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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 

Nel giorno in cui l'Ue approva le misure messe in campo dal governo contro la crisi, scoppia la rivolta delle regioni sulla manovra definita dai governatori al limite della costituzionalità e mai condivisa con i territori. A difendere il decreto il cui iter è partito ieri ufficialmente al Senato, si schiera il primo inquilino di Palazzo Madama, Renato Schifani, che la giudica "necessaria", sottolineando che "é finito il tempo delle cicale". Anche il suo omologo a Montecitorio è d'accordo sul fatto che la manovra sia imprescindibile, ma, in linea con quanto chiesto a più riprese dagli industriali, insiste sulla necessità di abbinare ai tagli anche una politica di crescita. Andranno in questo senso le modifiche che l'area vicina a Fini, che ieri si è riunita alla Camera, proporrà con una serie di emendamenti che non dovrebbero in ogni caso incidere sui saldi ma produrre risparmi da 'girare' sullo sviluppo.

Tra le modifiche che certamente entreranno in manovra, intanto, c'é quella della sospensione delle tasse in Abruzzo sulla quale il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianni Letta ha trovato un accordo col presidente della regione Gianni Chiodi con una copertura di 600 milioni. Intanto, mentre le opposizioni promettono battaglia, dall'Unione Europea arriva un primo disco verde alle misure messe in campo dal ministro Tremonti. Il commissario Ue ai servizi economici e monetari, Olli Rehn, nell'ambito delle valutazioni sulle norme anti-deficit dei 12 paesi europei 'in rosso' sottolinea che le nome del decreto "sostengono gli sforzi di consolidamento aggiuntivi per il 2011 e 2012, che colpiscono la spesa corrente". L'invito è dunque quello a proseguire sulla strada dei tagli di spesa, con buona pace delle regioni alle quali già nei giorni scorsi Tremonti aveva ribadito la necessità di fare economia.

I governatori sono però sul piede di guerra appoggiati dal Pd che con il segretario Pier Luigi Bersani dà loro ragione. La manovra addirittura "é a rischio di incosti-tuzionalità", per Roberto Formigoni, blocca il federalismo fiscale e chiude i rubinetti dei trasferimenti senza che questo sia stato concordato. La Lega prova a placare le acque.

Il governatore del Piemonte Roberto Cota spiega che l'impostazione del decreto, rende ancora più necessario il federalismo fiscale, in modo che i tagli non insistano sugli enti locali "virtuosi". Ma tant'é. L'iter della manovra si preannuncia complicato al Senato dove di fatto è partito ieri in commissione Bilancio per essere licenziato dall'Aula entro il 9 luglio. C'é spazio per modifiche, spiega il relatore del provvedimento Antonio Azzollini, "ma non per cambiare il saldo". In questa cornice si muoveranno i 'finani' che ieri in una riunione hanno messo sul carniere una serie di limature al provvedimento che vanno dalla banda larga e la liberalizzazione del trasporto pubblico locale alla soppressione delle mini-province e degli enti inutili. Misure, queste ultime, che dovrebbero produrre risparmi da investire in sviluppo. "Serve una strategia di crescita - ha sottolineato Fini - perché alcuni nodi strutturali se non risolti possono spingere il Paese lungo una fase di pericoloso declino".

La manovra, in ogni caso, è "indispensabile", ha detto il co-fondatore del Pdl, per far fronte alla crisi europea, per cui "austerità e rigore si impongono come vie obbligate". A difendere la manovra si schiera poi Schifani che invita maggioranza e opposizione a un "confronto vero" perché "serve il contributo di tutti per preservare la coesione sociale". ( Fonte: americaoggi.info)

Redazioneonline- Osservatorio Nazionale

 

Fatture emesse a carico delle società. L'approvazione dei bilanci, "senza alcun rilievo di sorta", anche di fronte al ‘lievitarè delle spese della ‘divisione security'. E poi la natura stessa dei ‘report', confezionati su persone ritenute "‘ostilì alle due aziende".

Tutti elementi che devono far ritenere l'attività di dossieraggio come volta "a soddisfare ed a corrispondere a specifici interessi" di Telecom e Pirelli e "del gruppo dirigente", rappresentato all'epoca dal "presidente Marco Tron-chetti Provera" e dall'ad Carlo Buora. È ciò che scrive il giudice di Milano Mariolina Panasiti nelle oltre 300 pagine di motivazioni dei patteggiamenti nell'ambito dell'inchiesta sui dossier illegali, dove mette ‘nero su biancò e spiega le decisioni prese il 28 maggio scorso, al termine dell'udienza preliminare. Il gup, infatti, aveva in sostanza ribaltato le tesi della Procura, cancellando il reato di appropriazione indebita ai danni di Telecom e Pirelli, contestato dai pm ad alcuni degli imputati, tra cui l'ex capo della security delle due società, Giuliano Tavaroli (ha patteggiato 4 anni e 2 mesi), Fabio Ghioni (ha patteggiato 3 anni e 2 mesi) e l'investigatore privato Emanuele Cipriani (rinviato a giudizio).

Il giudice, che ha disposto la trasmissione degli atti al procuratore capo affinché valuti la possibilità di nuove indagini, ‘smontà le tesi dei pm e si richiama anche alle ordinanze emesse dal gip Giuseppe Gennari in fase di indagini. Le attività di dossieraggio, scrive il gup, non sono state portate avanti "da una ‘security impazzita' al fine di ‘drenare' risorse dalle due societa", ma "sono state in realtà eseguite sulla scorta di un interesse aziendale alla esecuzione delle operazioni, talora di un interesse pressoché esclusivo del Presidente delle due società". D'altronde, spiega il magistrato, "l'ufficio acquisti di Telecom e di Pirelli, nonché Valente (Giancarlo, ndr) con il suo ‘Conto del Presidentè (ovvero, secondo altra terminologia, con il ‘conto del Top Management') regolarmente e senza alcuna obiezione onoravano fatture emesse" da società straniere "per operazioni consapevolmente commissionate a Cipriani o a Bernardini".

Tronchetti Provera e Carlo Buora poi, scrive il gup, "hanno approvato il bilancio dei due diversi settori security delle due aziende, senza alcun rilievo di sorta". Un budget, si legge ancora, che "era negli anni cresciuto, passando da 10 milioni di euro a 50/60 milioni di euro, fino a toccare i 120 milioni di euro nell'anno 2004". E, infine, la natura stessa dei dossier. "Quello che si è verificato - si legge - è stata molto semplicemente la esecuzione capillare di operazioni di ‘spionaggio' di possibili e futuri dipendenti; di concorrenti; di personaggi della finanza (...) di uomini politici; di mogli, fidanzate, amici, amiche, figli degli amici, calciatori, allenatori di squadre di calcio, cognati, cognate, ex mariti". Ciascuna operazione, prosegue il gup, "rispondeva pienamente ad interessi ed esigenze aziendali ovvero personali del Presidente e, talora, di qualche altro alto dirigente".

Per il giudice, inoltre, nelle sue dichiarazioni in fase di indagini Tronchetti Provera ha manifestato un "ostinato diniego di ogni consapevolezza di quanto accadeva nelle aziende da lui, almeno formalmente, gestite".

Per venerdì prossimo, intanto, è fissata, davanti al gip Gennari, l'udienza relativa alla distruzione dei dossier illegali, nella quale si dovrà discutere se e come distruggerli.

A quanto si è appreso, alcuni legali delle persone ‘spiatè vorrebbero discutere report per report in contraddittorio tra le parti e chiedere l'esame di ogni atto contenuto negli 83 faldoni. Un'udienza che, dunque, potrebbe durare anni. ( Fonte: americaoggi.info)

Redazioneonline- Osservatorio Nazionale

 

Fini non fa sconti. E da Benevento annuncia a Berlusconi che allo scambio di Montecitorio il treno delle intercettazioni dovrà cedere il passo a quello della manovra. È presto per dire se andrà veramente così, i regolamenti parlamentari sono come un codice di complessa (e spesso non univoca) decrittazione. Nessun dubbio, invece, sulla natura e sulla forza del segnale. Il presidente della Camera intende giocare fino in fondo la sua partita e considera il Pdl, piaccia o meno agli ex-padri nobili di Forza Italia e, soprattutto, agli ex-colonnelli di An, un cantiere dove i lavori sono più che mai in corso.

L'intoccabilità dellle nuove norme sulle intercettazioni faticosamente messe a punto in Senato è peraltro da sempre un dogma alquanto pericolante. Non solo e non tanto per il Vietnam ostruzionistico preannunciato dal Pd di Pierluigi Bersani, ma proprio per il ruolo determinante che Fini e i suoi hanno a Montecitorio. La presidenza della Camera, beninteso nel pieno rispetto dei regolamenti, non è certo ininfluente nella stesura dei calendari parlamentari. E c'è inoltre da ricordare che a presiedere la Commissione Giustizia c'è Giulia Bongiorno, avvocatessa dal carattere esplosivo e finiana di stretta osservanza. Lo sa bene il premier che non ha certo apprezzato i molti freni posti in passato proprio dalla Bongiorno a provvedimenti a cui il Cavaliere teneva molto.

A favore di Fini c'è anche la natura particolarmente impervia dell'ennesimo terreno di scontro con il presidente del Consiglio. Impervia per Berlusconi giacché appare difficilmente sostenibile la tesi che le intercettazioni in termini di impatto sociale peserebbero più di una manovra severa, che imporrà sacrifici a molte categorie di cittadini. Intendiamoci, la maggioranza del Pdl ha le sue ragioni: sull'intesa raggiunta in Senato ci sono anche le firme dei finiani. E che quell'intesa fosse vincolante per il prosieguo dell'iter parlamentare sembrava scontato.

Ma, si sa, in politica tutto può tornare in discussione, fino all'ultimo secondo. Il testo così com'è ora continua peraltro a dispiacere a molti, la stessa firma del presidente Napolitano non è per nulla scontata. C'è da registrare, infine, che anche l'Udc di Casini proprio su questo provvedimento è tornata a confliggere con il Pdl, sospendendo bruscamente quello che a molti osservatori appariva come un prudente riavvicinamento.

Alla luce di questo complicato scenario l'esito del braccio di ferro che, stando alle bellicose dichiarazioni dei capigruppo del Popolo della Libertà nei due rami del Parlamento, appare ormai inevitabile è decisamente incerto. Al punto che non è assolutamente da escludere che si arrivi, cercando di evitare figuracce da una parte e dall'altra, all'ennesimo compromesso. Che potrebbe riguardare, ad esempio, una riscrittura di alcune norme particolarmente criticate, segnatamente quelle che restringono i tempi concessi ai pm per gli ascolti ambientali.

In cambio si potrebbe tracciare un percorso protetto che consenta al Parlamento di licenziare prima della pausa estiva sia la manovra che la legge sulle intercettazioni. I numeri di cui la maggioranza dispone sia a Montecitorio che a Palazzo Madama (dove il testo, se finirà così, è destinato a tornare) renderebbero possibile questa soluzione.

Ed anche il Partito democratico potrebbe legittimamente rivendicare di aver condotto fino in fondo la sua battaglia portando a casa qualche risultato. ( Fonte: americaoggi.info)

Redazioneonline- Osservatorio Nazionale

 

Gianfranco Fini lancia alla maggioranza un segnale chiaro: sui tempi di approvazione del ddl intercettazioni non accetta pressioni da nessuno. Il presidente della Camera intende garantire il rispetto del regolamento e non vuole apparire come il notaio di un accordo già ratificato: del resto a suo avviso non c'é nessuna fretta, non c'é un nemico da combattere, ma piuttosto si può favorire un ulteriore approfondimento del confronto. Anche perché, è il ragionamento del capo della destra, il varo della manovra economica è prioritario alla luce della crisi in atto.

Naturalmente, come spiega il finiano Italo Bocchino, ciò non significa porre un aut-aut e rimettere in discussione tutto: alla resa dei conti, la componente dell'ex leader di An sarebbe pronta a votare il testo del Senato. Si tratta piuttosto di marcare un linea, di avvertire che si sta varcando un confine pericoloso: quello di un rischio incostituzionalità del provvedimento che potrebbe indurre il Quirinale a rispedire il testo alle Camere.

Nel centrodestra c'é tuttavia chi non digerisce questo ruolo di coscienza critica: Osvaldo Napoli, per esempio, attacca la tattica di raggiungere accordi in Parlamento e poi di criticarli sulla stampa e Roberto Calderoli dice a Fini che i tempi della manovra saranno stabiliti dal Senato che la esaminerà per primo.

In realtà l'obiettivo principale del presidente della Camera sembra quello di conquistare uno spazio politico definitivo nel Pdl. Le richieste avanzate dai suoi sulla manovra economica ne sono la dimostrazione. Baldassarri e Bocchino chiedono maggiori misure per lo sviluppo e giudicano fondato il sospetto che 25 miliardi non siano sufficienti: tra un anno si potrebbe essere costretti a intervenire nuovamente con altri tagli.

Questa analisi secondo la maggioranza del Pdl è stranamente simile a quella del Pd: una linea greco-spagnola, la definisce Fabrizio Cicchitto, che pretende di puntare sulla crescita ignorando il deficit statale. Sono parole che lasciano intendere la difficoltà dell'imminente trattativa per migliorare la Finanziaria senza toccarne i saldi: ma è su questo terreno che i finiani si apprestano a giocare la propria partita.

In questo senso, la sponda venuta meno al Pd dopo l'accordo sottoscritto da Fini con Berlusconi sulle intercettazioni, potrebbe tornare d'attualità: non a caso Pier Luigi Bersani ha annunciato un pacchetto di emendamenti per riproporre le liberalizzazioni della terza "lenzuolata" (rimaste sulla carta a causa della fine della legislatura) e ha chiesto alla maggioranza di impegnarsi in un negoziato vero.

L'attenzione che Fini riserva alla possibilità di un confronto più pacato sulle intercettazioni, magari con i tempi chiesti dal Pd, è la spia del suo lavoro diplomatico per scongiurare il muro contro muro su tutti i temi in discussione, in linea con la strategia del Colle. Fini auspica perciò riforme condivise sui temi del lavoro, depreca le rigide contrapposizioni che si determinano nel nostro Paese praticamente ad ogni occasione.

Si vedrà se questi spazi esistono davvero. Ma intanto l'Italia dei Valori continua nella sua opposizione frontale al governo e chiede al presidente della Camera di dimostrarsi coerente con le sue dichiarazioni: coerenza che, accusa Luigi de Magistris, finora non c'è stata. La polemica riguarda tutta la riforma della giustizia, non solo le intercettazioni, l'ipotizzata separazione delle carriere, l'istituzione di due Csm.

Temi sui quali peraltro anche l'opposizione è divisa: Nicola Latorre fa sapere che la separazione per il Pd è inopportuna, ma non è un tabù. Emma Bonino ricorda che la posizione dei radicali è assai diversa e più aperta alle ipotesi che vengono dal centrodestra. ( Fonte: americaoggi.info)
Autore: pierfrancesco.frere@ansa.it

Redazioneonline- Osservatorio Nazionale

 
Di redazione (del 15/06/2010 @ 07:27:35, in Osservatorio Nazionale, linkato 132 volte)

La domanda che dobbiamo porci dopo il passaggio della legge "bavaglio" al Senato, non è perché Berlusconi la voglia, ma perché sia così convinto che possa farcela senza danneggiare la sua popolarità. Da premier Berlusconi non ha mai fatto nulla contro la pancia degli italiani, quella più grassa, cioè la maggioranza. Allora, forza, rispondiamo alla domanda: perché in Italia si può oggi, nel 2010, proporre e far approvare, anche con la fiducia, una legge così liberticida nei confronti della stampa, della cosidetta "libera" informazione?

In Italia si può assaltare l'informazione cosidetta "pluralista" avendo ormai da tempo gli italiani constatato che l'informazione indipendente non esiste nel loro paese. Giustamente, in Italia nessuno crede che l'informazione goda di alcuna libertà, non perché questa gli sia stata tolta, ma perché le manca di suo. Cioè alla stragrande maggioranza dei giornalisti italiani che ora tanto si agitano per le leggi di Berlusconi, manca quella indipendenza e quel senso etico della professione giornalistica prerequisito per il corretto esercizio di quella libertà che adesso vorrebbero che i cittadini difendessero.

Gli italiani saranno faziosi ma non sono fessi. Se Berlusconi può far indisturbato quello che fa contro la stampa, è perché gli italiani non hanno alcuna fiducia in questa, nelle sue capacità di attenersi al ruolo corretto che dovrebbe avere in una democrazia normale. La stampa italiana ha deciso da tempo di essere parte della lotta politica. Non è "guardiano" o "arbitro" del potere, ma un attivo "partito militante", che cerca di far vincere una parte dei duellanti politici, possano questi essere la Dc o il Pci di una volta, o il Pdl o Pd dei tempi nostri. Informazione pluralista in Italia significa questo: dare a tutti l'opportunità di poter "condizionare" l'informazione, di farla gareggiare contro l'altra nell'essere partigiana e faziosa. Queste varie parti in competizione per il potere una volta si appoggiavano per ragioni "ideologiche", oggi soprattutto per interessi economici. Gli editori che entrano nel business non sono editori "puri", non stampano giornali o aprono studi televisivi per guadagnare con l'editoria. Lo fanno perché per il loro "core business", hanno bisogno di ingaggiare il sempre pronto giornalismo militante italiano ad essere al servizio di un padrone, soprattutto se paga bene. Ecco allora che Berlusconi ha potuto fare quello che sarebbe impossibile in qualsiasi altreo paese democratico avanzato: fare una legge che mette il bavaglio alla stampa. Perché lui è al potere con la maggioranza degli italiani. E questi sanno che così il danno alla loro informazione "di parte" sarà meno grave che il danno all'informazione del "nemico". Loro al potere già ci stanno e quindi, chissenefrega!

Per questo, da New York, questo gridare allo scandalo, queste pagine bianche o listate a lutto, ci fanno sorridere. La stampa italiana, per poter essere credibile nella sua protesta contro "il despota", prima deve fare una "rivoluzione" interna. Con le sue contraddizioni e ipocrisie, il giornalismo militante italiano ha creato le condizioni per lo scatenamento del mostro Berlusconi. Ora egli può fagocitare tutti perché non c'è alcuna informazione indipendente che il popolo italiano debba poter difendere.

Scusate, forse Prodi non sceglieva il suo direttore del Tg1? E quel governo di centrosinistra non aveva cercato di far passare una proposta in cui si metteva il bavaglio addirittura all'internet?

Che fare allora? Lasciare che Berlusconi tolga ogni ipocrisia e instauri il totale controllo sull'informazione come ai tempi di Mussolini? Non potrà più farlo, per fortuna c'è internet. E ci siamo anche noi italiani all'estero, con questo giornale e con appunto il web, saremo prontissimi a far leggere agli italiani che lo vorranno tutto quello che le leggi volute dal "padrone" impediscono di pubblicare in Italia.

Chiudiamo con tre citazioni di Thomas Jefferson, colui che più di chiunque tra i padri fondatori degli Stati Uniti, volle innestare nella Costituzione americana il "First Amendment", che in materia di libertà di espressione e di stampa, dopo oltre 200 anni, fa degli Stati Uniti ancora il paese guida per tutte le altre democrazie:

"A despotic government always keeps a kind of standing army of news writers who, without any regard to truth or to what should be like truth, [invent] and put into the papers whatever might serve the ministers. This suffices with the mass of the people who have no means of distinguishing the false from the true paragraphs of a newspaper." -Thomas Jefferson, Oct. 13, 1785.

"Our liberty cannot be guarded but by the freedom of the press, nor that be limited without danger of losing it." -Thomas Jefferson to John Jay, 1786.

"The basis of our governments being the opinion of the people, the very first object should be to keep that right; and were it left to me to decide whether we should have a government without newspapers or newspapers without a government, I should not hesitate a moment to prefer the latter...." -Thomas Jefferson to Edward Carrington, 1787.
( Fonte: americaoggi.info)

Redazioneonline- Osservatorio Nazionale

 

All'inaugurazione di una scuola nel Trevigiano non si suona l'Inno di Mameli: il neo-governatore veneto Luca Zaia avrebbe chiesto di sostituirlo con il 'Va' pensiero' di Verdi. Il fatto fa rumore e scatena la polemica contro la Lega, già sotto tiro dopo che, il 2 giugno, i suoi avevano disertato la Parata dei Fori imperiali e che Roberto Maroni aveva fatto eseguire a una cerimonia ufficiale " La gatta" di Gino Paoli al posto dell'inno di Mameli. Il ministro della Difesa Ignazio La Russa considera la scelta di Zaia come «un fatto grave», e un altro ministro, Andrea Ronchi, si spinge a parlare di «oltraggio alla Nazione».

Tutto succede all'inaugurazione di una scuola primaria di Fanzolo di Vedelago, piccolo centro in provincia di Treviso. Al taglio del nastro, con tutte le autorità schierate, un coro avrebbe dovuto eseguire l'Inno nazionale. Ma un paio di collaboratori di Zaia avrebbero chiesto di sostituire Fratelli d'Italia con la celebre aria del Nabucco che la lega ha adottato come inno ufficiale della Padania. Zaia nega qualsiasi proprio intervento sul protocollo. «L'inno è stato regolarmente cantato al taglio del nastro», precisa. Ma testimoni raccontano che non Fratelli d'Italia ma 'Va' pensiero' è stato cantato davanti a tutte le autorità prima della benedizione del parroco e del taglio del nastro. E l'inno di Mameli? Dopo: quando Zaia stava già visitando il nuovo plesso scolastico e la cerimonia era sostanzialmente finita. «L'applauso al termine dell'Inno di Mameli è stato fatto dai pochi rimasti, tra cui non ho visto il presidente Zaia», racconta il direttore del coro.

Nemmeno il deputato del Pdl Fabio Gava, che a quella cerimonia c'era, ha sentito eseguire l'inno, e per questo chiede chiarimenti al governatore, come fa anche il senatore Lucio Malan. Il Pdl è duro. Si scandalizza La Russa: «Non mi sembra possibile, anche perché il 'Va' pensiero' è ancora più patriottico dell'Inno di Mameli, e dunque sarebbe contraddittorio per un leghista. Comunque, se fosse vero, sarebbe grave, perchè non spetta a un governatore far sostituire l'inno italiano». Durissimo il titolare delle Politiche comunitarie Andrea Ronchi: «Aver deciso che l'Inno di Mameli fosse suonato senza la presenza delle autorità è un oltraggio alla nazione italiana», tuona aggiungendo: «La Lega è certamente un alleato importante. Ma si sappia che sul concetto di unità nazionale, dall'inno d'Italia al federalismo, non faremo sconti a nessuno».

Di «atteggiamento semplicemente distruttivo» parla Guido Crosetto, mentre Farefuturo attacca «l'ultima sparata della Lega», e dall'Udc Antonio De Poli invita Zaia a «vergognarsi». Sempre dall'opposizione, Donadi dell'Idv chiede al governo di «condannare» l'operato del governatore veneto, la capogruppo Pd in Regione Laura Puppato invita Zaia a «rispettare leggi e regolamenti»; e caustico è il sindaco Pd di Padova, Flavio Zanonato: «Il governo leghista non ci dà i soldi e fa suonare il Và pensiero. Cercano di distrarre l'attenzione dai fatti che interessano la gente».  ( Fonte: leggo.it)

Redazioneonline- Osservatorio Nazionale

 

Anche se l'ex presidente Luca Cordero di Montezemolo ha attaccato duramente la classe politica alla quale ha chiesto di "mettersi nei panni dei cittadini", la Confindustria ha deciso di mantenere una posizione più cauta e realistica. L'intervento di Emma Marcegaglia al convegno dei giovani imprenditori è il segnale che gli industriali italiani non hanno alcuna intenzione di "entrare nel ring della politica" ma di lanciarle "una sfida competitiva". Meglio perdere l'occasione di "conquistare" il ministero dello Sviluppo economico, insomma, che rinunciare alla propria "terzietà".

Se in passato qualche gestione è stata considerata più "vicina" alle ragioni di un polo o di un altro, questa è l'ora del realismo, del confronto sui fatti. Ecco perché la Marcegaglia ha sposato la linea del rigore nei bilanci pubblici, ma ha chiesto con forza di non fermarsi agli interventi contro la congiuntura sfavorevole perché occorre liberare risorse per crescita, ricerca, innovazione, infrastrutture, compiendo un serio intervento sul fisco. Ma soprattutto - anche con riferimento al delicato caso Fiom-Pomigliano - ha invocato l'unità della classe politica e delle forze sociali di fronte alla crisi, riprendendo l'invito di Napolitano.

La varietà di reazioni politiche dimostra che non tutti hanno colto la portata della presa di posizione della Marcegaglia e la differenza fra la linea e la strategia della Confederazione e quella di Montezemolo. Il più attento a cogliere il segnale, però, è stato il ministro Tremonti, che ha ribadito la volontà sua e del governo di varare già fra pochi giorni un piano di deregulation e di interventi per la libertà d'impresa.

Non è un caso, perché Tremonti sa bene quanto sia difficile ricercare il consenso in un momento di crisi senza realizzare almeno qualcuna delle trasformazioni strutturali che l'opinione pubblica e le parti sociali chiedono. È questo, d'altronde, il ruolo della politica. I margini per agire, peraltro, sono stretti, perché il tempo delle aperture di credito è finito. Il federalismo, la fiscalità, il rilancio del sistema produttivo, la lotta a sprechi e clientele, il rinnovamento dello Stato e del suo rapporto col mondo del lavoro sono temi sui quali non si può più indugiare.

Tremonti è consapevole che se i cauti ma fermi appelli della Marcegaglia non saranno ascoltati sarà l'evolversi della crisi a far "entrare nel ring" non solo Montezemolo, ma anche altri soggetti oggi non ancora dichiaratamente politici. Per non vivere una nuova "stagione di supplenza" da parte della "società civile" è necessaria una svolta drastica.

Il ministro dell'Economia ha il potere per farsene portavoce, ma è la classe dirigente - opposizione compresa - che deve assumersene peso e responsabilità. Anche se qualcuno non se n'è accorto, la Terza Repubblica attende dietro la porta che la Seconda compia l'ennesimo, fatale, passo falso. ( Fonte: americaoggi.info)

Redazioneonline- Osservatorio Nazionale

 

Qualunque sia l'interpretazione che si voglia dare delle ultime mosse di Silvio Berlusconi, una cosa è certa: un osservatore straniero non abituato alle alchimie della politica italiana, le troverebbe semplicemente strane, se non addirittura incomprensibili. Ma c'è soprattutto una delle ultime esternazioni del premier che questo osservatore troverebbe del tutto assurda: quella secondo la quale al capo del governo sarebbe impedito di governare.

Anche la persona più incompetente di politica prenderebbe quella affermazione per ciò che è: una boutade, un menare il can per l'aia per giustificare un'azione di governo balbettante e a volte persino imbalsamata, malgrado tutti i proclami e gli altisonanti annunci.

Già, perché la schiacciante maggioranza su cui il premier può contare sia alla Camera che al Senato, dovrebbe far procedere il governo, nell'attuazione del suo programma, come un treno ad alta, ad altissima velocità, mentre spesso lo si vede invece arrancare, quasi deragliare. Insomma, una affermazione paradossale quella di Berlusconi sugli ostacoli che non gli consentirebbero di lavorare, per il bene del paese naturalmente, mica per il suo, con la determinazione e la rapidità che lui vorrebbe.

Il paradosso più grande il premier lo ha però raggiunto durante l'Ufficio di presidenza del Pdl che ha varato il testo definitivo della contestatissima -e molto criticata, in Italia e all'estero- legge sulle intercettazioni. La quale, con la scusa di tutelare la privacy dei cittadini, in realtà limita, e in certi casi addirittura ostacola le indagini della magistratura sulla criminalità e il malaffare (comune ma anche politico: e questo, forse, è il punto che maggiormente sta a cuore ai sostenitori più tenaci del provvedimento), impedendo alla stampa di informare e ai cittadini di sapere. Il tutto, accompagnato da sanzioni pecuniarie e finanche col carcere per giornalisti ed editori che non dovessero adeguarsi alla futura normativa. Da qui la definizione di "legge bavaglio".

Un bavaglio che Berlusconi avrebbe voluto ancora più stretto di quanto non continui ad essere, nonostante le quasi insignificanti modifiche al testo ottenute dalla componente finiana del Pdl. Modifiche che hanno indotto il premier -ed ecco il paradosso- a non sottoscrivere il testo della legge frutto del compromesso con i finiani, sostenendo che lui non vi si riconosce. E per evitare eventuali sorprese durante l'iter parlamentare da parte della sua maggioranza -fidarsi è bene non fidarsi è meglio- ha preteso che sul provvedimento venisse posta al Senato la questione di fiducia (nei prossimi giorni il disegno di legge passerà all'esame della Camera per il varo definitivo).

Bene: non si era finora mai visto un presidente del Consiglio dare il via libera in Parlamento a una legge che lui dice di non condividere, vero o falso che sia. Sì, perché alcuni sostengono che il premier abbia giocato una doppia partita: se la legge passa avrà comunque raggiunto l'obiettivo di condizionare magistratura e stampa; se per una ragione qualunque non dovesse alla fine passare, addosserebbe la responsabilità ai continui "distinguo" di Fini e dei suoi.

Chi o cosa gli impedirebbe di attuare il suo programma , il premier, come è noto, l'ha indicato nella Costituzione: "un inferno" per il suo governo del fare, l'ha bollata. Che la nostra Carta abbia bisogna di alcuni aggiornamenti, senza minarne però le fondamenta su cui si basa il sistema democratico, a cominciare dalle norme che regolano gli equilibri fra i vari poteri e gli assetti su cui essi poggiano, tra i quali l'indipendenza della magistratura e la libertà della stampa, molti concordano. Ma che contro di essa si spari ad alzo zero come ha fatto Berlusconi, quasi evocando forme autoritarie dell'esercizio di governo che sarebbero legittimate da un voto che lo ha visto due anni fa prevalere nella competizione elettorale, ce ne corre.

E qui, a volere essere pedanti, ma non troppo, altro paradosso: su questa Costituzione lui ha giurato solo due anni fa per la quarta volta. Ci aveva quindi già "convissuto" negli anni precedenti, sia pure a periodi alterni, ma comunque per un tempo sufficiente per valutarne quelli che lui giudica gravi difetti. Possibile allora che abbia capito solo adesso che convivere con questa Costituzione è addirittura "un inferno"?

L'uomo è troppo sveglio per non essersene accorto prima. E dunque perché non ne ha fatto uno dei punti qualificanti della campagna elettorale, invece di promettere l'impossibile, ad esempio il taglio delle tasse, tanto per dirne una? "Se proprio la Costituzione non gli piace che se ne vada", è sbottato il mite Pierluigi Bersani, consapevole naturalmente di rivolgere al premier un invito platonico.

Al quale se ne potrebbe aggiungere un altro, però concreto: se è onestamente convinto del suo giudizio così negativo sulla Costituzione, perché non va in Parlamento a dire apertamente quali sono le parti della nostra Carta fondamentale che a suo giudizio sono da cambiare e come le cambierebbe? Presenti le sue proposte di modifica nei modi e nei tempi previsti, e chieda alle Camere di pronunciarsi. Sarebbe un atto finalmente non paradossale ma coerente. ( Fonte: americaoggi.info)

Redazioneonline- Osservatorio Nazionale

 

In attesa di vedere che cosa accadrà alla Camera con le intercettazioni telefoniche, e come il Parlamento convertirà il decreto legge sulla manovra, il governo lancia la grande riforma d'autunno. Lo fa proprio attraverso i protagonisti della nuova offensiva, che sono i ministri dell'Economia, Giulio Tremonti, e della Giustizia, Angelino Alfano. Il primo annuncia modifiche della Costituzione per sbloccare il sistema da un "labirinto di leggi che fa paura": quattro chilometri di Gazzetta Ufficiale ogni anno, secondo i calcoli di Tremonti.

Il secondo assicura d'essere pronto a proporre la separazione delle carriere nella magistratura (pubblici ministeri da una parte, giudici dall'altra) e lo sdoppiamento conseguente del Consiglio superiore, cioè dell'organo di autogoverno delle toghe. Per introdurre simili novità, anche Alfano avrà bisogno di rivedere la nostra Carta.

E così, col federalismo fiscale e poi costituzionale prospettato dal ministro Umberto Bossi, il centro-destra chiude il cerchio del "suo" programma, scommettendo sulla libertà d'iniziativa e sperando di riequilibrare i poteri politico e giudiziario. Dunque, Costituzione, economia e giustizia saranno i tre pilastri del grande cambiamento col quale Pdl e Lega cercheranno di rispondere alle aspettative di quanti, tanti, rimproverano alla maggioranza la "vista corta", ossia di essersi finora accontentata di governare la crisi alla meno peggio, senza però una strategia sul futuro.

Le dichiarazioni di Tremonti e di Alfano lasciano intravedere quali saranno i fronti d'intervento che accompagneranno le "bollenti" iniziative già in calendario nei lavori parlamentari estivi, a cominciare dal discusso testo delle intercettazioni. Un testo che non avrà vita facile a Montecitorio, dove ritorna, e non solo per le riserve dei finiani. Anche se nessuno potrebbe impedire all'esecutivo di rimettere la fiducia per approvarlo così com'è (e come vuole il presidente del Consiglio che sia), nella speranza di spegnere almeno questa polemica.

Tuttavia, anche le annunciate riforme rischiano il muro contro muro. A parte il federalismo, per il quale, non conoscendone i costi, aumentano le diffidenze politiche e imprenditoriali, la via dell'"economia sociale di mercato" indicata da Tremonti -che fa pure un riferimento al modello di Pomigliano, contestato invece dalla Cgil e dalle sinistre-, è tutta da percorrere. E anche il principio costituzionale di responsabilità della persona sostenuto dal ministro dell'Economia si può "riempirlo" in tanti modi.

Non minore sarà il braccio di ferro sulla giustizia, specie se non arriveranno, al di là delle ventilate modifiche sull'architettura, specifici e concreti provvedimenti alla portata dei cittadini: rapidità dei processi, certezza della pena e pene proporzionate alla gravità dei reati, anziché la regnante e confusa clemenza che finisce per colpire, come sempre, i più deboli. In altre parole, una giustizia più equa non per gli imputati, già super-tutelati, ma per le vittime dei reati. ( Fonte: americaoggi.info)

Autore: f.guiglia@tiscali.it

Redazioneonline- Osservatorio Nazionale

 

Una sosta all'Harry's bar di via Veneto a Roma con il coordinatore nazionale del Pdl, Denis Verdini e l'imprenditore Riccardo Fusi, toscani come lui, e così il ministro per le Infrastrutture Altero Matteoli viene risucchiato nell'inchiesta sui grandi appalti avviata dalla procura di Firenze.

Matteoli non è tra i testimoni né tanto meno è indagato, ma ora si parla di lui in un nuovo appunto investigativo del Ros dei carabinieri e in un interrogatorio sull'appalto per la scuola marescialli di Firenze reso ai pm da un dirigente del ministero. L'incontro all'Harry's bar di Roma, é di un giorno di fine ottobre 2008. Per gli inquirenti, in quella riunione non si parla solo di politica ma si vuole aiutare Fusi a riprendere l'appalto. E risulta che Matteoli convoca un dirigente del ministero, il capo dell'ufficio legislativo Gerardo Mastrandrea, per chiedergli conto del contenzioso tra la Btp di Fusi e la società Astaldi per i lavori alla scuola. Ma non solo. Sempre dalle nuove carte che la procura ha depositato in vista del processo del 15 giugno (imputati Angelo Balducci, Fabio De Santis e Guido Cerruti) emerge che il ministro Matteoli si sarebbe interessato anche alla nomina di De Santis con Claudio Iafolla, capo di gabinetto del ministro. Una nomina caldeggiata dal coordinatore nazionale del Pdl Verdini su richiesta di Fusi.

"Sono sereno, non ho un avviso di garanzia, non ho nulla", ha detto Matteoli sui nuovi risvolti investigativi del Ros. "Ho completa fiducia nella magistratura - ha proseguito il ministro -. Il fatto che io riceva qualcuno alla presenza di un funzionario è mio modo di lavorare. Quando viene un imprenditore non lo ricevo mai da solo ma alla presenza di collaboratori". E lo stesso Mastrandrea si è detto sorpreso per aver "letto stralci della mia deposizione ai magistrati di Firenze. Si tratta di estrapolazioni che travisano il mio pensiero". Per Mastrandrea "non è vero che all'Harry's bar di Roma si sia decisa la sorte dell'appalto" e "non è vero che io mi sia mai trovato tra incudine e martello. Il ministro non mi ha mai fatto pressioni".

Ieri, nei penitenziari di Firenze e di Prato, i difensori di Angelo Balducci e Fabio De Santis, rispettivamente gli avvocati Gabriele Zanobini e Remo Pannain, hanno incontrato i due funzionari pubblici per informarli delle conseguenze della sentenza della Corte di Cassazione che ha stabilito il trasferimento degli atti dalla magistratura fiorentina a quella di Roma.

Balducci e De Santis sono in carcere da oltre quattro mesi e, alla luce delle ultime novità, sperano di uscire presto. Balducci si è detto "fiducioso che prima o poi la giustizia funzioni" sperando che "le complicazioni di diritto e le diatribe tra organi della magistratura che stanno emergendo non prolunghino la detenzione". "Voglio tornare in libertà", dice ed una possibilità in questo senso si presenterà per entrambi il 14 giugno quando il tribunale del riesame discuterà un loro ricorso. ( Fonte: americaoggi.info)

Redazioneonline- Osservatorio Nazionale

 

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Enrico, cosa intendi col "recupero dei voti degli esclusi"????Magari che gli assenti hanno ragione??A casa mia gli assenti hanno sempre torto.Così come dovrebbe essere in qualsiasi società democratica...
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