristoranti (quasi 8.500 imprese in più) e commercio (+6.500 unità) e anche le costruzioni (+4.600). Proseguono invece il calo inarrestabile dell’agricoltura (-19mila unità, peggio dell’anno precedente) e dell’industria manifatturiera, con un’ulteriore riduzione dello stock di 5mila unità dopo i meno 2.000 del 2008. In questo settore il tonfo degli artigiani è terribile, con una riduzione della base imprenditoriale del 2%.

L’ESPLOSIONE DELLA CASSA INTEGRAZIONE – Ma le imprese che chiudono o che sono in difficoltà non sono freddi numeri. Dietro ci sono imprenditori costretti a chiudere. Quelli che possono mandano i lodo dipendenti in cassa integrazione. Secondo i dati dell’Inps nel 2009 le ore autorizzate sono state oltre 918 milioni, il 311,4% in più rispetto al 2008. Il ricorso alla CIG è cresciuto velocemente tra ottobre 2008 e maggio 2009, per poi stabilizzarsi. Però le ore autorizzate nel mese di dicembre, 101,8 milioni (+2,2% rispetto al precedente mese di novembre), rappresentano il secondo valore del 2009. Perché mentre la Cassa integrazione ordinaria (CIO) – crisi congiunturali e temporanee – dopo la crescita di inizio 2009 si è stabilizzata in estate per poi ridursi nell’ultimo trimestre del 2009, quella straordinaria (CIGS) – crisi aziendali a carattere strutturale – è stata in costante crescita per tutto l’anno e proprio a dicembre 2009 ha segnato il massimo storico, con il “sorpasso” (51,9 milioni di ore) con quella ordinaria (49,9 milioni di ore). Questa progressiva “sostituzione” della CIO con la CIGS conferma l’ipotesi di uno scivolamento della crisi verso la “strutturalità”.

L’utilizzo non è omogeneo tra le regioni: calcolata in rapporto alle unità di lavoro dipendenti, l’incidenza delle ore di cassa integrazione si concentra soprattutto in 5 regioni: Piemonte, Basilicata, Valle d’Aosta, Lombardia e Abruzzo. Aree a forte presenza di grande impresa sul totale degli addetti (Piemonte, Basilicata e Lombardia) e l’Abruzzo, in cui pesa l’effetto terremoto. Le regioni del Nordest e dell’adriatico, là dove le imprese chiudono di più, soprattutto le artigiane, sono tra quelle che la usano meno. Perché non possono farlo, non perché non ne hanno bisogno.

IL BOOM DELLA DISOCCUPAZIONE – In quelle regioni a chi chiude spesso non resta che una via: il licenziamento. E la file dei disoccupati si ingrossano. L’altro ieri i dati Istat sul mercato di lavoro segnalano che il 2009 è stato un anno orribile, nonostante la cassa integrazione sia stata molto usata. L’istituto di statistica segnala che ci sono 306 mila occupati in meno di un anno fa (-1,3%). I disoccupati sono arrivati a 2,138 milioni, in crescita del 22,4% (+392 mila unità) rispetto a dicembre 2008. Il tasso di disoccupazione giovanile, pari al 26,2 per cento, è in aumento di 3 punti percentuali rispetto a 12 mesi fa. Perché per alcuni la crisi morde più che per altri. Cresce il numero dei cosiddetti “inattivi” di età compresa tra 15 e 64 anni, dell’1,1% (+164 mila unità) in un anno. Crolla soprattutto l’occupazione maschile dell’1,8% (-245 mila unità) mentre “tiene” quella femminile, che era già molto bassa. I disoccupati maschi sono 1,116 milioni, 227 mila in più di un anno fa, un aumento del 25,6%. Anche nel territorio ci sono differenze notevoli. Nei primi nove mesi del 2009 il numero di persone in cerca di occupazione esplode in Veneto (+34,4%), in Emilia Romagna (+45,2%), nelle Marche (+43,7%), in Abruzzo (+24%). Non aumenta in Puglia, dove però si riducono in modo sensibile gli occupati (-4%), andando ad ingrossare direttamente le fila degli inattivi (+3,1%). La disoccupazione investe anche la Lombardia (+ 42,8%) e l’Umbria (+42,0).

IL TERREMOTO DELLA CRISI – Insomma, il capitalismo del nord est i suoi sconfinamenti adriatici che toccano anche alcune zone della Lombardia orientale e l’Umbria (limitatamente alla provincia di Perugia) hanno pagato un prezzo altissimo alla crisi. Una mappa che appunto coincide con l’Italia dei distretti. Un’Italia in cui la base imprenditoriale si riduce, la rete di protezione offerta dagli ammortizzatori sociali non opera come accade altrove (Piemonte, Lombardia occidentale, Basilicata) e la disoccupazione cresce. Il sud non ha subito crolli verticali perché ha già dato: lì la base imprenditoriale e i livelli occupazionali sono già ai minimi. E lo stabilizzatore automatico del pubblico impiego ha fatto il resto.

Ma non può certo dirsi al riparo, anzi. Ma dal Veneto alla Puglia il crollo è verticale. E’ evidente la debolezza della strategia attendista sin qui seguita dal governo. Di fronte al terremoto della crisi, che sconvolge paradigmi e modi di produzione, si è pensato ad un forte temporale e ci si è limitati ad aprire l’ombrello e indossare un impermeabile un po’ più robusto. Forse non si poteva far altro, per via della montagna di debito pubblico che abbiamo. Ma di sicuro si dovrebbe cominciare a fare di più.

Perché la terra continua a tremare, e non basta aspettare che il sole torni a splendere perché le case si rimettono in piedi da sole. Se si aspetta ancora, fra poco in questa fetta del nostro paese che fu l’Italia dei distretti non basterà Guido Bertolaso. I giorni della merla sembrano non finire, mentre il viaggio finisce qui. Il disgelo della ripresa sembra lontano per il Veneto e per l’adriatico spazzato dal vento gelido. ( Fonte: www.giornalettismo.com)

Redazioneonline- Osservatorio Nazionale

 

Mentre il governo taglia i trasferimenti agli enti locali, questi, in soli 5 anni hanno aumentato le contravvenzioni del 643%. Basta dare uno sguardo ai loro preventivi per capire quanto “deve” essere ricavato ogni anno, indipendentemente dall’indisciplina degli automobilisti.

Mal comune mezzo… e forse più, merito del ministro Giulio Tremonti. La politica dei “tagli orizzontali” applicata ai più disparati settori pubblici, dalla Pubblica amministrazione alla scuola, dalla sanità al comparto sicurezza, ha fatto delle altre vittime illustri: gli enti locali, a cominciare proprio dai comuni. Questi ultimi, tuttavia, contrariamente agli altri settori dello Stato, possono ricorrere a forme di finanziamento autonomo agendo, in particolare, sulla leva fiscale, sull’aumento delle tasse e delle tariffe e, dulcis in fundo (si fa per dire), aumentando l’introito derivante da multe e contravvenzioni.

TREMONTI, IL MINISTRO TAGLIA E CUCI - A cominciare dalla Finanziaria del 2009, il governo Berlusconi ha introdotto tutta una serie di tagli agli enti locali suddivisi in varie trance nel triennio 2009-2011. Il taglio previsto in questo periodo è stato di ben 229milioni di euro. Il governo, per evitare d’incorrere in obiezioni di rango costituzionale, aveva poi deciso che, in relazione a questi tagli, i comuni e le province dovessero ridurre il numero di assessori e consiglieri, e sopprimere tutta una serie di istituti come, per esempio, il difensore civico e le circoscrizioni. Inoltre, era stato previsto per supplire al “taglio dell’Ici per tutti”, così come voluto dallo stesso governo nel 2008 – mancato introito che ha pesantemente gravato sui bilanci 2009 di tutti i comuni italiani – sempre nello stesso triennio un fondo integrativo di 760 milioni. Sta di fatto, però, che nel 2009 la prima rata di questo fondo non è stata trasferita agli enti locali. La Finanziaria 2010, tuttavia, sembra abbia posto riparo, trovando le necessarie coperture. Inevitabile, quindi, che molti comuni, per evitare il dissesto dei propri bilanci, abbiano optato per la via del “fai da te”, tagliando numerose voci di spesa che, spesso, si sono tradotti in taglio di servizi, talvolta essenziali, che hanno colpito direttamente i cittadini. In altri casi si è invece ricorso all’aumento della tassazione locale, a cominciare dalla Tarsu (la tassa per lo smaltimento dei rifiuti urbani) e all’abnorme crescita di multe e contravvenzioni stradali nel territorio comunale.

FAVORISCA PATENTE E LIBRETTO… DEGLI ASSEGNI - Il ricorso all’aumento delle multe stradali, in verità, non è recente. Secondo uno studio pubblicato dall’Associazione contribuenti italiani, il numero di multe comminate nel periodo 2004-2009 agli automobilisti è aumentato, addirittura, 643 %. Ossia sei volte tanto. Lo studio ha preso in considerazione i dati relativi ai diversi paesi dell’Unione Europea. L’Italia si è piazzata, manco a dirlo, in prima posizione. La seguono nell’ordine la Romania con il 194%, la Bulgaria con il 158%, l’Albania con il 148%, l’Estonia con il 118%, la Slovacchia con il 106% e la Croazia con il 98%. In coda troviamo invece l’Inghilterra con il 17%, la Germania con il 15% e la Svezia con solo l’11%. Nel nostro paese, in particolare, gli automobilisti più tartassati sono quelli del Nord-Est, seguono quelli del Centro, del Nord-Ovest, del Sud ed infine quelli delle Isole. Le violazioni più frequenti, sempre secondo la ricerca, sono rispettivamente la guida senza casco e il divieto di sosta. Come nelle leggi della dinamica ad ogni azione, evidentemente, corrisponde una reazione. Infatti, L’Italia risulta vantare pure un altro primato. E’ il paese europeo in cui il maggior numero di sanzioni viene contestato. Ben il 68% degli automobilisti in contravvenzione fa successivamente ricorso.

CHE FA, CONCILIA? - A ben vedere, le contravvenzioni previste nel Codice della strada possono assicurare più entrate delle varie addizionali Irpef di cui godono i comuni. Il computo è presto fatto. Nel 2008, secondo un’indagine dell’Adnokronos, l’ultimo anno cui sono disponibili dei dati statistici, sono state comminate più di dodici milioni e mezzo di multe. Più di 34mila al giorno. Quasi 1.500 ogni ora. Il costo pagato dai multati, in media, è di 76 Euro. Le amministrazioni comunali, negli ultimi anni, si sono dotate di potentissime tecnologie all’uopo. Autovelox, puntatori laser, fotocellule e, in certi casi, efficientissime centrali di controllo da far invidia persino a qualche servizio segreto. Le entrate per le infrazioni degli automobilisti, come detto, anche alla luce dei tagli imposti dal governo, stanno diventando d’anno in anno, una voce indispensabile per far quadrare i conti e non solo. Sono, di fatto, uno strumento di garanzia tale che, nei singoli bilanci, vengono anticipate come vere e proprie poste preventive: fonti di sicuro introito.

Certo, i ricorsi non mancano. L’anno scorso, una sentenza della Corte di Cassazione ha dichiarato nulle le multe degli autovelox se manca il vigile urbano. In molti hanno creduto che l’aggeggio infernale sarebbe stato presto pensionato e, quindi, tirato un sospiro di sollievo mentre magari abbassavano il pedale dell’acceleratore… ed invece le multe sono continuate ad arrivare, magari, affiancate pure dal verbale redatto da un solerte vigile. Oggi, racconta la cronaca, basta passare con il rosso scattato da soli 4 decimi di secondo, magari in una strada dove si procede a passo d’uomo, per subire una multa di ben 160 euro e la decurtazione di 6 punti sulla patente. L’articolo 208 del Codice della strada prevede che i ricavi delle multe siano reinvestiti in attività a favore della sicurezza stradale. Una norma, tuttavia, spesso disattesa.

PIU’ VIGILI = PIU’ MULTE - E per una volta l’Italia è unita. Sì, perché il modello si è imposto e funziona al Nord come al Sud. Qualche esempio. A Verona, il comune a guida leghista ha previsto alla voce “sanzioni al codice della strada” di incassare ben 13milioni e 200mila euro contro i “soli”10milioni ricavati nel 2009. Un aumento “preventivo” di 3,2 milioni di euro, indipendentemente dall’indisciplina o meno degli automobilisti scaligeri. Scendendo giù per lo stivale troviamo la Salerno del sindaco di centrosinistra, Vincenzo De Luca che, nel suo bilancio preventivo, ha previsto d’introitare dalle multe automobilistiche ben 15milioni di euro rispetto agli 11milioni del 2009.

Come si vede l’aumento previsto è di quasi un terzo rispetto all’anno precedente. Quindi se vi trovate nella vostra auto da quelle parti, per esempio dalle parti del Lungomare… prestate attenzione, qualcuno sta vigilando su di voi e, soprattutto, sulla vostra targa! Sia chiaro, non solo i comuni più gradi fanno questo genere di previsioni. Per esempio, il piccolo comune romagnolo di Lugo, vicino Ravenna, prevede di incassare nel 2010, 800mila euro. Nel 2009 si era fermato a quota 775.000. Un aumento quasi rapportabile al costo della vita, dopotutto. Peccato, però, che sempre nel bilancio preventivo abbia già messo in conto di introitare 850mila euro nel 2011 e 860mila nel 2012. Quindi, in questo triennio, a Lugo, prevedono d’incassare complessivamente 2milioni e mezzo di euro.

La prossima estate, quindi, fate attenzione poiché per far quadrare le “previsioni” potrebbero multarvi pure se viaggiate in pedalò. Già, infatti, cosa succede quando le multe effettivamente incassate sono inferiori a quanto preventivato? La risposta è semplice. Il sindaco ordinerà al Comandante dei Vigili urbani di sguinzagliare più uomini e pattuglie per strada. Bastano pure i semplici “ausiliari della Vaf” come nel celebre film di Totò e Vittorio De Sica. L’equazione è di semplice soluzione. Più vigili = più multe. E i conti, inesorabilmente, torneranno… altroché, se torneranno. ( Fonte: www.giornalettismo.com)

Redazioneonline- Osservatorio Nazionale

 

Il ministro dell’Economia ha presentato al Consiglio dei ministri l’aggiornamento delle previsioni macroeconomiche e il nuovo quadro di finanza pubblica. Un documento che conferma che Giulio non sarà un economista, ma di certo è un mago. Delle tre carte.

Il nuovo programma di stabilità dei conti pubblici italiani si apre con una buona notizia: la revisione al rialzo della crescita dell’economia italiana nel 2010: 1,1% anziché lo 0,7% della Relazione previsionale e programmatica pubblicata a settembre che già era più ottimista del Dpef di luglio,che stimava un +0,5%. L’opinione del ministro si allinea a quella di quasi tutti gli istituti di previsione, decimale più decimale meno. Più controversa la previsione di Tremonti per il biennio successivo, un +2% molto più ottimistico di quello che vedono Ocse, Bankitalia, Fmi, Ue. E’ un biennio difficile, perché sono i 24 mesi in cui Tremonti varerà la difficile manovra di rientro dei conti pubblici italiani sconquassati. Di cui leggendo le cifre s’intravede la strategia del Governo. Nel documento però ci sono cose che non tornano.

NON TORNANO I CONTI DEL 2010 – In base a quanto il ministro Tremonti ha più volte espresso, il 2010 sarà un anno neutrale per i conti pubblici. La manovra varata con il Dpef di luglio e confermata con la Legge Finanziaria di fine anno viene confermata anche nel patto di Stabilità come un’operazione senza impatti sul deficit, o meglio sull’indebitamento netto, che resta fissato al 5% del Pil. E‘ molto strano, perché la revisione al rialzo delle previsioni sul Pil dovrebbe portare ad un aumento delle entrate fiscali. Ed infatti, le stime sul Pil nominale per il 2010 passano dai 1.549, 6 miliardi di euro nel Dpef di luglio ai 1.564,8 della Rpp di settembre a fino all’attuale previsione del Patto di stabilità di 1.572,4 miliardi di euro. Anche la stima delle entrate tributarie viene rivista al rialzo: dai 448,5 nel Dpef di Luglio, ai 451,3 attuali.

Però stranamente il deficit e l’indebitamento netto non cambiano. Perché? Perché viene aumentata la previsione della spesa corrente: a luglio nel Dpef era stimata pari a 666,3 miliardi, a dicembre a 667,8 miliardi ed ora è stata aggiornata a 670,7. Un aumento di quasi 3 miliardi di euro, una mini manovra finanziaria. Ma nel frattempo non sono state varate manovre aggiuntive, né provvedimenti di autorizzazione ad aumenti di spesa. Chissà cosa è successo in queste poche settimane. Il documento non lo spiega.

L’INCREDIBILE MANOVRA 2011-2012 – Ma il vero colpo di genio di Tremonti sta nelle tabelle del documento, in cui si scopre la strategia del governo per il famoso risanamento annunciato nel biennio 2011-2012 dei conti pubblici italiani. Il primo tassello è la previsione di aumento di Pil reale del 2% all’anno già nel 2011. Essa comporta un aumento considerevole del Pil nominale, che passerebbe da 1.572,4 miliardi di euro nel 2010 a 1.631,5 del 2011 e addirittura ai 1694,4 del 2012. E’ un’ipotesi abbastanza azzardata: quasi tutti gli istituti di ricerca pensano che l’Italia non andrà oltre l’1% nei prossimi anni.

Si vedrà, ma un po’ di prudenza non guasterebbe. Comunque il governo potrebbe avere i margini per programma di risanamento basato sul contenimento della spesa corrente, degli sprechi e delle duplicazioni. E invece, cifre di Tremonti alla mano, la spesa corrente al netto degli interessi è prevista in aumento: dai 670,7 miliardi di euro nel 2010, a 679,8 miliardi nel 2011 (quasi 10 miliardi di euro in più) e addirittura a 694,6 miliardi di euro nel 2012: 24 miliardi di euro di spesa corrente in più rispetto al 2010! Il “miracoloso” risanamento dei conti pubblici, a dispetto dei proclami di Berlusconi sul taglio delle tasse, avverrebbe esclusivamente con un forte aumento delle entrate fiscali, che passerebbero dai 451,3 miliardi del 2010 ai 462,5 del 2011 (+11 miliardi di euro) e addirittura a 482 miliardi nel 2012: 30 miliardi di euro in più rispetto al 2010.

MA QUALCUNO CI CREDE ANCORA? – Uno splendido programma. In linea con le dichiarazioni di Berlusconi, Tremonti, Sacconi, Brunetta: il risanamento dei conti pubblici, il rientro del deficit avverrebbe con uno strabiliante aumento delle entrate – alla faccia del taglio delle tasse – che coprirebbe un’esplosione della spesa corrente, alla faccia del controllo della spesa improduttiva e degli sprechi. Il tutto basato su una previsione di aumento del Pil almeno azzardata. Fantastico. Chissà chi l’ha scritto, chi l’ha letto, chi l’ha approvato, chi lo ha giudicato congruo, in base a quali logiche di politica economica. Chissà che ne penserebbero gli elettori del PdL, Bossi e Bersani, se è ancora vivo.

Forse queste cifre celano davvero una seria lotta all’evasione fiscale. Oppure si basano su una revisione al rialzo delle aliquote IRPEF. O più semplicemente, ad una mera proiezione finanziaria di serie storiche con l’unico scopo di far tornare il numerino magico: il rientro sotto il 3% del rapporto deficit/Pil. Di sicuro c’è che si tratta di una manovra scritta sull’acqua, che ha altrettante probabilità di realizzarsi della vittoria del Pd alle prossime elezioni. Un documento di contabilità pubblica che più che impudente è offensivo. Certo che siamo davvero in ottime mani. ( fonte: www.giornalettismo.com)

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