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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Di redazione (del 04/05/2010 @ 07:40:02, in Osservatorio Nazionale, linkato 386 volte)

Come spiega quei 900mila euro in assegni circolari provenienti dalla provvista ‘nera' dell' imprenditore Anemone - attraverso un conto intestato al "riciclatore" Angelo Zampolini - e perché gli stessi 900mila euro sono stati consegnati a Barbara e Beatrice Papa senza che figurassero nei documenti per l'acquisto dell'abitazione in via Fagutale 2 a Roma, proprio di fronte al Colosseo? Dopo un fine settimana di lavoro, i pubblici ministeri di Perugia titolari delle indagini sui grandi appalti, Sergio Sottani e Alessia Tavernesi, si preparano a chiederlo al ministro Claudio Scajola, che sarà sentito nei prossimi giorni, probabilmente già la settimana prossima, come persona informata sui fatti.

I pm perugini sono infatti convinti che proprio la procedura seguita da Zampolini per l'appartamento acquistato da Scajola, ma anche per quelli del generale della guardia di Finanza ora all'Aisi, Francesco Pittorru, e del figlio di Angelo Balducci, Lorenzo (anche loro saranno sentiti), sia il modo escogitato dall'architetto per ‘nascondere' i "delitti contro la pubblica amministrazione" commessi per conto della ‘cricca' facente capo ad Anemone.

In sostanza, è l'ipotesi di lavoro dei pm - che ora attendono la decisione del tribunale del Riesame sulla richiesta di arresto per lo stesso Zampolini, per il commercialista Stefano Gazzani e per il funzionario pubblico Claudio Rinaldi dopo il rigetto del Gip, secondo il quale la competenza territoriale spetta a Roma - il passaggio di denaro sarebbe legato ad irregolarità nell'aggiudicazione degli appalti e non escludono dunque che le operazioni siano state fatte per mascherare delle tangenti.

Il ministro delle Attività Produttive al momento non risulta indagato, così come gli altri nomi, alcuni anche di importanti funzionari pubblici, su cui la procura di Perugia sta facendo accertamenti. Ma non è escluso che nei prossimi giorni possano esserci delle novità, anche sulle base delle indagini delegate alla guardia di Finanza sui 240 conti correnti che avrebbe gestito Zampolini, dai quali sono transitati centinaia di assegni per un valore di poco meno di tre milioni, girati a diversi personaggi. A far cadere il velo su questo aspetto è stato un tunisino, Laid Ben Hidri Fathi, indicato come l'ex autista tuttofare sia di Angelo Balducci sia del costruttore Diego Anemone. È stato lui, sentito il 25 marzo a Firenze, a rivelare di aver avuto, per conto di Balducci, una serie di contatti con "vari soggetti, alcuni dei quali ministri, a cui consegnava - si legge nelle carte dell'inchiesta - messaggi o buste di contenuto sconosciuto". Buste i cui mittenti erano lo stesso Balducci e Anemone. Fathi ha messo a verbale di aver consegnato a Zampolini 500mila euro in contanti che, a suo dire, sarebbero serviti, insieme ad altro denaro, proprio per l'acquisto dell'appartamento di Scajola. Tra i ministri, il tunisino ha fatto anche il nome di Pietro Lunardi, all'epoca dei fatti titolare delle Infrastrutture. Lunardi però si difende e contrattacca: "non ho mai visto e conosciuto" Fathi. L'ex ministro ha invece ammesso rapporti sia con Balducci che con Anemone.

In particolare, quest'ultimo si è occupato di "alcuni lavori in campagna da me - ha spiegato Lunardi - interventi specialistici che solo lui poteva fare. Si tratta di lavori che ho regolarmente pagato, le carte lo dimostrano". Operazioni lecite, prosegue, anche per quanto riguarda l'acquisto di un immobile a Roma di proprietà di Propaganda Fidae.

"Ho acceso un mutuo - dice Lunardi - ho i documenti in regola e posso provarlo". I pm perugini, prima di decidere le prossime mosse, attendono anche i risultati della rogatoria internazionale avviata nei giorni scorsi, poiché dalla Banca d'Italia sono arrivate segnalazioni che riguardano depositi all'estero riconducibili sia a Balducci sia a Rinaldi: la procura del Lussemburgo ha segnalato l'esistenza di conti correnti per 2 milioni e di Balducci per 3, mentre in Svizzera sarebbe stato acceso un contro da Rinaldi la cui entità non è stata accertata. ( Fonte: americaoggi.info)

Redazioneonline- Osservatorio Nazionale

 
 
Lo scorso 9 marzo pubblicavamo un articolo pervenutoci da un nostro lettore, il Sig. Silvestro Dell'Arte, dal titolo "Siamo imprenditori vittime delle vessazioni bancarie" , in cui veniva denunciato con calore, ma anche precisione e  dovizia di particolari, alcune pratiche, al limite della legalità, che gli Istituti di Credito sono soliti utilizzare in particolare nei confronti delle imprese di piccola e media dimensione.
A seguito del nostro articolo l'On. Antonio Borghesi (gruppo IdV) ha ritenuto opportuno presentare un'interrogazione parlamentare, a risposta scritta, nei confronti del Ministro dell'Economia.
Riteniamo quindi di far cosa gradita ai nostri lettori, nel pubblicare integralmente l'interrogazione parlamentare.
Finanza In Chiaro sarà sempre vicina a tutti coloro che, con le armi della legalità e della democrazia, lottano quotidianamente contro i soprusi, affinché l'Italia diventi sempre più uno stato di diritto.
Un ringraziamento particolare, quindi, al Sig. Dell'Arte che, da questo punto di vista, ha offerto un grande insegnamento a tutti noi. 
 
Giancarlo Marcotti
Direttore responsabile - Finanza In Chiaro   
 
 
 
ATTO CAMERA
INTERROGAZIONE A RISPOSTA SCRITTA 4/06572
Dati di presentazione dell'atto
Legislatura: 16
Seduta di annuncio: 301 del 18/03/2010
Firmatari
Primo firmatario: BORGHESI ANTONIO
Gruppo: ITALIA DEI VALORI
Data firma: 18/03/2010
Destinatari
Ministero destinatario:
  • MINISTERO DELL'ECONOMIA E DELLE FINANZE
Stato iter:
IN CORSO
Atto Camera

Interrogazione a risposta scritta 4-06572
presentata da
ANTONIO BORGHESI
giovedì 18 marzo 2010, seduta n.301

BORGHESI. -
Al Ministro dell'economia e delle finanze.
- Per sapere - premesso che:

il sistema bancario è avvantaggiato da numerosi ed ad avviso dell'interrogante ingiustificati privilegi che consentono alle banche di imporre le proprie decisioni verso i clienti;


tra di essi, emergono con tutta la loro negativa pervasività, quelli inerenti l'articolo 50 del decreto legislativo n. 385 del 1993 che rende estremamente semplice e celere il rilascio di decreti ingiuntivi e quelli connessi alla segnalazione alla Centrale Rischi;


infatti, in base alla riferita norma del T.U.B. è sufficiente la mera attestazione di veridicità e liquidità del credito effettuata da un funzionario bancario, affinché il giudice adito conceda decreti ingiuntivi provvisoriamente esecutivi;


perciò, qualora i presunti crediti vantati dalle banche, fossero effettivamente non esatti, ad esempio per la mancata scrematura degli interessi anatocistici o fossero addirittura il frutto di interessi d'usura, oppure se fossero fatti lievitare dai prodotti cosiddetti «derivati» o ancora, da investimenti spazzatura, il presunto debitore sarebbe costretto ad incardinare un lunghissimo ordinario processo di cognizione, al fine di far valere le proprie ragioni;


nelle more del procedimento le banche possono agevolmente aggredire e mettere all'asta l'intero patrimonio della vittima;


è necessario ricordare, sul punto, che la provvisoria esecuzione ai decreti ingiuntivi, ex articolo 648 codice di procedura civile, è di fatto ed in diritto inamovibile fino a sentenza di merito, mentre le trascrizioni pregiudizievoli poste sui beni delle Aziende e dei fideiussori, non sono suscettibili di essere cancellate fino a sentenza di merito passata in giudicato. (Per i giudici dei tribunali civili gli estratti conto bancari [molto spesso i soli salda-conto], anche se illegittimi già solo per la presenza degli interessi anatocistici, sono ritenuti titoli validi e credibili, liquidi ed esigibili, quindi, le provvisorie esecuzioni vengono sempre puntualmente assentite);



quanto esposto, consente di comprendere la posizione di ingiustificato vantaggio che si concede alle banche, rispetto all'interlocutore più debole e, già solo per tale ragione, più meritevole di tutele. Oltretutto, la richiamata norma dell'articolo 50 T.U.B. potrebbe generare dubbi sulla legittimità costituzionale. Infatti, è vero che la normativa in questione si ha per salvaguardare le esigenze di stabilità del sistema bancario, ma, come afferma il Minervini, «non appare sufficiente giustificazione della specialità della norma l'asserita maggiore garanzia di una corretta amministrazione contabile, che offrirebbero le banche; questo assunto, se collegato alla soggezione a vigilanza, giustificherebbe se mai la previsione dell'agevolazione a pro di tutte le imprese soggette a pubblico controllo. Allo stato, è una norma di favore» (G. Minervini, dal decreto 481 del 1992 al testo unico in materia bancaria e creditizia, in Giur. Comm., 1993, I, 838), dunque, si potrebbe configurare una violazione dell'articolo 3 della Costituzione in relazione alla disparità tra le banche e le imprese soggette a pubblico controllo -:

se il Ministro sia a conoscenza dei fatti sopra riportati;

se non ritenga ristudiare il sistema della segnalazione alle centrali rischi;

se non intenda promuovere la modifica e/o l'interrogazione dell'articolo 50 del testo unico bancario (del decreto legislativo n. 385 del 1993), nel senso di rimuovere la possibilità per le Banche di chiedere il decreto ingiuntivo mediante semplice dichiarazione di un proprio funzionario;
 
se non ritenga di approntare iniziative, anche normative, d'urgenza, attraverso le quali le banche vengano obbligate ad un pronto rimborso delle somme indebitamente ritenute ed a riconoscere adeguati risarcimenti.(4-06572)
 
Redazioneonline- Osservatorio Nazionale
 

"Noi, certo, proveremo ad insistere: Scajola venga in Parlamento a spiegare come sono realmente andate le cose in questa torbida storia. Però il ministro, sprezzante, ha annunciato ai giornali che tutto è a posto, e che non verrà a riferire. A questo punto, se insiste nel suo rifiuto, non resta che una strada...".

Chiedere le dimissioni del ministro dello Sviluppo economico, presidente Anna Finocchiaro?
"Per forza, è così. In linea di principio io aspetterei sempre, prima di avanzare una richiesta di dimissioni, che venga formalizzato un capo di imputazione. Al momento, a carico del ministro, a quanto risulta non ci sono accuse specifiche. Tuttavia la scelta di non voler chiarire i fatti in Parlamento, lascia sconcertati e moltiplica dubbi e sospetti. A questo punto, se le dettagliate ricostruzioni giornalistiche corrispondono a quel che è davvero accaduto, Scajola se ne deve andare".

Il Pd torna al giustizialismo?
"Al contrario. Ci siamo mossi con un approccio garantista. Posso ripercorrerlo un momento?".

Prego.
"Saltano fuori le prime indiscrezioni giornalistiche sul ministro che compra una casa con 900 mila euro arrivati da un imprenditore. Via via notizie sempre più precise. Pur sempre solo di stampa, però. Ecco perché a quel punto, come presidente dei senatori del Pd, mi sono rivolta al presidente del Senato Schifani: intervieni tu, chiedi al ministro di venire in aula a riferire. Venga a raccontare di un balletto di ottanta assegni per un appartamento vista Colosseo. Un chiarimento, nella sede istituzionale, una richiesta sollecitata attraverso i vertici stessi parlamentari. Dunque, senza voler scatenare alcuna caccia all'uomo".

La "moral suasion" di Schifani non ha funzionato?
"Il presidente del Senato è un tramite tra l'aula e il governo, i suoi strumenti arrivano fino ad un certo punto. Soprattutto in presenza di una situazione che, diciamo così, si è rapidamente cristallizzata. Berlusconi ha blindato Scajola, di dimissioni non se ne parla, e il ministro in un paio di interviste ha annunciato la sua linea: in Parlamento non ci metto piede. Una risposta non adeguata sia alla gravità della questione che al rispetto dovuto ai rapporti fra governo e Camere. Se il secondo gruppo parlamentare ti chiede di presentarti, devi andare".

Un rifiuto sospetto, imbarazzato?
"Arrogante, soprattutto".

Ma che cosa gli avreste chiesto in aula?
"Signor ministro, c'è un architetto che sostiene di averle versato per conto di un imprenditore 900 mila euro. Ci può spiegare se e perché ha ricevuto quei quattrini?".

Il ministro sostiene di non aver avuto soldi da Anemone attraverso Zampolini.
"La versione delle due sorelle Papa, le proprietarie dell'appartamento, come riferita dai giornali, appare molto precisa. Riferiscono di aver ricevuto proprio dalle mani di Scajola ottanta assegni, pagamento in nero per una parte del prezzo della casa. Raccontano di come, intimidite e quasi soggiogate dall'importante personalità con cui trattano, si stupiscono della cosa ma non fanno troppo domande. Quegli assegni, come avrebbero accertato i magistrati di Perugia, portano ai fondi di Anemone".

Pagamenti in nero a parte, sono i rapporti tra il ministro e la cricca dei grandi eventi che schiudono nuovi e inquietanti scenari?
"Temporalmente, questa storia con al centro Scajola si svolge nel 2004. Prima dunque dello scandalo degli appalti della Protezione civile. Si direbbe dunque che non vi siano legami con gli affari legati ai grandi eventi, e non è questo in effetti l'aspetto che crea l'allarme. Il punto da chiarire è piuttosto un altro. Sono i rapporti tra Anemone e il ministro. Il primo che lavorava con gli appalti del ministero dell'Interno. Scajola che all'epoca si insedia al Viminale. Qualcosa li legava? Ecco, aspettiamo ancora che il ministro chiarisca". ( Fonte: www.larepubblica.it)

Redazioneonline- Osservatorio Nazionale

 
Di redazione (del 03/05/2010 @ 07:30:00, in Osservatorio Nazionale, linkato 189 volte)

Arriva la prevista separazione tra Fiat Auto e Fiat Industrial, che dovrebbe raccogliere tutte le attività diverse dalle automobili. Eccezion fatta per i giornali. Perché questa scelta? Può nascere il sospetto che le partecipazioni nei media siano considerate strategiche per la capacità di influenzare l'opinione pubblica. L'auspicio è invece che la nuova Fiat faccia una scelta coraggiosa e si dedichi in maniera esclusiva alle solide auto. Lasciando svolazzare altrove i quotidiani.

Le indiscrezioni della vigilia si sono rivelate corrette: il 21 aprile Sergio Marchionne, amministratore delegato di Fiat, ha annunciato il progetto di creare due società separate: alla nuova società denominata "Fiat Industrial" verranno assegnate Iveco (camion) e Cnh (trattori), mentre a Fiat rimarrà il business delle automobili. (1)

Nel suo intervento Marchionne si è espresso in termini molto chiari sulla questione:
"[...] Anche oggi, Fiat è la combinazione di due business differenti: da un lato, le automobili e i business dei relativi componenti e, dall’altro lato, il business dei camion e delle macchine per l’agricoltura e per le costruzioni. Questi due gruppi di attività sono molto diversi tra loro in termini di ciclo economico, margini di profitto e necessità di capitale [..]". (2)

Come è stato notato da molti commentatori, l'integrazione tra Fiat Auto e Chrysler viene resa più agevole dallo scorporo all'interno di Fiat. Dall'altra parte, una volta create due diverse società, la famiglia Agnelli, come azionista di riferimento dell'attuale Fiat, potrà seguire due strategie di investimento diverse sui due business, eventualmente disimpegnandosi in maniera più o meno graduale dall'auto e mantenendo le proprie posizioni all'interno di Fiat Industrial.

TUTTO, TRANNE I GIORNALI

Fin qui la logica della cosa appare condivisibile. Si capiscono meno le ragioni per cui le attuali partecipazioni della società nel settore editoriale rimarranno all'interno della nuova Fiat dedicata esclusivamente all'auto, invece di essere assegnate a Fiat Industrial.

E non sono bruscolini, in quanto si tratta del controllo totalitario della Stampa di Torino e del 10 per cento circa di Rcs (che controlla Il Corriere della Sera). Se il nome non inganna, Fiat Industrial dovrebbe funzionare come contenitore per tutte le attività diverse dall'auto che attualmente appartengono a Fiat. Ma i giornali sembrano seguire un destino diverso.

Quale ruolo hanno Stampa e Corriere della Sera rispetto al business specifico di Fiat auto? Difficile vedere economia di scala o di scopo fra le due attività. Nulla naturalmente esclude che queste partecipazioni editoriali vengano cedute nel futuro prossimo. Allo stato attuale, sorge spontaneo il sospetto che le partecipazioni nei media siano viste come strategiche per la loro capacità di influenzare l’opinione pubblica, assicurandosi coperture di stampa “amiche”. Si possono ottenere effetti simili con il bastone e la carota degli investimenti pubblicitari, ma vuoi mettere il controllo diretto dei media stessi? (3)

I dettagli dell'intera operazione non sono stati ancora definiti precisamente, ma sarebbe bello vedere realizzata nei prossimi mesi una scelta coraggiosa: che la nuova Fiat si dedichi in maniera esclusiva alle solide ma difficili auto, e lasci svolazzare i giornali altrove. ( Fonte: www.lavoce.info)

(1) Ai camion e ai trattori si aggiungono i motori Industrial & Marine di FPT Powertrain Technologies. Vedi la relazione di Marchionne (pagina 9):
(2) Relazione di Sergio Marchionne, pagina 8.
(3) "Pubblicità: bastone e carota in mano ai politici"

Redazioneonline- Osservatorio Nazionale

 
Di redazione (del 02/05/2010 @ 09:00:00, in Osservatorio Nazionale, linkato 375 volte)

Con il termine “pupa” nell’immaginario collettivo solitamente si fa riferimento ad un provocante esemplare di mammifero femmina appartenente al Genere Homo Sapiens Sapiens. In vero se volessimo ancora fregiarci di questa nomea senza usurparne il titolo, il termine “pupa” identifica in ambiente scientifico lo stadio incompleto di un processo di metamorfosi (solitamente animale).

Si parla sovente infatti di “stadio pupale” riferendosi alle mutazioni che avvengono in natura studiando gli insetti, in cui la “pupa” rappresenta la muta di una larva. Lo stadio pupale si svolge in uno stato di quiescenza, talvolta protetto all’interno di involucri di varia natura all’interno dei quali si verifica il passaggio da uno stadio giovanile a quello adulto: il classico esempio di uno stadio pupale è il bozzolo di un bruco (denominato crisalide) dal quale fuoriesce una farfalla.

Per chi non lo avesse ancora capito il nostro paese sta attraversando uno stadio pupale. Un lento processo di metamorfosi che lo sta cambiando su più fronti: il punto interrogativo che dovremmo tutti porci è quale sarà il risultato finale di questa trasformazione ? Cosa saremo ? Una nuova farfalla oppure un insetto sgradevole e ripugnante alla vista ?

Proviamo a fare alcune considerazioni fuori dal coro, che tuttavia moltissimi lettori giudicheranno molto scomode, ma non per questo non veritiere. Il nostro paese sta cambiando in seguito a due sorprendenti mutazioni, la prima riguardante il fronte sociale e la seconda quello industriale.

Partiamo dalla prima pertanto. Il tessuto sociale italiano è iniziato a cambiare a seguito di due gradienti evolutivi che la maggior parte di tutti noi ha accettato con eccessiva leggerezza: una emancipazione femminile esageratamente controproducente che ha portato ad eccessi nel costume sociale e nella vita di tutti i giorni e l'ingresso senza alcun genere di controllo di etnie extracomunitarie disposte a tutto pur di migliorare il loro poverissimo stile di vita.

Il primo gradiente ha causato la nascita di una fascia sociale (prettamente maschile) dai mezzi di sostentamento economici molto limitati: sto parlando di centinaia di migliaia di padri trentenni e/o quarantenni che sono costretti a pranzare alla Caritas o a ritornare dalla mamma in quanto il peso degli alimenti alla ex moglie rende impossibile una vita decorosa.

Questo chiaramente ha conseguenze economiche che adesso cominciamo appena a percepire. In meno di trent'anni la coesione della famiglia tradizionale italiana (che ha rappresentato uno dei punti di forza del nostro paese ed anche l'invidia che suscitavamo agli altri) si è, anno dopo anno, sempre più ridimensionata sino ormai al suo completo annullamento. I matrimoni “drinkcard” sono all'ordine del giorno: tuttavia l'emancipazione femminile spinta all'eccesso è costata molto cara anche alla donna che vede ora nel maschio un partner demosciato ed insicuro, intimorito dall'idea di intraprendere una relazione seria, per le possibili implicazioni economiche in caso di default matrimoniale.

Allora si preferisce piuttosto creare un circuito farlocco di relazioni ed effusioni sentimentali incentrate sulle disponibilità dei “trombamici” (uomini o donne che si rendono disponibili per rapporti sessuali a chiamata senza impegni e vincoli di natura sentimentale). Questo è avvenuto parallelamente in tutti i paesi occidentali, ma nel nostro gli effetti di questa devoluzione sono stati più incisivi: i bamboccioni che stanno a casa con la mamma per paura di un matrimonio che ti metta fuori combattimento fa parte di un pensiero dominante della nostra epoca.

Non voglio esprimere giudizi: ma ognuno di voi giudichi se si viveva meglio all'inizio degli anni settanta oppure adesso, chiaramente in termini di stabilità e pianificazione familiare.

Il secondo gradiente ha invece permesso l'entrata di milioni di individui extracomunitari, con il solo scopo di offrire loro una occupazione (solitamente di manovalanza) mal retribuita: questo ha consentito a grandi aziende e gruppi industriali di sostenere minori oneri per l'attività manifatturiera ed al contempo ha abbassato copiosamente i livelli reddituali dei lavoratori italiani.

Oltre a questa straordinaria opportunità economica per le maestranze operaie italiane, abbiamo dovuto assistere anche alla proliferazione di deliquenza e criminalità dilagante nelle nostre città. Tutto questo perchè l'integrazione (che non esiste di fatto) ci è sempre stata disegnata come una grande opportunità di crescita per il paese. A distanza di anni abbiamo visto solo crescere la delinquenza, la criminalità, lo spaccio di droga, lo sfruttamento della prostituzione ed il disagio di chi vive nelle città oggetto di insediamento da parte di queste etnie.

La seconda mutazione, quella che ci ha portato allo stadio pupale, riguarda invece la trasformazione del potenziale imprenditoriale ed industriale. Forse piu che di trasformazione si dovrebbe parlare della polverizzazione di quello che rimaneva. Il miracolo economico è scaturito perchè ci siamo messi a produrre e realizzare tutto quello che consumavamo, dalle automobili alle scarpe. L'attività produttiva era il cuore ed al tempo stesso la ricchezza del paese: creando posti di lavoro, generando gettito fiscale e producendo benessere.

Da oltre cinque anni abbiamo intrapreso la strada opposta: smobilizzando le fabbriche ed importando da fuori quello che un tempo realizzavamo in casa nostra. Fermatevi un momento a riflettere la mattina quando vi alzate: dal rasoio ai vestiti, dal lavandino alle sedie del salotto, niente di tutto questo viene piu prodotto in Italia. Il che si traduce in milioni di posti di lavoro che mancano all'appello ed in miliardi di euro di gettito fiscale in meno. Da paese un tempo manifatturiero stiamo diventando un paese avventuriero. Non ho dubbi che cosa uscirà dalla crisalide.

Con il termine “sermone” si suole indicare un discorso di ammonimento e/o di rimprovero oppure la predica rivolta ai fedeli da un pastore protestante all'interno di una comunità cristiana. In Italia non piacciono i sermoni, nemmeno quando a farli è lo stesso Benedetto XVI. Stiamo vivendo un mese di profonda tensione finanziaria a causa del possibile default della Grecia. Quello che poteva sembrare impossibile due anni fa oggi è una realtà plausibilissima. Ritengo che anche a voler ascoltare un sermone su quello che potrà accadere, il tutto rimarrà come sempre inascoltato o mal apprezzato. Deltronde anche quattro anni fa mi derisero per quello che ipotizzavo sarebbe accaduto a livello planetario: gli stessi ora mi invitano ai talk show o mi chiedono di scrivere nel loro quotidiano.

L'escalation finanziaria non lascia molto all'immaginario: dopo Grecia, Portogallo e Spagna, toccherà all'Italia (e forse anche all'Inghilterra). Ho già avuto modo di scrivere sull'argomento, la domanda che tuttavia mi pongo ora è che tipo di Italia si troverà a reagire ad un momento infelice avendo subito una metamorfosi cosi radicale, tanto da non riconoscerla quasi più ?

La perdita di coesione familiare unita all’incapacità di una coppia moderna separata di supportarsi a vicenda in un momento di ridimensionamento economico, la presenza di individui extracomunitari che sanno come arrangiarsi (a modo loro) quando la tal azienda delocalizza o fallisce, tutto questo difficilmente disegna un quadro di conforto sul come verrà affrontata l’uscita dallo stadio pupale per l’ormai defunto Bel Paese. Come ci raccontava Dante entrando all’Inferno: lasciate ogni speranza, voi che entrate. ( Fonte: www.eugeniobenetazzo.com)

Redazioneonline- Osservatorio Nazionale

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La reazione di Gianfranco Fini alle dimissioni di Italo Bocchino, il suo fedelissimo, da vice-capogruppo del Pdl alla Camera, rispecchia il nuovo corso dopo la rottura con Silvio Berlusconi. Da una parte il presidente della Camera non poteva non essere a fianco di Bocchino, "dimissionato senza ragione"; dall'altro, però, il co-fondatore del partito ha evitato di alzare i toni nei confronti del leader del partito, cioè di Berlusconi, respingendo, inoltre, la tesi che in Italia "non esista la possibilità di esprimere opinioni".

Ma pur contestando le idee di chi paventa dittature alle porte, il sentiero di Fini si è molto ristretto all'indomani dello scontro a tutto campo col presidente del Consiglio. E anche se Berlusconi, a sua volta, ha smentito d'aver mai dato del traditore a Fini, non è detto che siano sufficienti i toni più morbidi e il comune desiderio di lasciare alle spalle ogni polemica per ricucire un rapporto politico che pure sul piano personale appare compromesso.

Anche perché l'opposizione che, sulle prime, aveva generalmente apprezzato il "disobbedisco" di Fini, adesso chiede al presidente della Camera di far seguire alle dure parole i fatti. Lo stesso Pierluigi Bersani, il segretario del Pd che aveva prospettato un "patto repubblicano" a Fini per contrastare -spiegava- il populismo dilagante, oggi pretende coerenza dal presidente della Camera. Lo sfida a mostrare la sua diversità sulla giustizia e in particolare sul testo delle intercettazioni telefoniche all'esame del Parlamento. Non è il solo ad avere colto il paradosso della vicenda: per quanto Fini sia distinto e distante da Berlusconi, e lo è, resta un avversario del centro-sinistra. L'ha ricordato pure l'ex leader del Pd, Walter Veltroni.

In questa fase il presidente della Camera sarà costretto, per non dare neanche l'involontaria impressione di voler un ribaltone della maggioranza, a criticare l'opposizione con forza. Ha già cominciato a farlo, del resto, parlando di "disperazione della sinistra".

Dunque, sul versante anti-governativo Fini non ha sponde, né le cerca. E anche un ipotetico avvicinamento al centro, dalle parti di Pierferdinando Casini o di Francesco Rutelli, sarebbe riduttivo, oltre che perdente: finirebbe per avvalorare i sospetti berlusconinani su un Fini al lavoro per costruire "un'altra cosa".

Il ruolo del presidente della Camera, allora, non potrà che continuare a svolgersi all'interno del centro-destra. Ma il caso-Bocchino mostra che i margini sono sempre più piccoli. Berlusconi non vuole riconoscere in alcun modo l'esistenza di una corrente, per quanto minoritaria, che faccia il contro-canto. Da qui la prudenza di Fini.

Se porta il dissenso alle estreme conseguenze, non avrà comunque il sostegno dell'opposizione. Se lo attenua troppo, rischia di incidere sempre meno sulla politica del centro-destra. E una terza via per lui non c'è. ( Fonte: americaoggi.info)

Autore: www.la7.it/guiglia

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La preoccupazione della Lega per il rapporto ormai compromesso tra Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini la dice lunga sulla confusione che regna nel centrodestra.

Nessuno sa bene dove possa portare questo clima di guerra fredda che oscilla tra fumate di pace e avvertimenti reciproci sulla delimitazione del rispettivo spazio politico.

Lo stesso Umberto Bossi appare incerto sull'efficacia del suo ruolo di pompiere: ha lanciato segnali distensivi al capo della destra ma non vuole interferire in quelle che sono giudicate questioni interne al Pdl. Sebbene l'attuazione del federalismo sia ormai a portata di mano, la paura è di assistere a una nuova esplosione di contrasti che stavolta, si ragiona al vertice del Carroccio, porterebbe inevitabilmente alle urne: con il doppio problema per i lumbard di presentarsi a mani vuote al proprio elettorato e di dover fronteggiare la frammentazione del centrodestra.

Dunque il Senatur cerca di frenare il premier che non è certo l'uomo più adatto a sperimentare la coabitazione forzata con un ex amico. Berlusconi ha smentito seccamente in Consiglio di ministri di aver mai definito Fini un traditore o di aver prefigurato nuovi scenari del Pdl senza gli uomini del presidente della Camera; si dice sicuro che "le discussioni di Palazzo" non fermeranno le riforme. Ma la tensione è palpabile e nessuno dei due contendenti sembra disposto a fare il primo passo in direzione di una tregua formale.

Le dimissioni di Italo Bocchino hanno lasciato il segno. Fini ha detto che il suo uomo è stato "dimissionato" senza ragioni smentendo la lettura di quanti, nella maggioranza, avevano pensato a un atto distensivo.

Tuttavia il capo della destra ha accompagnato l'accusa con un ramoscello d'ulivo: nel Pdl non c'é nessuna dittatura, ha commentato, tanto che Bocchino ha potuto esprimere liberamente le sue posizioni. Quanto ai rapporti interni, l'invito a non seminare odio e a non avvelenare le coscienze, finito il "tempo delle eresie", sembra tanto un monito rivolto ai berlusconiani, un interrogativo implicito sulla praticabilità di un vero armistizio.

La strategia del Cavaliere è di ignorare la "guerriglia" interna, in attesa di verificare nei fatti la lealtà dei finiani. Il premier si dice sicuro della stabilità del governo e della possibilità di varare in tre anni tutte le riforme più importanti, a partire da quelle istituzionali e della giustizia.

C'é ancora una polemica tra i suoi uomini e Fini sulla legge elettorale ma anche un estremo margine di trattativa, indicato da Sandro Bondi con l'invito alla minoranza a riportare il dissenso nei confini di una normale dialettica di partito.

In questo senso le polemiche scatenatesi sul caso Scajola potrebbero rappresentare un termometro. Il ministro ha ricevuto la solidarietà di tutti i colleghi e Berlusconi ha respinto le sue dimissioni: anche i finiani si augurano che possa dimostrare la sua estraneità ai fatti, ma intanto premono perché il governo metta quanto prima all'ordine del giorno il suo disegno di legge anticorruzione, quasi a sottolineare che sul terreno della giustizia c'é ancora molto da fare.

La diffidenza reciproca non aiuta la ricerca di un'intesa: Bocchino ha esplicitamente avanzato il sospetto che il premier possa cercare "pretesti" per una rottura definitiva.

Tutti sanno che ciò significherebbe tornare alle urne: uno scenario a cui in realtà nessuno è preparato. La prima a non voler giocare questa scommessa è la Lega.

Ne deriva una situazione di surplace nella quale Fini raccoglie simpatie nell'opposizione, impreparata al voto quanto il centrodestra. Enrico Letta dice che il Pd nei prossimi tre anni "si gioca tutto", implicitamente ammettendo di non ritenere credibile uno scenario di ritorno alle urne.

Veltroni tuttavia chiede ai democratici di non fare confusione, di non scambiare Fini per un potenziale alleato disposto a chissà quali alchimie, perché ciò significherebbe uccidere il bipolarismo fonte di stabilità. Errori che tradiscono la vecchiaia dei leader del centrosinistra, rincara Vendola, e la loro inclinazione a non saper più interpretare la realtà. ( Fonte: americaoggi.info)

Autore: pierfrancesco.frere@ansa.it

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È un dipendente di un ufficio giudiziario del distretto di Napoli il primo indagato nell'inchiesta avviata dalla Procura di Monza per la vicenda Feltri-Boffo e da oltre un mese trasmessa per competenza alla magistratura napoletana. Nei confronti dell'uomo è stato ipotiz-zato il reato di accesso abusivo a sistema in-formatico.

Le indagini, aperte lo scorso settembre dopo un esposto presentato dal leader dell'Italia dei Valori Antonio Di Pietro, erano state affidate al pm monzese Caterina Trentini. Gli accertamenti effettuati avevano consentito di identificare il funzionario dell'amministrazione della giustizia che dalla postazione del suo ufficio nell'hinterland partenopeo avrebbe ‘frugato' nel sistema informatico ‘protetto' per consultare il casellario giudiziario di Dino Boffo, ai tempi direttore di Avvenire.

In più, da quanto appurato da investigatori e inquirenti, sarebbe il risultato di un ‘fotomontaggio' il documento pubblicato su ‘Il Giornale' lo scorso 31 agosto - due giorni dopo l'inizio dell'attacco di Vittorio Feltri al collega alla guida del quotidiano della Cei - che riproduceva il certificato del casellario giudiziale che attestava la condanna da parte del Tribunale di Terni a un'ammenda di 516 euro nei confronti di Boffo per una vicenda di molestie risalente tra il 2001 e il 2002.

In sintesi, il "certificato generale del casellario giudiziale" sarebbe vero nella sostanza (per quanto riguarda la condanna e il reato contestato) ma non nella forma: quello apparso sulle pagine del quotidiano di via Negri non corrisponde per quanto riguarda l'impostazione grafica a un certificato autentico.

Il caso è nato lo scorso 28 agosto quando il Giornale aveva dedicato l'intera prima pagina a "un incidente sessuale" dell'allora direttore di Avvenire e protagonista nelle settimane precedenti di alcuni interventi critici sulla "condotta morale" del Presidente del Consiglio Berlusconi.

Attacco che ha provocato un terremoto nel mondo politico-istituzionale e all'interno delle stesse gerarchie ecclesiastiche e ha portato alle dimissioni di Boffo.

A dicembre poi, sempre sulla prima pagine del quotidiano milanese, le scuse di Feltri, che poco più di un mese fa è stato sospeso per sei mesi dall'ordine dei giornalisti della Lombardia. Una sanzione comminata, non solo per la vicenda Boffo ma anche per aver consentito a Renato Farina, ‘ fonte betulla' per i servizi segreti, di continuare a firmare pezzi dopo la sua condanna per la vicenda Abu Omar alla radiazione dall'albo. ( Fonte: americaoggi.info)

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"Non lascerò il governo, non farò come con il caso Biagi altrimenti sembrerà che mi hanno beccato con il sorcio in bocca. Non ho colpe". Il ministro delle Attività Produttive Claudio Scajola, esclude per ora l'ipotesi di lasciare il proprio incarico e ribadisce in Consiglio dei ministri e in un'intervista al ‘Giornale' di avere la coscienza a posto per quanto riguarda le vicende legate alla ‘cricca' del G8. Non solo. "Sono pronto - puntualizza - ad un faccia a faccia con chiunque insistesse con questa tesi e sono certo che verrebbe confermata la verità che sto dicendo".

Il ministro incassa la solidarietà del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e dei suoi colleghi di esecutivo mentre il Pdl fa quadrato contro quello che viene letto come un polverone mediatico. Lo stesso Scajola va all'attacco: "Non faccio decidere da una campagna mediatica - assicura - il ruolo che devo svolgere come ministro della Repubblica. Non scappo". Si tratta di "accuse infondate" per il sindaco di Roma Gianni Alemanno mentre il ministro della Giustizia Angelino Alfano biasima la fuga di notizie riservate dagli uffici della procura di Perugia.

Ma, mentre le opposizioni vanno all'attacco chiedendo al ministro di chiarire tutti i fatti, diversi ‘finiani' solidarizzano ma, al tempo stesso, insistono sulla necessità di dare il via libera al più presto al ddl anti-corruzione approvato dal Cdm due mesi fa e in attesa della firma al Quirinale. "Spero sinceramente - dice il ‘finiano' Carmelo Briguglio - che il ministro Scajola possa dimostrare la propria estraneità ai fatti che gli vengono contestati". Detto ciò, "mentre sul piano politico l'esecutivo viene messo sulla graticola, purtroppo del disegno di legge anti-corruzione del governo, che pure aveva avuto un'ottima eco sui media, non si ha notizia. E' necessario recuperarlo immediatamente e portarlo subito all'esame del Parlamento". La stessa linea di ‘Generazione Italia', ‘think tank' dell'ex vice presidente del gruppo del Pdl alla Camera, il finiano Italo Bocchino. "Dove è finito - si chiede sul sito di ‘Generazione Italia' Gianmario Mariniello - questo bellissimo e bipartisan disegno anti-corruzione?".

L'opposizione va all'attacco. L'Idv ribadisce la richiesta di dimissioni del ministro. "Si prenda un lunghissimo periodo di riposo", è l'invito del presidente dei senatori del partito di Di Pietro, Felice Belisario. E anche nel Pd, dopo la lettera scritta ieri dalla capogruppo in Senato Anna Finocchiaro che ha chiesto al presidente Schifani di convocarlo in Aula qualcuno inizia a chiedere che il titolare delle Attività Produttive se ne vada. Scajola, dice Luigi Zanda, deve fornire in Parlamento "una dettagliata e convincente" spiegazione, perché "se non dovesse farlo o se non è in grado di farlo va da se che dovrebbe dimettersi immediatamente". Dal partito di Bersani si biasima, inoltre, il riferimento del ministro al ‘caso Biagi' nella sua intervista al ‘Giornale'. Le sue dichiarazioni, dice la capogruppo del Pd in commissione Giustizia alla Camera, Donatella Ferranti, che fanno riferimento al ‘caso Biagi' "sono di cattivo gusto", le parole con cui appellò il giuslavorista, aggiunge "restano una brutta pagina per la nostra democrazia". ( Fonte: americaoggi.info)

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Di redazione (del 01/05/2010 @ 09:00:00, in Osservatorio Nazionale, linkato 206 volte)

Una decisione 5-4 di ieri della Corte Suprema USA in Citizens United contro Election Commission ha stracciato la struttura della nostra democrazia già debole permettendo alle corporations di dominare in modo più completo il nostro processo elettorale corrotto.

E’ oltraggioso che le corporations già tentino di influenzare o di corrompere i nostri candidati politici attraverso i loro comitati d’azione politica (PACs), i quali sollecitano i dipendenti egli azionisti a fare donazioni.

Con tale decisione, le corporations possono versare ora direttamente grandi somme di denaro aziendale, con spese indipendenti, nella palude elettorale già inondata dai dollari di sostegno della campagna del PAC aziendale.

Senza l’approvazione dei loro azionisti, le corporations possono premiare o intimidire la gente che corre per la rappresentanza a livello locale, statale e nazionale.

Molte delle 183 pagine della sentenza chiedono ai lettori di entrare in un mondo di fantasia e di seguire la logica contorta del Giudice Kennedy, che scrisse la sentenza della Corte con il giudice capo Roberts e i giudici Scalia, Alito e Thomas.

Immaginate la maggioranza che dice “il Governo non può reprimere un discorso politico sulla base dell’identità aziendale dell’oratore.”

Forse il Giudice Kennedy non ha sentito che il settore finanziario investì oltre $5 miliardi per acquisire influenza politica a Washington nel decennio scorso, con 3.000 lobbisti che ottennero la deregulation e altre decisioni politiche che condussero direttamente all’attuale collasso finanziario, secondo le 231-pagine del rapporto titolato: “Sold Out: How Wall Street and Washington Betrayed America” (vedi: WallStreetWatch.org).
Il Center for Responsive Politics riferisce che lo scorso anno la Chamber of Commerce USA spese $144 milioni per influenzare il Congresso e i parlamenti statali.

Il Center ha riferito anche le grandi spese lobbiste del Pharmaceutical Research and Manfacturers of America (PhRMA) che spesero $26 milioni nel 2009.

Anche imprese farmaceutiche come Pfizer, Amgen ed Eli Lilly versarono decine di milioni di dollari nel lobbismo federale nel 2009.

Pure il gruppo d’affari della tutela sanitaria, l’America’s Health Insurance Plans (AHIP) spese vari milioni in lobbismo al Congresso.

Non stupisce che il sistema del Single Payer health – sostenuto dalla maggioranza del paese, dottori e sanitari – non si muova al Congresso.

Anche imprese energetiche come ExxonMobil e Chevron sono grandi spendaccione.
Non stupisce che noi abbiamo una politica energetica nazionale che è per il combustibile fossile e fa poco per sostenere l’energia rinnovabile (Vedi OpenSecrets.Org).

Non stupisce che abbiamo il miglior Congresso che il denaro possa comprare.
Penso che il Giudice Kennedy ritenga che le corporations che sommergono i membri del Congresso con i contributi elettorali vogliano avere maggiore influenza nell’arena elettorale.
Lo spendere milioni per influenzare il Congresso e il dare aiuti PAC ingenti forse non basta alla maggioranza della Corte Suprema.

Il precetto dei cinque giudici attivisti è stato troppo perfino per il Senatore Repubblicano John McCain, il quale ha commentato che era turbato dalla loro “estrema ingenuità”.
C’è una luce di speranza e un tocco di realismo nella decisione di ieri della Corte Suprema.
Sfortunatamente essi sono nelle 90 pagine di potente dissenso sul caso del Giudice Stevens unito ai Giudici Ginsburg, Breyer e Sotomayor.

Il Giudice Stevens conosce il potere delle corporations nella nostra economia politica.
Il Giudice Stevens trova “assurdo pensare che il Primo Emendamento proibisca ai parlamenti di registrare l’identità aziendale di uno sponsor di appoggio elettorale:”
Egli dice chiaro che: “l’ordine della Corte minaccia di minare l’integrità delle istituzioni elette di tutta la Nazione”.

Lui nota che le Basi della nostra Costituzione “hanno confuso un po’ la distinzione tra corporations ed esseri umani; e quando approvarono la libertà di parola nel Primo Emendamento, era il libero discorso degli Americani che avevano in mente”.

Ha ragione, le parole “corporation” o “company” non sono nella nostra Costituzione.
Il giudice Stevens conclude il suo dissenso così:

“In fondo, l’opinione della Corte è un rifiuto del senso comune degli americani che riconobbero una necessità di prevenire le corporations se minassero l’auto governo sin dalla fondazione e che lottarono contro il potenziale corruttivo caratteristico della propaganda elettorale aziendale fin dai tempi di T. Roosevelt. E’ uno strano momento per ripudiare tal senso comune. Dato che la democrazia USA è imperfetta, pochi fuori dalla maggioranza di questa Corte avrebbero pensato alle sue crepe includendo una penuria di denaro aziendale nelle politiche.”

In realtà, tale decisione a maggioranza, aziendale e contro l’elettore è così estrema da galvanizzare uno sforzo di base per emendare la costituzione con semplicità e una volta per tutte terminando il personalismo aziendale e ridurre l’impatto corrosivo del denaro sulle politiche.

E’ il momento di prevenire la contribuzione elettorale aziendale per non commercializzare le nostre elezioni e non affogare le voci e i valori dei cittadini e degli elettori.

Non perdiamo l’occasione di rovesciare “Re Corporation” e ristabilire la sovranità di “Noi la gente!”
Ricordate quelle corporations, salvate dallo stato, sono i nostri servi, non i nostri padroni.

La legge sostenuta dal Senatore Richard Durbin (D-IL) e dal Rappresentante John Larson (D-CT) incoraggerebbe piccole donazioni di dollari senza limiti per gli individui e aiuterebbe i candidati con fondi pubblici in cambio del rifiuto dei contributi aziendali o di quelli privati superiori ai 100 dollari.

E’ anche l’ora delle risoluzioni dell’azionista, impresa per impresa, per dirigere i consigli di amministrazione aziendali per controllare e non usare il denaro dell’impresa direttamente a favore o contro i candidati alle elezioni.
Se voi volete unirvi agli sforzi per bloccare le concessioni aziendali che la Corte Suprema fece ieri, visitate Citizen.Org e freespechforpeople.org. ( Fonte: http://digilander.libero.it/amici.futuroieri/)
*Il titolo è una nostra scelta, l'originale diffuso il 22/01/2010 ne era privo
Tradotto da F. Allegri

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Enrico, cosa intendi con " L'industrializzazione non deve essere avulsa dalla produzione necessaria al mercato interno in termini occupazionali...."Vuol per caso dire che vuoi anche tu mantenere degli...
05/09/2010 @ 10:41:38
Di Mario
Enrico, cosa intendi col "recupero dei voti degli esclusi"????Magari che gli assenti hanno ragione??A casa mia gli assenti hanno sempre torto.Così come dovrebbe essere in qualsiasi società democratica...
05/09/2010 @ 10:32:48
Di Mario


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