Il governo ‘assolve' i funzionari di polizia responsabili, secondo la Corte d'Appello di Genova, della "macelleria messicana" (il copyright è di uno di loro, Michelangelo Furnier) avvenuta la notte tra il 20 e il 21 giugno del 2001 nella scuola Diaz: "hanno e continueranno ad avere la piena fiducia" del Viminale e dunque "rimarranno al loro posto".
Le parole pronunciate in mattinata dal sottosegretario all'Interno Alfredo Mantovano e confermate punto su punto nel pomeriggio dal ministro dell'Interno Roberto Maroni, al Dipartimento della Pubblica Sicurezza le aspettavano da martedì sera. Perché un minuto dopo la lettura della sentenza che ha ribaltato il verdetto di primo grado, condannando tra gli altri poliziotti ‘pesanti' come Gianni Luperi (ora all'Aisi), Francesco Gratteri e Gilberto Caldarozzi - rispettivamente capo della Direzione anticrimine centrale e del Servizio centrale operativo - negli uffici di Roma a Milano, di Venezia e Palermo, é circolata una sola domanda retorica. "A cosa serve rischiare la vita ogni giorno se poi le cose finiscono in questo modo?".
E la risposta del Viminale alla domanda che è rimbalzata nelle stanze delle squadre mobili e delle digos di mezza Italia, é arrivata puntuale. "Questi uomini hanno e continuano ad avere la piena fiducia del sistema sicurezza e del ministero dell'Interno" ha detto Mantovano, sottolineando che quella della corte d'Appello di Genova "é una sentenza che non dice l'ultima parola, in quanto afferma l'esatto contrario di quanto era stato stabilito in primo grado e quindi ora andrà al vaglio della Corte di Cassazione".
Ciò non vuol dire, ha precisato il sottosegretario anche per stoppare le accuse della sinistra, "che alla Diaz non sia successo nulla". Ma, ha aggiunto, "la sentenza di primo grado aveva individuato delle responsabilità e distinto le varie posizioni" e dunque "sono ragionevolmente convinto che la Cassazione ristabilirà l'esatta proporzione di ciò che è successo, scioglierà ogni ombra su fior di professionisti della sicurezza che oggi si trovano in questa situazione". La linea del Viminale, insomma è chiara: la catena di comando non c'entra nulla con quanto avvenne quella maledetta sera. Per questo, dice ancora Mantovano, i funzionari "resteranno quindi al loro posto, che non si limitano ad occupare, svolgendo il loro ruolo con grande responsabilità e dedizione, rispetto al quale ci può essere solo gratitudine da parte delle istituzioni".
Alle parole di Mantovano ha dato ulteriore peso il ministro dell'Interno. "L'opinione ufficiale del Viminale - ha risposto infatti Maroni ad una domanda dei giornalisti a Bari - è stata già espressa dal sottosegretario Mantovano. La sottoscrivo al cento per cento e non ho niente da aggiungere se non ribadire la fiducia per le persone che sono state coinvolte".
Quel che è certo è che negli uffici centrali e periferici del Dipartimento non hanno preso bene la condanna, una ‘macchia' che pesa parecchio sulle loro carriere. Sia Gratteri sia Caldarozzi sono infatti considerati da molti poliziotti due punti fermi del Dipartimento, che hanno segnato alcune delle pagine più importanti della storia della polizia negli ultimi anni. Il primo con un passato di superpoliziotto nell'antimafia - fu lui a mettere le manette a Leonluca Bagarella e ad arrestare Giovanni Brusca - senza considerare che c'era sempre lui all'Ucigos quando furono arrestati i brigatisti che uccisero Biagi e D'Antona. Anche Caldarozzi ha un curriculum di tutto rispetto: agli inizi degli anni novanta fece parte del gruppo che prese il boss Nitto Santapaola e nel 2001 arrestò a Padova Michele Profeta. Ma, soprattutto, è stato l'uomo che ha coordinato le indagini che hanno portato dopo 43 di latitanza all'arresto del numero uno di Cosa Nostra, Bernardo Provenzano. ( Fonte: americaoggi.info)
La Commissione Giustizia del Senato ha dato il via libera alle norme del ddl intercettazioni che inaspriscono le condanne per i giornalisti e puniscono gli editori con il pagamento di una somma che potrà arrivare ai 464.000 euro. L'emendamento del governo che è passato in Commissione prevede che per la pubblicazione degli atti, vietata per legge, il giornalista rischi l'arresto fino a due mesi e il pagamento di un'ammenda dai 2.000 ai 10.000 euro. Se invece ad essere pubblicate saranno le intercettazioni, la condanna sarà sempre l'arresto fino a due mesi, ma l'ammenda aumenterà: dai 4.000 ai 20.000 euro.
In più, per il giornalista, si prevede la sospensione temporanea dalla professione. Stesse condanne sono previste per chi compie riprese e registrazioni fraudolente. Per quanto riguarda queste ultime, ieri sera però erano state approvate delle esimenti: non verrà condannato chi compirà questo tipo di registrazione o ripresa per motivi legati alla sicurezza dello Stato; se si tratta di un giornalista professionista nell'esercizio del diritto di cronaca; se realizzate nell'ambito di una controversia giudiziaria o amministrativa.
Chiunque riveli indebitamente notizie che riguardarano atti o documenti del processo coperti da segreto rischia il carcere da 1 a sei anni. E' questa una delle norme 'calde' del ddl intercettazioni. La persona che rivela indebitamente questo tipo di notizia deve esserne venuta a conoscenza "in ragione del proprio ufficio o servizio svolti in un procedimento penale". In questo modo si vuole punire il cancellere o il magistrato che rivelino in qualche modo notizie riguardanti questi atti o ne agveolino in qualsiasi modo la conoscenza. Stessa condanna, ovviamente, tocca al giornalista che viene chiamato a rispodere in "correità con la talpa che gli ha fornito l'informazione". Queste pene sono aumentate se il fatto riguarda comunicazioni di servizio di agenti dei servizi. La pena massima è stata aumentata dal governo a sei anni (il testo licenziato dalla Camera ne prevedeva 5) perché così, tra l'altro, si tratta di un reato intercettabile. Chiunque pubblichi intercettazioni di cui sia stata ordinata la distruzione o che risultino estranee alle indagini potrà essere punito con il carcere da 6 mesi a tre anni. La commissione giustizia del Senato, a tal proposito, ha respinto tutti gli emendamenti presentati dall'opposizione per sopprimere questa parte del ddl. Non si potranno più fare riprese televisive di un processo senza che ci sia il consenso di tutte le parti interessate. La commissione Giustizia del Senato ha respinto tutti gli emendamenti dell'opposizione che puntavano a sopprimere questa parte del ddl intercettazioni. "In questo modo - spiega il responsabile Giustizia dell'Idv Luigi Li Gotti - basterà che una sola delle parti non dia il suo assenso che il processo non potrà più essere ripreso dalle telecamere anche se si tratterà di un procedimento rilevante per l'opinione pubblica".
La commissione giustizia del Senato da il via libera alll'emendamento ribattezzato dall'opposizione come 'D'Addariò presentato dal governo al ddl intercettazioni. Nessuno potrà più registrare conversazioni senza che ci sia il consenso di tutte le parti interessate. Ne fare riprese visive. Chiunque verrà condannato per riprese e registrazioni fraudolente rischia fino a 4 anni di carcere. Si farà eccezione nei casi in cui tali registrazioni vengono fatte per la sicurezza dello Stato o per dirimere una controversia giudiziaria o amministrativa. E' stata infatti accolta la richiesta dell'opposizione di inserire una norma 'salva-Iene': il giornalista professionista che effettuerà riprese e registrazioni nell'ambito di attività di stampa o di cronaca sancite solennemente dall'articolo 21 della Costituzione non rischierà alcuna condanna. ( Fonte: americaoggi.info)
ti rivolgo un invito: distruggi questa lettera dopo averla letta.
Ciò scrivo perché ne temo il rinvenimento in soffitta, in occasione di un'eventuale perquisizione culturale, se il foglio di giornale fosse servito, per caso, ad avvolgere una cornice d'argento o un pugnale pirata comprato a Marrakech.
Mi chiederai: perché tanta preoccupazione?
E' sentimento positivo, il mio: temo che il troppo amore per la Sicilia e l'incontentabile richiesta di siciliani diversi da come sono si trasformi in capo d'accusa, di segno opposto.
In avversione cioè per questa terra, che è metafora che non si identifica con un'isola, ma con tante isole, che lo specchio della storia riproduce con complice ironia, affidandosi all'unica certezza: gli atlanti. Che vogliono una Sicilia sempre eguale, un puntuto triangolo galleggiante nel mare. Vero è che Gesualdo Bufalino ci ricorda che "gli atlanti sono libri d'onore", ma per chi non fa riposare la lima dell'indizio, si pongono dubbi e diffidenze perché ogni siciliano è il proprio moltiplicatore; non governando i fatti, ma da essi governato, ne assume sembianze come cera negli stampi, ricordando le formelle del bianco mangiare, quando la crema riproduce connotati umani.
Noi siamo, mio inseparabile amico, una terra esausta. Saranno odori, rumori e profumi, la calura, l'arsura, lo zolfo e il fosforo, saranno la chimica e la fisica, tutto (ancora Bufalino) è "luce e lutto". E quando i troppi nemici ci studiano con sufficienza, noi sale della terra, aumentiamo la dose dell'ingrediente e ci rendiamo incommestibili, impossibili al palato, così vendicandoci con chi non ci ama. Non chiedermi perché siamo tanto unici, tanto difficili. Forse perché convivenza di raffinati e primitivi, secondo Brancati, che ci conosceva più di tutti, (dopo Pirandello), e perciò scriveva: "Noi siciliani facciamo rivoluzioni per restare indietro", e sorrideva senza mostrare i denti, nella sua spettrale malinconia. Così le nostre "rivoluzioni" sono paradosso caritatevole, il solo a spiegare i gelsomini che rompono la lava, pur fragili nella loro levità, senza ambizione alcuna oltre il contrasto.
Siamo materia di studio, il capitolo non scritto delle obbligazioni: una cambiale scaduta e sempre rinnovata, una scommessa mai onorata. Eppure rispettabili perché il solo popolo della terra a non avere nulla da conoscere, avendo tutto sperimentato; è vero: siamo dei primitivi raffinati. Si può, a volte, essere siciliani "con difficoltà" (Sciascia), "con rabbia" (Gori), inconsapevolmente sempre, quasi automatismo ambientale: la consapevolezza è infatti confine definito; noi, invece, siamo abusivi, bracconieri, pirati, e, nel contempo, nipoti di Giufà, trafitti da logica esasperata anche nell'apparente stupidità, perché come accadeva al nostro ragazzo "babbo" la colpa è sempre del "paese limitrofo".
E' la nostra maledizione: divorati dai nostri stessi congegni; dalle furbizie ataviche e moderne.
Erano altri uomini per struttura i siciliani antichi. Vestivano in maggioranza di nero perché così irridevano alla morte, trovandosi preparati. "Era scritto", era la filosofia illetterata.
Ora non più. Perché i siciliani in una lunga notte hanno quasi tutti lasciato la Sicilia. Spariti, nascosti, dispersi: non si hanno notizie. Come colpiti da improvvisa epidemia si convertirono al "continente", divennero "europei denuclearizzati", massa geografica, con usi, costumi e persino linguaggio incomprensibile. Si vergognavano di Giufà che chiedeva al giudice impietoso nello scherno "l'autorizzazione a uccidere le mosche", e non si vergognavano per essere diventati i nipoti di quel giudice. Chiusero stalle e botteghe e fu lutto senza luce.
Perciò ti chiedo di distruggere questa lettera appena letta.
Non vorrei che i piccoli di oggi, divenuti grandi, ci chiedessero conto di quella Sicilia che abbiamo calato sul fondo, profittando del mare che ci circondava. Ciò perché l'ironia vuole che i pirati siano rimasti, ma i tesori degli antichi stampi, siano stati svenduti.
Per acquistare l'aria di "europei e denuclearizzati", e perciò costringere il regista Tornatore, per il suo "Baaria", a trasferirsi in Tunisia per trovare l'antica Sicilia...
Nella fretta del modernismo a tutti i costi hanno trascurato la lezione degli "arcadi di Canicattì": se fra quello che siamo e la verità vi è "discrepanza", è la verità ad essere corretta... Che delitto abbiamo commesso sopprimendo quella Sicilia!
Perciò mi raccomando: distruggi questa lettera. E' pericolosamente nostalgica.
Enzo (enzo.trantino@alice.it) *Catanese, avvocato e deputato al Parlamento per nove Legislature
La manovra economica di Tremonti ha un'ambizione: imporre una correzione di sistema, una "cifra etica", e non solo un cambiamento di indirizzo economico. L' obiettivo è quello di ridurre il peso della mano pubblica senza aumentare le tasse.
Ecco spiegato perché il ministro dell'Economia dice che il taglio degli stipendi dei parlamentari è solo "l'aperitivo": nel bilancio dello Stato ci sono molte pieghe di spesa improduttiva su cui incidere (dai falsi invalidi agli enti inutili dai quali si può recuperare anche un punto di Pil). La Finanziaria, che lo stesso Umberto Bossi annuncia come molto "dura", dovrà difendere l'equità sociale e convincere allo stesso tempo i mercati e i grandi fondi internazionali dai quali dipende la richiesta dei titoli di Stato italiani.
Tremonti sembra dare per scontato che stavolta parlamentari di tutti i livelli, grandi amministratori pubblici e categorie collegate non potranno cavarsela con una semplice una tantum (quale sarebbe la rinuncia a un paio di stipendi) ma dovranno dare l'esempio con una decurtazione strutturale dei propri emolumenti: un segnale importante per la credibilità dello stesso governo la cui popolarità è messa alla prova dall'onda d'urto della recessione. I sondaggi in possesso del Cavaliere in realtà parlano di un gradimento stabile, ma secondo altri istituti demoscopici la crisi avrebbe cominciato a far sentire i suoi effetti sull'immagine dell'esecutivo.
Si tratta dunque di trovare il giusto metodo di comunicazione a differenza del passato, quando fu lo stesso premier a denunciare i limiti di informazione che non avevano consentito al suo governo di far conoscere correttamente all'opinione pubblica i risultati conseguiti. Per il momento è stato Tremonti ad illustrare a Bruxelles la manovra italiana che risponde alle richieste della Ue. Ma poi potrebbe toccare a Berlusconi in persona, con le sue naturali doti di grande comunicatore, scendere in campo per spiegare in Tv ai cittadini l'esatta portata della crisi dell'eurozona e le misure necessarie per contrastarla.
Tra di esse certamente norme impopolari come la riduzione delle finestre pensionistiche, il blocco degli stipendi pubblici e del turn over, il nuovo redditometro, ma anche linee di sviluppo importanti nella lotta all'evasione fiscale e agli sperperi della Pubblica amministrazione.
La Lega si appresta a dare totale copertura alla manovra a dispetto dei suoi trascorsi euroscettici. Bossi ha ripetuto più volte di considerarsi l'unica fidata sentinella di Berlusconi e di Tremonti; le tentazioni che affiorano periodicamente nel Pdl di riallacciare il dialogo con l'Udc, considerata dal Carroccio la roccaforte dei vecchi democristiani, lo preoccupano. Il Senatur si rende conto che anche il federalismo è alla svolta decisiva: si approva adesso o mai più. Il tentativo dei lumbard è di coinvolgere in un accordo bipartisan Pd e Idv, dando per scontata l'ostilità di Pier Ferdinando Casini: l'invito di Bossi ad accelerare l'iter del disegno di legge contro la corruzione si inserisce in questo piano.
Ma il negoziato è faticoso e, dopo qualche segnale di ottimismo, il leader leghista si è dichiarato all'improvviso molto preoccupato: teme imboscate dell'ultima ora soprattutto da parte dei nemici che si nascondono dietro ai costi del federalismo fiscale. Perciò è stato deciso che non ci saranno trasferimenti di beni dal centro agli enti locali in dissesto per evitare contraccolpi devastanti sul bilancio dello Stato. Ma il cuore del problema è il profilo stesso del federalismo: dovrà essere equo e solidale, ha ribadito Gianfranco Fini, in altri termini non dovrà lasciare indietro nessuno.
Sullo sfondo restano le ipotesi di governo d'emergenza o di salute pubblica. Tutti in realtà sono consapevoli che non ce ne sono né le condizioni né i presupposti: ma è un tema che serve a misurare la disponibilità dell'opposizione a concorrere alla manovra economica anticrisi. L'Udc ripete, con Pezzotta, che se sarà equa la voterà, Bersani si aspetta invece qualche "giravolta" del premier e chiede di conoscerne i dettagli. Emma Bonino avverte: la formula dell'unità nazionale ricorda tempi ormai superati e non brillanti. ( Fonte: americaoggi.info)
Un taglio del 5% delle retribuzioni per deputati e senatori? Solo un "aperitivo" commenta Tremonti. Meglio, e più utile, sarebbe invece pagare i rappresentanti del popolo (in realtà scelti dai partiti grazie al "porcellum") in base alle ore effettivamente trascorse a Montecitorio piuttosto che a Palazzo Madama. È quanto paradossalmente si ricava dall'esternazione di Gianfranco Fini, presidente della Camera, che denuncia "il rischio di una sostanziale paralisi dell'attività legislativa" e bolla come "non normale' il fatto che le votazioni anche questa settimana si esauriranno in un paio di giorni.
Mettendo da parte le polemiche sulla pretestuosità del taglio alle buste paga dei parlamentari (meno di trecento euro a testa alla resa dei conti), resta il fatto che il malfunzionamento, tanto per usare un eufemismo, della "fabbrica delle leggi" è una spia rossa da tempo accesa sulla plancia di comando del Paese. Se a questo si aggiunge il progressivo scadimento della qualità di scrittura delle norme si comprende meglio perché il solo parlare di riforme istituzionali appaia a molti irrealistico. E, allo stesso tempo, rivela le ragioni per cui le riforme già avviate, è il caso della modifica del Titolo V della Costituzione fatta dal centrosinistra, si siano arenate in un diluvio di ricorsi che ha sommerso la cancelleria della Corte Costituzionale.
Se i pessimi rapporti tra la terza carica dello Stato e il premier Berlusconi possono indurre, non senza motivo, ad inglobare la sortita di Fini nella marcia di allontanamento tra i due co-fondatori del Popolo della Libertà, non c'è dubbio che l'eccessivo ricorso a decreti e a voti di fiducia abbia visibilmente compresso il protagonismo delle Camere. Al punto da indurre il capo dello Stato ad intervenire a più riprese in materia per richiedere misura nel ricorso a quelle che appaiono, e spesso sono, poco più che scorciatoie per superare contrasti interni ed ostruzionismi.
Quanto sta avvenendo in commissione Giustizia al Senato per le norme sulle intercettazioni, l'eventualità di un ricorso a sedute notturne pur di riuscire a portare dopo due anni il provvedimento all'esame dell'Aula è una vicenda emblematica. Come ben sa Umberto Bossi che, sempre ieri, si è detto preoccupato sul destino della sua amatissima "creatura", quel federalismo fiscale chissà per quanto ancora orbo dei decreti attuativi in grado di farne qualcosa più di un tratto di penna.
La congiuntura internazionale, l'impegno dell'Italia nella costruzione della trincea destinata a difendere l'euro dall'attacco della speculazione internazionale imporrà di rivedere la tabella di marcia del federalismo. Passi per il conferimento delle aree demaniali, ma ben altra storia è quel meccanismo di perequazione destinato a fronteggiare le esigenze delle Regioni più in sofferenza. O meno virtuose, se si vuole. Serviranno soldi, tanti soldi: molti di più di quanti Tremonti sembra disposto a metterne a disposizione.
Ma non era Tremonti il punto di riferimento del Carroccio? Lo era e lo è, ma nemmeno san Giulio può fare miracoli: a Bruxelles non si fanno sconti, men che mai a un Paese che i suoi problemi di debito pubblico li ha tutt'altro che risolti. In una Finanziaria come quella che si profila all'orizzonte ben difficilmente troveranno posto sacrifici tutto sommato rinviabili a tempi migliori.
Fini dovrà pertanto rassegnarsi: all'orizzonte non si profilano brusche accelerazioni nella produttività del Parlamento. E l'animo in pace dovrà metterselo anche l'opposizione: il Pd con Franceschini ieri ha denunciato che a decidere cosa le Camere possono o non possono fare è il superministro dell'Economia. Vero o falso che sia, di certo nei prossimi mesi non si muoverà foglia senza il nulla osta di Tremonti. ( Fonte: americaoggi.info)
Lettera aperta al sindaco di Milano, Letizia Moratti. Che qualche giorno fa ha proposto un'equazione tra immigrati clandestini e criminalità. Parole che non sembrano suffragate da analisi e studi approfonditi. Perché i dati di una ricerca della Fondazione Rodolfo Debenedetti su otto comuni del Nord Italia e il primo censimento dei senzatetto a Milano offrono una lettura ben diversa della situazione. A partire dal fatto che quasi tutti gli immigrati passano per una condizione di irregolarità prima di ottenere il permesso di soggiorno.
Caro Sindaco,
è di qualche giorno fa la sua equazione tra immigrati clandestini e criminalità: “il clandestino che non ha un lavoro regolare normalmente delinque” ha dichiarato e reiterato successivamente. Ci risulta difficile pensare a un clandestino con un lavoro regolare. Ci sta quindi dicendo che tutti i clandestini sono delinquenti? E sulla base di quali dati giunge a una tale inquietante conclusione?
Le poniamo queste domande perché i dati di cui disponiamo ci portano a conclusioni molto diverse dalle sue. E crediamo che il dovere del primo cittadino sia quello di documentarsi prima di alimentare pregiudizi diffusi.
Tra ottobre e novembre 2009, la Fondazione Rodolfo Debenedetti ha condotto un’indagine sugli immigrati in otto comuni del Nord Italia, tra cui Milano. L’innovativo metodo di campionamento (per blocchi di abitazioni anziché in luoghi frequentati da alcuni immigrati) rende la ricerca l’unica in Italia a essere rappresentativa degli immigrati irregolari. Tutti i comuni interessati hanno dato il patrocinio (gratuito) all’indagine, tranne il comune di Milano, che oltretutto è quello in cui sono state raccolte il maggior numero di interviste. Né lei né l’assessore alle Politiche sociali ci avete ricevuto quando abbiamo chiesto un incontro per illustrarvi l’indagine e per chiedervi di renderne edotta la cittadinanza.
I RISULTATI DELLE NOSTRE RICERCHE
Ecco alcuni dei principali risultati che abbiamo conseguito e che saremmo lieti di esporle in maggiore dettaglio se ce ne concederà la possibilità.
Primo, non ci sono differenze significative fra immigrati regolari e irregolari nella percentuale di chi dichiara di avere avuto problemi con la giustizia in Italia.
Secondo, sappiamo da altre fonti (Istat) che la probabilità di essere denunciati è più alta per gli immigrati irregolari che per quelli regolari, ma comunque è ben inferiore al 100 per cento da lei ipotizzato. Rapportando i numeri dell’Istat alla popolazione totale degli immigrati irregolari, si può stimare che circa il 18% degli irregolari è stato oggetto di una denuncia nel 2005. Almeno un quarto delle denunce riguarda, però, reati legati all’immigrazione clandestina in quanto tale e non crediamo che il senso delle sue parole fosse “è irregolare chi è irregolare”.
Terzo, l’irregolarità è una condizione da cui quasi tutti gli immigrati sono passati. Il 60% degli immigrati attualmente regolari da noi intervistati ha vissuto un periodo non breve di irregolarità. Sono arrivati senza permesso di soggiorno e hanno dovuto attendere diversi anni prima di essere regolarizzati. I tempi di attesa medi per il rinnovo o la concessione del permesso di soggiorno sono infatti di 3 anni. Non abbiamo ragione di ritenere che in questo lasso di tempo gli immigrati diventino tutti delinquenti.
Quarto, durante il periodo in cui non si ha un regolare permesso di soggiorno si incontrano maggiori difficoltà nel trovare lavoro perché non si può passare per i canali di assunzione legali: a Milano solo il 55% degli immigrati irregolari lavora e il 31% sostiene di essere in cerca di un lavoro. Anche chi trova lavoro, ha per lo più impieghi saltuari e a condizioni peggiori, forse perché sotto il ricatto del proprio datore di lavoro (salari dal 20 al 30 per cento più bassi a parità di altre condizioni, turni di notte, meno ore totali ma concentrate nei week end, etc.). Circa il 40 per cento degli irregolari sono impiegati nell’edilizia dove vengono spesso disattese norme elementari di sicurezza sul lavoro. In quest’ultimo caso, il reato è commesso dal datore di lavoro, non certo dall’immigrato.
Quinto, gli immigrati irregolari sono fortemente ghettizzati nel tessuto urbano. In via Padova il 25% degli immigrati intervistati è irregolare. L’indice di segregazione abitativa (un indice delle differenze nella distribuzione degli immigrati rispetto alla popolazione autoctona) per gli immigrati irregolari a Milano è il più alto tra i comuni considerati. Il primo censimento dei senzatetto a Milano condotto nel 2008 (1) anche in questo caso senza ricevere il patrocinio del Comune, ha messo in luce che il 68% dei senza fissa dimora a Milano è straniero (in totale 619 persone) e, di questi, il 13% non ha un permesso di soggiorno. Molte sono badanti che hanno perso il lavoro e la casa al tempo stesso. Sono persone che in gran parte potrebbero essere reinserite nel tessuto sociale.
Lasciamo comunque a Lei l’interpretazione di questi dati e soprattutto il loro utilizzo nella definizione di politiche più appropriate per gestire il fenomeno dell’immigrazione nella nostra città. Le suggeriamo di parlarne anche coi Suoi colleghi sindaci e con i ministri competenti perché il problema dell’immigrazione non può essere affrontato da un solo Comune. In questi colloqui per favore faccia precedere l’analisi dei dati, gli studi di fattibilità, alle parole. Ad esempio, faccia presente al Ministro Gelmini che la sua proposta di limitare le presenze di immigrati in ogni quartiere al 30 per cento, come nelle scuole, comporterebbe deportazioni in massa degli immigrati. Dal solo quartiere di via Padova bisognerebbe spostare più di mille immigrati trovando loro un alloggio in quartieri con bassa densità di immigrati.
I dati che le abbiamo voluto ricordare testimoniano il fatto che ci stiamo muovendo su di un terreno minato, trattandosi di fasce di popolazione che vivono in condizioni di marginalità e che, in assenza di alternative, possono finire nelle braccia delle organizzazioni criminali. Non crediamo che sia interesse di nessuno, neanche di chi vuole cavalcare sentimenti diffusi per raccogliere qualche consenso in più, gettare benzina sul fuoco.
Cordialmente
Tito Boeri, direttore scientifico fondazione Rodolfo Debenedetti Marta De Philippis, responsabile dell’indagine sull’immigrazione irregolare nelle otto città italiane
(1) L’indagine è stata condotta da Michela Braga e Lucia Corno, due ricercatrici dell’Università Bocconi, con il sostegno della fondazione Rodolfo Debenedetti.
Si torna a discettare dei costi del federalismo. In realtà, la legge delega non prevede l'attribuzione di nuove funzioni né legislative né amministrative agli enti locali e dunque nessuna nuova devoluzione di spesa. Anzi, la sua attuazione potrebbe mettere fine al lungo conflitto di competenze tra Stato e Regioni. Sulla questione della definizione di costo standard servirebbe però maggiore chiarezza. Ma il rilancio dell'autonomia tributaria a livello locale è necessario. Perché anche il non-federalismo ha un costo.
Ci risiamo. Con l'avvicinarsi delle scadenze sui primi decreti leggi per l'attuazione della legge delega sul articolo 119 della Costituzione, è ricominciata nei media la solfa sui “costi del federalismo”. Il “federalismo”, qualunque cosa significhi, non lo possiamo fare, si dice, “perché non ce lo possiamo permettere”, soprattutto alla luce di quanto sta avvenendo in Europa.
Ma cosa siano e quanti siano questi costi, “niun lo sa”. Nei giorni scorsi anche un commentatore generalmente preparato e attento alle cose economiche come Massimo Giannini, nel tentativo di rispondere a questa domanda, ha preso fischi per fiaschi, confondendo la spesa attuale delle Regioni in sanità, istruzione e assistenza - stimata dalla commissione tecnica sulla attuazione del federalismo fiscale in circa 133 miliardi di euro - con la nuova spesa che si dovrebbe devolvere alle Regioni, dimenticando che se i 133 miliardi costituiscono la spesa attuale, vuole dire che tributi propri regionali e trasferimenti già la finanziano, e non c'è dunque nessuna necessità di nuovi finanziamenti in vista. Allora è opportuno fare uno sforzo di chiarezza, prima che nel legittimo dibattito sul federalismo fiscale e dintorni si finisca per accapigliarsi sull'inesistente, invece di concentrarsi sui problemi seri.
I COSTI DEL FEDERALISMO
In linea teorica, ci possono essere molti costi addizionali derivanti dal decentramento fiscale. Se per esempio, si decentrano nuove funzioni, ma non il personale per svolgerlo, costringendo Regioni e enti locali ad assumerlo ex novo, avremo un costo addizionale, dovuto al moltiplicarsi delle burocrazie. Per quanto nessuno sia mai stato capace di fare i conti in modo corretto, è in parte successo con i “decreti Bassanini” della fine degli anni Novanta, quando funzioni di spesa per circa 30mila miliardi di lire vennero trasferite a Regioni e enti locali, senza riuscire a decentrare tutto il personale statale rilevante. Ma tutto questo non c'entra nulla con la legge delega 42/2009, che si occupa di dare un'interpretazione all'articolo 119 della Costituzione sui nuovi sistemi di finanziamento degli enti territoriali di governo, non sulle loro competenze. In altri termini, la legge delega non prevede l'attribuzione di nuove funzioni, né legislative né amministrative agli enti locali, e di conseguenza nessuna nuova devoluzione di spesa.
Un secondo possibile costo del decentramento è dovuto al moltiplicarsi delle sedi decisionali, con più enti legittimati a prendere decisioni sulle stesse materie, aumentando così l'ambiguità della legislazione e l'incertezza tra gli operatori. È sicuramente successo con l'approvazione del Titolo V della Costituzione nel 2001, a causa dell'espansione indebita delle competenze legislative delle Regioni prevista nel secondo comma dell'articolo 117 e di un meccanismo mal disegnato di attribuzione di queste funzioni, che non prevedeva un periodo di transizione al nuovo sistema. Di conseguenza, negli ultimi dieci anni la Corte costituzionale è stata costretta a un super lavoro per cercare di risolvere i conflitti di competenza tra Stato e Regioni, un processo che non si è ancora del tutto concluso. Ma di nuovo, tutto questo non c'entra nulla con la legge delega sul federalismo fiscale. Anzi, una chiarificazione del quadro delle risorse può contribuire a risolvere il problema, rendendo più aderente il quadro finanziario a quello delle competenze.
Una terza fonte di costi addizionali può essere legata invece alla stessa legge delega. La norma prevede nuovi meccanismi per la determinazione dei fabbisogni finanziari di Regioni ed enti locali nella gran parte delle loro funzioni, per oltre l'80 per cento della loro spesa attuale, legati ai costi standard piuttosto che alla “spesa storica”, cioè al finanziamento ereditato dal passato. Naturalmente, nella nozione di costi standard non c'è nulla che conduca a un'espansione della spesa locale. Al contrario, se i finanziamenti futuri fossero davvero basati sui costi “standard”, implicherebbero una riduzione dei trasferimenti per le amministrazioni più inefficienti, con conseguente risparmi di spesa. Ma data la difficoltà nel computo dei costi standard e i vincoli politici, molti hanno temuto che la partita si risolvesse in realtà in un tentativo di dare più risorse agli enti territoriali del Nord, per far contenta la Lega, e lasciare gli stessi soldi quelli del Sud, per non scontentare le altre anime nella coalizione di governo. Ciò comporterebbe sicuramente un’espansione della spesa. È difficile dire quanto il pericolo sia concreto. Finora il governo si è contraddistinto più per il tentativo di tagliare le risorse a tutti gli enti territoriali che per la voglia di darne di più ad alcuni. E se anche l'ipotesi di favorire il Nord avesse inizialmente albergato nella mente di Giulio Tremonti, l'attuale situazione economica ne rende assai difficile l’attuazione. Ma se il rischio esiste, vigiliamo su questo, invece di preoccuparci di indefiniti e inesistenti costi del federalismo.
LE COSE DA FARE
Quel che è peggio, il dibattito sui costi del federalismo e la conseguente richiesta di soprassedere all'attuazione della legge delega, rischia di allontanare la soluzione di una serie di problemi veri della finanza regionale e locale che invece vanno affrontati e alla svelta. Esiste un costo del non-federalismo che deve essere computato nel dibattito.
Il primo è il problema dell’autonomia tributaria a livello locale. L'eliminazione dell'Ici prima casa per i comuni, il blocco di tutte le addizionali (Irap e Irpef) per gli enti territoriali, ironicamente deciso dal governo in attesa dell'attuazione del “vero” federalismo fiscale, ha messo in ginocchio le amministrazioni territoriali, privandole di strumenti di flessibilità del bilancio, un problema reso ancor più serio dal varo di un Patto di stabilità interno tanto asfissiante quanto stupido. In assenza di risorse certe, gli enti locali hanno fatto ricorso alle fonti più diverse per colmare i buchi di bilancio, dai derivati agli oneri di urbanizzazione. Qui la soluzione più semplice e più logica sarebbe la reintroduzione di un'imposta locale sul patrimonio immobiliare, nelle more di un più generale ridisegno del sistema tributario che spostasse il carico fiscale dai fattori produttivi, capitale e lavoro, al patrimonio e ai consumi. Se non lo si vuol fare per ragioni politiche, si discuta allora di come riorganizzare il sistema tributario locale in modo alternativo. Per esempio, si parla di una nuova imposta locale sui servizi offerti all'abitazione e della devoluzione ai comuni di una serie di imposte erariali sugli immobili: il governo faccia qualche proposta seria, invece di limitarsi agli annunci sui giornali.
La seconda esigenza immediata è quella di rafforzare i controlli amministrativi e le sanzioni nei confronti degli enti territoriali che sfondano il bilancio. Come già denunciato più volte, è inutile prevedere il commissariamento delle “Regioni canaglia”, se poi il sistema punisce i cittadini, ma premia gli amministratori e i politici locali, trasformando il presidente della Regione nel commissario di se stesso. Il federalismo è responsabilità; e la legge delega prevede sanzioni (per esempio, l'ineleggibilità dei politici locali che hanno sfondato il bilancio) che dovrebbero essere introdotte, assieme al rafforzamento degli interventi (tramite task force governative) per riportare la spesa delle Regioni fuori linea a livelli accettabili di efficienza e di qualità nell'offerta di servizi.
Infine, la legge delega prevede un più forte ruolo delle Regioni nei confronti dei propri enti territoriali, sia per quel che riguarda la distribuzione dei trasferimenti erariali a comuni e province, sia per quello che riguarda la stipula di Patti di stabilità interna a livello regionale. Visto il disastro che lo Stato centrale ha finora combinato su questo fronte, si tratta di un'opportunità da non perdere. ( Fonte: www.lavoce.info)
E' caccia aperta ai conti esteri della presunta 'cricca' degli appalti delle grandi opere, e fra i nomi di coloro che sono sospettati di aver nascosto soldi e valori c'é anche il coordinatore nazionale del Pdl, Denis Verdini che respinge ogni illazione: "Non c'é nessun tesoretto all'estero - ha detto - ma ben venga la rogatoria internazionale: proverà la mia estraneità".
Non ci sarebbe solo il Lussemburgo nelle indagini delle procure di Firenze e Perugia, ma anche altre piste internazionali che, simultaneamente, starebbero interessando Svizzera, Tunisia, perfino Belgio, Francia e San Marino. La caccia ai presunti 'tesori' nascosti dai protagonisti della corruzione, infatti, non si limiterebbe alla rogatoria internazionale per controlli in banche e fiduciarie del Lussemburgo. Ma sarebbe estesa anche a accertamenti patrimoniali, alcuni dei quali fatti consultando archivi a pagamento su Internet come i catasti stranieri. Anche così, quindi, partendo da un ex Granducato, la Toscana, e arrivando ad uno che ancora c'é come il Lussemburgo, le inchieste sui grandi appalti delle procure di Firenze e Perugia trovano la loro nuova frontiera internazionale.
In particolare la rogatoria lussemburghese sarebbe apripista per cercare conti correnti, gioielli, opere d'arte, lingotti d'oro, anche case, cioé il bottino delle presunte tangenti. Obiettivo nel quale credono i pm di Firenze e Perugia, che ne chiedono l'eventuale confisca. Verifiche a cui si è affiancato, da alcune settimane, un organismo speciale di controllo, l'Ufficio informazioni finanziarie (Uif) della Banca d'Italia, erede dell'ex Ufficio italiano cambi che monitora le operazioni bancarie sospette, e che lavora a diretto contatto con la guardia di finanza. Inoltre sarebbe già coinvolto l'Ufficio internazionale antifrode della Ue specializzato nella lotta alla corruzione e al riciclaggio. Nella lista trasmessa congiuntamente dalle due procure alle autorità lussemburghesi ci sarebbero nomi della cosiddetta 'cricca' di funzionari pubblici, alti burocrati romani e imprenditori che avrebbe fatto capo all'ex presidente del Consiglio dei lavori pubblici Angelo Balducci e al costruttore Diego Anemone. A questi si aggiungerebbero quelli del coordinatore nazionale del Pdl Denis Verdini, e Riccardo Fusi, costruttore co-indagato per la scuola marescialli dei carabinieri in costruzione a Firenze.
"Anche oggi assisto all'ennesima grave violazione del segreto d'indagine con l'accostamento del mio nome a fantomatici conti esteri o 'tesoretti' in Lussemburgo, Svizzera o San Marino - ha dichiarato Verdini - Ebbene, condannando questo malvezzo della fuga di notizie che, senza il benché minimo filtro di un vero accertamento giudiziario, massacra le persone, ben vengano le rogatorie internazionali. In questo modo sarà provata la mia estraneità a fatti cui vengo accostato con incredibile leggerezza solo per il ruolo politico che svolgo".
Verdini ha aggiunto di essere "certo che un secondo dopo l'accertamento dell'inesistenza di fondi neri o 'tesoretti' a me riferibili dovrà per forza cessare questo gioco al massacro". "D'altra parte - ha osservato l'avvocato di Verdini, Marco Rocchi - gli inquirenti riuniscono nello stesso accertamento tutti i nomi di chi compare negli atti di indagine andando a scremare solo dopo le singole posizioni".
Anche il ministro Altero Matteoli è intervenuto sulle inchieste sugli appalti. Sulla nomina di Balducci al vertice dei lavori pubblici ha detto: "L'ingegner Balducci ha un curriculum enorme. Prima di condannarlo aspettiamo la magistratura. Ora vengono fuori queste indagini ma come si fa a saperlo quando una persona viene nominata. Se tornassi indietro rinominerei Balducci perché non c'era nessuno che aveva un curriculum pari al suo". Le indagini di Firenze e Perugia proseguono e da domani parte una settimana di nuovi interrogatori a Perugia dove i pm Sergio Sottani e Alessia Tavarnesi potrebbero sentire di nuovo alcuni personaggi considerati importanti ai fini dell'indagine. ( Fonte: americaoggi.info)
L'Italia non è sull'orlo del baratro come la Grecia. Quindi, nonostante la manovra da oltre 25 miliardi di euro che il governo dovrà varare a breve, gli stipendi degli statali non verranno toccati.
L'alt arriva dal ministro della Funzione Pubblica Renato Brunetta, che vuole evitare "drammatizzazioni" e assicura come il vero obiettivo sia la "caccia agli sprechi". Ben vengano i tagli, a partire da quelli alla casta, afferma il segretario del Pd Pier Luigi Bersa-ni, ma a patto che non siano solo "una foglia di fico" per misure anti-popolari. E comunque, dice il leader dell'Idv Antonio Di Pietro, i soldi non devono essere "presi a pioggia da tutti" e soprattutto non dalle fasce più deboli. "Su questo - aggiunge - siamo pronti a fare le barricate dentro e fuori dal Parlamento". Ciò che è certo è che per affrontare la manovra di finanza pubblica, osserva Massimo D'Alema, "non bastano le barzellette di Berlusconi".
Il decreto legge con la supermanovra biennale arriverà sul tavolo del Consiglio dei ministri non prima di due settimane e dunque la maggior parte dei capitoli è ancora da scrivere: l'unica certezza è il peso finale che oscillerà tra i 25 e i 28 miliardi di euro per il 2011-2012. E che inevitabilmente porterà il governo a mettere in campo una stretta su più fronti, fra cui quello del lavoro e della previdenza.
La parola chiave, come sempre accade quando è tempo di manovre, è infatti ‘tagli': se davvero le buste paga degli statali dovessero alla fine uscirne incolumi, la spesa pubblica e la casta finiranno quasi certamente nel mirino. E se al momento è quasi unanime il coro che dice no a una sforbiciata orizzontale al bilancio dello Stato, è anche vero che diverse fonti parlamentari la reputano l'unica strada percorribile per poter mettere insieme i fondi necessari.
Dopo l'annuncio del ministro leghista Roberto Calderoli poi si consolida l'idea di un intervento sugli stipendi di parlamentari, ministri e "alti papaveri", nella consapevolezza che sia una mossa a alto impatto simbolico in grado di far meglio digerire agli italiani qualche nuovo sacrificio. E pronto a ragionare su un taglio fino al 10% che coinvolga anche gli amministratori locali si dice l'Anci con Sergio Chiamparino, che però chiede "uno sforzo maggiore a chi ha di più".
Allo scopo di fare cassa, intanto, è allo studio un intervento sulle cosiddette ‘finestre' previdenziali già a partire da questo luglio in modo da bloccare l'uscita dei dipendenti per almeno sei mesi nonché lo stop del rinnovo dei contratti nel pubblico impiego. Una misura quest'ultima che viene giudicata necessaria anche per garantire una sorta di riallineamento con il settore privato che ha subito, è il ragionamento, maggiormente gli effetti della crisi in questi ultimi due anni.
Nel menù, ancora decisamente dinamico, che il governo sta mettendo a punto troverebbero poi posto una stretta sulle pensioni di invalidità, puntando a un rafforzamento dei controlli, e il blocco dell'erogazione delle liquidazioni e quello degli scatti di anzianità per alcune categorie tra cui i professori universitari. Così come sono allo studio possibili interventi sul fondo produttività e non si esclude l'arrivo di un contributo di solidarietà sulle pensioni d'oro. Si tratta di un pacchetto di misure che però è lontano dal poter garantire la copertura dell'intera manovra. E che dovrà vedere l'aggiunta di un capitolo fiscale.
Diverse le opzioni sul tavolo, che però ancora non trovano conferma anche se rimbalzano in ambienti politici: si va dall'ipotesi di un concordato fiscale, passando per un intervento sui cosiddetti immobili fantasma e per un giro di vite sui controlli nel settore dei giochi. ( Fonte: americaoggi.info)
Sulla manovra per il prossimo biennio finora sono circolate solo "voci confuse e confusionarie" nessuna decisione è stata presa, assicura il ministro dell'Economia, Giulio Tremonti.
La precisazione arriva nel giorno in cui si dice che la Finanziaria sarà pronta quasi certamente tra la fine di maggio e i primi di giugno sebbene tutti siano d'accordo sul fatto che i dettagli ancora non si conoscono. Nel frattempo scende in campo il leader della Lega, Umberto Bossi, per sottolineare come sia "l'Europa che imporrà" a Tremonti "una manovra pesante perché la sta imponendo a tutti i paesi che hanno un forte debito pubblico: dopo la Grecia, la Spagna e il Portogallo c'é anche l'Italia". Del resto da Berlino il cancelliere Angela Merkel ha ancora tuonato contro i paesi indebitati e la disparità tra la solidità economica nell'Eurozona che mette a rischio la moneta unica. Ed "europea" è anche la definizione che Tremonti sceglie per la finziaria 2010.
Il leader della Cgil Guglielmo Epifani, anche lui a Berlino per il congresso del sindacato Dfb avverte però che il sindacato sarà disponibile al dialogo se si tratta di una manovra "equa, che colpisce gli sprechi veri, chi ha di più". E' ormai data per scontata, comunque, una stretta su statali e pensioni e l'adozione del taglio del 5% per le indennità parlamentari e dei manager pubblici di primo piano, ad iniziare dai presidente delle Authority, e dai magistrati, aggiunge Bossi.
Su questo tema, in linea con quanto stanno già adottando i diversi governi europei, è tornato anche ieri il ministro Calderoli e un po' tutti gli esponenti del governo sembrano in verità d'accordo su questo sacrificio per far meglio digerire i provvedimenti che verranno presi. Misure che, in base alle indiscrezioni "confuse" a cui fa riferimento il responsabile di Via XX Settembre, potrebbero far lievitare la manovra dai 25 miliardi finora accreditati e ripetuti ancora ieri mattina dal ministro Brunetta, a poco meno di 28.
Per quest'anno comunque la correzione, concordano un po' tutti, sarà con ogni probabilità tra i 12,5 e i 13 miliardi. Una cifra consistente che potrebbe colpire anche i finanziamenti delle grandi opere. La Cgil si dice disponibile al dialogo ma su un eventuale sciopero avverte che "se il governo tirerà dritto faremo altre scelte". La Finanziaria che il ministro Tremonti avrebbe definito "europea" dovrà incardinarsi su "lotta all'evasione e certamente su tagli agli sprechi", ha assicurato Brunetta, secondo cui si interverrà su "tutte le grandi voci negative della spesa corrente, e ce ne sono tante. Le categorie che saranno toccate protesteranno, ma sono sicuro che gli italiani capiranno". Tra conferme e smentite i capitoli più controversi della manovra riguardano statali e pensioni.
STATALI. L'ultima Finanziaria ha accantonato le sole risorse per la vacanza contrattuale. Mancano così i fondi per i rinnovi. La posta - ha calcolato la Corte dei conti - varrebbe 5,3 miliardi per il prossimo triennio. Tra le ipotesi allo studio dei tecnici ci sarebbe anche il congelamento, seppure temporaneo, degli aumenti per il personale pubblico non contrattualizzato: la misura varrebbe tra un miliardo e un miliardo e mezzo. E' il comparto pubblico che contempla appunto i magistrati, i prefetti, i professori universitari e le forze armate. Un ulteriore stretta arriverebbe dallo slittamento delle buonuscite dello Stato ai dipendenti che vanno in pensione. Complessivamente sono attesi risparmi tra i 6,5 e gli otto miliardi.
PENSIONI. Il ministro Brunetta ha confermato che è allo studio il blocco di una delle due 'finestre' per le pensioni di anzianità previste per il 2011. "Il ritardo di qualche mese per chi aveva deciso di andare in pensione, è un sacrificio? Chiamiamola piccola iattura, ma non mi sembra una cosa insopportabile di fronte a tutto quello che sta succedendo in Europa e in giro per il mondo", ha detto. Secondo alcune ricostruzioni potrebbe valere un miliardo l'anno. Una nuova stretta sarebbe inoltre in programma sulle false pensioni di invalidità e su quelle cosiddette di 'accompagnamento'.
ENTRATE. Oltre al mancato rifinanziamento dell'imposta agevolata al 10% sui premi di produttività si parla soprattutto di lotta all'evasione da intensificare oltre ad una sorta di regolarizzazione per gli immobili 'fantasma' che l'Agenzia del Territorio ha identificato; nuovi controlli inoltre sul fronte dei giochi pubblici. Al momento più che nuovi giochi sarebbero infatti allo studio norme contro il gioco clandestino, con una particolare attenzione ai giochi on line e ai gestori stranieri che operano in Italia senza rispettare la normativa. ( Fonte: americaoggi.info)