L'estate 2010 sarà ricordata per le tante parole spese sulla partecipazione dei lavoratori agli utili di impresa. Ne hanno dibattuto ministri e banchieri, gli stessi che non hanno mai fatto niente per metterla in pratica. Ma non serve una legge perché già ora in Italia non c'è nessun impedimento a rendere i dipendenti partecipi dei profitti aziendali. Meglio sarebbe ridurre il carico fiscale che grava sul lavoro spostandolo sulle rendite, a partire da quelle finanziarie. Non farà piacere ai banchieri, ma farà aumentare la partecipazione al mercato del lavoro
Agosto è, da sempre, il mese delle parole in libertà nel Belpaese. I giornali sono avidi di spunti da offrire a lettori che non hanno voglia o modo di approfondire, di chiedersi chi, come e perché. E poi ci sono tante tribune nei luoghi di villeggiatura per chi vuole cimentare le proprie arti oratorie. Gli applausi sono garantiti. Il pubblico è in vacanza, cerca diversivi ed è di bocca buona.
TUTTI PAZZI PER LA PARTECIPAZIONE AGLI UTILI DI IMPRESA
Questo agosto è stata di moda la partecipazione dei lavoratori agli utili di impresa. Ne hanno parlato in quel di Rimini, tra gli altri, Cesare Geronzi (“vanno sperimentate forme articolate di partecipazione ai risultati aziendali”), Maurizio Sacconi (“Giusto che i lavoratori acquisiscano il diritto a condividere i risultati delle loro fatiche anche in termini di salario collegato ai risultati dell’attività aziendale”) e, infine, Giulio Tremonti (“la politica di combinazione tra capitale e lavoro va sviluppata con una remunerazione calcolata sugli utili delle imprese”).
Belle parole. Ma cosa vorranno dire? Strano che nessun sul palco abbia chiesto chiarimenti agli illustri relatori. Peccato anche perché forse la folla adriatica avrebbe apprezzato moderatori che incalzavano gli ospiti invece di limitarsi a ossequiarli. Non possiamo allora che cercare di carpire il significato di queste parole dai comportamenti di chi le ha pronunciate. Dopotutto, non c’è nulla, proprio nulla, che impedisca loro di metterle in pratica. Nel loro piccolo o grande che sia.
Cesare Geronzi è stato, in sequenza, direttore generale della Cassa di Risparmio di Roma, poi Banca di Roma e Capitalia, presidente di Mediobanca e di Assicurazioni Generali. Queste aziende hanno conseguito profitti ingenti durante la sua reggenza. Ma non ci risulta che Geronzi abbia reso i suoi dipendenti “partecipi dei risultati aziendali”. Forse intendeva rendere partecipi gli stakeholders, le famiglie che avevano messo i loro risparmi in queste banche. In effetti, la Banca di Roma ha indotto molte di loro a comprare azioni e obbligazioni Cirio e Parmalat, partecipando attivamente al crac di queste società. Una partecipazione utile, ma per qualcun altro.
Giulio Tremonti è stato ministro dell’Economa (per otto degli ultimi dieci anni e in tre degli ultimi quattro governi) e Maurizio Sacconi ministro del Lavoro (da due anni, prima per cinque anni è stato sottosegretario). Da molto tempo hanno annunciato una legge sulla partecipazione agli utili dei lavoratori. L’ultima volta in cui avevano dichiarato che sarebbe stata “legge entro l’anno” era esattamente un anno fa. Da allora non se ne è saputo più nulla. C’era anche un testo bi-partisan elaborato dalla commissione Lavoro del Senato di cui si è perso traccia. I contribuenti italiani (tra cui soprattutto ci sono lavoratori dipendenti) hanno comunque nel frattempo partecipato alle perdite di Alitalia, accollandosi circa 3 miliardi di debiti della “bad company”. Non che sia andata meglio ai dipendenti degli studi professionali. Forse qualcuno si era illuso leggendo del divieto per gli avvocati di costituirsi in società di capitali, una misura che verrà presto estesa a tutti gli ordini professionali, secondo il Guardasigilli Alfano. Forse, avrà pensato, serve affinché gli studi spartiscano gli utili coi loro dipendenti, anziché con gli azionisti. Purtroppo, bene che ne sia consapevole, serve solo a escludere la concorrenza, quei dipendenti che aspirano, prima o poi, a metter su il loro studio professionale. Avranno, purtroppo, vita ancora più dura: ritorno alle tariffe minime inderogabili, divieto di pubblicità, esami di ingresso ancora più difficili. Invece della partecipazione agli utili si sta promuovendo la cooptazione negli ordini da parte di chi un posto al sole, ce l’ha già.
Al posto delle promesse liberalizzazioni ci sono quindi solo le parole in libertà. Ne faremmo volentieri a meno. E francamente faremmo a meno anche di una legge sempre promessa e mai realizzata sulla partecipazione agli utili dei lavoratori. Il motivo è che non c’è nessun legittimo impedimento a rendere i propri dipendenti partecipi dei profitti aziendali in Italia, anziché limitarsi a farli partecipare, spesso inconsapevolmente, ai fallimenti societari. Ma una cosa invece sì, ci sentiamo di chiederla a chi continua a prendere in giro milioni di lavoratori. Riducete il carico fiscale che grava sul lavoro, riequilibrando il gettito, in modo tale da spostarlo dal lavoro alle rendite, a partire da quelle finanziarie. Non farà piacere ai banchieri, ma farà aumentare la partecipazione al mercato del lavoro, rivelandosi utile nel far aumentare la ricchezza di tutti. ( Fonte: www.lavoce.info)
Se l’Italia è diventata la Disneyland di Gheddafi, il parco-giochi delle sue vanità senili, la ragione è purtroppo politica. Nelle passeggiate romane il rais libico non esibisce il suo temperamento eccentrico, ma la sua legittimazione, la sua amicizia con il premier, la sua paradossale centralità nella politica internazionale di un governo – quello berlusconiano – che è progressivamente passato dall’atlantismo all’agnosticismo, dalle suggestioni neo-con alla logica commerciale, per cui il cliente, se paga, ha sempre ragione. E visto che Gheddafi paga, le sue diventano anche le “nostre” ragioni e la sua politica la “nostra”.
Il centro-destra che aveva denunciato “l’equivicinanza” della politica estera dalemiana – sempre in mezzo tra aggrediti e aggressori, a distanza di sicurezza dagli uni e dagli altri – l’ha scavalcata, iniziando a distinguere gli autocratici buoni da quelli cattivi sulla base della loro amicizia e disponibilità personale e delle convergenze di interessi di breve periodo. Quest’idea ha portato Berlusconi a Minsk a tributare sperticati elogi all’ultimo dittatore europeo, il bielorusso Aleksandr Lukashenko, a difendere, in ogni dove, le ragioni e la legittimità della “demo-autocrazia” putiniana e a farsi garante della rispettabilità politica del colonnello Gheddafi, che ormai sale in Italia a divertirsi quando e come vuole. Come si dice: pago, spendo, pretendo!
Nell’atteggiamento dell’esecutivo rispetto a Gheddafi non c’è però un eccesso, ma un difetto di realismo. C’è la convinzione che un governo responsabile debba muoversi nel “mercato” delle relazioni internazionali in modo del tutto indipendente da una valutazione politica dei fatti, degli equilibri generali e delle conseguenze di medio-lungo periodo.
Ad esempio, nessuno sembra riflettere seriamente se la nouvelle vague berlusconiana, che indubbiamente funziona con despoti come Gheddafi – capaci di dare e di togliere alle imprese italiane commesse pubbliche, di aprire e chiudere capricciosamente il “rubinetto” degli sbarchi a Lampedusa e di investire in Italia i proventi della rendita petrolifera –, possa funzionare quando gli interlocutori sono leader di governo, che non comprano né vendono contratti, che non sono padroni dell’economia nazionale e che non necessitano della legittimazione italiana.
Anche la diplomazia commerciale è una cosa più complicata e politica dell’amicizia “privata” con i leader di governo stranieri. Era paradossalmente proprio il centro-destra a spiegarlo a Prodi, che nella sua marcia di avvicinamento alla Cina aveva nel 2006 offerto l’abolizione dell’embargo sulla vendita di armi, appena confermato in sede Ue. Erano, allora, i berlusconiani a spiegare al premier ulivista che le aziende tedesche erano sbarcate a Pechino prima e meglio di quelle italiane senza l’aiuto di un governo condiscendente, ma protette, al contrario, dall’intransigenza di un esecutivo, come quello della Merkel, che non rinunciava ad incontrare il Dalai Lama e ad intervenire pubblicamente sulle violazioni dei diritti umani e della libertà religiosa in Cina.
Infine: la leggerezza di Berlusconi, che ha “depolicitizzato” la politica estera per renderla più efficiente, accresce o riduce la credibilità italiana sullo scacchiere dei rapporti internazionali? Il disinvolto relativismo della nostra diplomazia ci rende interlocutori più o meno affidabili sui più delicati dossier strategici? ( Fonte: www.ffwebmagazine.it)
Aumenta il lavoro intermittente. Anche se sul totale rappresenta ancora una quota residuale, del 1%
Introdotto con la Legge Biagi, il lavoro intermittente permette all’azienda di assumere un lavoratore che assicuri la propria disponibilità a svolgere un’attività "a chiamata", nel periodo in cui l’impresa ha bisogno.
Pur rappresentando ancora una quota minimale dei contratti di lavoro (circa l’1%), questa forma di rapporto di collaborazione, nel 2009, è cresciuta a ritmo sostenuto, del +75% sul 2007, con un aumento in termini assoluti di 111.000 unità in media annua, secondo i dati Istat.
È il settore del horeca (industria alberghiera e ristorazione) che concentra la maggior parte di questi contratti, circa il 60%, seguono i settori dell’istruzione, sanità, servizi sociali e personali (12%) e del commercio con il 10%.
I lavoratori intermittenti sono inquadrati per il per il 90% del totale dei casi come operai mentre nel commercio risulta una quota del 30% di impiegati.
La formula contrattuale più utilizzata risulta, nel il 55% dei casi, il tempo indeterminato, molto frequente nel settore delle costruzioni, dei trasporti e del magazzinaggio. ( Fonte: milanoweb.com)
Metti assieme tre dei più amati ristoratori italoamericani con il fondatore di Eataly di Torino e il risultato è un vasto e ambizioso megastore della ristorazione italiana ideato dall'imprenditore piemontese Oscar Farinetti in collaborazione con Mario Batali, Lidia e il figlio Joseph Bastianich.
Il complesso, situato all'angolo tra Fifth Avenue e 23rd Street di fronte al Flatiron Building, comprende aree per lo shopping, per imparare a cucinare e, naturalmente mangiare, oltre che acquistare prodotti preparati al momento.
Il megastore Eataly aprirà al pubblico martedì (alle 4 pm) e a tagliare il nastro inaugurale sarà il sindaco Michael Bloomberg in persona, che darà la benedizione ad un progetto del costo di 25 milioni di dollari che ha prodotto 400 nuovi posti di lavoro.
Il nuovo centro Eataly si estende su una superficie di 50 mila piedi quadrati, contiene diversi ristoranti tra cui una bisteccheria chiamata Manzo, una pizzeria napolitana con due forni a legna ed una birreria aperta tutto l'anno sulla sommità dell'ex Toy Building, senza parlare della scuola di cucina per principianti, prodotti originali italiani e anche spazi per accessori da cucina e un punto vendita della libreria Rizzoli.
"Vogliamo che diventi una destinazione obbligata per il cibo" ha detto Joe Bastianich che alla stampa ha offerto assieme a Oscar Farinetti un tour guidato del complesso.
"L'ideologia dietro il progetto - ha detto Mario Batali - è di sedurre i clienti a portare a casa gli ingredienti per cucinare. I consumatori saranno in grado di acquistare i prodotti e cucinarli con l'ausilio di esperti nel negozio".
"Parte della missione di Eataly - ha sottolineato Lidia Bastianich - è di celebrare e imparare cosa gli italiani portano a tavola, un luogo dove gli ingredienti mostrano il nome e il volto della gente che li produce. Speriamo di trasportare la clientela in un luogo che è un inno alla filosofia italiana a tavola per un vivere migliore e più salutare".
Ma a Manhattan in questi giorni è in corso una battaglia tra titani della ristorazione e a lanciare la sfida si schiera l'altro impero gastronomico di Michael White chef americano educato in Italia che ha annunciato il debutto di un altro tassello dei suoi domini, l'Osteria Morini che sarà un tributo all'Emilia Romagna con apertura prevista in autunno a SoHo.
Non è una novità che New York adora mangiare italiano. Dagli anni Ottanta e Novanta con i pionieri del rigoroso tributo alla cucina italiana dai nomi Tony May, Cipriani, Sirio Maccioni che hanno condotto per mano i newyorkesi ad apprezzare ricette che andavano oltre i classici e poco italiani "spaghetti and meatballs" della tradizione italoamericana dei primordi dell'emigrazione.
Oggi a cucinare italiano spesso sono chef che hanno studiato in Italia, ma che di italiano hanno ben poco, come White figlio di un banchiere del Wisconsin che conta sponsor milionari nell'Altamarea Group di un ex dirigente della Merril Lynch e Mario Batali, figlio di un ingegnere italoamericano della Boeing e di un'inglese, torna dietro ai formelli di Eataly.
Batali, volto noto del piccolo schermo su Food Network, è stato scelto da Farinetti in tandem con il suo partner in affari Joseph Bastianich e con la madre Lidia Bastianich, rinomata chef istriana, regina della cucina italiana che conta 9 milioni di spettatori sulla tivù pubblica Pbs per ogni puntata dei suoi appuntamenti settimanali in cucina.
L'idea di Eataly, un investimento di 25 milioni di dollari, è quella di un department store di lusso monotematico che espone, produce e vende le eccellenze italiane in fatto di cucina.
"Non vogliamo che si venga qui per mangiare e basta, ma che si venga piuttosto per assaggiare e fare la spesa" spiega Batali.
Sono 400 i dipendenti, di cui alcune decine venuti dall'Italia, 600 posti a sedere in 7 ristoranti, un caffé che apre di prima mattina, una gelateria, pasticcderia, enoteca, birreria all'aperto sulla terrazza all'ultimo piano, il ristorante Manzo da 80 coperti per la carne e nel settore delle verdure figura Jennifer Rubell, nipote di Steve Rubell proprietario dello Studio 54, che lava e prepara senza sovrapprezzo le verdure acquistate prodotte localmente.
"La sfida è di non riuscire a far fronte al successo dell'idea" spiega Farinetti ricordando i 2 milioni di visitatori all'anno della gemella Eataly di Torino che ha aperto i battenti nel 2007.
C'è anche una boutique di accessori per cucina firmati Alessi e Bialetti, un ufficio turistico per prenotare un volo verso l'Italia, una scuola di cucina e un punto vendita Rizzoli con libri di cucina.
"Nonostante la sfida del e-book, i libri di cucina vanno ancora bene" sostiene Marco Ausenda amministratore delegato di Rizzoli International, arrivato a New York per il taglio del nastro inaugurale.
Se le (cattive) parole hanno un peso, non c'è verso che dall'incontro di oggi tra il premier Berlusconi e il leader leghista Umberto Bossi possa scaturire il ventilato via libera del Carroccio al ritorno nel centrodestra dell'Udc di Pier Ferdinando Casini. Ma in politica, si sa, di scontato c'è davvero poco, mentre, al contrario, la capacità di metabolizzare tutto (insulti compresi) è tendenzialmente tanta. Di certo c'è solo che senza i centristi nulla sembra possibile: i loro voti se li contendono smaccatamente il Pdl e i finiani e più discretamente (ma non meno intensamente) il Pd di Pier Luigi Bersani.
Che il ruolo di ago della bilancia a Casini non dispiaccia neanche un po' è evidente. Del resto, come dargli torto: la sua rischiosa sfida ad un bipartitismo in apparenza granitico non si è trasformata nel naufragio che in tanti profetizzavano. Ma l'ex presidente della Camera sa bene che una scelta avventata in materia di alleanze potrebbe compromettere tutto, difficile perciò immaginare che in questa legislatura l'Udc voglia spingersi oltre quella linea sintetizzabile nel "sì a quello che ci convince, no a patti di sangue".
Ancora più blindata, stando anche ai sondaggi già in circolazione, la posizione della Lega. Il Carroccio incassa consensi crescenti grazie ad una parola d'ordine, il federalismo, che al Nord tutti conoscono. Ma da testa d'ariete capace di incunearsi negli schieramenti nemici (e amici), il federalismo rischia di diventare il campo di battaglia dove si gioca la più difficile delle partite: quella che ha in palio il proseguimento della legislatura.
Ecco perché l'incontro di oggi tra il presidente del Consiglio e il senatùr sul Lago Maggiore diventa ben più di un anticipo di lusso della ripresa del campionato (parlamentare) e rassomiglia quasi a uno spareggio. Le intemperanze verbali di Bossi, anche quando violano persino il più permissivo dei codici comportamentali, c'entrano poco: il problema è più che mai politico. Ed ha molto, anzi moltissimo a che vedere con il federalismo. Venire a patti con Fini e i suoi piuttosto che con l'Udc di Casini (o, ancor di più, con entrambi) comporterebbe una elaborazione collegiale dei decreti attuativi destinati a far passare il federalismo dalle parole ai fatti. La mediazione, insomma, si presenta decisamente in salita per il Carroccio dal momento che sia Fini che Casini hanno a più riprese dichiarato che il federalismo non è un dogma e va comunque contemperato alle esigenze complessive del Paese.
Se a queste considerazioni sommiamo la già ricordata onda lunga elettorale che continua a premiare la Lega non stupisce che Bossi continui a premere a tavoletta il pedale dell'acceleratore. E che Berlusconi, pur non escludendole, guardi alle urne con ben maggior circospezione rispetto a qualche settimana fa.
A Palazzo Grazioli, residenza romana del Cavaliere, l'opinione prevalente resta perciò quella di provare ad andare avanti con l'attuale maggioranza, sperando che nella pattuglia finiana i moderati mettano nell'angolo Italo Bocchino e le sue ipotesi di maggioranze allargate.
Peraltro, come di consueto, il presidente del Consiglio può contare su un'opposizione più che mai divisa. E, se dubbi al riguardo vi fossero, bastino a dissolverli gli sperticati elogi riservati dal ministro Bondi al "manifesto" di Walter Veltroni apparso ieri sul Corriere. Di questi tempi la bocciatura senza appello delle "sante alleanze anti premier" è musica per le orecchie di Berlusconi. ( Fonte: americaoggi.info)
E' la politica estera stavolta lo spunto per il nuovo affondo dei finiani contro Silvio Berlusconi: complice l'imminente arrivo a Roma di Gheddafi, ieri il periodico di Farefuturo - la fondazione vicinissima al presidente della Camera - dedica una lunga lettera aperta ai "berlusconiani moderati", invitandoli a riflettere sullo stravolgimento dei modelli di riferimento ‘esteri' del premier: da Ronald Reagan e Margaret Thatcher delle origini, a Vladimir Putin e Muammar Gheddafi dei giorni nostri.
Due personaggi, non a caso, che il Cavaliere ha in programma di incontrare già nei prossimi giorni. Sicuramente il leader libico a Roma, forse il primo ministro russo a Mosca tra una decina di giorni Farefuturo parla di una rivoluzione liberale - quella promessa dal Berlusconi del '94 - ormai tradita. Con l'Italia che "passo dopo passo, sotto i nostri occhi, si è snaturata. E da liberale è diventata populista".
Il bersaglio grosso dell'attacco sono le truppe leghiste e la ‘cacciata' di Fini del 29 luglio. Ma l'accenno iniziale alla politica estera è tutt'altro che casuale, e non solo per ragioni di agenda: è da tempo infatti che i finiani hanno messo nel mirino le "relazioni pericolose" che legano Berlusconi al premier russo e al colonnello libico.
"Ve la ricordate - chiede Farefuturo - la Rivoluzione liberale? Bei tempi. Ma adesso - scrive rivolgendosi ai berlusconiani "non pasdaran" - siete così convinti, cari pidiellini ‘moderati', che la Rivoluzione liberale (quella che guardava alla signora Thatcher e al presidente Reagan con ammirazione e con invidia) possa avere il volto di Vladimir Putin, e possa davvero consumarsi sotto il tendone di Gheddafi?".
La risposta dei finiani, ovviamente, è no. Ed è in questo clima - molto diverso dalle sue precedenti visite in Italia - che Gheddafi arriverà domenica sera a Roma per i festeggiamenti del secondo anniversario del Trattato di Amicizia tra Italia e Libia, firmato proprio da Berlusconi e Gheddafi il 30 agosto del 2008 a Bengasi. Un accordo che ha già fruttato miliardi in commesse per le imprese italiane, pronte - come ha riferito ieri il ministro per le Infrastrutture Altero Matteoli - ad accaparrarsi anche la realizzazione dell'autostrada costiera in Libia: l'infrastruttura sarà finanziata con la gran parte dei 5 miliardi di dollari previsti dal Trattato come ‘risarcimento' italiano per il passato coloniale.
E' una partita di giro: i 5 miliardi saranno ricavati da una sovrattassa imposta dal governo all'Eni (in qualità di principale beneficiaria del feeling energetico italo-libico) e rientreranno nelle casse delle imprese italiane che parteciperanno alla costruzione dell'autostrada, con Impregilo in testa. L'autostrada, ha spiegato Matteoli, sarà lunga 1.700 chilometri: "Abbiamo deciso di dividere il lavoro in tre parti, facendo tre consorzi e consentendo così a molte imprese italiane di lavorare. Il costo ventennale si aggira proprio intorno ai 5 miliardi".
Per adesso comunque l'unico incontro programmato tra Berlusconi e Gheddafi a Roma è per le 21 di lunedì nella Caserma Salvo d'Acquisto (tra ‘caroselli' dei Carabinieri e spettacoli beduini), mentre non sembra - al momento - confermata la partecipazione nel pomeriggio al convegno tra storici all'Accademia libica.
Nei loro colloqui comunque è probabile che Berlusconi e Gheddafi parlino anche di banche, vista la crescente partecipazione libica in Unicredit considerata però con crescente sospetto dalla Lega. E non si sa ancora se - e dove - il Colonnello deciderà di piantare la sua ormai famosa tenda (nel giugno del 2009 fu allestita nel bel mezzo di villa Pamphili): pare comunque che stavolta potrebbe anche farne a meno. Salvo sempre possibili cambiamenti dell'ultima ora, Gheddafi dovrebbe poi ripartire per Tripoli già nella giornata di martedì. ( Fonte: americaoggi.info)
A Cosenza, qualche giorno fa tal Osvaldo Renzelli, autista della Amaco, la locale azienda di trasporti pubblici urbani, ha litigato con un passeggero che il suo bus trasportava, un vecchio di 78 anni. Forse il vecchio aveva torto e forse no, forse perfino il vecchio aveva “offeso” Renzelli, come Renzelli dirà più tardi alla polizia. Perché la polizia? Perché Renzelli il vecchio l’aveva fatto scendere, poi lo aveva spinto e malmenato. Il vecchio era caduto sull’asfalto: non solo lividi, anche fratture. E due altri passeggeri erano scesi dal bus. Per soccorrerlo? No, per spostarlo. L’avevano adagiato su un palo ed erano risalati sul bus e sui fatti loro. Fatti loro dietro ai quali sono continuati ad andare tutti i passanti, in auto e ai piedi che sono passati di là per molti minuti. Fino a che uno, un’eccezione, si è fermato e ha chiamato i soccorsi per il vecchio. Che c’entra questa storia con la crisi politica, con le possibili prossime elezioni? Apparentemente nulla, eppure è una storia che spiega il presente e fornisce un buon pronostico per il futuro.
Leggiamo la “spiegazione” e il “pronostico” con quanto qualche giorno dopo scrive Gian Enrico Rusconi su “La Stampa”: “Autentiche patologie sociali, assenza senso civico e del senso di appartenenza a una comunità, complicità di gruppi sociali e territori con la criminalità organizzata, lassismo generalizzato rispetto alle leggi, razzismo latente…”. Rusconi parlava dell’Italia che va al voto, non si riferiva neanche alla lontana all’episodio di Cosenza, eppure quella “gente”, quella normale e comune gente di Cosenza gli dava ragione, mostrava che le sue frasi erano generali ma non generiche, concrete e non astratte.
Passa ancora qualche giorno e da uno dei tanti vertici del Pdl viene fuori la decisione di tenere a battesimo le “Squadre della Libertà”. Ora è noto che Berlusconi e supponiamo anche la Brambilla quando parlano di “squadre” intendono più o meno quelle di calcio. Sono esentati per natura e cultura dal sapere, intuire o supporre che “squadre” in politica significano altra e storica cosa. Insomma sono incolpevoli e da perdonare perchè non sanno quello che fanno. Perfino Gasparri che di Berlusconi è grande sostenitore però ha osservato: “Squadre, brutto quel nome, richiama altre storie…”. Sì, richiama la storia dello “squadrismo”, degli squadristi fascisti, di quelli che andavano in giro per il paese con il manganello e la camicia tutti dello stesso colore. Che c’entra questo con la crisi politica e le possibili elezioni anticipate? Apparentemente poco, eppure più che l’infortunio linguistico, la sostanziale indifferenza all’episodio da parte della pubblica opinione spiega il presente e fornisce un buon pronostico per il futuro.
Spiegazione e pronostico che qualche giorno dopo leggeremo sempre su “La Stampa” a firma Luca Ricolfi: “della linea di frattura tra due concenzioni della democrazia, quella plebiscitaria populistica di Berlusconi e Bossie quella istituzionale, costituzional-conservatrice degli altri, tutti i sondaggi dicono che agli italiani importa nulla, li lascia indifferenti”. Quindi inutile polemizzare con le notizie: di quale democrazia agli italiani, alla loro maggioranza sondaggi alla mano frega nulla. E quale sia il sentimento civico e solidale la storiella di Cosenza (non la prima di una serie robusta) illustra con chiarezza.
E allora, se vanno a votare, per cosa “sentiranno” di votare gli italiani? Per il fantomatico governo inventato alla venticinquesima ora da Italo Bocchino, quello che presieduto da Berlusconi comprende Bossi, Casini, Rutelli, Fini e pure qualche moderato del Pd? Unica attenuante per Bocchino il dover parlare tre volte al giorno ogni giorno. Altra spiegazione di questa follia politica non si vede. Voteranno allora per la Grande e Sacra Costituzionale Alleanza che Enrico Franceschini, capogruppo del Pd alla Camera, dichiara a Repubblica essere in formazione e destinata a vincere le elezioni? L’Arca dell’Alleanza messa in piedi in sogno da Franceschini si sfalderà 12 ore dopo: la sinistra-sinistra con l’Udc non ci sta, e l’Udc non ci sta con la sinistra-sinistra. Ma soprattutto la difesa della Costituzione, si è visto, non rientra tra le cose che secondo la maggioranza dell’opinione pubblica “si mangiano”.
E allora per cosa si vota? Per decidere se Luciano Gaucci è fonte degna di fede e depositario dell’etica pubblica? Per togliere d’imbarazzo Chiambretti? Grande imbarazzo: Noemi Letizia ha fatto sapere che lavorerà con lui in Mediaset, che finalmente arriva quel che “Papi” aveva promesso. Chiambretti ha detto che no, non proprio, una proposta c’è stata ma…Chiambretti, il cantore della leggerezza. Leggerezza che scherzando e ridendo può farsi pesantissima. Si vota su Vittorio Feltri, se fa il giornalista o altro mestiere? Su Bruno Vespa che dice e non dice su Fini e Berlusconi? Su Vendola che è meglio di D’Alema?
No, l’elettorato non è così sciocco e neanche così attento a quanto di dice e si scrive. Alla fine della fiera se si vota si vota tornando al punto da cui si era partiti tanti anni fa. Si vota, se si vota, sul cinque per cento del nuovo programma di Berlusconi, quello davvero da “prendere o lasciare” come dice il premier. Si vota sulla legge che fa “breve” tutti i processi e, con un’aggiunta detta norma transitoria, fa “brevi” i processi di Berlusconi e quindi li estingue. Si vota sì o no al fatto che Berlusconi debba o no essere disturbato, ostacolato dalla giustizia. Si vota sì o no al fatto che per Berlusconi valgano leggi che non sono fatte da lui. Comunque la pensiate, comunque voterete, una pazzia: nessun elettorato al mondo si farebbe chiamare a votare su questo, sia per concedere che per opporsi. Nessuno, ma in Italia…Riandate a Cosenza, rileggete Ricolfi e Rusconi, ripassatevi Bocchino e Franceschini e le squadre della Brambilla…Nessun elettorato, tranne noi. ( Fonte: http://www.blitzquotidiano.it)
Raccontano che Berlusconi, dopo lunghe notti di mumble-mumble e svariate diurne passeggiate occhi negli occhi con la gente abbia trovato la “quadra”. Quella che mercoledì mostrerà a Bossi nel prossimo “B2″ della politica italiana. Nella “quadra” ci sta tutto, ma come hanno fatto a non pensarci prima? Pigri, esitanti, paurosi, senza fantasia e coraggio. Meno male che Silvio c’è come dice la canzone, senza di lui non ci sarebbe la “quadra”. Eccola: si dà tutto a tutti e tutti governano felici e contenti.
A Bossi che vuole elezioni si dà subito e davvero il federalismo, cioè le Regioni del Nord che amministrano i loro soldi da sole e smettono di spendere per quel pozzo senza fondo che è il Sud. Per sovra mercato e garanzia a Bossi e alla Lega si dà anche il via libera a piazzare uomini di fiducia nelle banche che alla Lega interessano. Quelle che, come Bossi ha detto, “ci devono dare i soldi”. Pure Unicredit che è banca mondiale e non padana? Pure Unicredit se necessario e che Profumo se ne faccia una ragione. Con i libici che in Unicredit hanno messo i soldi se la vedrà Berlusconi, in qualche modo lo spiegherà a Gheddafi che lunedì prossimo sarà a Roma. Insomma Bossi i “suoi” soldi se li tiene e acquisisce la chiave per averne altri: soldi in esclusiva garantita per il “territorio padano”.
E il Sud, come fa il Sud con i soldi che federalisticamente gli vengono a mancare? Si stabilisce che le Regioni del Sud hanno diritto a compensazioni più lunghe e sostanziose per diventare federaliste anche loro. Insomma si finanzia il loro deficit strutturale, così stanno tranquille. E a Casini e all’Udc si dà il “quoziente familiare”, cioè meno tasse quanti più figli hai. E’ molto “cattolico” e così facendo Casini può sostenere il governo senza perdere la faccia e anche il Vaticano è contento. Così Fini e Bocchino imparano: sono 33, quelli di Casini sono 29 e in Parlamento è pari e patta tra chi vota governo Berlusconi e chi eventualmente no. Quota 320 deputati è di nuovo raggiunta e superata, non c’è bisogno di elezioni.
Una “quadra” perfetta che toglie anche, se mai c’è stata, la tentazione Bossi-Tremonti di fare da soli. Certo, la “quadra” costa un po’, niente è gratis a questo mondo. L’indennità federalismo, il condono federalista per il Sud quanto costerà nessuno lo sa, perché nessuno sa ancora quanta sia la spesa consentita alle singole Regioni dal nascente federalismo. Il governo aveva parlato di un risparmio di spesa immediato di almeno dieci/venti miliardi. Risparmio che non ci sarà con la “quadra”. Pazienza e comunque sono miliardi in meno dal 2012, beato chi ci arriva. Poi c’è il costo del “quoziente familiare”, quello da fare subito, nel 2011. Più o meno altri venti miliardi in meno per il fisco. Venti miliardi nel 2011, quaranta nel 2012, questo il costo approssimativo della “quadra”. Ma si può avere uno sconto se la benedetta ripresa economica…Anche se non pare. Facciamo 30 miliardi e non se ne parli più. A questo prezzo la “quadra” scatta e funziona e pure la gente è contenta, quella del Nord, quella del Sud e i padri e le madri di famiglia.
Ma non si era fatta appena ieri una manovra da 25 miliardi di spesa in meno? Non si annulla con la “quadra” proprio quella manovra? Sì, ma “l’aveva chiesta l’Europa”, mica Berlusconi. Berlusconi che pure aveva spiegato: “Per non correre il rischio di finire come la Grecia”. Altri tempi, lontani. Almeno un paio di mesi fa. Con la “quadra” la gente è contenta, oltre che contenti sono Casini e Bossi. Poi magari toccherà tagliare stipendi e impieghi pubblici, mettere mano all’Iva e altre cosine fastidiose come hanno dovuto fare in Grecia. Poi, tra un anno, due. Che ci vuoi fare, nessuna “quadra” è eterna e perfetta. Questa si paga a debito, a “buffo” come dicono a Roma. Non lo fa più nessuno in Europa, per questo siamo geniali, li spiazziamo tutti.
Raccontano che questa sia l’ultima, grande e risolutiva idea. Non c’è che da sperare che Berlusconi abbia ragione quando lamenta e denuncia che i giornali raccontano e i suoi collaboratori spifferano ai giornali solo roba inventata e fasulla. ( Fonte: http://www.blitzquotidiano.it)
Niente «sante alleanze» contro Berlusconi: le uniche «credibili», «prima e dopo le elezioni», sono quelle «fondate sulla reale convergenza programmatica e politica». Parola di Walter Veltroni, che affida al Corriere della Sera una lunga lettera al «suo» Paese in cui analizza l«'autunno» che l'Italia sta vivendo e indica la necessità di «uscire dall'incubo dell'immobilità». Niente «alleanze col diavolo pur di...», dunque.
Per l'ex leader del Partito democratico è «giusto semmai che, in caso di crisi di governo, si cerchino soluzioni capaci di fronteggiare per un breve periodo l'emergenza finanziaria e sociale e di riformare la legge elettorale dando forma, per esempio attraverso i collegi uninominali e le primarie per legge, a un moderno e maturo bipolarismo. Perché poi, alle elezioni prodotte dal dissolvimento della destra, si presenti uno schieramento alternativo capace di assicurare all'Italia quella stagione di vera innovazione riformista che questo nostro Paese non ha mai conosciuto». Veltroni ricorda come due anni fa «quasi quattordici milioni di italiani» fecero una croce sul simbolo che conteneva il suo nome come candidato alla presidenza del Consiglio, raggiungendo «il risultato elettorale più importante della storia del riformismo italiano».
L'ex segretario del Pd ricorda anche di essere stato «tra i pochi», poi, a farsi «da parte davvero». Questa, sottolinea, è «la più folle e orrenda estate politica» che si ricordi e tutto «senza una parola di autocritica. Chi ha vinto le elezioni e ne provoca altre neanche a metà delle legislatura vorrà almeno dichiarare il proprio fallimento politico?». «Il rischio - aggiunge - è che si faccia strada, anche in Occidente, quella suggestione di 'democrazia autoritaria' che è già realtà» nei sistemi russo o cinese. La strada per «i veri democratici» è «quella di una repubblica forte e decidente» che «comporta profonde e coraggiose innovazioni, nei regolamenti delle Camere, nell'equilibrio dei poteri tra governo e Parlamento, nelle leggi elettorali, nella riduzione dell'abnorme peso della politica, nella soppressione di istituzioni non essenziali».
Occorre «ingaggiare una lotta senza quartiere alla criminalità», perché «non basta» arrestare i latitanti dal momento che «la mafia è politica, è finanza». L'Italia «ha bisogno di politica alta, ispirata ai bisogni della nazione»: «Parri, De Gasperi, Moro, Ciampi, Prodi e altri hanno dimostrato che si può stare a Palazzo Chigi per servire gli italiani. Bene o male, ma servire gli italiani. Non se stessi». «Spero che si concluda rapidamente l'era Berlusconi», conclude, ma «non per mettere la pietra al collo al bipolarismo». «Se saremo tanto cinici da pensare che il declino di Berlusconi possa aprire la strada a un nuovo partitismo senza partiti e alla sottrazione ai cittadini del potere di decidere il governo, finiremo con l'allungare l'agonia del berlusconismo e l'autunno italiano».
REGUZZONI: CITTADINI PUNIRANNO I TRADITORI «Berlusconi non ha motivo di temere un asse tra Bossi e Tremonti perch‚ sa distinguere perfettamente chi gli è amico e chi no. E se si andasse a votare, anche il Pdl, come la Lega, farebbe il pieno e gli elettori punirebbero i traditori». Cos il capogruppo della Lega alla Camera, Marco Reguzzoni, spiega alla Stampa che «le urne rappresentano sempre un'incognita, ma in questo caso l'esito sarebbe di nuovo scontato in quanto la gente non ne vuole più sapere dei giochi di palazzo». La proposta dei finiani per l'esponente del Carroccio è «solo una delle tante iniziative estive di salotto per andare contro il volere degli elettori che hanno votato una maggioranza contrapposta sia all'Udc sia al Pd» ed è quindi «antidemocratica, fantasiosa e difficilmente realizzabile». In caso di ritorno alle urne, aggiunge, «verrebbe riconfermata la vittoria di Bossi e Berlusconi» ma non è la Lega che vuole andare a votare: «non abbiamo nessuna convenienza».
FIORONI: GOVERNO DI RESPONSABILITA' Per uscire dall'impasse politica serve «un governo di responsabilità nazionale che abbia delle priorità», pensare «agli italiani prima di tutto». Lo dice in un'intervista all'Unità il deputato del Pd, ex Ppi, Giuseppe Fioroni, per il quale «l'unica cosa saggia» per una «maggioranza che si scioglie come neve al sole» sarebbe quella di «venire in Parlamento, prendere atto che non c'è più, poi salire dal Capo dello Stato e dimettersi». «A quel punto - spiega - la parola passa al Capo dello Stato e subito dopo agli elettori», bisogna «smettere di tirare la giacca a Napolitano». Il Pd, aggiunge Fioroni, ha cercato di «arginare» la «deriva politica» attuale, «ma ora si tratta di chiudere definitivamente anche con la seconda Repubblica» e più che una nuova legge elettorale occorre «dare risposte concrete sulle grandi emergenze come riforma del fisco, welfare, università e scuola, sostegno alle piccola e medie imprese e alle famiglie». Nel Pd, conclude, i cattolici e i moderati «sono come il sale e il lievito», una «risorsa» per il partito.
LUPI: DA CATTOLICI VOGLIA DI PROTAGONISMO Nessun «disagio» dei cattolici in politica, ma piuttosto «voglia di protagonismo e assunzione di responsabilità». Lo dice in un'intervista al Corriere della Sera il vicepresidente della Camera Maurizio Lupi, che spiega: «L'obiettivo non è fare del Pdl il partito dei cattolici, ma costruire un grande partito laico e moderato in cui i valori fondanti dell'esperienza cattolica possano incontrarsi con i valori non cattolici». «Leggo con attenzione Famiglia cristiana - prosegue -, ma più che ispirato ai valori cattolici mi sembra desideroso di proporre una posizione qualunquista e antigovernativa. L'educazione cattolica non è dire 'questo governo fa schifo' ma indicare i testimoni di una rinascita dei valori: io in Parlamento ne vedo tanti, di cattolici impegnati. Nella Lega, nel Pdl e anche all'opposizione. Al settimanale dei Paolini chiederei: siete pi— interessati a mettere in luce gli aspetti positivi dell'impegno di noi cattolici o a fare il megafono del Fatto e dell'Unità?». Per Lupi è Berlusconi il leader più «capace» nel confronto col mondo cattolico, «quanto meno - dice - non è parziale» come la sinistra.
FOLLINI: TRA BOSSI E CASINI MURO IDEOLOGICO Dietro le schermaglie verbali fra Casini e Bossi «c'è un muro ideologico». Lo dice in un colloquio col Corriere della Sera Marco Follini, ex Udc e oggi senatore del Pd. «La Lega - prosegue - ha costruito la sua fortuna politica sulla differenza territoriale, l'Udc invece sulla mediazione e sulla riduzione dei divari che attraversavano il Paese. Sono due idee del Paese molto distanti». Dietro «l'ennesimo scontro» fra il leader dell'Udc e quello della Lega, spiega Follini, «c'Š la partita sul dopo Berlusconi, sul destino del Paese. Finita l'epoca del Cavaliere ci sono due scenari possibili: o parte la ricostruzione di un architrave politico, tema che evidentemente è molto più grande dell'Udc di cui però i centristi sono parte, o c'è una prospettiva di divisione del Paese con un accentuarsi delle distanze territoriali che ridisegnano l'Italia nella chiave del federalismo se non della secessione».
MATTEOLI: VERO LEADER FLI E' BOCCHINO, NON FINI Il leader di Futuro e Libertà sembra «Bocchino e non più Fini». Lo dice in un'intervista a Repubblica il ministro delle Infrastrutture Altero Matteoli che precisa: «l'accordo con Casini va tentato», perch‚ «i presupposti ci sono e le aperture di queste ore promettono bene», ma allargare maggioranza anche a moderati del Pd «è una proposta molto strampalata». Matteoli spinge per l'avvio di una trattativa con l'Udc, convinto che «Berlusconi convincerà Bossi». La Lega, spiega, «ha sempre avuto due atteggiamenti, uno in Padania e un altro a Roma. In Padania fa propaganda, quando arriva a Roma fa politica: non ho mai visto Bossi mettere in difficoltà il governo». Del resto, aggiunge, quello dell'Udc sarebbe «un ritorno a casa che non sconvolgerebbe un'alleanza imperniata comunque sull'asse tra il Pdl e la Lega». Il ministro definisce infine come «priva di significato» l'idea di Urso di cancellare il deferimento ai probiviri dei finiani come precondizione per una ricucitura col Pdl: non si può «pensare davvero che si possano risolvere i problemi in questo modo».
BONDI: FINI HA IL PIEDE IN DUE SCARPE Le dimissioni di Fini, «oggi sono ancora più necessarie», non solo perché «venne designato presidente della Camera da una maggioranza che non rappresenta più», ma anche perché «non c'è un altro caso nella storia della nostra Repubblica in cui il presidente della Camera è nello stesso tempo leader di un gruppo parlamentare e di un nascente partito politico». Lo dice il ministro Sandro Bondi in un'intervista al Giornale. Per il coordinatore del Pdl «se la legislatura è giunta a questo bivio lo si deve unicamente al comportamento irrazionale e incomprensibile assunto da circa un anno da Fini», che ha usato il ruolo di presidente di Montecitorio come «cassa di risonanza mediatica». Bondi è anche convinto che «con il passare del tempo la maggioranza dei parlamentari che hanno manifestato un debito di lealtà personale nei confronti di Fini si preoccuperà di mantenere un rapporto di lealt… con il popolo di centrodestra e con Berlusconi». Critico sulle affermazioni di Italo Bocchino, capogruppo alla Camera di Futuro e Libertà, esternazioni che sono per il ministro «tanto supponenti quanto provocatorie» e che «confermano che fin dall'inizio l'obiettivo di Fini era quello di giungere alla liquidazione di Berlusconi». La «santa alleanza auspicata da Casini, Franceschini e Vendola», aggiunge Bondi, «è l'ultimo atto di una politica disperata che teme il verdetto del popolo».
ALTA TENSIONE, BOSSI INSULTA CASINI Alta, altissima tensione tra Udc e Lega. Mentre il Carroccio insiste per il ricorso alle urne ('magari già a dicembrè, ripete Umberto Bossi), indirizzando un altolà al premier contro ogni ipotesi di nuove alleanze con i centristi, l'Udc risponde con durezza agli attacchi del senatur: «Che Bossi, noto trafficante in banche e quote latte, insulti l'Udc - afferma in una nota la segreteria centrista - lo riteniamo molto utile per far capire agli italiani chi ostacola davvero i suoi progetti di occupazione del potere». Una provocazione agli occhi di Bossi che ha lanciato il suo anatema elettorale contro i centristi ma anche contro Fini: si vada subito al voto, ha detto, contestando a Berlusconi di «tentennare troppo» assicurando che in caso di voto «polverizzeremo tutti questi qua»; basta - scandisce - «pagare dazi troppo alti» per ogni cosa che il governo intende fare subendo i condizionamenti di certi alleati che è meglio perdere che trovare. Meglio dunque andare «subito al voto». I ferri corti tra centristi e Lega non sono una novità, anche se stasera si arricchiscono di aggettivazioni 'coloritè. «Casini? È uno stronzo», dice Bossi che al leader centrista imputa di non aver meriti nè qualità. Ringraziato ironicamente da Casini che invita tutti a evitare di affidare il Paese in mani del genere. E davanti alla spinta alle elezioni di Bossi («Berlusconi è troppo cauto») e agli 'lo avevo dettò di Casini che suona la sveglia alla maggioranza («si destino prima che sia troppo tardi»), il muro contro muro tra Udc e Lega chiude definitivamente i margini per un accoglimento della proposta avanzata dal finiano Italo Bocchino a Berlusconi di allargare la maggioranza ai centristi, ai moderati del Pd e all'Api di Rutelli. Diventano dunque 'datatì gli avvertimenti di Lorenzo Cesa secondo il quale «o Berlusconi apre la crisi o è solo chiacchericcio». Il segretario centrista, nel pomeriggio, si era infatti chiamato fuori dai problemi arrecati alla maggioranza dalle divergenze tra i Fini ed il premier («riguarda gli interessati») e aveva ribadito la posizione del suo partito: «il problema dei rapporti tra la maggioranza e l'Udc, per quanto ci riguarda, è chiaro da tempo. Almeno da quando due anni fa abbiamo iniziato la nostra opposizione repubblicana in Parlamento. Il giorno in cui Berlusconi aprisse la crisi dimettendosi, valuteremo i nuovi scenari. Tutto il resto rientra nel pur legittimo chiacchiericcio estivo, ma non ci riguarda». ( Fonte: www.leggo.it)
Non sono io a essere in pensiero per l’Italia. Sarei ridicola se scrivessi quello che dicono tutti, la mattina al bar, mentre intingono il cornetto nel cappuccino. Scrivo quest’articolo perché la persona in pensiero per l’Italia è mia mamma, una casalinga taiwanese settantenne che non è mai venuta in Europa. Un po’ di tempo fa, su Skype, era davvero preoccupata.
“Mamma, cos’è successo?”.
“Wooo, oggi il tg ci ha detto che l’Italia è diventata molto molto povera, che ha tantissimi debiti. Ma come si è ridotta così?”.
Dal tono ansioso e stupito, sembrava che stesse parlando di un carissimo cugino, di cui improvvisamente si era scoperto che giocava d’azzardo ed era finito sul lastrico.
“Mamma, non lo so proprio”. Tra le difficoltà economiche mie e quelle dei miei amici, il concetto di debito pubblico continua ad apparirmi misterioso.
“Sai, Fang, il governo italiano vuole vendere edifici, terreni, isole, montagne… Io e tuo padre non potevamo crederci. Hanno fatto vedere le immagini delle cose in vendita: sono belle belle… Ma come possono venderle?!”. Poi si è proprio arrabbiata: “E se le comprano gli stranieri, i tuoi amici italiani come fanno? Se un emiro compra una montagna, per andare a scalarla devono chiedere il visto?”.
La preoccupazione di mia madre per i miei amici e per il paese dove vivo e lavoro mi ha fatto tenerezza. L’elenco del patrimonio demaniale italiano in vendita è lunghissimo, compresa – simbolicamente direi – l’area di Porta Portese, il mercato romano dell’usato (“venghino, signori, venghino!”). Ma mi ha fatto anche riflettere, perché questa preoccupazione viene da una persona semplice, cresciuta in un paese che conosce bene il senso della parola “colonizzazione”. ( Fonte: www.internazionale.it)