Oggi, dalle ore 8:00 al Valico del Brennero, migliaia di allevatori e coltivatori. Campo Base all'area di parcheggio "Brennero" al km 1 dell'autostrada del Brennero - direzione sud (Austria-Italia).
Lo scandalo della mozzarella blu contaminata prodotta in Germania e venduta in tutta Europa con nomi italiani è la goccia che fa traboccare un vaso pieno di prodotti alimentari stranieri di scarsa qualità spacciati come Made in Italy, a danno dei consumatori e dei coltivatori che chiedono di fare definitivamente chiarezza.
Di fronte ai ritardi dell'Unione Europea nel rendere obbligatoria l'indicazione di origine degli alimenti e a sostegno delle iniziative di legge nazionali, a partire dalla prima mattina di oggi martedì 6 luglio migliaia di allevatori e coltivatori della Coldiretti provenienti da tutte le Regioni, anche con i loro trattori, iniziano dal Brennero la mobilitazione in difesa del Made in Italy minacciato dalle importazioni di " schifezze" vendute come italiane. L'obiettivo è scoprire il " finto Made in Italy" trasportato sui camion che passate le frontiere saranno poi seguiti con auto " civetta" fino a destinazione.
Attraverso il valico Brennero giungono in Italia miliardi di litri di latte, cagliate e polveri all'anno ma anche decine di migliaia di cosce di maiale per fare i prosciutti, pomodori e altri prodotti destinati a finire in tavola senza alcuna informazione ai consumatori. Il Presidente della Coldiretti Sergio Marini guiderà il presidio. ( Fonte: viniesapori.net)
L’Italia ha assistito a reti (quasi) unificate allo show berlusconiano sui grandi successi del nostro Paese al G20 e al G8 anche se nessuno ha capito bene quali siano. E, sempre a reti unificate, sa che il nostro premier ha trovato un po’ di ebollizione e ha deciso di prendere di petto un po’ di faccende. Quali? Le solite: ddl intercettazioni, i contrasti con Fini, la giustizia.
Nel frattempo, l’Istat certificava che nel nostro Paese la disoccupazione – grazie alla cassa integrazione – è un po’ meno grave che altrove, mentre quella dei giovani tra 15 e 24 anni è ormai un problema devastante, ben al di sopra della media europea e in crescita continua. Deve essere chiara una cosa: non è un evento ineluttabile e non è “colpa” della crisi. Ma una scelta precisa del nostro Governo.
Che ha deciso, di fronte alla crisi, di proteggere sostanzialmente i “capi-famiglia” estendendo e fortificando la cassa integrazione, infischiandosene totalmente dell’esercito di precari – in prevalenza giovani – che anni e anni di politiche di “flessibilità del lavoro” hanno ingrossato. Ragazzi e ragazze senza ombrello, esposti alla tempesta della crisi. Si arrangino: sono giovani e avranno tempo per farsi una vita, quando la crisi passerà, se passerà.
E’ una scelta giusta? No. Perché quello che si sta distruggendo non è un momentaneo passaggio della vita di ragazzi che poi troveranno la loro strada, in un modo o nell’altro. Si stanno distruggendo le prospettive di vita di un’intera generazione. Puntando su un’idea vecchia come il cucco, il “familismo”, quell’impasto italiano di buoni sentimenti e solidarietà tra le generazioni dove si mescolano un po’ di bamboccionismo, di paternalismo e mammismo ma anche tanta “necessità fatta virtù”. Si è pensato così a tutelare i “padri” perché tanto ai “figli” ci penseranno mamma e papà, in un modo o nell’altro.
Il fatto che così si toglie il futuro ad un’intera generazione di italiani, che questa scelta se la porteranno sul groppone – e con loro, il Paese – per sempre, è una cosa che non è fregata a nessuno: classi dirigenti, sindacati, media, opposizione. Forse neppure agli stessi giovani, non si sa se rassegnati o inebetiti. Purtroppo però, la storia e l’economia non farà sconti. E il declino, già in atto, di questo Paese sembra ormai una deriva inarrestabile: il fatto di continuare a baloccarsi dietro alle dichiarazioni insipide di gente mediocre che occupa i teleschermi parlando d’altro, ne è lo specchio più fedele. ( Fonte: giornalettismo.com)
Un emendamento nato per cancellare l’iniquità delle scelte del ministero dell’Economia peggiora nei fatti la situazione.
Le associazioni manifesteranno mercoledì a Palazzo Chigi. Nel frattempo, però, qualcuno si è preso la briga di fare due conti. E ha scoperto che dietro la retorica del ministro Giulio Tremonti – “tremeranno i falsi invalidi per la manovra” – l’articolo 10 della manovra economica ha un effetto molto più dirompente sul welfare di quanto si ipotizzava all’inizio.
TAGLIO DEI CONTRIBUTI - L’articolo alza la percentuale di invalidità per ottenere la pensione di 275 euro al mese dal 74 all’85%, e irrigidisce i criteri per il cosiddetto accompagno, ovvero l’assistenza per chi non è autonomo, pari a 480 euro. L’emendamento presentato dal relatore Antonio Azzolini doveva ristabilire la situazione ex ante, mantenendo l’85% per tutti tranne che per i casi di cecità, perdita irreparabile di lingua, sordomutismo, cardiopatia, paresi. In realtà, però, dicono le associazioni, l’emendamento crea ex post due categorie di invalidità: chi ha una sola patologia sta sotto la soglia del 74%, chi ne ha più di una e supera la soglia senza però toccare l’85% non avrà un centesimo di più. Scrive Repubblica che “una persona affetta da nevrosi fobica ossessiva (41-50% di invalidità riconoscibile)e da disfonia cronica grave (un’alterazione della voce, 21-30%) non ha diritto all’assegno,anche se disoccupata e con un reddito non superiore ai 4.408,95 (gli altri due requisiti)”.
DEFICIT PERMANENTE – L’emendamento, sempre secondo Repubblica, interviene anche sull’indennità di accompagnamento, il cuore delle prestazioni Inps agli invalidi (12,2 miliardi erogati nel 2009 su 16 miliardi totali, per il 70% ad over 75 che spendono quei soldi per i badanti), ridefinendo i requisiti medico-legali. Il deficit di deambulazione deve essere permanente e assoluto e l’incapacità a compiere gli atti della vita ora si estende agli “atti elementari”. In pratica, l’anziano che si muove col tripode o in carrozzina o un disabile mentale che può camminare non potrà più avere l’accompagno. Lo avrà chi è allettato, in fase terminale o in coma. E tutto questo, secondo i calcoli di handylex.org, per un risparmio di soli 33 milioni. ( Fonte: giornalettismo.com)
Giù i consumi nel 2009. La spesa media mensile per famiglia è stata pari, in valori correnti, a 2.442 euro, con una variazione rispetto all'anno precedente del -1,7%. È quanto comunica l'Istat, che evidenzia come considerando che tale variazione incorpora sia la dinamica inflazionistica (nel 2009, l'indice dei prezzi al consumo per l'intera collettività è pari, in media, allo 0,8%, con differenze non trascurabili tra i diversi capitoli di spesa), sia la diminuzione del valore del fitto figurativo (-1,1%) , la riduzione della spesa media mensile per consumi in termini reali «appare alquanto significativa».
Il valore mediano della spesa mensile per famiglia, cioè quello al di sotto del quale si colloca la spesa della metà delle famiglie residenti, è pari a 2.020 euro (-2,9% rispetto al 2008 in termini nominali), accentuando la flessione osservata in termini di valore medio. La contrazione della spesa per consumi appare particolarmente evidente tra le famiglie con livelli di spesa medio-alti.
Diminuisce del 3% rispetto al 2008 la spesa media per generi alimentari e bevande (461 euro al mese); la diminuzione segue l'incremento osservato nel 2008, essenzialmente dovuto alla sostenuta dinamica inflazionistica che aveva caratterizzato questi beni. La percentuale di famiglie che dichiara di aver diminuito nel 2009 la quantità e/o la qualità dei prodotti alimentari acquistati rispetto all'anno precedente è pari al 35,6%: tra queste, il 63% dichiara di aver diminuito solo la quantità, mentre il 15% di aver diminuito, oltre alla quantità, anche la qualità. Rispetto al 2008, diminuisce la spesa media mensile per pane e cereali, per oli e grassi, per patate frutta e ortaggi, per zucchero, caffè e altro; in diminuzione risulta anche la spesa per bevande.
La contrazione osservata a livello nazionale è essenzialmente dovuta alla diminuzione registrata nel Mezzogiorno, dove dai 482 euro del 2008 si scende ai 463 del 2009. In particolare, in questa ripartizione, diminuisce la spesa per bevande, pane e cereali, zucchero, caffè e altro, patate, frutta e ortaggi, anche a seguito della diminuzione della percentuale di famiglie che effettua l'acquisto. La diminuzione della spesa per oli e grassi, beni questi che mostrano una riduzione dei prezzi, è invece dovuta a quella osservata tra le famiglie residenti nel Nord.
La spesa non alimentare risulta stabile a livello nazionale e pari a 1.981 euro mensili. Diminuisce la spesa per servizi sanitari, tabacchi, comunicazioni, mentre risulta in aumento la spesa per combustibili ed energia, che si associa a un periodo invernale particolarmente lungo e rigido. È il Nord che determina la diminuzione della spesa per servizi sanitari, mentre quella per le comunicazioni si osserva sia nel Nord sia nel Mezzogiorno, anche a seguito della diminuzione dei prezzi relativi ad apparecchiature e materiale telefonico. Continua, infine, la diminuzione della spesa per tabacchi, dovuta anche alla riduzione della percentuale di famiglie che li acquista.
PRIMO CALO IN 10 ANNI È la prima volta che negli ultimi dieci anni si registra una variazione nominale negativa per la spesa media mensile per le famiglie. Lo rende noto l'Istat nell'indagine annuale sui consumi, precisando tuttavia che il calo record si associa al più basso tasso di inflazione relativo sempre allo stesso periodo.
DIMINUZIONI PER UNA FAMIGLIA SU TRE La percentuale di famiglie che ha dichiarato di aver diminuito nel 2009 la quantità e/o la qualità dei prodotti alimentari acquistati rispetto all'anno precedente è pari al 35,6%. Lo rende noto Istat nell'indagine annuale sui consumi delle famiglie italiane, precisando che tra questi il 63% ha dichiarato di aver diminuito solo la quantità, mentre il 15% di aver ridotto, oltre alla quantità, anche la qualità. La spesa media mensile per gli alimenti si è così ridotta del 3% rispetto al 2008, attestandosi a 461 euro al mese. ( Fonte: leggo.it)
Tutti ne parlano, sempre più ad alta voce. A leggere i giornali sembra di essere alla vigilia di una crisi di governo, di un redde rationem, della fine del centro destra. Ad occhio, sembra una pericolosa fuga in avanti. Attenzione: in tempi non sospetti – subito dopo le trionfali elezioni del 2008 – più volte abbiamo dubitato non solo della capacità di questa maggioranza di fare le riforme che servono all’Italia, ma anche di arrivare tranquillamente alla fine della legislatura.
Perché era già chiara la difficoltà di governare problemi complessi che non si risolvono a colpi di slogan semplificatori o di “ghe pensi mi”. Perché era evidente la presenza di troppe anime trasversali, a partire da quella “nordista” incarnata dalla coppia Tremonti-Bossi contrapposta a quella centro meridionale della coppia Letta-Fini. Perché neppure una sistematica occupazione dell’informazione che fa opinione (Tg in testa) può cancellare il cancro della questione giustizia che puntualmente torna e condiziona oltre il limite della decenza il suo capo Berlusconi.
Ma sono, appunto, cose note da tempo. E che non hanno impedito al centro destra di tenere saldamente il potere, che è diverso dal governare, per molti anni. E adesso, proprio mentre il declino è più evidente e le crepe sotto il cerone s’intravedono sempre più, proprio ora che è palese la manifesta incapacità di risolvere i problemi del Paese e le contraddizioni della sua maggioranza, nel mezzo di una crisi economica devastante, quel furbacchione di Berlusconi – l’unico vero animale politico sulla scena, altro che dilettante! – farebbe un regalo del genere ai suoi nemici ed amici, o presunti tali? Tra rischiare di finire arrosto, anzi mettersi sul fuoco da solo, e restare sulla graticola la scelta è facile, anche se non piacevole. E le armi di Fini e Casini e dei cosiddetti “poteri forti” (chi li avvista, avvisi per favore) sono fiori nei cannoni. Il Pd poi semplicemente non esiste.
Magari mi sbaglio, ma c’è solo un’eccezione allo scenario che vede il governo continuare stancamente a sgovernare tra mille punture di spillo per almeno un paio d’anni: la blindatura giudiziaria di Berlusconi. A questo punto obiettivamente difficile. Ma se accadesse, a quel punto Silvio potrebbe anche rischiare il tutto per tutto e provare una nuova avventura elettorale, magari dopo aver regalato un fantasma di federalismo a Bossi da dare in pasto ad un elettorato del nord sempre più disilluso. Ma non prima. Gli altri? Troppo piccoli e troppo insipidi per poter fare qualcosa di diverso dal muovere aria. Che poi nel frattempo il Paese affondi nella melassa gelatinosa è una cosa che interessa solo a pochi fessi. ( Fonte: giornalettismo.com)
Il dono dell’ubiquità, a quanto è dato sapere, non sarebbe una dote umana (se non di alcuni baciati dalla santità, per chi ci crede). Certo la tv riesce nell’acrobazia di moltiplicare spazi, luoghi e persone: succede così che ci ritroviamo in più salotti televisivi, in orari ravvicinati se non sovrapposti, le stesse facce (che per la verità dicono più o meno le stesse cose...) ma che effettivamente sono immerse in contesti diversi quasi nello stesso istante.
La scienza della duplicazione, come minimo, è coltivata, con passione, più dai politici che dai ricercatori. Finché riguarda la tv il trucco è presto svelato, ma quando l’argomento riguarda la contestuale occupazione delle cariche (o poltrone), beh, allora tutto diventa più "complesso". L’ultimo caso, ma solo in ordine di tempo, riguarda la Società per le Belle Arti e Esposizione Permanente che ha riconfermato alla sua presidenza Guido Podestà, già nominato, con voto popolare, nel "non banale" (o sbagliamo?) compito di presiedere, appunto, la provincia di Milano.
E’ un mal costume tipicamente italico quello di affidare ad un unico soggetto più ruoli, mettere nelle sue mani più poteri, concentrare nella sua testa più problemi (a volte anche in antitesi): un’eccessiva fiducia in questi uomini forse muove chi li sceglie o li conferma nelle stesse cariche, o forse l’inseguire uno spettro di autorevolezza che da quel nome dovrebbe derivare. Dall’altra parte il politico di turno insegue a sua volta (o cerca conferma) di un prestigio che dovrebbe derivargli dal ricoprire ufficialmente molte cariche (che normalmente sono espletate, nei fatti, da qualcun altro tramite apposite 'deleghe'), in particolar modo quelle artistiche che sembrano donare un'aura da intellettuale assolutamente irresistibile e impareggiabile.
Ma il meccanismo tutto televisivo dell’ubiquità “trasposto” nella realtà crea situazioni paradossali: il concentrare cariche nelle mani di una stessa persona prescinde da un primo parametro, "chiave", del tempo disponibile, ma anche da un secondo, "decisivo", della competenza sui temi.
Nell'arte, ad esempio, è indispensabile una sostanziata "base" di conoscenza, che non è solo una banale raccolta di informazioni, ma la capacità di elaborare delle correlazioni tra i dati in grado di produrre una certa utilità e di estrarre dalle opere un messaggio che è "incorporato".
L'impegno del multi-manager (privato o pubblico) al di fuori delle magie della tecnologia corrisponde necessariamente ad una stratificazione del tempo che ha a disposizione, un tempo che diventa dunque "virtuale". E se lo “spessore” dell'uomo (in quanto reale) rischia di produrre sue copie sempre più assottigliate, fino a diventare “trasparenti” in termini di 'valore aggiunto'.
Insomma, se il tempo che i manager dedicano alle loro cariche è solo "virtuale", l'incarico diventa, inevitabilemente, anche improduttivo, dunque inutile ai fini del raggiungimento di risultati. Con un'assunzione di responsabilità che è sempre e solo "attiva" (del manager verso l'esterno) e mai "passiva" (degli stakeholder nei confronti del manager), creando, quindi, uno squilibrio di rapporti che si estrinseca, necessariamente, in una relazione insoddisfacente.
Proprio l'assenza di (ogni o quasi) responsabilità è il peggior "male" che attanaglia il sistema italico di Amministrazione Pubblica, che, godendo di un'impunità sovrumana, fortemente sperequata rispetto al soggetto privato, è riuscita a trasferire questo tumore incurabile nell'impresa, prima attraverso aziende di monopolio, poi scendendo più in basso, fino alle municipalizzate o ai centri di formazione professionale comunali (dove non si insegna a fare il Sindaco o il Segretario Generale).
Pensate all'eredità, culturale e manageriale, lasciata dallo Stato all'impresa privata (e ai cittadini) con gli ex-monopoli, poi "privatizzati", di telecomunicazioni e trasporti (telefonia, aerei e ferrovie), che sono dei "carrozzoni" indipendenti, ancora, dalle regole del libero mercato, che offrono all'utente (ma forse bisognerebbe parlare di 'paziente', come in Sanità) un solo, imprescindibile, "diritto": quello di pagare. Senza il rispetto dei contratti (in genere "per adesione") e dei garanti, spesso indipendentemente dalla tipologia del servizio offerto o previsto. ( Fonte: milanoweb.com)
Meno strade, meno ferrovie, meno aeroporti e naturalmente meno ospedali. Questo è il Sud delle infrastrutture, perennemente a segno meno rispetto al resto del Paese. Un divario che negli ultimi 10 anni si è persino ampliato dell'1% rispetto alla media Italiana e che conferma, insulti a parte, le difficoltà di investimenti nel Mezzogiorno denunciato venerdì dal ministro dell'Economia Giulio Tremonti.
Il quadro arriva da uno studio di Unioncamere-Istituto Tagliacarne nel quale il dato certamente più preoccupante è l'ampliarsi del divario Nord-Sud. Tutto l'opposto di quello che prevede il cosiddetto obiettivo "Convergenza" della politica regionale europea che stanzia svariati miliardi per accelerare il processo di sviluppo delle regioni dell'Unione più arretrate e portarle allo standard europeo in infrastrutture e servizi. Paragonando il Mezzogiorno con le altre macroregioni l'arretra-mento si fa ancora più grave. Ecco un Sud staccato del 34,6% rispetto al Nord-Est, l'area più privilegiata dalle cosiddette infrastrutture economiche (ma sotto la media in fatto di infrastrutture sociali). Se non si tiene conto dei porti la differenza con il Nord-Ovest diventa l'abisso del 37,4%. Per inciso, le infrastrutture portuali sono l'unica voce dove il Mezzogiorno sale sopra la media italiana, e ci mancherebbe vista la lunghezza delle sue coste. Tuttavia anche qui il suo +6,6% è nulla rispetto al +72,1% del Nord-Est. Se si prende in considerazione la rete stradale, il Sud si trova con un divario del 28,6% rispetto al Nord-Ovest e del 20,2% rispetto al Centro-Nord. E la situazione e persino peggiorata negli ultimi dieci anni con una percentuale passata dal 91,8% all'87,1% (fatto 100 la media Italia).
La situazione è ancora più negativa se si passa alla rete ferroviaria dove il gap arriva al 29,7% rispetto al Centro-Nord e schizza al 46,3% rispetto al Centro. Oltre al dato numerico bisogna poi sottolineare che l'alta velocità si ferma a Salerno e appare impossibile ipotizzare un Frecciaros-sa a Reggio Calabria o a Palermo. Se strade e ferrovie vanno male, anzi malissimo, gli aeroporti stanno peggio. Qui il divario con la situazione nazionale sfiora il 40% e arriva al 60% se il raffronto è con il Centro-Nord.
Passando poi a quelle che il rapporto Unioncamere definisce infrastrutture sociali (scuole, ospedali e infrastrutture culturali) la percentuale di ospedali e strutture sanitarie in genere al Sud è del 15,6% sotto la media nazionale, divario che passa al 25,2% rispetto al Centro-Nord e schizza al 34,4% rispetto al Nord-Ovest la macro-area con più strutture sanitarie. ( Fonte: americaoggi.info)
"Se questo esecutivo non è in grado di governare, la palla passi al Capo dello Stato che, con la sua saggezza, troverà una soluzione". Questa volta è il vicesegretario del Pd Enrico Letta, intervistato da Skytg24, a chiedere ad un governo, considerato in affanno, a farsi da parte "perché in questo momento di crisi economica l'Italia ha bisogno di esser governata".
Sabato da Milano era stato il segretario Bersani a invocare per l'esecutivo "soluzioni politiche diverse". Il Pd aumenta il pressing convinto che le fibrillazioni in atto nella maggioranza siano destinate solo ad aggravarsi. La linea dei democratici non é lontana da quella dell' Udc che con Pier Ferdinando Casini, dalle colonne della 'Repubblica', torna a chiedere un governo di "larghe intese" e a respinge ("non mi farò usare") i pressanti inviti del Pdl a rientrare nello schieramento del centrodestra . Ma, puntuale, arriva l'altolà dell' Idv che con Antonio Di Pietro e Luigi De Magistris, annusa possibili "inciuci trasversali" e invita a lavorare per un ritorno anticipato alle urne.
Intanto Enrico Letta sostiene che "nella maggioranza stanno esplodendo tutte le contraddizioni: dal federalismo, alle intercettazioni, alla difficoltà a gestire la manovra economica con 'refusi' sulle pensioni, scontro con gli enti locali e polemiche sulle tredicesime".
Il vicesegretario del Pd attacca Berlusconi per il "fantomatico interim" del ministero dello Sviluppo Economico, lasciato da Scajola, e spiega che il suo partito prevede una crisi nella maggioranza sul caso Brancher. "Il voto di sfiducia di giovedì mattina alla Camera - sostiene - darà delle sorprese tra assenze e casi di coscienza. Abbiamo la fondata speranza che il voto sia negativo, per cui Brancher sarà costretto alle dimissioni". Tante le reazioni nel Pdl anche da parte dei finiani che criticano l'uscita di Letta. "Sbaglia, non c'é bisogno di alcuna verifica con il Quirinale" dice Italo Bocchino che sottolinea come il Quirinale non sia chiamato a derimere questioni interne ai partiti. E poi la "maggioranza c'é".
Il portavoce del Pdl Daniele Capezzone invita Letta a "mettersi il cuore in pace" sostenendo che "evocare ribaltoni e coinvolgere il Capo dello Stato sono due gravi autogol". Tesi sostenuta anche dal vicepresidente del Pdl alla Camera Osvaldo Napoli che stigmatizza il "voler tirare per la giacca Napolitano confidando in un suo aiuto", mentre il vicepresidente della Camera Maurizio Lupi parla di "scenari fantascientifici". Nel campo dell' opposizione, intanto, l' Idv polemizza con il Pd e l'Udc che chiedono di aprire una fase nuova. Di Pietro e De Magistris se la prendono soprattutto con Casini che nei giorni scorsi non ha risparmiato attacchi a Di Pietro e che è tornato a chiedere un governo di larghe intese che "coinvolga la maggioranza e le forze più responsabili dell' opposizione".
"L' alternativa a Berlusconi si costruisce con nuove elezioni" dice il leader dell' Idv che avverte "non faremo da stampella a chicchessia". "La prospettiva di inciuci trasversali che trova espressione nella formula delle larghe intese è un tradimento dei cittadini e un ritorno al paleolitico della politica" sentenzia l'ex magistrato. ( Fonte: americaoggi.info)
Non si affievolisce il duro faccia a faccia tra Regioni e governo sui tagli previsti dalla Manovra. La temperatura dei rapporti continua a mantenersi incandescente, e ciò accade significativamente nella settimana in cui, si presume, potrebbe tenersi l'incontro a Palazzo Chigi con il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi.
Secondo molti addetti ai lavori, infatti, il tanto invocato confronto tra premier e Regioni - ma anche comuni, province e comunità montane - potrebbe svolgersi già tra oggi e mercoledì, cosa che faciliterebbe il compito alla Conferenza delle Regioni, che avrebbe tutto il tempo di approfondire eventuali controproposte nella riunione già indetta per giovedì 8 luglio.
Nel frattempo le Regioni non mollano e anzi replicano alle polemiche di queste ultime ore sui dati emersi circa le ridotte capacità delle realtà del Sud di attingere ai fondi europei. E sembra legato a quest'ultimo aspetto il tono acceso del presidente Errani, il quale ieri ha parlato apertamente di "cortina fumogena", che a suo dire servirebbe soltanto "a coprire una manovra che le Regioni e gli enti locali giudicano insostenibile e che finirebbe per penalizzare i cittadini".
Naturalmente non senza rilevare che "non si affronta il gap che ancora oggi separa il Mezzogiorno dal resto del Paese con accuse ingenerose e superficiali alle amministrazioni del Sud". Ancora più diretto con il ministro Tremonti Errani è stato in un'intervista al Tg3, in cui ha tra l'altro confermato l'intenzione delle Regioni di restituire le deleghe loro assegnate dalla legge Bassanini se il governo confermerà il taglio di 4 miliardi, perché senza quei fondi "non sarebbero più in grado di esercitarle": "Il ministro deve cambiare modo di rivolgersi alle Regioni: le istituzioni si devono rispettare; polemiche e offese non fanno bene al Paese".
Quindi l'auspicio di un "tavolo" in cui "guardare a tutti gli sprechi", che sono cosa diversa "dai tagli al trasporto pubblico locale, alle politiche per le imprese, le famiglie, i non autosufficienti". E, come già fatto nel corso dell'incontro con le forze sociali, ma anche nella Conferenza di giovedì scorso, o nell'incontro di venerdì con il presidente del Senato Renato Schifani o all'Assemblea di venerdì della Coldiretti, ha ribadito: "La manovra varata rischia di tagliare le gambe al federalismo; è squilibrata perché pesa per l'80% su regioni e enti locali e finirà per ricadere sui servizi pubblici essenziali per i cittadini".
Ma un concetto cui Vasco Errani sembra tenere oltremodo è la forte sintonia venutasi a creare in queste ultime settimane tra lui e il resto dei governatori italiani e anche con Sergio Chiamparino, sindaco di Torino e presidente dell'Associazione nazionale dei Comuni, con Giuseppe Castiglione, presidente della provincia di Catania e presidente dell'Unione delle Province d'Italia, e con Enrico Borghi, leader dell'Unione delle Comunità montane. Un fronte compatto, almeno in questa prima fase in cui non è ancora stata decisa nei dettagli una diversa ripartizione dei tagli, che consente a Errani di usare bastone e carota.
"Dobbiamo reagire per senso delle istituzioni alla campagna di delegittimazione in corso - avverte - anche se "continuiamo a ricercare il dialogo, pronti ad assumerci in modo equo e proporzionale le nostre responsabilità nell'azione per il controllo della spesa pubblica". ( Fonte: americaoggi.info)
"Le imprese fanno appello al Parlamento e al Governo, al Presidente Berlusconi e al Ministro Tremonti affinché vengano modificate queste norme, che, nella formulazione attuale, costituiscono violazioni gravi dei diritti dei contribuenti e nulla hanno a che fare con il contrasto all'evasione".
Confindustria e Rete Imprese Italia, che riunisce Confcommercio, Confartigianato, CNA; Casartigiani, Confesercenti, lanciano un allarme congiunto su alcune norme fiscali della manovra economica (su compensazione debiti-crediti e su limiti a rimborsi fiscali) che - spiegano in una nota unitaria - rischiano di creare forti contenziosi di carattere costituzionale e di avere "conseguenze irreparabili specie per le piccole e medie imprese".
Confindustria e Rete Imprese Italia (Confcommercio, Confartigianato, CNA; Casartigiani, Confesercenti) - è scritto nella nota congiunta - "ribadiscono le preoccupazioni già espresse nei giorni scorsi, in merito alle misure contenute nella manovra finanziaria relative alla riscossione (art. 38) e alla compensazione dei debiti e crediti fiscali (art.31)".
Le norme sono altamente tecniche e sono state introdotte indicandole come misure anti-evasione. Ma le imprese ritengono che siano troppo decise e mettano in difficoltà soprattutto le Pmi.
Inoltre, le soluzioni finora indicate non sarebbero sufficienti ad evitare problemi per le imprese.
"La proposta che è stata avanzata in Commissione Bilancio al Senato di portare da 150 a 300 giorni la durata massima della sospensione giudiziale degli atti di recupero dei crediti verso l'amministrazione - è scritto nella nota - non risolve il problema, a fronte del fatto che la durata media dei soli procedimenti di primo grado supera i 700 giorni. Se passasse questa norma, il contribuente sarebbe costretto, pena il pignoramento, a pagare gli importi richiesti dall'amministrazione, pur essendo ancora in attesa di sentenza e a fronte di pretese che nella grande maggioranza dei casi risulteranno successivamente non fondate".
Per le imprese italiane "ciò non è accettabile, darà luogo a contenziosi, anche in punto di legittimità costituzionale, in molti casi porterà a conseguenze irreparabili, specie per le piccole e medie imprese. ( Fonte: americaoggi.info)