Almeno negli enti locali, la riforma Brunetta rischia di fallire proprio nel suo punto di forza, il rilancio della meritocrazia. In media ai dipendenti pubblici meritevoli sarà riconosciuto un premio appena superiore ai 400 euro. Troppo poco per indurre i più passivi e improduttivi a mutare atteggiamento. Intanto, però, il nuovo sistema di valutazione determinato dalla riforma è assai complesso e richiede notevoli sforzi organizzativi. Con il rischio che a crescere sia la spesa per le consulenze necessarie per comprendere e applicare il sistema.
Molto rumore per nulla. La "riforma Brunetta", almeno per il comparto degli enti locali, rischia di fallire proprio lì dove aveva puntato decisamente, cioè il rilancio della meritocrazia.Troppo poche, infatti, sono le risorse distribuibili per incentivare i più meritevoli, rispetto agli sforzi organizzativi richiesti dalla riforma.
UN INCENTIVO MOLTO POVERO
Il censimento del personale locale relativo al 2008, effettuato dal ministero dell’Interno in base al Conto del personale elaborato dal ministero dell'Economia, rileva che “le risorse complessivamente destinate alla produttività individuale nell’anno 2008 ammontano a euro 191.610.983 e hanno riguardato in totale n. 916.563 dipendenti”. Dividendo le due cifre, si ottiene che in media il premio per la produttività individuale distribuito ammonta a 209,05 euro per ciascun dipendente.
Il dato appare viziato, perché è lo stesso censimento a rilevare che complessivamente i dipendenti degli enti locali sono 457.840. Assumendo, allora, che le risorse siano effettivamente quelle rilevate, in media, a ciascun dipendente spetta, come produttività individuale, la somma di 418,51 euro. Su un salario medio lordo di 25.000 euro si tratterebbe dell’1,67%. In entrambi i casi, ma specialmente nella prima ipotesi, l’unica considerazione possibile è prendere atto che la montagna, come sul dirsi, ha partorito un topolino. L'effetto concreto dei sistemi di valutazione finalizzati a esaltare la meritocrazia, premiare effettivamente i meritevoli e sanzionare gli incapaci, almeno nel sistema locale, si concretizza in ben modesta cosa. La media dei premi per il risultato è poco più di un’erogazione simbolica, il cui importo – si ribadisce, in media – non può certamente essere considerato un risultato particolarmente incentivante per il destinatario.
LE COMPLESSITÀ DELLA VALUTAZIONE
Questa considerazione getta una luce diversa sul decreto legislativo 150/2009 che proprio sulla meritocrazia e sul sistema di premio ai dipendenti capaci fonda gran parte, almeno quella “mediatica”, del suo impatto. Se, come da più parti affermato, scopo della norma è correggere anche i “fallimenti” delle precedenti discipline sul personale pubblico, appare chiaro che uno tra i più evidenti scostamenti tra le buone intenzioni e i risultati effettivi delle riforme è proprio l’effetto concreto dei sistemi di valutazione. L’impianto del sistema desumibile dalla riforma è estremamente complesso, se non complicato: si è introdotta una commissione nazionale per la valutazione, si è posto enfaticamente l’accento sul “ciclo della gestione della performance”, si è rinunciato all’utilizzo della lingua italiana appunto per parlare di performance invece che di risultato o merito, si sono introdotte “fasce di valutazione” che obbligatoriamente impongono di predeterminare quanti dipendenti sono meritevoli e quanti poco produttivi, si connette la valutazione individuale al risultato dell’ente nel suo complesso e della struttura presso la quale si opera, determinando un reticolo quasi inestricabile di connessioni tra gli elementi da valutare.
Insomma, l’impatto organizzativo del diverso sistema di valutazione derivante dalla riforma è particolarmente pesante e complesso da gestire. Fermo restando che ogni riforma tendente all’incremento della produttività del lavoro pubblico è la benvenuta, in una logica costi/benefici, sarebbe lecito aspettarsi che questo complicato sistema di valutazione crei, oltre ai valori della meritocrazia e della logica del servizio, anche il valore di un reale incentivo per i lavoratori pubblici. Ma, se la media della retribuzione di risultato è di poco più di 400 euro si può dubitare dell’efficacia incentivante del sistema. I singoli dipendenti pubblici potranno essere spinti verso il merito e la crescita della produttività più per il senso di responsabilità e di servizio verso la cittadinanza, che non per aspettative di significativi incrementi retributivi. Il rischio è che, simmetricamente, i dipendenti portati – patologicamente – ad avere un atteggiamento più passivo e improduttivo non siano per nulla indotti dal sistema a un significativo cambio.
Competere allo scopo di avere un incentivo poco significativo, non costituisce probabilmente una spinta concreta verso il miglioramento delle proprie prestazioni lavorative. La sensazione, allora, è che l’effetto realmente voluto dal legislatore sia più quello della “caccia al fannullone”, che non dell’incentivazione dei meritevoli. Certo, a limitare gli effetti economici della valutazione sono state le stesse amministrazioni locali: l’abuso delle progressioni orizzontali, cioè gli aumenti agli stipendi, ha prosciugato le risorse decentrate a tutto detrimento del finanziamento di quelle destinate a premiare il risultato, cosa, peraltro, molto gradita alle organizzazioni sindacali, che puntano decisamente alla limitazione degli effetti di differenziazione della valutazione. In ogni caso, così come stanno le cose, per ripartire poco più di 400 euro deve scattare una revisione “epocale” dei sistemi di valutazione, che racchiude il rischio di una crescita della spesa per consulenze e incarichi necessari per comprendere e applicare il sistema. ( Fonte: www.lavoce.info)
La spesa totale per farmaci nel 2009 è stata di quasi 13 miliardi di euro. Scende la quota a carico del sistema sanitario nazionale e cresce quella a carico dei cittadini, essenzialmente per l'aumento dei ticket regionali. Per alcune Regioni si tratta di una misura obbligatoria dovuta a gravi disavanzi o allo sforamento dei tetti di spesa programmati. Si conferma comunque un continuo aumento dell'uso di medicinali, non sempre giustificato da effettiva necessità. I possibili ulteriori risparmi.
12,9 miliardi di euro: è il costo dei farmaci prescritti dai medici di famiglia nel 2009. La spesa è per l’87,1 per cento a carico del sistema sanitario nazionale (-1,2 per cento rispetto al 2008) e per il 6,6 per cento a carico dei cittadini (+32 per cento rispetto al 2008). Il resto sono sconti e rimborsi vari. La spesa che grava sul bilancio pubblico diminuisce grazie all’aumento dei ticket, oltre che alle manovre sui prezzi e alle azioni delle Regioni.
I TICKET CRESCONO DEL 32 PER CENTO
Nel 2009, l’ammontare complessivo dei ticket pagati dal cittadino (quota fissa per ricetta e quota di compartecipazione sui farmaci equivalenti) è stata pari a 855 milioni di euro, il 32 per cento in più rispetto al 2008, quando i ticket erano già aumentati del 20 per cento rispetto al 2007. L’incidenza del ticket sulla spesa lorda è in media del 6,6 per cento, ma la variabilità interregionale è molto elevata. Le Regioni hanno infatti adottato politiche molto differenziate, in termini di esenzioni e di quota fissa, anche in relazione allo sfondamento del tetto regionale programmato. Molte hanno introdotto un ticket regionale, dopo l’abolizione di quello nazionale nel 2001, altre prevedono a carico dell’assistito la differenza fra il prezzo del farmaco prescritto dal medico di famiglia e il prezzo più basso del corrispondente farmaco fuori brevetto. (1)
L’incidenza del ticket è massima in Sicilia (10,2 per cento sulla spesa lorda) e minima a Trento (2,7 per cento); valori elevati si osservano anche in Lombardia (9,5per cento) e in Veneto (9,4per cento), mentre sono più contenuti in Valle d’Aosta (3per cento ) e Basilicata (3,1per cento ).
Il forte aumento dei ticket, oltre 200 milioni in più nel 2009, è in gran parte riconducibile alle misure adottate dalle Regioni con gravi disavanzi, in particolare Calabria (dove la spesa per ticket è aumentata del 181 per cento ), Lazio (+112 per cento) e Abruzzo (+73 per cento). Il ricorso a tali misure è, peraltro, obbligatorio in presenza di disavanzi o di sfondamento del tetto programmato della spesa farmaceutica (in alternativa alla leva fiscale, misura probabilmente ancor più impopolare).
Il secondo fattore di contenimento della spesa del Ssn è legato alle riduzioni dei prezzi dei medicinali varate dal governo e dall'Aifa (Agenzia italiana del farmaco) a partire dal 2006 e al crescente impatto del prezzo di riferimento per i medicinali equivalenti. (2)
Le aziende sanitarie locali stanno inoltre aumentando l’acquisto diretto di alcuni medicinali e la loro distribuzione attraverso le strutture pubbliche o accordi con le farmacie. Oltre a una maggiore attenzione alla continuità terapeutica fra ospedale e territorio, a beneficio di pazienti in dimissione ospedaliera o che necessitano di controlli periodici, il sistema consente elevati risparmi grazie allo sconto minimo che le aziende farmaceutiche sono tenute a garantire agli acquisti effettuati direttamente dal Ssn. Il ruolo svolto sulla sensibilizzazione dei medici prescrittori è, invece, controverso. Nelle Regioni in cui la formazione dei medici di medicina generale (Mmg) e dei pediatri di libera scelta (Pls) è continua e si associa a misure di controllo e di premio/sanzione, si è avuto un significativo miglioramento delle prescrizioni sotto il profilo qualitativo e quantitativo. Nelle Regioni in cui, viceversa, queste azioni sono svolte come “atto dovuto”, la prescrizione continua ad avere caratteristiche di inappropriatezza e di alto costo unitario.
LA MASSIFICAZIONE DEL CONSUMO
Come per il passato, le quantità di farmaci prescritti aumentano significativamente: più 5,2 per cento rispetto al 2008. Salvo rare eccezioni, l’aumento si registra in tutte le categorie di farmaci e conferma il continuo aumento dei consumi di medicinali (vedi tabella).
La composizione qualitativa del consumo di farmaci non ha subito cambiamenti significativi nel corso del 2009; i cardiovascolari sono in assoluto i più utilizzati (36 per cento della spesa), seguiti dai farmaci per l’apparato gastrointestinale (14 per cento) e per il sistema nervoso centrale (10,7 per cento). Fra i farmaci cardiovascolari, le sostanze contro il colesterolo rappresentano sempre la categoria terapeutica più prescritta, con una spesa di oltre un miliardo di euro, in crescita dell’11 per cento rispetto al 2008. La spesa per questa categoria terapeutica è per oltre l’80 per cento appannaggio delle statine, il cui consumo in associazione con altri agenti ipocolesterolemizzanti cresce del 30 per cento circa sia in spesa che in confezioni, nonostante si tratti di associazioni di cui non si conosce il reale profilo beneficio/rischio a lungo termine.
Fra i farmaci dell’apparato gastrointestinale (1,8 miliardi, +7,5 per cento rispetto al 2008), la metà è per l’ulcera peptica e la malattia da reflusso gastro–esofageo (quasi esclusivamente inibitori della pompa protonica) la cui spesa è cresciuta di circa il 10 per cento. All’interno della categoria il principio attivo più prescritto è il lansoprazolo, una sostanza a brevetto scaduto la cui spesa è peraltro in flessione rispetto al 2008, mentre tutti gli altri principi attivi la incrementano. L’aumento di consumo degli inibitori della pompa protonica non è legato a motivi epidemiologici, ma al sempre più massiccio e, spesso, acritico ricorso alla gastroprotezione: sarebbe necessario verificare quanto tali farmaci interferiscano realmente con l’assorbimento e la farmacocinetica dei farmaci da cui si vuole proteggere lo stomaco.
Oltre un terzo della spesa per farmaci del sistema nervoso centrale è attribuibile agli antidepressivi. Anche in questo caso la prescrizione si sposta dai prodotti più vecchi, alcuni anche a brevetto scaduto, a principi attivi più recenti, sicuramente più costosi, ma non sempre più efficaci o sicuri. L’uso sempre più marcato di antidepressivi è un segnale d’allarme che va preso in seria considerazione, perché è sintomo di un profondo disagio sociale.
Continua, quindi, quella che può essere definita la massificazione del consumo dei farmaci, con effetti presumibilmente negativi sull’appropriatezza terapeutica, nonostante le iniziative, anche pregevoli, delle istituzioni centrali e regionali per promuovere un uso più appropriato del farmaco.
UN POSSIBILE RISPARMIO DI 700 MILIONI?
La spesa netta pro capite pesata, pari in media a 189 euro, presenta una elevata variabilità interregionale. (3) Tutte le Regioni del Nord, con l’aggiunta di Toscana, Marche e Umbria, hanno una spesa procapite inferiore alla media nazionale, mentre tutte quelle del Centro-Sud hanno una spesa procapite superiore (vedi grafico).
Da notare che se le cinque Regioni meno virtuose (Calabria, Sicilia, Puglia, Campania, Lazio) avessero una spesa pro capite uguale alla media del paese, la spesa nazionale per farmaci si ridurrebbe di circa il 6 per cento, con un risparmio di circa 700 milioni l’anno. Si tratta di Regioni con una popolazione di età media inferiore alla media nazionale, quindi, con un minor rischio di patologie cronico-degenerative responsabili della maggiore quota di spesa. Curare il diabete in Sicilia costa il 40 per cento in più della media nazionale, mentre in Emilia si spende il 50 per cento in meno (spesa pro capite pesata), benché la prevalenza della malattia non sia significativamente differente tra le due Regioni.
Le esperienze delle Regioni più virtuose indicano chiaramente dove e come è possibile intervenire, ma obiettivi così rilevanti difficilmente possono essere affrontati dalle singole amministrazioni. ( Fonte: www.lavoce.info)
(1) Il Ssn rimborsa il prezzo minimo tra i farmaci equivalenti (ovvero tra i farmaci a brevetto scaduto, con stesso principio attivo, stessa via di somministrazione, stessa forma farmaceutica e stesso dosaggio unitario). (2) L'ultima riduzione in ordine di tempo è quella del 12 per cento sui medicinali generici Ssn, in vigore dal 28 maggio 2009 e fino al 31 dicembre 2009, ma con effetti di risparmio che continuano nel 2010. (3) La spesa media pc è standardizzata in base alla struttura per età della popolazione.
"Dell'Utri tiene Berlusconi per le palle". Così parlò Don Vito Ciancimino secondo il figlio Massimo. Così avrebbe detto Don Vito da Corleone al figlio per per spiegargli che il Cavaliere miliardario proprietario di tv e che nel '94 si accingeva a scendere in campo, non era un mafioso, ma era ricattabile. Addolorato, Don Vito spiegava al figlio, secondo sempre il racconto di Massimo fatto ai magistrati e contemporaneamente al giornalista Francesco La Licata per un bel libro appena uscito e, appena giovedì, anche in tv ad "Anno Zero", che il ruolo mantenuto per oltre trenta anni di intermediario tra Stato e Cosa Nostra era ormai finito, al posto suo il boss Provenzano gli annunciava che era subentrato Marcello Dell'Utri. Cioè l'attuale senatore palermitano, ex collega di università a Milano di Berlusconi, poi tra i più importanti dirigenti nelle sue aziende e "inventore" del Partito Forza Italia e della discesa in politica del Cavaliere.
Quando Provenzano avrebbe annunciato, sempre secondo il racconto di Massimo Ciancimino (le sue testimonianze verbali sono in parte supportate anche da "pizzini" di Provenzano e lettere scritte dal padre) il "pensionamento" di Don Vito, le stragi di Falcone e Borsellino erano già avvenute. Ma, secondo Massimo, il padre continuerà a vedere "l'ingegnere Lo Verde", cioè il super latitante "imprendibile" Provenzano, fino al 2000. Non in chissà quale campagna sperduta, ma a casa Ciancimino!
Come? Vi sembra incredibile? Assurdo, come credergli?
Quello che di questi tempi è sorprendente e rivoltante delle "reazioni" degli opinionisti alla Minzolini, che bollano questi scenari subito come "minchiate", è l'assoluta ignoranza del fenomeno mafia. Bernardo Provenzano, che sia chiaro a tutti, è stato latitante per 40 anni, non perché fosse bravissimo a nascondersi sotto false spoglie, ma perché non lo hanno voluto trovare. Così lo stesso boss Totò Riina, che infatti davanti ad una delle prime udienze davanti al giudice, finalmente "catturato", alle contestazione della sua decennale latitanza rispose, e qui cito a memoria: "Signor giudice, io prendevo l'autobus, il treno, andavo di qua, di là, che so che mi cercavate...".
Nella trasmissione di Santoro, significativo l'intervento di Benedetta Tobagi, figlia del giornalista ucciso. Ha detto che quando non ci può più arrivare la giustizia, devono essere gli storici a far sapere la verità al popolo italiano. Ma sui rapporti tra Stato e Mafia, gli storici, e non c'è bisogno di andare all'estero - esempio il bel libro di Salvatore Lupo tradotto anche dalla Columbia University Press - hanno già trovato i documenti per scrivere ciò che basta per poter interpretare correttamente la mafia e il suo rapporto con lo stato italiano. Basterebbe leggere degli avvenimenti in Sicilia subito dopo l'Unità d'Italia, e via via con gli anni, con Mussolini (unico a dichiarargli, ma solo per un po', guerra), lo sbarco alleato, Giuliano e Portella della Ginestra, e così via, fino ai cadaveri eccellenti e il gran "botto" di Falcone e Borsellino.
La mafia senza il rapporto con lo stato, Regno d'Italia appena nato o Repubblica che sia, non esiste. C'era già 150 anni fa, ma la mafia ha preso il potere in Sicilia grazie ai piemontesi. Al Festival di Cannes è stato appena ripresentato "Il Gattopardo" di Visconti, che fa onore al romanzo di Lampedusa. Riguardatevi il film, lì c'è tutto, chiarissimo.
Chi scrive è cresciuto nella Palermo della mattanza mafiosa, accanto a coraggiosi ragazzi che poi, invece di fuggire, si sono sacrificati per uno Stato che invece li ha calpestati, come Emanuele Piazza, un eroe di cui solo ora si parla a proposito delle indagini sull'attentato a Falcone dell'Addaura. Ai genitori in pena per la sua scomparsa, si diceva che Emanuele era fuggito con una donna in Tunisia... Così avrebbe fatto un altro Stato?
Non so se sapremo mai se veramente le "palle" di Berlusconi siano state o sono ancora nelle mani della mafia. Saranno i giudici a dircelo? Più probabile che toccherà agli storici. Ma che per 150 anni lo Stato italiano si sia servito dei mafiosi come "strumento di potere locale" e la mafia, come direbbe Don Vito, ha tenuto l'Italia per le palle perché ai Palazzi di Roma conveniva così, per chi scrive è una certezza assoluta. ( Fonte: americaoggi.info)
La lista di Anemone e le voci sempre più frequenti su favori veri o presunti a ministri in carica, funzionari pubblici e qualche esponente delle opposizioni non creano allarme solo nel "Transatlantico" di Montecitorio ma anche a Palazzo Chigi.
Berlusconi è preoccupato. Sa che in un momento di crisi economica nella quale - con tagli o tasse - si dovranno trovare 25-27 miliardi di euro l'idea che qualcuno abbia approfittato di posizioni di potere per "arrotondare" lo stipendio è un elemento destabilizzante non solo per la maggioranza e per l'Esecutivo ma per l'intero sistema. Non sarà una nuova Tangentopoli, ma come ha scritto Maurizio Belpietro su "Libero", "magari è uno scambio di piaceri che non dovrebbe riguardare le Procure perché non c'è nulla di sanzionabile però visto da fuori non è un bello spettacolo perché c'è la sensazione di una classe dirigente intenta a farsi gli affari suoi e che non si preoccupa di quelli del Paese".
Se sul piano delle indagini non è ancora successo quasi nulla, l'effetto mediatico è invece già fortissimo. L'atteso ddl anticorruzione sta finalmente per arrivare nelle aule, ma il messaggio che il Cavaliere vuole e deve far passare è che se ci sono mele marce o comportamenti dubbi tutto sarà sanzionato severamente: chi ha sbagliato (anche se il peccato è stato veniale) pagherà con la perdita del posto al governo o nel partito.
Il problema è che il danno è già fatto. E c'è di peggio: Berlusconi sa benissimo che moltissimi elettori di centrodestra non lo abbandoneranno, ma sa altrettanto bene che - almeno al Nord - hanno una valida alternativa: scegliere la Lega, l'unico partito senza nomi nelle liste e nelle voci di corridoio. Il sorpasso, al Nord, sembra a portata di mano: per fortuna del premier non si voterà tanto presto, ma il rischio di un Carroccio maggioritario dal Po in su è sempre più concreto.
In questa partita Bossi ha tutto da guadagnare: l'anticasta è il suo cavallo di battaglia che gli diede milioni di voti già nel '92 e nel '96, senza parlare dei più recenti successi. E il "suo" Calderoli è stato tempestivo nel proporre il taglio agli stipendi dei parlamentari e dei ministri per dare il "buon esempio" ai cittadini.
Ma il senatur non cavalca solo la "questione morale". Tremonti deve sbrogliare la matassa del federalismo fiscale indicando le cifre, i costi. Il movimentismo dell'Udc fa capire che in caso di "emergenza nazionale" potrebbe crearsi una maggioranza "istituzionale" che potrebbe rinviare il federalismo fiscale a tempi migliori. Bossi sa che se Berlusconi non attua il federalismo, governo e centrodestra si sfasciano: se va al voto da solo, il Carroccio può "fare il pieno". Ma anche se Tremonti trova una soluzione e fa passare il decreto attuativo la Lega vince, perché dimostra di aver onorato il patto con i suoi elettori, nonostante tutto.
Ecco perché oggi tutti hanno problemi - il Pdl e l'opposizione per motivi diversi - ma l'unico che può sorridere è Bossi. ( Fonte. americaogg.info)
Talvolta anche in politica, come nello sport, la miglior difesa è l'attacco. Per difendere l'esecutivo sotto scacco, il presidente del Consiglio interviene con una nota. "Nessuna indulgenza né impunità per chi ha sbagliato", precisa. Si riferisce, naturalmente, all'inchiesta sugli appalti che, mattone dopo mattone, si gonfia ogni giorno di nomi e di favoritismi.
Silvio Berlusconi intuisce che, dopo il "caso della casa" dell'ormai ex ministro Claudio Scaiola, l'indignazione dei cittadini potrebbe presto riversarsi anche sul governo. E perciò, pur definendo "inaccettabili" le liste di proscrizione -come il premier chiama il lungo elenco dei beneficiati pubblicato dai giornali-, stavolta non sceglie né la prudenza né il garantismo. Stavolta auspica la "severità di giudizio" da parte della magistratura nei confronti dei comportamenti illegittimi accertati.
L'insolita linea dura che il presidente del Consiglio ha deciso di adottare su questo scandalo, che non sarà una nuova Tangentopoli (come s'affrettano a precisare in molti), ma che suscita sgomento negli italiani, testimonia almeno una cosa: che il governo non può e non intende prendere sotto gamba la questione.
È vero che la maggioranza abbia avuto un'ennesima e recente conferma elettorale. Ma per cercare di realizzare le riforme promesse, la navigazione adesso dev'essere tranquilla. Specie in vista del controverso federalismo che, per incidere e per durare, dovrà avere il più ampio consenso possibile.
Invece l'inchiesta di Perugia con i suoi imprevedibili sviluppi, sommata al prevedibile contro-canto di Gianfranco Fini sul terreno politico, sta imponendo un cambio di rotta a Berlusconi. "Finché ci siamo io, la Lega e Tremonti il governo non rischia", ha dichiarato Umberto Bossi. Ma il catenaccio leghista potrebbe non bastare per tenere al riparo il governo, soprattutto in epoca di tempesta finanziaria e monetaria.
Per questo Berlusconi ha bisogno non soltanto di poter contare su un comportamento irreprensibile dei suoi ministri -i quali potrebbero presto essere chiamati a chiedere sacrifici agli italiani; e Roberto Calderoli lo sta già anticipando-, ma anche di un partito compatto alle spalle. Il contrario, insomma, di quello che lascia immaginare il dissenso non più "urlato", ma comunque persistente del presidente della Camera e co-fondatore del Pdl, Fini.
In attesa di scenari in corso d'opera, il riavvicinamento di Pierferdinando Casini al centro-destra può diventare uno dei necessari punti d'appoggio -per adesso solo auspicato-, per la maggioranza. Quel "governo di responsabilità nazionale" evocato dal leader dell'Udc, il quale s'appresta, oltretutto, a fondare il nuovo Partito della Nazione, andrebbe proprio nella direzione di un consenso più largo sia per affrontare la crisi, sia per promuovere le riforme.
Evitando il rischio, in caso di sorprese, che il pendolo della legislatura finisca per oscillare tra un difficile voto anticipato e un'ancora più difficile navigazione a vista del governo per tre lunghi e tormentati anni. ( Fonte: americaoggi.info)
Prende corpo con una serie di blitz dei carabinieri, inviati in Sardegna dalla procura di Roma tra aprile e maggio, il filone dell'inchiesta sull'eolico nell'isola che vede ora tra gli indagati, per abuso d'ufficio e concorso in corruzione, anche il presidente della Regione Ugo Cappellacci. Il suo nome era già finito nelle intercettazioni dei Ros assieme a quelli del chiacchierato uomo d'affari di orgine sarde, Flavio Carboni, e del coordinatore nazionale del Pdl Denis Verdini: dei tre, l'unico che allora non risultava essere indagato era il presidente della Regione sarda.
Le registrazioni che lo riguardavano si riferivano ad incontri, sollecitati da Verdini e poi effettivamente avvenuti, tra Cappellacci e Carboni, capofila di un gruppo di imprenditori interessati alla partita delle energie rinnovabili in Sardegna, in pressing per ottenere la firma di un accordo di programma con gli industriali da lui rappresentati.
Il governatore fece subito sapere che sull'eolico le posizioni della giunta erano chiarissime: no deciso alle pale off shore, gestione diretta da parte della Regione degli impianti a terra per evitare i pericoli paventati da più parti.
"Ci hanno persino accusato di essere talebani - aveva argomentato Cappellacci - per aver privilegiato l'interesse pubblico. Sulla partita delle rinnovabili - aveva aggiunto - mi ha contatto l'universo mondo. Ma non ho mai ricevuto richieste meno che lecite".
La procura di Roma, però, vuole vederci chiaro. Iscrive nel registro degli indagati due uomini di fiducia di Cappellacci: prima il direttore dell'Arpa Sardegna Ignazio Farris, poi il commissario dell'Autorità d'ambito (Ato), Franco Piga. Entrambe le nomine si basano su uno stretto rapporto fiduciario con il governatore: per questo non solo l'opposizione - che sollecita il presidente a riferire in aula al più presto sulla vicenda - chiede le dimissioni di Farris e Piga, ma lo fa la stessa maggioranza di centrodestra con il capogruppo del Pdl in consiglio regionale Mario Diana.
Con Verdini, Carboni, Farris e Piga - ed ora anche Cappellacci - sotto inchiesta per corruzione finiscono il costruttore Arcangelo Martino, il consigliere provinciale di Iglesias Pinello Cossu - i terreni sui cui si erano concentrate le attenzioni del "comitato d'affari" sono nel Sulcis Iglesiente - e il magistrato tributario Pasquale Lombardi.
I blitz dei carabinieri puntano a fare luce proprio sugli intrecci tra politica e imprenditori del vento: per questo vengono acquisiti documenti negli uffici della Presidenza e in quelli degli assessorati dell'Urbanistica (competente nel rilascio di nulla osta paesaggistici), dell'Industria e dell'Ambiente.
Contestualmente gli investigatori raccolgono una serie di informazioni tra i dirigenti e i funzionari della Regione per capire i passaggi formali che regolano l'arrivo delle delibere in Giunta.
Sulla partita dell'eolico indaga anche la procura di Cagliari: il sospetto è che vi siano infiltrazioni mafiose nell'assegnazione delle aree, nella zona industriale di Macchiareddu, alle imprese interessate ad installare le pale per produrre energia dal vento. Ieri i vertici del Consorzio industriale si sono detti assolutamente tranquilli: "Qui da noi - hanno chiarito - la mafia non è mai entrata". ( Fonte: americaoggi.info)
Maggioranza nella bufera, nell'attesa rarefatta che altro ancora accada, nel timore che l'affaire appalti possa travolgere altri esponenti di vertice del governo e del Pdl.
Il premier Silvio Berlusconi - dopo aver garantito che chi ha sbagliato pagherà senza però altro fango e liste di proscrizione - attraverso il suo portavoce Paolo Bonaiuti nega di voler ricorrere alle urne facendo "piazza pulita" dell'intera classe parlamentare del Pdl, come si leggva ieri sulla stampa. Per Berlusconi con la ragnatela di corruzione svelata dal caso Anemone non deve passare l'idea che i politici siano tutti ladri. E tantomeno che il premier sia disposto a tollerare il malaffare mentre una drammatica crisi economica imporrà misure draconiane agli italiani. La corruzione va stroncata dunque, perché il garantismo non può essere confuso con l'impunità.
Il premier continua però a pensare che questo sia solo l'inizio: aspetta di capire nei prossimi giorni fino a che punto si alzerà il livello di guardia e non esclude nuovi scenari. Tra questi non ci sarebbe però quello di un ritorno alle urne e di una 'tabula rasa' di deputati, senatori e dei vertici del Pdl. Anche se il finiano Carmelo Briguglio subito osserva che "alcune centinaia di parlamentari del Pdl" vorrebbero "conoscere l'identità della dozzina di baciati dalla fortuna e i criteri d'ingresso per la folla degli aspiranti parlamentari", mentre il fedelissimo del premier Osvaldo Napoli invita a non dar credito ai "seminatori professionisti di zizzania". Tra gli scenari che potrebbero aprirsi, a breve, non ci sarebbe neppure quello di un grande "appello" del premier per un forte governo di unità nazionale per le riforme, rivolto in particolare al partito della Nazione di Pier Ferdinando Casini, che dovrebbe nascere a giorni a Todi, ma anche all'Alleanza per l'Italia di Francesco Rutelli.
E ieri il deputato del Pd Giorgio Merlo ha invitato il suo partito ad avere "senso di responsabilità e a non tirarsi indietro, perché un governo di unità nazionale non compromette l'alternativa". A chi gli chiede se la sintesi possa essere 'Casini dentro e Fini fuori', il presidente vicario del Pdl Gaetano Quagliariello risponde che questo "potrebbe essere l'esito di un percorso politico e la diretta conseguenza di quello che sta avvenendo". Ma Casini, di fronte al gossip che vuole imminente il suo ritorno al fianco di Berlusconi, risponde: "Le cose vecchie non ci interessano, serve invece aprire una fase nuova: il governo deve passare dalla retorica dell'autosufficienza del 'tutto va bene', prendere atto che la questione è drammatica perché dietro l'angolo c'é la Grecia e fare un grande appello all'opposizione, perché o remiamo tutti nella stessa direzione o la barca va a fondo".
Intanto va forte la proposta del ministro leghista Roberto Calderoli di ridurre lo stipendio di ministri ed alti burocrati. "Il governo accelererà, ma non perché lo chiede la Lega", garantisce il presidente dei deputati Pdl Fabrizio Cicchitto. Giorgia Meloni, ministro della Gioventù, lancia invece la proposta di rendere non candidabili a vita i politici condannati in via definitiva per reati di corruzione. Una misura da affiancare alla rapida approvazione del decreto anticorruzione, per la quale il presidente di Palazzo Madama Renato Schifani invita a cercare "larghe convergenze in Parlamento" e definisce "un principio etico categorico censurare chi esercita una pubblica funzione e se ne avvale per interessi privati", pur negando una nuova Tangentopoli. Intanto il ministro Sandro Bondi annuncia azioni legali e definisce "del tutto infondati" i rumors che lo riguardano, ricevendo la solidarietà di diversi esponenti del Pdl. Ma l'Idv invita il governo a dimettersi, convinto che "non siamo di fronte a casi isolati, ma ad una nuova Tangentopoli, un sistema di illegalità che è arrivato al cuore del potere di questo governo e di questa maggioranza". ( Fonte: americaoggi.info)
Arginata la crisi greca e rassicurati i mercati sulla capacità dei Governi di intervenire con una certa efficacia per evitare il crollo finale del sistema economico basato sull'euro, ora a Bruxelles e nelle singole capitali si prova a guardare al futuro con più lungimiranza e meno egoismi.
La proposta di rafforzamento del Patto di stabilità lanciata ieri dalla Commissione europea in altri tempi non sarebbe neanche finta sul tavolo di discussione. Sarebbe stata considerata una inaccettabile interferenza nelle sfere sovrane dei singoli Stati, avrebbe imposto vincoli ‘di governancè delle economie che i Paesi più forti, Germania in testa, non avrebbero mai accettato.
La grande paura dei giorni scorsi, l'essersi trovati, come sintetizzato con efficacia da Giulio Tremonti, a un passo dal punto di non ritorno, un primo effetto salutare lo ha quindi raggiunto.
Di fronte a una speculazione in grado di giocare sui mercati globali la risposta d'ora in avanti dovrà necessariamente essere comune, anche se ciò comporterà qualche limitazione nelle singole scelte economiche.
Il prossimo passo dovrà essere quindi il passaggio da una moneta unica a una più vincolante integrazione economica, dando per scontato che non si arriverà mai a una vera unione politica. Non è detto che ciò si realizzi, non è detto che la lezione innescata dal crack della Grecia sia mandato a memoria, visto il precedente delle crisi finanziaria dello scorso anno ben presto dimenticata.
Ma al di là delle regole generali si tratta ora di passare all'azione per dare fondamenta più solide all'edificio comunitario. E su questo la Ue avrà poteri di controllo e di supervisione più forti ma molto dovrà esser fatto dai singoli Stati.
Anche in Italia tutto ciò dovrà presto esser tradotto in azioni di governo coerenti. Il corridoio che ci si trova davanti è stretto e per essere percorso avrà biosogno di nervi saldi, ma anche di straordinarie capacità di decisione. Al controllo dei conti pubblici per evitare di finire (e di far finire i partner) nelle fauci della speculazioni si dovranno coniugare azioni in grado di non impoverire ulteriormente il Paese. Un esercizio di equilibrismo finanziario assai delicato, ma non impossibile. Ma che soprattutto andrà realizzato in tempi brevi.
Le grandi riforme (pensioni, sanità, fisco federale) sono indicate da più parti come indispensabili e sicuramente lo sono. Ma aspettare di realizzarle senza far nulla sarebbe la strada più diretta per la rovina. Per tagliare gli sprechi, razionalizzare la spesa pubblica, incentivare le imprese e le famiglie, non si deve aspettare la palingenesi. Basta muoversi subito con gli strumenti ordinari.
La forza delle piccole azioni quotidiane alla lunga può rivelarsi più efficace delle grandi strategie irrealizzabili. ( Fonte: Paola Tavella )
Gianfranco Fini presidia con estrema attenzione le sue personali Termopili politiche: conscio di poter contare solo su un manipolo di fedelissimi, non intende accettare un duello in campo aperto. L'offerta di un incontro di pacificazione all'insegna, un po' liquidatoria, di "porre una pietra sul passato", per di più alla presenza di mediatori dagli obiettivi obliqui, gli è sembrata decisamente un rischio da non correre.
Difficile dire se per Silvio Berlusconi si sia trattato di una sorpresa. I toni di rammarico, la constatazione dei tempi "ancora non maturi", l'assicurazione di non voler gettare altra benzina sul fuoco, dicono decisamente di no. L'inutilità di vedersi in questo clima di diffidenza, lasciata trapelare dal suo entourage, parla piuttosto di un confronto di forze cautamente perseguito dal premier. Il Cavaliere conosce la difficoltà di schiodare il suo avversario interno dalle posizioni difensive sulle quali si è arroccato; e adesso sa anche che non basterà l'offerta di un incontro, non importa da chi sollecitato, per recuperare il rapporto con Fini.
Del resto i finiani avevano già fatto capire che il presidente della Camera non si fida dei suoi ex compagni di An passati sotto le bandiere berlusconiane. Per evitare equivoci, ha spiegato Roberto Menia, è necessario che i due leader si incontrino senza intermediari, in campo neutro; magari per redigere un documento scritto, proprio come quello che è stato alla base dell'accordo tra Berlusconi e Bossi.
Si tratta dell'unico modo per concedere al capo della destra un'onorevole via d'uscita: i problemi politici posti in Direzione Pdl sono di estrema attualità (attuazione del federalismo, integrazione degli immigrati, giustizia e lotta alla corruzione) e Fini non intende certo lasciarli cadere. Finora la sua minoranza si è comportata con estrema lealtà, per ammissione stessa della maggioranza, ma ciò non significa che non resti una spina nel fianco del premier.
Sembra improbabile che Berlusconi possa sopportarla per tre anni di legislatura: fallito l'aggiramento strategico delle Termopili finiane, l'obiettivo del capo del governo potrebbe essere quello di trovare alcuni "punti d'equilibrio" sui temi sollevati dal presidente della Camera.
Lo si vedrà ben presto sul terreno cruciale dei decreti attuativi del federalismo fiscale. La "bicameralina" che li ha all'esame lavora a pieno ritmo ma l'opposizione resta molto critica: i rutelliani sollecitano un'operazione verità e Pier Luigi Bersani chiede al governo di rendere note le tabelle delle Regioni per valutarne l'impatto sulla finanza locale. Come dice Bruno Tabacci, se l'Europa salva la Grecia non può poi l'Italia abbandonare alla deriva il suo Mezzogiorno.
Tuttavia occorre riconoscere che la capacità di pressione del Pd sul centrodestra è molto condizionata dalle liti interne. In un certo senso, si tratta di una situazione speculare a quella del Pdl. La minoranza di Franceschini e di Veltroni critica il tentativo della maggioranza interna di ridimensionare il ruolo politico delle primarie, vera e propria bandiera - spiega Stefano Ceccanti - del patto costitutivo alla base della nascita del Partito democratico. Addirittura si teme una "berlusconizzazione" del partito se dovesse tramontare quale meccanismo di selezione della classe dirigente. Secondo gli ecodem, sul Pd pesa ancora troppo l'eredità comunista.
Sono accuse che i bersaniani respingono con decisione. Rosy Bindi ed Enrico Letta chiedono al segretario di non farsi intimidire, di evitare gli eccessi di mediazione; e rimproverano alla minoranza di esagerare con la demagogia.
Preoccupa soprattutto il ritorno sulla scena di Walter Veltroni, un uomo che secondo L'Unità dovrebbe farsi da parte invece di spaccare ancora una volta il partito. ( Fonte: americaoggi.info)
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Sì, io ho amatoByoblu.Compiù di ogni altra cosa al mondo. Ora, però, non posso più andare avanti se non trovo il modo di convincere la miadirettrice di banca che l'informazione libera è cosa buona e giusta, e temo che anche la più scottante delle inchieste pubblicata sulle pagine del blog non serva a farla desistere dall'idea di portarmi via la casaa giugno.
Non mi piace chiedere soldi. Non mi è mai piaciuto e i risultati, purtroppo, sono questi. Credo invece nell'offrire un servizio. Le informazioni offerte dal blog, certo, si possono considerare unservizio, ma un servizio chesi sostiene sulle donazioniè un servizio senza speranze di sopravvivenza. Ringrazio tutti quelli che hanno inviato qualcosa, ma non potrei comprarmici neppure i giornali del mattino. La pubblicità, dal canto suo, basterebbe da sola a sostenere tutte le attività del blog, ma viene cliccata dameno dell'1%dei visitatori.
Così devo prendere unadecisione. Sofferta, disperata, titubante quanto si vuole ma comunicata con il cuore in mano.
Ho un mese di tempo per vendere almeno due otremila copiedeldoppio dvd Internet For Giuliani, finalmente disponibile e in spedizione dalla fine della settimana prossima. Non sono poi molte, dato l'enorme interesse suscitato dalla vicenda, che il documentario esplora in profondità. Se non ce la faccio, tuttavia, sarò costretto achiudere il bloge a ricordarlo per sempre, con la morte nel cuore, come un esperimento che forse ha contribuito a stimolare la curiosità e lo spirito critico in molte persone, unsuccessocostruito però su fondamenta economiche di sabbia. E icastelli di sabbia, anche i più belli, sapete tutti che fine fanno...
Pubblicherò in una pagina apposita, con estrematrasparenza, chiunque da ora in poi vorrà contribuire a mantenere e rilanciare l'informazione indipendente offerta da questo blog, con l'acquisto del doppio dvdo con unadonazione. Sarà anche un segnale del merito che la rete riconosce a byoblu.com. Se la risposta sarà insufficiente, allora tutto sommato significa che chiudere questo spazio sarà indolore per la maggioranza dei lettori.
Non per me, questo è chiaro. Io lo vivrei con un dolore personale indescrivibile.
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