Nel giorno in cui Berlusconi e Tremonti annunciavano, insieme agli altri tagli contenuti nella manovra anticrisi, anche quelli destinati a colpire regioni, province e comuni, il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, ha reso noto di volere introdurre una tassa di soggiorno per i turisti in visita alla città eterna. Spingendosi a quantificarne l'ammontare: 10 euro. Quando poi dal Partito democratico sono arrivate le prime critiche, ha replicato a muso duro: "Sull'argomento decido io ed è giusto che i turisti contribuiscano al bilancio del comune".
Quello che non si aspettava, però, era che molte perplessità sulla bontà della sua idea venissero non solo dagli imprenditori del settore turistico-alberghiero (circostanza che forse aveva messo nel conto), ma persino da esponenti della maggioranza di centrodestra, quella cui appartiene. Ed ecco allora la prima correzione di rotta: "La tassa, che sarà introdotta a partire dal 2011, verrà applicata solo a chi spende dai trecento euro in su, quelli dell'extralusso. Poi si va a scalare. Per gli alberghi a 4 stelle si può pensare a una tassa di 1 euro".
La precisazione non ha però convinto il ministro del Turismo, Maria Vittoria Brambilla. Temendo che altre città potrebbero seguire l'esempio di Roma, ha commentato: "Si tratta di una tassa iniqua che creerebbe un danno al turismo". Sulla stessa linea gli albergatori: "E' gravissimo che in questo momento venga colpito il nostro settore". E infine le critiche che per Alemanno sono politicamente le più pesanti: quelle che gli sono arrivate da esponenti del suo stesso partito e che nell'amministrazione capitolina rivestono cariche importanti. "Ci auguriamo -hanno detto i presidenti delle commissioni Turismo e Cultura- che il primo cittadino riesca a evitare l'introduzione di un balzello assurdo che, oltre a non risolvere i problemi di bilancio del Comune, arrecherebbe un danno".
E' possibile che anche questa volta, sottoposto a un fuoco concentrico di critiche, Alemanno, come è già successo per altri progetti annunciati e poi ritirati, torni sui propri passi e della tassa di soggiorno per i turisti non se ne faccia nulla. Anche se, così facendo, mostrerà di meritarsi il soprannome di Retromanno, datogli a causa delle sue frequenti retro...marce. Considerazione, questa, che scadrebbe a puro folklore locale se non fosse che la reazione di Alemanno ai tagli del governo è la conseguenza di un qualcosa che la manovra economica ha solo confermato, ma che da tempo viene denunciato dall'opposizione di centrosinistra, dall'Udc e dalla componente finiana del Pdl, e ora, con sempre maggiore convinzione, anche dai fedelissimi del premier: le decisioni che il governo prende, se e quando riesce a prenderle, sono sempre condizionate dalla Lega di Umberto Bossi, che ha in Tremonti una sicura sponda e nel federalismo fiscale il suo unico obiettivo.
Una situazione che crea tensioni nel Pdl e provoca profonde divisioni sia all'interno della compagine ministeriale, come dimostrano i mugugni che hanno accompagnato il varo della manovra, sia, in maniera sempre più diffusa, fra gli amministratori locali e gli elettori di centrodestra.
E come se non bastasse la vicenda della contestata tassa di soggiorno sui turisti a Roma, ecco ora esplodere la questione delle province in odore di abolizione, quelle con meno di 220 mila abitanti. Quante saranno? Dieci, come annuncia il sito del ministero dell'Economia, il cui titolare, Giulio Tremonti, proprio sui tagli contenuti nella manovra si sarebbe a lungo scontrato col premier nei giorni scorsi? O nove? O nessuna, come invece avrebbe assicurato Berlusconi in persona al presidente dell'Unione Province Italiane, Giuseppe Castiglione?
Il provvedimento, non ancora del tutto chiaro nella sua attuazione pratica, sta provocando la rivolta degli amministratori locali interessati. Anche perché dall'elenco sono state escluse le province delle Regioni a statuto speciale, e passi; ma sono state "graziate" anche quelle che confinano con Nazioni straniere. E, guarda caso, tra queste c'è pure la provincia di Sondrio, che confina con la Svizzera ma che, soprattutto, ha avuto la fortuna di avere dato i natali a un personaggio illustre: il ministro Giulio Tremonti. Proprio lui. Mentre Bossi, da parte sua, per far capire che aria tira sotto le bandiere leghiste, minaccia: se mi toccano Bergamo facciamo "la guerra civile", anche se la provincia bergamasca fa circa 1 milione di abitanti.
C'è di che arrabbiarsi? A tanti, anche nel centrodestra, soprattutto in periferia, sembra di sì. Rieti, storica cittadina di circa 170.000 abitanti a Nord di Roma, una di quelle che dovrebbero essere cancellate. Se il coordinatore provinciale del Pdl, nonché senatore della Repubblica, Angelo Maria Cicolani, si limita a dire di essere "sorpreso e contrario", il sindaco della città, Giuseppe Emili, anche lui del Pdl, si spinge molto più in là. Incita i cittadini alla "mobilitazione contro il provvedimento", che definisce "discriminatorio e punitivo", e chiama a raccolta per dare vita a un Consiglio provinciale di "lotta". E Rieti non è un caso isolato.
E' abbastanza evidente, a questo punto, che nel Pdl, soprattutto in quello del Centro-Sud, si allarghi l'insoddisfazione verso un governo che appare sempre più a trazione tremontian-leghista. Berlusconi se ne rende conto e si preoccupa. Preoccupazione alimentata dagli ultimi sondaggi, niente affatto soddisfacenti. Ecco quindi perché, secondo alcuni, nel tentativo di arginare il duo Tremonti-Bossi, starebbe puntando a una doppia operazione: allargare la maggioranza offrendo all'Udc una poltrona di prestigio nel governo, e provare a recuperare, per quanto possibile, un minimo di rapporti con Gianfranco Fini. Che ciò gli riesca è tutto da vedere. ( Fonte: americaoggi.info)
L'allarme è arrivato dal presidente della Regione Lombardia, Roberto Formigoni che ha lanciato un appello al governo ma, in particolare, agli "amici" ministri e parlamentari leghisti affinché venga modificata la manovra finanziaria per tenere aperta la possibilità di portare a termine la riforma sul federalismo fiscale.
Un timore infondato secondo il presidente del consiglio Silvio Berlusconi, che ha escluso un rallentamento nell'attuazione del federalismo fiscale: "Per non lasciare spazio ai retropensieri - ha spiegato il premier - abbiamo deciso di varare una commissione all'interno del Pdl, che concluderà il suo esame entro l'estate". Quindi, i vari decreti attuativi ci saranno "nei tempi richiesti". Per tagliare la testa al toro, il ministro Roberto Calderoli ha chiesto a Giulio Tremonti di accelerare i tempi della tabella di marcia. Entro giugno, è la richiesta del carroccio, dovranno arrivare sul tavolo i decreti attuativi sull'autonomia impositiva degli enti locali, sui costi e sui fabbisogni standard.
"Mi prendo l'impegno", assicura il ministro del carroccio, che spiega: "‘La Lega Nord non avrebbe mai potuto votare una manovra economica che potesse in qualche modo mettere a rischio il federalismo fiscale".
Per Formigoni, però, i problemi per il federalismo non vengono dai tempi ma dai contenuti dei provvedimenti economici appena approvati dal governo: "Invito tutti a guardare in profondità la manovra, così come è stata disegnata: si renderanno conto che, così com'é, mette a rischio il federalismo fiscale". La ricetta è una sola: "Modificare la manovra ripartendo i tagli diversamente". Una posizione, quella di Formigoni, che sembra in sintonia con quella del Pd.
Secondo Ettore Rosato, infatti "Bossi è come le tre scimmiette: lui non vede, non sente e non parla. Ma sa fin troppo bene che il federalismo non c'é più".
La diagnosi è uguale a quella del presidente della Lombardia: "La manovra finanziaria di Tremonti le ha inferto un colpo letale. Bossi lo sa e ci stupisce il suo assordante silenzio".
Il ministro delle riforme e leader della Lega Umberto Bossi aveva già nei giorni scorsi assicurato che "il federalismo non é a rischio". ma davanti alle preoccupazioni di Formigoni sono scesi in campo i presidenti leghisti di altre due regioni del nord: il piemontese Roberto Cota e il veneto Luca Zaia. "Sul federalismo - ha affermato Cota - Berlusconi ha parlato chiaro. Per giunta, ha detto una cosa che oggettivamente è una verità: il federalismo non è a rischio proprio perché è la crisi a renderlo assolutamente indifferibile".
Affermazioni che sottolineano in modo inequivocabile la forte alleanza tra la Lega e il presidente del consiglio Silvio Berlusconi. Cota, infatti, sulla manovra non ha dubbi: "Anche a me come presidente di Regione piacerebbe avere più soldi da investire. Ma la accetto perché tutti dobbiamo rimboccarci le maniche".
Anche l'ex ministro dell'Agricoltura, ora presidente del Veneto Luca Zaia non ha alcun dubbio sulle assicurazioni di Berlusconi: "Le parole del presidente del Consiglio confermano che il federalismo non corre alcun pericolo: si farà, e nei tempi stabiliti, perché è necessario alla ripresa del Paese". ( Fonte: americaoggi.info)
Il governo del fare condoni e chiacchiere ha sceso un altro gradino verso il nulla che rappresenta con la manovra "lacrime e sangue" varata nei giorni scorsi e con il successivo faccia a faccia di ieri in Confindustria tra Emma Marcegaglia e il premier Silvio Berlusconi. Da tempo ci facciamo una domanda che ora vorremmo porre, da questo piccolissimo giornale che fa del suo punto di vista il suo punto di forza: ma perché non cade questo governo? Che cosa lo tiene ancora in piedi?
Qualcuno dirà l'assenza di una vera opposizione convincente come alternativa, e certamente è un argomento valido. Altri diranno che la figura di Berlusconi comunque tiene e poi, in stile Usa, nei momenti di grave crisi non si cambia il comandante come successe con la riconferma di Bush nonostante un primo mandato fallimentare. Ma in Italia siamo alla coazione a ripetere visto che il centrodestra praticamente governa da un ventennio. Inoltre davvero si stenta a credere che cosa dovrebbe fare di più - o di meno - un governo per cascare.
Tra scandali personali anche delle più alte cariche dello Stato, ministri costretti alle dimissioni, lotte intestine al partito, dichiarazioni vuote e manovre altrettanto a partire dal Rinascimento nucleare che (bene per noi) non rinasce per niente, fino al decreto origine dello scontro con Confindustria che un giorno prevede una cosa (tipo l'abolizione delle Province) e il giorno dopo un'altra (tipo che non si aboliscono più...) e che, secondo il nostro premier, neppure Marcegaglia si sarebbe letta bene...
Un governo che non ha più il ministro allo sviluppo economico, non un ministero qualunque, carica che il presidente si è tenuto ad interim per poi giocare con un asso nella manica per ammaliarsi la Marcegaglia. Un coup de teatre degno del mago Forrest più che di Silvan visto che la leader di Confindustria, supportata dai suoi, ha liquidato la proposta con un "no", senza nemmeno esser seguito dal "grazie". E nonostante il formale appoggio alla manovra del governo. Così Berlusconi non ha trovato di meglio che citare Mussolini, sì Mussolini disgraziatamente, sostenendo di non aver poteri e che ce li hanno invece i sui gerarchi.
«Non abbiamo fatto nessuna macelleria sociale - ha ribadito il premier stamani ospite di Mattino 5 - . Abbiamo solo preso provvedimenti inevitabili, poiché da anni l'Italia viveva al di sopra delle proprie possibilità». Che detto da chi promosse la famosa pubblicità del consumate e comprate vi ringrazieranno tutti, fa venir voglia di paragonare quella faccia al nostro lato B, se non fosse che il nostro lato B è stanco e arrabbiato di essere paragonato a certe facce.
Il problema, infatti, non sta neppure più nel merito delle cose che questo governo dice di fare o millanta di fare o minaccia di fare, ma si pone al livello della necessità di una nuova e diversa narrazione di società, come oggi ben spiega sul Manifesto Nino Lisi.
Riprendendo il discorso di Norma Rangeri a Bersani durante Anno Zero il punto sta nel fatto che: «Le persone dalla sinistra oggi si attendono una visione del mondo diversa. Ma come? C'è una crisi globale, c'è un'economia finanziaria che si mangia l'economia reale e il discorso che sentiamo dalla sinistra è di alimentare la domanda per far riprendere l'economia?! Ma vogliamo dire di quale economia, quale lavoro, per fare cosa, per un telefonino in più? Per fare quale tipo di occupazione, un'occupazione ancora più precaria?».
Ecco noi vogliamo un'economia diversa, un'economia ecologica che preservi quindi la risorse naturali e migliori la qualità della vita delle persone. L'Italia da sola non può certo fare nulla, ma averlo come orizzonte politico non sarebbe affatto fantascienza. Meno che meno utopia. L'assalto all'iPad anche in Italia, che viene prodotto in una fabbrica cinese dove siamo già al decimo suicidio dovrebbe dirci qualcosa.
L'assenza, invece, di questa idea potenzialmente compattante e perché no fondamento di un governo moderno è un altro mattone nel muro - come direbbe Roger Waters - che divide sempre più le persone dalla politica con la P maiuscola.
Abbattiamo il muro e cominciamo con il far cadere questo governo... ( Fonte: www.greenreport.it)
Impegnati come siamo a fare i conti di quanto ci costerà l'ineluttabile manovra salva-euro, minore attenzione riserviamo ai sacrifici che, sempre per effetto della manovra, dovrà fare il più ricco tra noi: il premier Silvio Berlusconi. Intendiamoci, non di sacrifici economici nel suo caso val la pena di parlare, ma politici. La dura messa in sicurezza dell'economia italiana a se guito del dissesto greco, con l'aggravante tutta nostra dell'imponente debito pubblico, infatti, ridisegna ulteriormente gli equilibri interni alla maggioranza di centrodestra.
Ci eravamo lasciati qualche settimana fa, prima che la speculazione internazionale prendesse di mira la moneta unica facendo precipitare i listini azionari, con un Fini trasformato da co-fondatore del Pdl in una sorta di nemico pubblico numero uno dell'esecutivo e del suo leader. Forma e sostanza della manovra e, più ancora, le trattative che ne hanno preceduto il varo ci regalano un vero e proprio colpo di teatro.
E, soprattutto, redistribuiscono i ruoli: Berlusconi e Tremonti, fatte salve le reciproche attestazioni d'affetto a beneficio dei media (che non convincono del tutto), non appaiono più in totale sintonia come qualche mese fa. Persino nei rapporti tra il presidente del Consiglio ed Umberto Bossi c'è qualcosa di diverso, di meno idilliaco.
E il "nemico" Fini diventa di colpo molto meno nemico, la prospettiva di un incontro tra la terza carica dello Stato e il premier si fa meno irrealistica. Si trasformano le scorie della clamorosa rottura consumatasi a telecamere accese nella direzione nazionale del Pdl: da macigni che erano tendono a somigliare sempre più a dei cocci. Per spazzarli via, insomma, non serve più un caterpillar, ma basta una scopa.
La verità è che, come si diceva all'inizio, quando i sacrifici da fare sono duri, anche i duri, scesi in campo già da molti anni, non possono evitarli. E Berlusconi, come sempre capace di reagire in tempo reale alle mutazioni del contesto economico e politico, sta già elaborando i nuovi dati che la manovra economica si accinge a produrre. Il primo dei quali è la presa d'atto da parte dell'opinione pubblica di come la crisi sia un compagno di viaggio che nemmeno ci pensa ad andarsene per i fatti suoi.
Ma è altrettanto vero che parlare di una neonata diarchia Berlusconi-Tremonti è, nell'ipotesi migliore, una forzatura. Il presidente del Consiglio era e resta convinto che un uomo solo al comando basti e avanzi. Con troppe mani sul timone, in altri termini, il rischio che la nave si allontani dalla rotta aumenta in proporzione.
Quanto alla prospettiva di un ritorno di fiamma tra il presidente del Consiglio e Gianfranco Fini, i bookmaker della politica la ritengono altamente improbabile. I due si sono spinti troppo avanti e, soprattutto, le ragioni del dissenso non sono di quelle che si cancellano con la scolorina. Il presidente della Camera conviene sulla necessità di metter mano ad una stretta della spesa pubblica, solo che a tirare la cinghia, fa sapere, devono essere anche i federalisti: la riforma costa cara e gli effetti della crisi economica potrebbero imporre di rivederne i tempi d'attuazione. Esattamente la cosa di cui Umberto Bossi non vuole assolutamente sentir parlare: il federalismo, sostiene il Carroccio, fa risparmiare più di quanto costi.
Un'emergenza come quella che l'Italia, come gli altri Paesi europei, sta affrontando impone scelte dolorose. E richiederebbe la capacità di metter da parte logiche di schieramento e posizionamenti strategici. Si vedrà in Parlamento se la politica sarà capace di essere all'altezza del proprio ruolo. Ma, una volta che l'epicentro del tornado sarà passato, il più presto possibile e con il minor danno ci auguriamo tutti, lo scenario tenderà a tornare quello pre-crisi. Con Berlusconi e Fini sempre più distanti. Con Bossi a spingere sull'acceleratore del federalismo e e a difendere le provincie. E con Tremonti sempre più credibile nel ruolo di successore del Cavaliere. ( Fonte: americaoggi.info)
Le province in odore di soppressione tirano un sospiro di sollievo. Berlusconi le rassicura e dopo averlo detto al presidente dell'Upi, Castiglione, da Parigi ribadisce: nella manovra "non c'é nessun accenno alle Province".
La notizia arriva nella conferenza stampa indetta dall'Unione delle province italiane, subito dopo l'Ufficio di presidenza sulla manovra: il premier in persona - uscendo dalla Confindustria a Roma - ha comunicato al presidente dell'Upi, Giuseppe Castiglione, che la finanziaria non contiene nessuna norma sull'abolizione delle province. Berlusconi lo conferma poi a margine della conferenza Ocse a Parigi.
Si canta vittoria nel palazzo di piazza Cardelli a Roma dove fino a alla tarda serata di mercoledì c'era aria di guerra perché nell' ultima stesura del testo della manovra all'art.5 si parlava proprio di soppressione delle mini-province, nonostante la materia sia regolata dall'art.133 della Costituzione. Tanto che - si ragiona in ambienti parlamentari - anche il Quirinale avrebbe espresso dubbi.
Ora lo scenario più credibile è che la questione del riordino delle circoscrizioni provinciali possa essere trattata nell'ambito della Carta delle Autonomie: "Il governo - ha detto Castiglione - ha deciso che la materia sarà affrontata nella discussione già in atto sulla "Carta" che "all'articolo 14 parla di razionalizzazione e lo si farà coerentemente con l'articolo 133 della Costituzione".
Il giudizio delle Province sulla manovra rimane però negativo a causa di tagli ritenuti troppo pesanti per gli enti locali: 1 miliardo e 800 milioni in tre anni oltre alle ricadute prevedibili sulle stesse province per il contributo chiesto alle regioni. Sulla riduzione delle Province nel mondo politico si sono susseguite nella giornata numerose dichiarazioni: il ministro Sacconi dice che "é in corso una valutazione su quale possa essere lo strumento idoneo" da utilizzare. Certo è - ha aggiunto - che vogliamo procedere a semplificare sempre più i livelli intermedi tra mini-comuni e regioni.
"Il ministro per le Politiche comunitarie, Andrea Ronchi, replica a Bossi che con una provocazione aveva detto: "Se tagliano la provincia di Bergamo succede la guerra civile", e afferma: "Le province improduttive vanno abolite. Non sono d'accordo con Bossi e sono contro l'interesse locale e a favore di quello nazionale". Per il ministro della Difesa, Ignazio La Russa, l'abolizione delle Province "é un percorso che non finisce in un giorno, il percorso finisce quando il decreto diventa poi legge e quindi c'é tempo anche per una riflessione".
In polemica con il governo Di Pietro dichiara: "Che cosa ha detto il governo con la manovra sulle Province? Le Province della Lega non si toccano, quelle del resto d'Italia si affondano". Di Pietro ha ricordato che da tempo l'Idv propone l'idea di "una riorganizzazione completa" con l'eliminazione delle Province. Ma il governo "ha fatto una furbata". È un'iniziativa - ha detto ancora - che riflette "una visione xenofoba" anche del sistema paese.
"Ancora una volta governo e maggioranza - afferma infine Mauro Libé della direzione nazionale dell'Udc - perdono una buona occasione per ridurre la spesa pubblica e per mantenere una promessa fatta in campagna elettorale. E tutti - conclude - paghiamo le conseguenze di una golden share della Lega che si fa sempre più pesante". Diversità di vedute anche all'interno del Pdl: "Chi nel Popolo delle Libertà continua a chiedere l'abolizione delle Province - ha dichiarato il consigliere provinciale di Livorno PdL, Maurizio Zingoni, componente dell'Ufficio di Presidenza dell'Upi - non ricorda il programma con cui è stato eletto".
Sempre ieri è arrivata alla manovra la bocciatura anche dei Comuni; il presidente dell'Anci, Sergio Chiamparino, che ha riunito a porte aperte il comitato direttivo, è stato lapidario: se le cifre che riguardano i Comuni non torneranno ad essere quelle iniziali (800 milioni per il 2011 e 1 miliardo e 600 milioni nel 2012) fatte dal ministro dell'Economia sabato scorso in un incontro preliminare con l'Anci, i Comuni in conferenza Unificata esprimeranno parere contrario al decreto; "sarà - ha detto il sindaco di Torino - un no secco, senza se e senza ma". Chiamparino critica il governo per il balletto di cifre e di stesure di una manovra "affannata e arruffata" poco federalista e "assolutamente insostenibile così com'é per i Comuni". Chiamparino annuncia controproposte da portare al Parlamento.
Nel comitato direttivo sono molti i sindaci che intervengono sulla stessa lunghezza d'onda del presidente e c'é chi fa proposte forti, come il sindaco di Piacenza e vice presidente dell'Anci, Roberto Reggi: "Se lo Stato ci affama non paghiamo le spese che lo Stato ci impone tipo i servizi per la manutenzione e gestione ordinaria e straordinaria dei tribunali". Anche il presidente dell'Anci è entrato nel merito innescando con il presidente dell'Upi, una polemica con uno scambio di battute colorite.
Parlando della necessità di affrontare una riforma degli enti intermedi, Chiamparino ha detto che le province sono retaggio di un impianto centralistico dello Stato; Castiglione gli ha risposto che allora il retaggio storico dei comuni è medioevale. Il mach si è concluso in serata con una sorta di riconoscimento nel valore di ciascun ente. ( Fonte: americaoggi.info)
L'Italia deve "mantenere salda" la sua unità o rischia di sparire "dalla scena mondiale".
Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano,il giorno dopo il varo della super manovra da parte del governo, invia un messaggio chiaro al Paese e alle forze politiche.
L'occasione è la tradizionale Assemblea di Confindustria, che quest'anno celebra i suoi primi 100 anni, e alla quale il Capo dello Stato se non fosse stato impegnato nella missione a Washington avrebbe preso parte.
Il presidente della Repubblica, rientrato ieri a Roma, comunque ha sempre tenuto un occhio vigile sulle vicende italiane, durante la missione negli Usa, tenendosi informato, tramite il segretario generale del Quirinale, Donato Marra, sulla definizione della manovra il cui testo, al momento, non è stato ancora trasmesso al Quirinale.
Da Washington, Napolitano, rispondendo alle domande dei giornalisti, aveva spiegato, senza nascondere un certo disappunto, che del documento al Colle non vi era ancora traccia. Il Capo dello Stato , nel videomessaggio all'assemblea di Confindustria, spiega di condividere il presidente degli industriali Emma Marcegaglia quando sottolinea che la priorità dell'Italia si chiama crescita. Crescita che deve essere maggiore ma anche migliore, dice, e che soprattutto è un obiettivo che può essere raggiunto solo cercando la massima condivisione. Per questo, sottolinea, ogni suo "sforzo" è teso a fare sì "che ciò che unisce prevalga su ogni esasperazione di pur legittime distinzioni di interessi e di posizioni politiche".
Si tratta dunque di un ennesimo appello all'unità, che trova corrispondenza nelle parole del presidente degli industriali che è arrivata a invocare la necessità di riscossa nazionale e di un patto per la crescita anche con i sindacati. E che, oltre alla sintonia con il Colle, incassa anche il plauso del presidente del Senato Renato Schifani: "L'appello della Marcegaglia - dice - va condiviso senza se e senza ma. Un discorso condivisibile e forte e un alto appello per l'unità delle forze sociali, produttive e della politica".
Il discorso del numero uno di Confindustria, è l'opinione del presidente della Camera Gianfranco Fini, ha "il pregio di indicare con precisione gli obiettivi per le imprese e per il sistema Paese". Nonché, aggiunge, di "stigmatizzare la politica sprecona".
Da Confindustria, sottolinea comunque il ministro delle Politiche europee Andrea Ronchi, sostanzialmente arriva un via libera alle politiche del governo: "Oggi si è aperta - osserva - una pagina importante perché gli imprenditori, ma anche la Cisl e le altre associazioni hanno approvato la linea imboccata dall'Esecutivo con la manovra. Una mossa che aiuterà l'Italia".
L'intervento del presidente degli industriali piace alla maggioranza ma riesce a convincere anche le opposizioni, seppure nella loro diversità: "Ha parlato - commenta infatti il leader dell'Udc Pier Ferdinando Casini - un linguaggio giusto. Tutti devono remare nella stessa direzione".
Il Pd, che sceglie di sorvolare sul capitolo dei rapporti tra maggioranza e opposizione, punta invece i riflettori sulla richiesta delle tante riforme "che non sono in manovra - evidenzia Enrico Letta - e che il Pd condivide". ( Fonte: americaoggi.info)
Una delle determinanti principali della "questione meridionale" è il sistema di tolleranza delle irregolarità che si autoalimenta e determina una selezione avversa nei confronti del merito individuale e del rispetto delle regole. Il fenomeno ha una rilevanza di carattere generale perché alcuni ingredienti della ricetta, che ha prodotto il disastro del sud Italia, sono presenti anche al nord e nel resto dei paesi sviluppati.
Aneddoto Qualche tempo fa mi trovavo su un treno delle ferrovie dello stato italiano. Sul regionale 2363 per la precisione che pur chiamandosi “Freccia del Biferno”, non ha niente a che vedere con le più blasonate frecce rosse di cui l’azienda va orgogliosa. Per intenderci si tratta di un treno alimentato a gasolio vecchio di una quarantina d’anni in circolazione tra Roma ed Avellino. Su questo tipo di treni, se fai il biglietto su internet devi esibirne una stampa perché il controllore non dispone del palmare. Lo spunto che vi riporto mi è venuto nel momento in cui, una delle rarissime volte in cui il controllo è avvenuto, mi è stato richiesto di esibire un documento d’identità. Istintivamente ho pensato che quel signore fosse un rompicoglioni.
A mia discolpa potrei dire che le verifica dell’identità è un cavillo inutile, perché senza il controllo con il palmare del codice, chiunque può realizzare con poca fatica al pc una stampa simile a quella che ho esibito. Potrei aggiungere che l’idea del cavillo mi è venuta in seguito, quando per 5 minuti ho assistito al pistolotto nei confronti di due signore sedute di fronte a me che non avevano timbrato (mai fare la multa per carità, intendiamoci, solo il pistolotto). Ma sarebbe nascondersi dietro un dito. La verità è che mi è sembrata pedanteria il fatto che il controllore facesse semplicemente il suo dovere. Peggio, non lo ha neanche fatto il suo dovere (le tipe senza timbro andavano multate), mi è sembrato pedante perché ha fatto un pò più del quasi nulla a cui sono abituato. Inutile stupirsi per l’ennesima ‘italianata’ folkroristica? Io dico che una piccola riflessione si può fare.
Morale Secondo me quello che ho sperimentato in treno è una delle innumerevoli manifestazioni del ‘Monopolio della Mediocrità’ un meccanismo per il quale la tolleranza nei confronti delle irregolarità si autoalimenta crescendo progressivamente e produce una selezione avversa nei confronti del merito individuale e del rispetto delle regole. Non credo sia esagerato affermare che questo fenomeno costituisca una delle determinanti principali, se non la principale della cosiddetta questione meridionale. Penso che il fenomeno meriti attenzione perché ha una rilevanza di carattere generale: alcuni ingredienti del disastro del sud Italia sono presenti anche al nord e nel resto dei paesi sviluppati, forse comprendendo più a fondo il male sarebbe possibile individuare una cura. Non a caso più volte su questo sito si è parlato di "meridionalizzazione del nord" o, recentemente, dell’Europa (molto efficace la metafora della piscina). Citando dal mio articolo preferito di nFA:
« la Questione Meridionale è LA Questione Nazionale»
Qualche approfondimento L’idea di fondo è che si tratti di un processo graduale di progressiva degenerazione in cui il combustibile principale è la tolleranza verso il mancato rispetto delle regole. L’infrazione commessa da un singolo individuo viene tollerata dagli altri perché non riconoscono nella violazione un danno immediato e perché confidano nella possibilità di ricevere altrettanta tolleranza in futuro. Perché un meccanismo del genere possa essere antimeritocratico è descritto in questo paper e brevemente riepilogato qui (sono venuto a conoscenza di entrambi grazie a Ne’elam). In estrema sintesi si tratta di un tacito accordo tra gli individui in base al quale, stante una diffusa tolleranza delle irregolarità, è possibile consegnare prestazioni minori o di minore qualità rispetto a quelle per le quali ci si è impegnati.
Tuttavia un minimo grado di tolleranza delle irregolarità è presente un po’ ovunque, gli esseri umani non sono macchine. Quand'e che inizia la degenerazione? Perché Palermo e Napoli SONO una cosa diversa da Torino e Milano, mentre Roma è un’altra cosa ancora? Come si propaga questo ‘virus della mediocrità’? Perché Milano e Torino di 30 fa, sotto questo profilo, erano diverse da oggi? Perché non è avvenuta la stessa cosa a Chicago? Suppongo che gli economisti e gli scienziati sociali si siano interrogati da tempo attorno a quale questione. Domando, esiste una risposta o, almeno, un insieme convincente di ipotesi? In particolare, esistono rimedi che funzionino, oppure no? Da dilettante, forse ingenuo ma curioso, propongo qui il mio punto di vista.
Io credo che la svolta avvenga nel momento in cui la tolleranza si estende da chi alle regole dovrebbe attenersi a chi le regole dovrebbe far rispettare; nelle "regole infrante" includo, ovviamente ed anzitutto, le leggi. È banale, ma a mio avviso è tutto lì: quando il tutore della legge la viola, la legge, la regola comune, perde qualsiasi significato e qualsiasi potere vincolante sui soggetti che dovrebbero semplicemente rispettarla. Come "rispettare" ciò che anche i tutori non "rispettano"?Il meccanismo fondamentale, a mio umile avviso, è "top-down", dal vertice alla base, non viceversa. Se non altro per ragioni di osservabilità: è più facile che tutti vedano ciò che fanno i pochi al vertice che non viceversa.
A quel punto la maleducazione o la disobbedienza evolvono in illegalità e crimine; l'intero tessuto sociale diventa un incubatore per la criminalità organizzata e per le caste corporative. Anche un pensionato tranquillo può diventare un corriere (sottomarino) che porta lo stipendio alle famiglie dei malavitosi. L’estorsione e la corruzione diventano elementi di ordinaria amministrazione. La criminalità organizzata trova l’infrastruttura ideale per crescere: non solo bassa manovalanza (anche quella), ma soprattutto gente capace e intelligente con un'etica elastica e un ambiente che la ospita invece di espellerla. La casta segue la stessa logica della mafia, con la differenza che al posto delle attività criminali ci sono le rendite di posizione. Ma il metodo che le impone è il medesimo: la violazione, prima occulta e poi palese, delle regole che teoricamente dovrebbero essere comunamente accettate e che dovrebbero servire da filtro selettivo, da strumento di selezione per l'entrata e l'uscita dal vertice.
Infatti, appena casta e mafia sono state svezzate, avranno le risorse e tutto l’interesse a preservare e incoraggiare il monopolio della mediocrità ed il cerchio si chiude. Chi è esterno a questi gruppi di potere - a queste "elites": sia la casta che il crimine organizzato elites sono - non ha altra scelta che adeguarsi. Nel linguaggio degli economisti credo si tratti di "strategia dominante", di certo è almeno un equilibrio di Nash. L'altra cosa che vorrei notare è che queste elites non sono contestabili e non sono esposte, in genere, a free entry; insomma sono scarsamente generate da un meccanismo competitivo, o di mercato, o meritocratico. Questo è un punto che Saviano coglie molto parzialmente, direi che proprio non lo coglie, nella sua analisi della camorra. Egli la interpreta come il prodotto di un meccanismo di mercato basandosi puramente sul fatto che i camorristi vogliono arricchirsi (come se i signorotti medievali fossero dei pauperisti) mentre non vede che la camorra è figlia della negazione del mercato competitivo e delle regole trasparenti che sole lo possono sostenere.
Infatti, queste "elites della mediocrità" si formano attraverso processi "medievali" di selezione (chi scrive le leggi e deve farle rispettare NON è tenuto a rispettarle) ed attraverso un meccanismo di "anti-mercato" (l'omogeneizzazione servile) si preservano. Una volta che le elites del tipo "casta" si formano, esse creano barriere all'entrata e sollecitano la diffusione della mediocrità, intesa come violazione massiva e diffusa delle regole ufficialmente condivise. Il tutto è retto invece da regole informali, non scritte, arbitrarie e modificabili quando non più utili alla casta stessa. Un lampante esempio si ha nella discussione, quasi ventennale, sulle leggi elettorali italiane le quali non sono mai state modificate usando come criterio la "efficienza" del sistema democratico ma, piuttosto, la "incontestabilità elettorale" degli incumbents che già appartengono alle elites politiche. Il corpo elettorale come reagisce? Chiaccherando al bar disprezza le leggi elettorali (che sono una "truffa") ma ci si adegua e vota, cercando favori e prebende all'interno del gioco che esse definiscono.
Conclusioni La strada per Gomorra comincia quando non allacci le cinture di sicurezza o chiedi il ‘favore’ di farti annullare una contravvenzione. Il bivio fondamentale che distingue tra una società malata e una marcescente lo determina l’estensione della ‘interpretazione flessibile delle regole’ alla legge e a chi deve farla rispettare. È dalla testa che comincia a puzzare il pesce.
Se questa analisi è corretta l'implicazione è palese: oltre che a livello orizzontale, nei rapporti quotidiani, il circolo vizioso va spezzato anche e soprattutto in linea verticale nella tolleranza applicata alle elites. Prima di applicarla in basso la tolleranza zero va applicata in alto. Per combattere l'evasione fiscale occorre PRIMA combattere l'illegalità, gli abusi ed i privilegi commessi dalle e concessi alle elites nell'uso delle risorse che l'imposizione fiscale raccoglie.
Oggi più che mai è necessario che “La moglie di Cesare sia al di sopra di ogni sospetto.”
Non nasconde di vivere una situazione "atipica" visto che nonostante una manovra economica di "sacrifici" il suo gradimento è al 60%. Un consenso che però sembra non soddisfare il premier Silvio Berlusconi che nel corso della conferenza stampa al termine del lavori dell'Ocse, presieduti proprio dall'Italia e che hanno visto l'ingresso di tre nuovi Stati tra cui Israele, si lamenta per il poco potere che ha a disposizione chi ricopre il ruolo del primo ministro italiano.
Seduto insieme al segretario dell'Ocse, i primi ministri della Slovenia e dell'Estonia e insieme a Benjiamin Netanyhau, il Cavaliere, per spiegare il limiti che ha il capo del governo in Italia, cita Benito Mussolini. Colui che era ritenuto un "grande dittatore", ma che però aveva solo la facoltà di "ordinare al suo cavallo di andare a destra o sinistra".
Una frase tratta dai Diari del Duce che il Cavaliere cita per intero: "Dicono che ho potere - è il brano scelto - non è vero, forse ce lo hanno i gerarchi ma non lo so. Io so che posso solo ordinare al mio cavallo di andare a destra o di andare a sinistra e di questo posso essere contento". Un esempio per far capire alla platea internazionale che "il potere se esiste non esiste addosso a coloro che reggono le sorti dei governi".
Un tema, quello dei pochi poteri nelle mani del capo dell'Esecutivo, caro a Berlusconi che ci tiene a mettere in evidenza come nella sua posizione lui sia "al servizio di tutto e tutti" ricevendo "critiche e insulti". Il premier rincara quindi la dose nel lamentarsi dei pochi poteri:'"Chi è nella posizione di capo del governo di potere vero non ne ha praticamente nulla". Come primo ministro- spiega - non ho mai avuto la sensazione di avere del potere, forse come imprenditore qualche volta, guidando un'azienda di 56.000 persone".
L'Italia e la divisione del potere però non sono l'unico argomento discusso dal premier. L'adesione di Israele all'Ocse rappresenta poi lo spunto per tornare a parlare di pace in Medio Oriente: "Sono pronto a rimettermi al lavoro per un nuovo piano Marshall per la Palestina".
Un impegno che si concretizza anche nella disponibilità, ribadita da Berlusconi ancora una volta, di far tenere i negoziati di pace ad Erice. Con Netanyhau l'intesa è su tutta la linea, solo su un punto i due prendono posizioni diverse. Se il primo ministro Israeliano parla della bontà di un governo di unità nazionale, il Cavaliere guardando all'Italia boccia la proposta: "Abbiamo una vasta maggioranza - chiarisce - non ci serve un governo di grande coalizione".
La scena internazionale e il protocollo firmato dai Paesi dell'Ocse per la cooperazione fiscale gli offrono infine il pretesto per ricordare quanto fatto contro la crisi economica: "Il nuovo sistema delle regole non viola la sovranità nazionale", spiega il presidente del Consiglio che ci tiene inoltre a ricordare come i Paesi dell'area euro stiano reagendo "con risposte multilaterali all'attacco della speculazione internazionale". Dall'Italia l'opposizione parte all'attacco criticando soprattutto l'associazione tra il Duce ed i pochi poteri del primo ministro a Roma. Ironica l'Italia dei Valori che lo invita a prendere un periodo di riposo; ad uno show di cattivo gusto fa riferimento il Pd, mentre la sinistra lo paragona proprio al dittatore del ventennio. ( Fonte: americaoggi.info)
È la "lenta crescita la vera emergenza nazionale" e politici, imprenditori e sindacati devono lavorare insieme per quella "grande riscossa" necessaria a ricostruire "un'Italia capace di stare a testa alta nel mondo". Per farlo non servono "divisioni ma condivisioni", servono riforme vere: del fisco, della giustizia e della pubblica amministrazione.
È un vero e proprio appello quello che lancia dal palco dell'assemblea annuale di Confindustria, la presidente Emma Marcegaglia: bisogna tornare a crescere, per crescere servono le riforme e senza le riforme anche "l'euro resterà a rischio" e "sarà l'impresa coi suoi lavoratori a pagare il conto più salato". La politica e le parti sociali devono quindi fare, tutte, la loro parte. Sindacati e imprese devono sedersi assieme attorno ad un tavolo per una grande Assise, una grande intesa per la crescita: "incontriamoci subito, diamoci un obiettivo per un accordo entro l'estate" è la proposta del presidente degli industriali.
Il governo deve invece riflettere: "la crescita economica viene prima, prima del colore politico, di ogni bandiera di partito, di ogni ambizione di leadership passata, presente e futura". E, "se la maggioranza dovesse ridursi, per litigi e divisioni, all'impotenza allora non potrà esserci maggior crescita. E si chiuderebbe nell'insuccesso la lunga promessa della politica del fare" avverte.
Anche la manovra, appena varata dal governo, e passata al giudizio degli imprenditori, è promossa dalla Confindustria che lamenta però l'assenza di misure strutturali: "contiene misure che chiediamo da tempo. Perciò diamo pieno sostegno alla linea di rigore di Tremonti. Mancano però interventi strutturali per incidere sulla spesa pubblica" dice la donna che guida Confindustria e che ha detto no alla richiesta del premier di passare al Ministero dello Sviluppo.
Deve diminuire di almeno un punto di Pil l'anno e "nessuna voce è intoccabile":stipendi pubblici, età pensionabile, false invalidità, sanità. Dal 2000 gli stipendi pubblici sono cresciuti del 16%, i privati del 3,9%.
"La politica dà occupazione a troppa gente ed è l'unico settore che non conosce né crisi né cassa integrazione" denuncia Marcegaglia secondo la quale anche "la mini sforbiciata data a enti e costi della politica è solo un buon inizio".
La riforma deve ridurre le tasse su imprese e lavoratori, "i due pilastri che sostengono il paese". Confindustria darà "tutto il sostegno politico alla lotta all'evasione anche con proposte concrete" ma il primo passo deve essere togliere il costo lavoro dalla base imponibile Irap.
"Se la maggioranza persiste su questa marcia indietro, Confindustria si metterà di traverso" annuncia in uno dei passi più applauditi in assemblea. Il bilancio della crisi è pesantissimo: "abbiamo perso quasi sette punti di Pil e oltre 700 mila posti di lavoro. La cassa integrazione è aumentata di sei volte, la produzione industriale crollata del 25%, sono 100 trimestri bruciati".
"Non ci faremo intimidire" chiarisce, applauditissima, dal palco dopo le gravissime minacce ricevute dal procuratore di Caltanissetta, Sergio Lari, dal presidente di Confindustria Sicilia, Ivan Lo Bello, ed Antonello Montante, presidente della Camera di Commercio di Caltanissetta e delegato in Confindustria sulla sicurezza. Quindi basta risse nel Governo, no a ipotesi di crisi o peggio di urne che frenerebbero in maniera drammatica ogni prospettiva di ripresa. Ma anche le parti sociali devono essere pronte a fare la loro parte, senza distinzioni tra mondo delle imprese e rappresentanti del lavoro. "Serve una grande assise dell'Italia produttiva. Incontriamoci subito. Diamoci l'obiettivo di una grande intesa per la crescita. Entro l'estate". ( Fonte: americaoggi.info)
L'Italia ha il più alto numero di giovani che non lavorano e non studiano. Si chiamano Neet (Non in education, employment or training) e nel nostro paese sono oltre 2 milioni.
Per questo, ha il primato europeo. Hanno un'età fra i 15 e 29 anni (il 21,2% di questa fascia di età), per lo più maschi, e sono a rischio esclusione. Lo denuncia l'Istat nel rapporto annuale presentato oggi. Questi giovani sono coinvolti nell'area dell'inattività (65,8%). Il numero dei giovani Neet è molto cresciuto nel 2009, a causa della crisi economica: 126 mila in più, concentrati al nord (+85 mila) e al centro (+27 mila). Tuttavia il maggior numero, oltre un milione, si trova nel Mezzogiorno. Fra i Neet si trovano anche laureati (21% della classe di età) e diplomati (20,2%). E' un fenomeno in crescita; nel 2007 (dati Ocse), l'Italia già registrava il 10,2% di Neet contro il 5,8% dell'Ue).
Chi sono i giovani Neet? Sono coloro che perdono il lavoro e quanto più dura questo stato di inattività tanto più hanno difficoltà a rientrare nel mondo del lavoro. Tra il primo trimestre del 2008 e lo stesso periodo del 2009 la probabilità di rimanere nella condizione di Neet è stata del 73,3% (l'anno precedente era il 68,6%), con valori più elevati per i maschi residenti al nord. Alla più elevata permanenza nello stato di Neet si accompagna anche un incremento del flusso in entrata di questa condizione degli studenti non occupati (dal 19,9% al 21,4%) ed una diminuzione delle uscite verso l'occupazione.
A casa con mamma e papà ma non più per scelta né per piacere. I 'bamboccioni' lasciano il posto ai conviventi forzati con i genitori, costretti dai problemi economici. Nonostante le aspirazioni, i 30-34enni che rimangono in famiglia sono quasi triplicati dal 1983 (dall'11,8% al 28,9% del 2009). Rilevante è anche la crescita dei 25-29enni, dal 34,5% al 59,2%.
Nel complesso, i celibi e le nubili fra i 18 e 34 anni che vivono con i genitori sono passati dal 49% al 58,6%. L'Istat, nel rapporto annuale, afferma che in sei anni (dal 2003 al 2009) sono calati di ben nove punti i giovani (18-34 anni) che per scelta vogliono vivere nella casa dei genitori: la prolungata convivenza dei figli con genitori dipende soprattutto da questioni economiche (40,2%) e dalla necessità di proseguire gli studi (34%); la scelta vera e propria arriva solo come terza battuta (31,4%), era la prima qualche anno fa. In particolare, la percentuale di giovani che dichiara di voler uscire dalla famiglia di origine nei prossimi tre anni cresce dal 45,1% del 2003 al 51,9% del 2009, aumentando di più tra i 20-29 anni che tra i 30-34 anni. Il calo è registrato soprattutto nelle zone più ricche del Paese (-16 punti nel nord-est e -13 nel nord-ovest), dove la propensione ad essere 'bamboccioni' era maggiormente segnata nel passato. Tra le motivazioni economiche, spiccano le difficoltà nel trovare casa (26,5%) e quella di trovare lavoro (21%). ( Fonte: americaoggi.info)