Su un punto, al di là delle rispettive collocazioni e dei criteri di valutazione adottati, tutti gli analisti del risultato del voto di domenica e lunedì scorsi unanimemente convergono: la Lega di Umberto Bossi è la grande vincitrice di questa tornata elettorale. Non ci vuol molto, del resto, ad acquisire consapevolezza di questo dato: il Carroccio non vince, ma stravince nelle regioni nelle quali la sua presenza era da tempo consolidata, conquista due governatorati in regioni chiave come il Veneto e il Piemonte, estende le proprie propaggini dal Nord verso il centro ottenendo più che favorevoli risultati in Emilia Romagna e in Toscana.
E c'è già chi addirittura vede, nel partito del senatur, una sorta di erede della vecchia Democrazia cristiana. Un acuto osservatore è giunto ad affermare che, dopo la lunga stagione della "balena bianca" (appellativo che, nel corso della Prima Repubblica, veniva riservato alla Dc) si sta aprendo, ormai, la stagione della "balena verde".
Di fronte a questa ineccepibile realtà, era del tutto illusorio prestar fede alle parole pronunciate da Umberto Bossi subito dopo aver conosciuto i risultati elettorali, secondo cui il suo partito non avrebbe in nulla e per nulla fatto pesare il proprio successo nei confronti del governo di Silvio Berlusconi. Non è così anche perché, per sua natura, la Lega non è abituata a far politica con il fioretto, ma con la sciabola. Il suo successo è intenzionata a farlo pesare, eccome.
Se ne è avuto immediato sentore con la decisa presa di posizione dei due neogovernatori Zaia e Cota che hanno annunciato che nei territori nei quali sono stati chiamati a esercitare il loro mandato, non ci sarà spazio per la Ru 486, la cosiddetta pillola abortiva.
Una decisione resa nota con grande fragore, che ha ottenuto l'immediato plauso della Chiesa (al punto che già c'è chi parla di "cattoleghismo" come fenomeno emergente della politica nazionale), ma che ha suscitato non solo le proteste dell'opposizione, ma forti riserve all'interno dello stesso Pdl.
Sono di ieri, al riguardo, gli interventi fortemente critici nei confronti dei due governatori leghisti del ministro della Salute Ferruccio Fazio e della sua collega dell'Ambiente Stefania Prestigiacomo (oltre che dello stesso sindaco leghista di Verona Flavio Tosi) per i quali nessuna regione può pensare di poter proibire ciò che è concesso e regolato da una legge dello Stato.
Ma il caso della pillola abortiva non è e non sarà certamente il solo motivo di tensione nel dibattito politico prossimo venturo. La Lega butta sulla bilancia tutto il peso della sua vittoria e già i suoi uomini appaiono pronti a stilare una sorta di calendario delle riforme ponendo al primo posto, ovviamente, la concreta realizzazione di quel federalismo fiscale che da troppo tempo è in attesa di decollo.
E, anche se tutti (almeno a parole) appaiono concordi nel ritenere che sì, l'ora del federalismo è scoccata da tempo, non si può non tener conto del fatto che c'è un federalismo all'acqua di rose e un federalismo duro e che la Lega si batterà a denti stretti e con tutta la non indifferente forza della quale ora dispone, in favore di quest'ultimo.
Ma non basta. Consapevole di essere ormai un partito nazionale a tutti gli effetti (Massimo Cacciari l'ha definita "una formidabile macchina da guerra"), la Lega è intenzionata non soltanto a stabilire quali debbano essere le priorità della politica, ma a far sentire la propria voce su tutti gli argomenti sul tappeto. E poiché non è affatto detto che questa voce sia in totale sintonia con quella del suo alleato, il Pdl, non è difficile prevedere che nell'agone politico si stia per aprire un dibattito di grande vivacità non limitato al confronto (un po' stantio) tra Pdl e Pd, ma nel quale gli uomini del Carroccio sono intenzionati a svolgere un ruolo di primo piano.
È questo, rileggendo i risultati elettorali a mente fredda e alla luce delle posizioni che si vanno già delineando, il vero fatto nuovo emerso dal voto del 28 e 29 marzo scorsi. ( Fonte: americaoggi.info)
Ora che le operazioni di voto si sono concluse, posso affrontare con più serenità l'oramai antico problema della presenza di simboli cristiani nei seggi.
La consuetudine, non da tutti condivisa, trae le sue origini da un fatto singolare, e cioè l'uso delle aule scolastiche per l'occasione svuotate dai legittimi utilizzatori e consegnate per tre giorni ai funzionari di seggio e ai cittadini votanti. Si sa che nelle aule scolastiche è prevista la presenza dei crocifissi. Ma quanto è legale, o meglio giusto, che un simbolo religioso incomba sulle giovani menti? Da quali disposizioni legislative discende questa imposizione? E infine, se simbolo dev'essere, perché sempre uno e solo "quello"?
Si può pensare che la scelta delle aule scolastiche sia stata fatta ad arte, anche perché in altri stati si è scelto diversamente. Il cittadino si trova così ad accettare passivamente la presenza del crocifisso, considerato che per votare entra in un'aula scolastica e proprio per questo non si pone problemi di sorta. Come si constata, non si può parlare del primo problema se non si parla anche del secondo, in Italia devono per forza di cose essere affrontati assieme: seggi e aule.
Qualche considerazione. L'Italia, dal 1984, anno di revisione del concordato firmata da Craxi e Casaroli, è a tutti gli effetti e incontestabilmente uno stato laico, e il concetto di religione di stato non sussiste più. L'articolo 7 della Costituzione conferma questo principio. Per quale motivo anche ora dopo 26 anni dall'importante avvenimento ogni edificio pubblico debba essere caratterizzato dalla presenza del crocifisso, a tutt'oggi nessuno lo capisce, a meno che non si pensi ad un caso di prevaricazione. I regi decreti che vengono ad ogni pié sospinto citati dai favorevoli (ma perché allora non fare riferimento al Codice Giustinianeo o anche all'Editto di Rotari?) sono stati superati dagli accordi del 1984 e dallo stesso Dettato Costituzionale. C'è però un inghippo a tutto questo. Siccome lo Stato Italiano è una repubblica a sovranità limitata (e non solo dal Vaticano), le chiarissime leggi in proposito non è che vengano disattese, vengono semplicemente ignorate, e se uno chiede spiegazioni, i bizantinismi si sprecano.
Ad una mia lettera di protesta al Presidente della Repubblica (e per conoscenza a tutte le cariche giù giù fino al sindaco), mi fu risposto dalla Direzione Centrale dei Servizi del Ministero dell'Interno attraverso la Prefettura in data 19 sett. 2008. Riporto testualmente: "... I seggi elettorali, com'è noto, sono normalmente ospitati presso i locali adibiti ad edifici scolastici e, pertanto, gli arredi che vi risultano installati sono nella disponibilità dell'Amministrazione ospitante, alla quale è possibile chiedere soltanto quegli adeguamenti negli arredi medesimi che siano strettamente giustificati da esigenze connesse all'organizzazione delle consultazioni elettorali e previsti da specifiche disposizioni dell'ordinamento elettorale (art. 37 del dpr 16 maggio 1960, n. 570 e art. 42 del dpr 30 marzo 1957, n. 361)". Nessuna delle norme citate parla di crocifissi, si parla solo di suppellettili o arredi (in questo senso anche il crocifisso scade a livello di arredo o suppellettile), e che il crocifisso sia "strettamente giustificato da esigenze connesse all'organizzazione delle consultazioni elettorali" è tutto da dimostrare. Due ultime considerazioni. In Italia esistono, oltre alla Cattolica, altre cinque religioni riconosciute dallo stato ai fini di spartizione dell'8 X 1000. Sono quelle che hanno sottoscritto un concordato (anche altre l'hanno firmato, ma sono in attesa della ratifica da parte del parlamento, operazione rallentata dall'invadenza vaticana). Queste religioni potrebbero a rigor di logica affermare il loro diritto all'esposizione dei simboli nei locali adibiti alla pubblica amministrazione e conseguentemente nelle scuole e nei seggi. Ma quale accoglienza potrebbero sperare di avere simili richieste da parte delle oltre 600 religioni e "vie spirituali non religiose" censite in Italia, se anche queste giungessero alla firma del concordato? Vogliamo provare?
Ai tempi della Democrazia Cristiana il simbolo cristiano nei seggi da molti era considerato propaganda politica, in quanto il partito di maggioranza si fregiava proprio di quel simbolo. Ma anche ora questo simbolo è preso a prestito da parte di alcuni partiti politici, se non altro perché si schierano da quella parte. Quindi simbolo religioso e simbolo politico uniti nel seggio: un reato.
Una domanda: si sono mai sentite proteste ufficiali da parte delle sinistre su questo argomento? Ma esiste veramente una sinistra nella repubblica delle banane?
Posso immaginare come si sentono Santoro, Travaglio, Luttazzi e Grillo (non Di Pietro, però): vittime di un pesce d’aprile anticipato. Sono passati tre giorni dall’ennesimo successo elettorale di Berlusconi (referendum confermativo, buon risultato, colpo di coda, esercizio di sopravvivenza: insomma, è ancora lì) e pensano: gli italiani sono plagiati! Succubi! Disinformati! Se sapessero certe cose, non lo voterebbero! Né lui, né gli alleati che lo sostengono.
Dietro questo pensiero sta un’illusione: che l’elettore voti, come in altri Paesi, per premiare e punire. Che l’indignazione stia alla base della scelta. Che la croce sulla scheda sia (anche) la conseguenza di un giudizio morale. Non è così. È accaduto nel 1992 — ne beneficiò la Lega — poi più. Noi italiani, a differenza di altri europei e degli americani, non votiamo per punire. Votiamo per altri motivi.
Per veder perdere chi ci sta antipatico. E i grandi maestri dell’antipatia applicata, in Italia, stanno a sinistra: li ho incontrati al liceo, negli anni ’70, e sono ancora in pista. Ogni tanto salta fuori qualcuno simpatico (Vendola, Renzi, Chiamparino): o non lo candidano o cercano di farlo fuori. In passato l’ho chiamato «effetto Palio» (ogni contrada vuole la vittoria, ma più ancora la sconfitta della contrada rivale). Il fenomeno è però più vasto. L’antipatia militante, in Italia, non muove solo la politica; muove tifo calcistico, arti e professioni.
Per veder vincere chi ci sta simpatico. E il grande artista della simpatia, chi è? Simpatia di facciata, con battute e comportamenti che ci danneggiano all’estero? Simpatia levigata giorno per giorno da riviste colorate e programmi del pomeriggio? Simpatia protetta in prima serata dalle notizie sgradite? Certo, anche: ma simpatia rimane. Umano, troppo umano; e utile, molto utile per raccogliere il consenso nelle società emotive.
Per interesse e convenienza. Non conosco cultura tanto idealista in teoria e così realista in pratica. Per quella che ritiene essere la sua convenienza vota il cittadino onesto, preoccupato della sicurezza. Ma anche l’evasore fiscale, occupazione part-time di buona parte della popolazione: non vota per arrivare all’equità e all’equilibrio dei conti pubblici, ma per minimizzare il rischio di controlli e sanzioni. Aggiungete il fatto che, tra i politici che parlano di morale e lungimiranza, molti sono degli ipocriti; e il quadro è completo.
Simpatia, antipatia, interesse e convenienza: chi sa interpretarle, vince. È una constatazione, non una denuncia. So bene come gli elettori di un altro Beppe non siano d’accordo con quest’analisi. Li muove una comprensibile indignazione, ma li danneggia un’incomprensibile illusione: che la maggioranza degli italiani, se solo fosse informata, voterebbe diversamente, mossa da senso della giustizia e indignazione. Non è così, e qualcuno l’ha capito molto bene. (Fonte: ByoBlu.com)
Il ciclone Beppe Grillo ha rappresentato la vera novità di queste elezioni amministrative, raccogliendo consensi (quasi) ovunque si sia presentato. Le regioni in questione erano 5, ed è interessante notare come in tutte il consenso personale al candidato abbia superato quello alla lista (nel caso emiliano addirittura +1%). Ma vediamole nel dettaglio.
Emilia Romagna. La regione del boom. Giovanni Favia si è guadagnato i titoli di tutti i giornali ottenendo un clamoroso 7% (6% alla lista collegata). Il fatto che i maggiori consensi grillini siano venuti proprio nella più rossa delle regioni in cui si sono presentati (erano assenti in Toscana, Umbria e Marche) avvalora la tesi per cui il voto a 5 stelle sia quasi interamente transfuga dalla sinistra. Ricordiamo anche che il governatore eletto Vasco Errani si è fermato al 52,0%; un consenso tutt’altro che esaltante.
Piemonte. Il caso. Qui la Lista 5 Stelle è stata chiaramente decisiva nel determinare la sconfitta di Mercedes Bresso (che ha chiesto il riconteggio dei voti). 0,4% il margine di vittoria di Cota e 4,08% i voti raccolti da Davide Bono (contro il 3,6% della Lista).
Lombardia. Ci si poteva forse aspettare di più dalla Lombardia, ma il 3% secco di Vito Claudio Crimi non è comunque male. E un Penati al minimo storico (nei precedenti tentativi aveva sempre dato filo da torcere o battuto i candidati del centrodestra) ha certamente pagato dazio al grillino.
Veneto. Nella più “bianca” delle regioni italiane non è facile raccogliere consensi al di fuori del centrodestra. Ricordiamo che Bortolussi (Pd+Idv+varia sinistra) si è fermato a un modestissimo 29%. Alla luce di quanto detto il 3,15% di David Borrelli non è malaccio, e comunque rappresenta un principio di penetrazione per il futuro.
Campania. Male malissimo. Nella regione più discussa d’Italia in seguito al malgoverno storico, alla discussa candidatura di De Luca (appoggiato obtorto collo anche da Di Pietro) e al caso Cosentino si poteva davvero sperare in un buon risultato se non programmatico, di protesta. E invece Roberto Fico prende la miseria di 39.000 voti (1,34%). Era l’unica regione meridionale che vedeva la presenza delle 5 Stelle, segno che a sud c’è ancora tanto da lavorare per gli uomini di Beppe Grillo.
In ogni caso arrivano finalmente i primi consiglieri “pesanti” per i grillini, che dovranno cominciare a darsi un’organizzazione seria se vogliono continuare a crescere. Diciamo che ci troviamo tra la fase uno e la fase due della storia del movimento, un po’ come quando la Lega Lombarda vide la prima storica elezione del senatore Leoni e del deputato Bossi.
Da oggi in poi la Lista 5 Stelle non potrà più essere ignorata dai media (com’è sostanzialmente avvenuto fino a oggi) ma dovrà anche dimostrare capacità propositiva nelle sedi politiche in cui è finalmente rappresentata. Qualcuno ha parlato di web al potere. Vedremo. Di certo seguiremo il fenomeno da vicino. (Autore: Luca Landoni; Fonte: Polisblog.it)
Le statistiche ci dicono che dal punto di vista economico esistono due Italie: le regioni settentrionali che competono con i bacini industriali del Nord europeo e il Mezzogiorno, sempre più vicino alle zone più povere dell'Europa. Se non si interviene su questa situazione, il processo di disgregazione del paese diventerà inevitabile. Dobbiamo invece puntare su un'idea di Italia europea che, attraverso le strutture comunitarie, cerchi di trainare il Sud verso lo sviluppo.
In Belgio da diversi giorni, sui giornali e tra la gente, si discute del fatto che le scuole francofone in territorio fiammingo, a causa di nuove regolamentazioni non concordate con la comunità francofona, rischiano di essere sottoposte al “giudizio” degli ispettorati fiamminghi, e dovranno probabilmente adeguare i loro programmi in maniera vincolante. Dinanzi a una politica comunitaria tenue, che non affronta i veri nodi dell’economia reale, le divisioni nei paesi e tra paesi potrebbero esplodere in maniera sequenziale, ma la crisi greca, paradossalmente, sembra aiutare l’Unione politica.
E l’Italia? Le elezioni regionali appena svolte avranno un impatto rilevante sul futuro del paese, e non tanto perché hanno anche un valore politico nazionale, come ogni tornata elettorale. Ma perché i risultati delle votazioni potrebbero accelerare un processo di rottura economica in corso che separa Nord, Centro e Sud: ne uscirà un’idea di Italia europea che, attraverso le strutture comunitarie, cerca di trainare il Sud verso lo sviluppo? Oppure continuerà a realizzarsi un modello in cui il sistema paese non gioca la partita, anche e soprattutto in chiave comunitaria, per il rilancio del Sud?
LE DUE ITALIE
Le statistiche ufficiali dipingono dal punto di vista economico almeno due Italie diverse e se non ci affrettiamo a comprenderle, prenderanno inevitabilmente direzioni opposte, a prescindere dall'esistenza di forze politiche separatiste (che sarebbero più effetto che causa di tale processo) e nonostante le similitudini culturali. Anche in economia valgono le parole di Fichte: noi possiamo scegliere tutto ciò che vogliamo e anche ciò che non vogliamo, purché lo vogliamo davvero.
L’Europa è il termine di riferimento per capire dove va il paese e cosa fare: il Mezzogiorno, infatti, è sempre più vicino alle regioni più povere dell’Europa, mentre il Nord compete con i bacini industriali del Nord Europa.
Dal punto di vista del prodotto interno lordo, già nel 2005, il Mezzogiorno aveva un Pil pro-capite, a parità del potere di acquisto, simile a quello della Støední Èechy e della Jihozápad (regioni della Repubblica Ceca), a quello della Mazowieckie (regione polacca) e dell’Algarve (Portogallo) e non lontano da quello della Bucureºti-Ilfov (regione rumena che comprende Bucarest); la Közép-Magyarország (in Ungheria) presentava già valori superiori (Fonte: Eurostat).
Secondo i dati del Fondo monetario internazionale a ottobre 2009, l’Italia è situata solo al ventottesimo posto nella graduatoria del Pil pro-capite considerando il potere di acquisto nei singoli paesi. E se il Pil non cresce, col tempo si rischia un'erosione anche della ricchezza netta (la somma delle attività reali e finanziarie al netto dei debiti). Occorre però rilevare come il nostro paese si posizioni all'ottavo posto per ciò che concerne la ricchezza netta pro-capite, sopravanzando quindi paesi come la Francia, la Germania, l'Australia e quelli scandinavi. (1) Si consideri però che la ricchezza mediana delle famiglie del Centro risulta nell’anno 2008 pari a circa il doppio di quella delle famiglie meridionali, mentre nel 1993 era superiore del 75 per cento. Per il Nord, il divario nei confronti del Sud è salito da circa il 45 per cento rilevato nel 1993 al 65 per cento del 2008. (2)
Il nostro Sud è il luogo europeo in cui le donne lavorano meno in assoluto: attualmente, il tasso di occupazione femminile è al 30,8 per cento nel Meridione, al 55,6 per cento nel Nord-Ovest, al 56,9 per cento nel Nord-Est. I dati italiani relativi al tasso di attività femminile sono comparabili a quelli della Grecia. Slovacchia, Romania, Bulgaria si situano sopra al 50 per cento; Cipro è al 60 per cento. La Slovenia, da poco entrata nell’Unione, è al 61,8 per cento. La Danimarca è ai vertici della classifica con valori prossimi al 73,4 per cento.
Il tasso di irregolarità italiano, calcolato come rapporto percentuale tra le unità di lavoro irregolari di un'area territoriale e il complesso delle unità di lavoro occupate in essa, si attesta nel 2006 al di sotto del 9 per cento nel Nord, e quindi relativamente in linea con gli altri paesi europei. Presenta però nel Mezzogiorno valori altissimi, vicini al 20 per cento, e nel Centro Italia è prossimo all'11 per cento. Un paese, quindi, spezzato anche per quanto riguarda l'economia sommersa.
GUARDARE ALL’EUROPA PER RISOLVERE GLI SQUILIBRI REGIONALI
La fine della possibilità di svalutare la lira, praticata sino agli anni Novanta, e la nascita di un sistema a cambi fissi nell'area euro, con i relativi parametri di Maastricht, ha messo in luce i diversi problemi strutturali del nostro paese, e il Sud in particolare ne risente oggi gli effetti nell'economia reale e nelle statistiche. È bene rilevare come i problemi fossero stati solo occultati attraverso la svalutazione, e dunque non sono assolutamente addebitabili alla moneta unica.
Un esempio per capire l’importanza di influire nelle scelte europee istituzionali e legislative: nel 2007 la Calabria, dove il tasso di occupazione femminile è pari a circa il 31 per cento, con tassi di attività inferiori del 10 per cento rispetto alla media nazionale, non è stata considerata dalla Commissione europea come un’area “svantaggiata”. Ciò è stato causato dalla scelta dell’indicatore “tasso di disoccupazione” in luogo del “tasso di attività” per determinare gli incentivi, in Europa, per le imprese che assumono donne. Negli ultimi anni in Calabria, come nel resto del Mezzogiorno, il tasso di disoccupazione è diminuito, ma anche a causa di una crescita dell’inattività femminile.
Inoltre, come è possibile affrontare il più rilevante problema dei nostri tempi, quello delle scelte energetiche, senza la creazione di gruppi e consorzi europei? Un esempio: il nuovo consorzio della smart grid, la rete intelligente dell'alta tensione, che risponde all’esigenza di avere fonti rinnovabili che producano energia in modo costante. Il gruppo riunisce società rappresentative dei diversi settori della fornitura o dell'utilizzo di tecnologie e infrastrutture di alta tensione. I partecipanti sono le società belghe 3E, Deme ed Elia, la francese Areva, le società di ingegneria Hochtief, Parsons Brinckerhoff e Visser & Smit, l'irlandese Mainstream, la Blue Energy, oltre a Siemens e l'italiana Prysmian (ex Pirelli Cavi). Il piano europeo 20-20-20 che prevede nel 2020 il ricorso al 20 per cento di energia da fonti rinnovabili è l’obiettivo al quale agganciare in particolare le soleggiate e ventose regioni del Sud Italia, se non vogliamo lasciare tutte queste opportunità di investimento al deserto del Sahara.
Negli ultimi sedici anni il contrasto tra Nord e Sud ha determinato un livello della povertà e della disuguaglianza dei redditi familiari in Italia assolutamente superiore a quello dei paesi nordici e dell'Europa continentale: è questa la realtà nella quale, in un’ottica di solidarietà ed efficienza operativa, dovranno lavorare insieme le regioni italiane d’Europa, per evitare processi di sgretolamento strutturale. ( Fonte: www.lavoce.info) * L'articolo e le opinioni in esso contenute sono presentate dall'autore a titolo personale e non impegnano l'Istat presso cui presta la propria attività di ricercatore. Altri contenuti sono presenti sul suo blog www.frendaresearch.splinder.com
(1) La fonte è uno studio del 2007 dell'università delle Nazioni Unite di Helsinki. (2) Indagine campionaria della Banca d'Italia sui bilanci delle famiglie.
Nelle intenzioni di tutti il dopo-voto dovrebbe essere guidato dal dialogo sulle riforme tra maggioranza e opposizione. Ma si tratta di un cammino che appare tutto in salita, al di là delle buone intenzioni.
Il fatto nuovo è costituito dalla disponibilità di Antonio Di Pietro a discutere "senza preconcetti" con il centrodestra a condizione che non ci siano provvedimenti ad personam. L'apertura del leader dell'Italia dei Valori ha un doppio obiettivo: imporre una linea al Pd, scavalcandone le esitazioni, e proporsi quale guida dell'opposizione contro la politica "stantia" della segreteria Bersani.
Naturalmente questa fuga in avanti crea un problema alla dirigenza democratica che rischia di apparire al traino del nuovo format dipietrista, proprio nel momento in cui cresce il malessere nel partito dopo l'insuccesso elettorale. C'é poi un altro tornante impervio sul sentiero delle riforme: il premier intende partire da giustizia e fisco. Sul primo punto è da escludere che possa ottenere qualsiasi collaborazione da Di Pietro, sul secondo invece un negoziato sembra possibile dopo le lodi che la politica economica di Giulio Tremonti ha riscosso in Europa perfino dalla stampa tradizionalmente ostile.
Il Cavaliere fa filtrare l'intenzione di procedere con velocità: basta con i tentennamenti, ha detto ai suoi nel minivertice di ieri, soprattutto dopo un test di medio termine che sostanzialmente equivale a un mandato a fare le riforme. A giustizia e fisco si dovrebbero aggiungere le nuove norme sulle intercettazioni e il rinnovamento delle istituzioni. Il refrain berlusconiano è sempre lo stesso: auspicio del dialogo ma senza concedere un potere di veto all'opposizione il che, tradotto, comporta la possibilità di andare avanti a colpi di maggioranza. Perciò il Pdl insiste perché il Pd abbandoni l'antiberlusconismo e l'alleanza con Di Pietro (difficile nel momento in cui l'ex Pm si dice pronto a trattare).
Molto dipenderà dal ruolo della Lega. Il Carroccio definisce "fantasie giornalistiche" le voci di richieste di nuove poltrone, però il ministro Calderoli non rinuncia a dire che Bossi sarebbe un ottimo sindaco di Milano (replica di Letizia Moratti: Milano è la capitale del Pdl). E' chiaro che siamo ancora nella fase delle schermaglie, ma i lumbard finora hanno sempre dimostrato realismo politico: Maroni e Calderoli invocano il "metodo Viminale" nella conduzione dei negoziati con l'opposizione e osservano che si dovrà concedere qualcosa agli interlocutori. Anche di fronte al rinvio alle Camere della legge sul lavoro da parte di Giorgio Napolitano, la Lega è stata la più esplicita della maggioranza: il capo dello Stato ha esercitato correttamente le sue prerogative e si dovranno tenere seriamente in considerazione le preoccupazioni del Colle sulle garanzie da offrire ai lavoratori.
In altre parole, il Carroccio fa capire di condividere solo fino a un certo punto la linea del premier: va bene l'investitura popolare, ma non si può rischiare di varare un'altra "riforma zoppa" come quella che fu cancellata dal precedente referendum confermativo. Su questa linea i leghisti possono incrociare i finiani i quali - assicura il ministro Andrea Ronchi - sono fedeli al Pdl ma rivendicano il diritto di pensarla diversamente senza per questo essere accusati di eresia. Berlusconi vedrà a breve il presidente della Camera e Umberto Bossi per concertare i passi da compiere: stavolta ne dovrà emergere una strategia sicura da ratificare, a quanto sembra, negli organismi dei due partiti.
La situazione è resa più complessa dalla confusione che regna nel campo democratico. Gli avversari di Bersani sono usciti alla scoperto: Veltroni e Franceschini invocano un cambio di rotta, reputano perdente la strategia dell'alleanza con l'Udc e osservano come Berlusconi abbia vinto nonostante la crisi economica, gli scandali e i problemi interni del centrodestra.
Colpisce che il vicesegretario Enrico Letta condivida il succo di queste critiche: a suo avviso l'alleanza con Casini non basta, bisogna "ripartire da zero" nella politica delle alleanze e sottrarsi all'abbraccio dell'oltranzismo dipietrista. Secondo Letta, al Nord la situazione è grave e si impone un ripensamento della politica democratica almeno su immigrazione e fisco. Parole nel solco della "vocazione maggioritaria" più che nel recupero dell'estrema sinistra.
I centristi sono rimasti spiazzati e chiedono di non essere coinvolti nelle liti interne del Pd. Cesa ammette che il bilancio dell'Udc mostra luci ed ombre e pone come tema più urgente del partito quello di non condannarsi a un ruolo di pura testimonianza. ( Fonte: americaoggi.info)
La Guardia di Finanza del Comando Provinciale di Roma ha smascherato un enorme giro di evasione fiscale internazionale verso la Svizzera e il Lussemburgo. Parte dei soldi, raccolti in tutt'Italia, sono stati depositati in una banca di Lugano.
Stando a quanto riferisce la Guardia di Finanza, dirigenti e dipendenti di un gruppo bancario italiano si muovevano personalmente per raccogliere i contanti in tutta Italia (soprattutto a Roma, Milano, Firenze e Modena) e depositarli su conti cifrati in una filiale di Lugano.
Tra le persone che affidavano i guadagni non denunciati al fisco italiano vi sono imprenditori, benestanti antiquari, agenzie di viaggio e persino un sacerdote.
La Guardia di Finanza ha sequestrato 3 milioni di euro (circa 4,5 milioni di franchi) e denunciato 14 persone per riciclaggio ed evasione fiscale internazionale.
Il trucco era quello di far "girare" meno contante possibile per evitare di essere fermati al confine dalle Fiamme Gialle e di vedersi sequestrare il bottino. I responsabili si erano perciò inventati un sistema di "compensazione on the road": il denaro, infatti, solo di rado varcava materialmente la frontiera.
Chi voleva trasferire le somme le consegnava personalmente al funzionario di banca che, a sua volta, le metteva a disposizione di altri clienti bisognosi di liquidi da spendere in Italia. Qualche giorno dopo, le operazioni venivano registrate presso la banca estera. In cambio, i correntisti dovevano pagare una percentuale sulle somme e compilare una ricevuta, utilizzata come "pezza di appoggio" dell'operazione.
Il sistema prevedeva anche il ricorso a società fantasma nei paradisi fiscali, quali le isole Cayman. Queste erano costituite da una fiduciaria di Lugano e da una società in Lussemburgo.
Il montante di questo traffico internazionale di denaro non è ancora stato calcolato. Stando agli inquirenti si tratterebbe di «somme molto elevate». ( Fonte: swissinfo.ch e agenzie)
Vale la pena fare una analisi sui risultati elettorali in Piemonte che hanno molto da insegnare a chi volesse pensare ad una fuoriuscita dal nostro “medioevo “ italiano ed alla costruzione di una alternativa. In Piemonte si è dispiegata nella forma più larga possibile quella alleanza “postulivista”, autocentrata sul PD, che sta nei sogni di una parte del cosiddetto centro-sinistra italiano.
Dodici liste alleate a sostegno della Bresso, dall’ UDC fino a Verdi, Radicali e Rifondazione, compresa qualche lista inventata dell’ultim’ora per raccogliere ( o far perdere) fino all’ultimo voto. Un caso unico in tutta Italia.
Erano 29 le liste totali (record italiano), grazie in particolare a quel singolare comma scandaloso del regolamento regionale (molto più grave dei casi Polverini-Formigoni) per il quale qualunque consigliere regionale ( capogruppo o responsabile della proprietà del simbolo) poteva far presentare una lista senza la necessità di raccogliere le 17-18mila firme richieste (infatti è presumibile che solo la Lista 5 Stelle le abbia regolarmente raccolte). Da 2 mesi praticamente tutti i sondaggi davano un testa a testa fra i due principali candidati, Cota e Bresso, con un lieve vantaggio della seconda (1% cioè meno di 20.000 voti), ignoravano la presenza del candidato 5 Stelle (Bono), ne tantomeno stimavano, come è abitudine dei nostri sondaggisti “embedded” la possibile dimensione e origine dell’astensione, delle bianche e nulle. Un singolare caso di giornalismo di regime bipolare che accomuna le due aree politiche che governano, come sezioni di partito, le principali redazioni dei giornali e TV, con una totale prevalenza PD nei tre principali strumenti informativi piemontesi, La Repubblica, La Stampa, RAI 3.
Per capire la dimensione di questo vulnus di democrazia è sufficiente dire che, a risultati acquisiti, dei 3,64 milioni di elettori piemontesi 1,44 milioni (il 39% degli elettori) non hanno votato il candidato di nessuna delle 29 liste presenti (di questi ben 134 mila hanno annullato la scheda o votato bianca ). I due partiti “maggiori” (PDL e PD ) hanno preso insieme 913.494 voti ( il 25% degli elettori ). Se si aggiunge gli alleati principali (Lega Nord 317.065 voti ) Italia dei Valori ( 130.649 voti) UDC ( 130.649 voti) e si aggiunge la lista personale della candidata presidente del centro sinistra si può concludere che le 5 forze politiche attualmente presenti in Parlamento tutte insieme sono state votate da meno del 44% degli elettori piemontesi. Le altre 23 liste hanno raccolto il voto di circa il 17% degli elettori. Il 39% come detto, non ha votato nessuno.
Una conferma, se ancora ce ne fosse bisogno, che da tempo non esiste in Italia nessun bipolarismo, ne tantomeno una vocazione al bipartitismo ma che anzi è crescente il rifiuto radicale delle principali forze politiche in particolare le prime due, che circa 7 elettori su 10, almeno nelle elezioni “locali”, non votano. Dati assolutamente analoghi avevamo segnalato riferendoci alle ultime elezioni regionali in Abruzzo ( caso Del Turco) e Sardegna (caso Soru ). Non ci sono molti dubbi che sono 4 i “ temi “ prevalenti su cui si manifesta la disaffezione a questa politica e che nulla hanno a che fare con il cosiddetto “qualunquismo”: 1) la Precarietà sociale e del lavoro 2) i grandi temi dell’Ecologismo 3) il rifiuto dello strapotere della Casta 4) la Corruzione (quest’ultimo un po’ meno sentito in Piemonte, probabilmente l’unico record positivo di cui ci si possa con prudenza vantare).
La campagna elettorale, che di fatto i giornali hanno presentato come ed esclusivamente riguardante i 5 partiti suddetti, si è presentata oggettivamente inconsistente: Sulla Precarità e la Corruzione il tema è limitatamente affrontabile dalle istituzioni regionali. Sulle logiche della Casta, a parte qualche schermaglia inconsistente, era difficile identificare differenze: pessimo argomento comunque per il centro-sinistra locale, specie dopo la diffusione della notizia della doppia liquidazione ai consiglieri uscenti (ereditata dalla precedente coalizione di centro-destra e tranquillamente mantenuta, quasi tutti d’accordo, da quella di centro-sinistra ) e la diffusione ripetuta delle tabelle che indicavano i consiglieri piemontesi fra i più pagati, insieme a quelli della Calabria; (fino a 15 anni fa era esattamente l’opposto, tant’è che il Piemonte, all’epoca di Brizio, veniva definito, positivamente, come la regione “sabauda”).
Da aggiungere una campagna elettorale spendacciona da entrambi i principali contendenti, assolutamente diversa dalle precedenti, con manifesti e faccioni (e slogan da barzelletta ), pagati salatamente, su tram ed autobus di tutta la regione, che hanno finalmente fatto conoscere le facce semisconosciute di un buon numero di consiglieri regionali uscenti già tre mesi prima del voto. Per non parlare del sontuoso enorme pulman bianco ( Avanti con Bresso) che ha girato mezzo Piemonte, osservato da molti con motivata perplessità.
Di corruzione e mafia poco si è discusso, tranne qualche afflollatissima e preoccupata conferenza, con Libera e Caselli, del tutto a lato della bagarre elettorale.
Impossibile una discussione, complessa, sul grande problema della Sanità, (78% del bilancio regionale) , in particolare nomine, costi unitari, efficienza e liste di attesa su cui mancano, come è noto a chi se ne occupa seriamente, dati e procedure affidabili e neutrali, non essendoci, non casualmente, un Ente terzo che faccia le verifiche; problema italiano fra i più gravi e incredibili, tema che andrebbe rapidamente messo all’ordine del giorno se esistesse nel paese una forza riformista. Il tema ha affascinato per un pò i giornalisti, in difficoltà di argomenti, poi si è spento da solo, in mezzo ad un mare di numeri contraddittori perfino all’interno della stessa coalizione.
Sui temi che noi chiamiamo in senso ampio compiutamente ecologisti si è centrato il nocciolo della campagna elettorale e sono quelli che ne hanno deciso le sorti; con un problema: che sui principali argomenti, la TAV (che ha assunto un significato più generale che andava ben al di là della Val di Susa) , gli Inceneritori (uno in avvio ed altri 2-3 in progetto), la Tangenziale Est di Torino, l’Inquinamento delle città (Torino ed il Piemonte vantano da tempo un assoluto record negativo) i due competitors principali avevano assolutamente le stesse identiche posizioni, in qualche caso nessuna posizione formalmente espressa. Ad esempio il cosidetto “programma” della coalizione Bresso, un faldone illeggibile di circa 70 pagine, che quasi nessuno ha letto, non conteneva fino a 3 giorni dalla scadenza una sola parola sul problema inquinamento (mentre falliva la domenica ecologica Chiamparino-Moratti nell’ indifferenza di molti comuni, meno di loro preoccupati da un possibile avviso di garanzia; un succedaneo insignificante per rispondere ai dati diffusi ampiamente che dicevano che a metà febbraio le due metropoli avevano già raggiunto i 35 “sconfinamenti” permessi nell’arco di 12 mesi dell’anno).
Sugli Inceneritori, a seguito di una timidissima richiesta dei Verdi di esprimersi contro, il Pd e la Bresso supplivano alla “dimenticanza” inserendo nella versione finale, nelle ultime ore, la conferma dell’Incenerimento come soluzione del problema. Questione poco nota e divertente, come poco noto ma meno divertente è se alla fine i Verdi hanno formalmente firmato il programma o se, chi lo ha fatto, lo ha fatto a nome della lista. Sulla vocazione del PD a cancellare gli “ecologisti “ dalla scena, preoccupati dall’imminente risultato francese, si potrebbe scrivere un libro; sono noti solo alcuni dei modi attraverso i quali questa vocazione antiecologista si è manifestata: alcune figure marginali collocate nella lista Bresso, il veto assoluto a parlare dei Verdi nell’informazione locale, una lista “autonomista” nata negli ultimi giorni con la scritta Europa Ecologia a lato, risultato circa 4000 voti, 0 ,2%, ma forse sufficiente a far saltare un eletto dei Verdi perso per un migliaio di voti; assoluto rifiuto ad accettare con i Verdi quell’accordo tecnico fatto con Rifondazione (nessun assessore, presenza nel listino in cambio della non adesione formale al programma ).
Ma il vero capolavoro del PD riguarda la TAV e i Verdi Verdi. Sulla TAV c’è poco da dire: mentre si susseguivano provocazioni, carotaggi inutili, botte e incendi di sconosciuti ai presidi, a cui il movimento dei NoTav rispondeva con ripetute manifestazioni , ( inclusa la presenza a quella torinese dell’ 8 marzo che confermava una attivissima presenza di donne nei No Tav ), fino alla più grande, per la quale si è parlato di 40.000 persone, gli esponenti del PD insistevano sull’ “isolamento “ dei No Tav. Fino ad inventare quell’incredibile autogol della manifestazione Si Tav ideata da Chiamparino al Lingotto: qualche centinaio di militanti e di sponsor confindustriali. Ma il vero capolavoro è stato raggiunto dai due soliti parlamentari PD che in più occasioni hanno giustificato la repressione ( per fortuna solo in minima parte esauditi) contro i facinorosi che allignerebbero fra i “quattro gatti” NoTav.
Una singolare tenzone non solo svolta con comunicati stampa ma proseguita a tutte le ore del giorno su Faceebook, dove la possibilità dell’insulto reciproco è più facile, in un confronto diretto con i nemici; un vero capolavoro per il quale Cota dovrebbe almeno spendersi in un personale ringraziamento con i due suddetti. E’ finita così che a 10 giorni dal voto, anche in seguito ad un appello di cui pochi parlano, firmato da molte decine di No Tav e dilagato su FBK, il fronte No Tav è uscito dall’ “ isolamento” schierandosi apertamente a favore dell’unica lista apertamente No Tav , quella dei 5 Stelle. Risultato: 90.000 voti e due eletti da Grillo nella regione ( 10 volte i 9.373 voti mancati dalla Bresso), 20-30% ottenuto dai grillini in numerosi comuni della valle azzerando verdi e rifondazione, il dilagare del voto disgiunto in tutta la regione, molte migliaia di voti, fino al punto che, incredibilmente, nell’area torinese, i partiti del centro-sinistra hanno preso più voti della loro candidata.
Per ultimo i Verdi Verdi : dopo almeno una decine di incontri ( torinesi e romani) era pressocchè acquisito il possibile miracolo che con i Verdi, oltre alla Civica, oltre ad un gruppetto autonomista, ci fosse anche la lista di Lupi, consigliere uscente, da anni nel centro-destra con una superficiale connotazione ecologista, dopo una presenza nei Verdi fino ai primi anni ’90.Tutti apparentemente disponibili e interessati a partecipare al percorso avviato verso la Costituente ecologista. La possibile riaggregazione, data per acquisita perfino sui giornali, prevedeva come unica soluzione la presenza di un ecologista nel listino Bresso. Questione non di poco conto; non solo perché questa aggregazione avrebbe probabilmente dato ai Verdi due rappresentanti e magari una terza presenza in Giunta in caso di successo significativo; ma perché la nuova collocazione dei Verdi Verdi nel centro-sinistra, da anni accreditati all’1-1,5%, non era per nulla irrilevante in una competizione dove lo scarto fra i due contendenti era valutato in qualche decina di migliaia di voti. Questione ripetutamente segnalata e nota agli " addetti ai lavori".
Il rifiuto arrogante del PD, nel quale era stato sanzionato dall’inizio ( sponsor Bersani ) l’obiettivo di impedire nel nuovo Consiglio la presenza di eletti in qualche modo anti Tav o davvero ecologisti, a parole motivato dall’intoccabilità del listino, ha riportato all’ultimo momento i Verdi-Verdi nell’alveo del centro-destra, con 33.411 voti ottenuti (1,76 %), il doppio di quanto ottenuto dai Verdi (0,76%), un quinto dei quali sarebbe stato sufficiente a invertire il risultato ed a riconfermare la Bresso.
Questa telenovelas, tutta assolutamente vera e verificabile, insegna come un singolare cocktail di arroganza e incapacità politica può regalare in poche mosse sbagliate una Regione, che non si merita e poteva evitare cinque anni di Cota… Agli ecologisti indica come la strada di un nuovo movimento politico che li unisca attraverso una nuova larga aggregazione non è più questione dei prossimi mesi, richiede il coraggio di cambiare e non permette improvvisazioni. (m.m/ Fonte: www.eco-piemonte.blogspot.com)
La sobrietà con la quale Silvio Berlusconi ha commentato il successo elettorale la dice lunga sulla delicatezza della fase che si apre nella maggioranza.
Sul tavolo del premier ci sono già le richieste che la Lega avanza nella veste di alleato alla pari: dalla poltrona di sindaco di Milano ad alcuni posti chiave nel mondo dell'economia. Naturalmente si tratta di uno scenario già messo nel conto: esportando una parte del suo consenso all'interno del Carroccio, il Cavaliere si è blindato contro le imboscate interne ma ha dovuto accettare un prezzo.
In un certo senso, insieme a Umberto Bossi il presidente del Consiglio ha sospinto preventivamente i finiani all'opposizione: di fatto in questo momento il centrodestra è governato dalla maggioranza berlusconiana del Pdl insieme ai leghisti. Il presidente della Camera e i suoi fedelissimi sono stati relegati al ruolo di minoranza d'opinione. Il premier era stato chiaro già prima del voto: nel Pdl i cambiamenti saranno inevitabili, ma le decisioni saranno prese con un voto a maggioranza e la minoranza dovrà rispettarne l'esito senza minacciare scissioni, come accade sempre più spesso nella politica italiana quando qualcuno non è d'accordo.
Per il momento Fini fa sapere che non può essere la Lega a dettare l'agenda del governo e la sua fondazione, Farefuturo, chiede che - passata l'euforia - il centrodestra avvii una riflessione alla luce del sole sul ruolo dei lumbard. Secondo i finiani, in altri termini, deve essere il Pdl a continuare a esercitare il ruolo di pesce-pilota.
Il terreno delle riforme sembra l'ideale per farlo. Il capo dello Stato ha osservato che si è aperta una finestra perché maggioranza e opposizione condividano un percorso comune, partendo dai temi già avviati (per esempio la riduzione dei parlamentari e la fine del bicameralismo perfetto) e da quelli sui quali si è registrato un certo consenso. Fini ne ha approfittato per condividere: dopo il rilancio del presidenzialismo da parte di Berlusconi, il capo morale della destra ha spiegato che si tratta di coniugare un governo forte con un Parlamento in grado controbilanciarlo, soprattutto adesso che la domanda di partecipazione dei cittadini tende ad indirizzarsi a suo giudizio in forme nuove, al di fuori dei partiti tradizionali. E' un modo per aprire un fronte, per dimostrare che la "fase costituente" della legislatura ha bisogno dell'apporto di tutti e che non può essere condotta a colpi di maggioranza (una tentazione sempre presente nel centrodestra).
Su questa impostazione la Lega appare conciliante: il suo obiettivo è di completare il percorso federalista e Roberto Calderoli ha detto esplicitamente che Bossi vuole evitare una riforma zoppa, come lo fu la precedente bocciata dal referendum confermativo. Le aperture di Pier Luigi Bersani, che si è detto disponibile ad esaminare le proposte del governo e a sedere al tavolo del confronto, sembrano un passo avanti: il Pd insiste perché si riparta dalla bozza Violante sulla quale si era registrato un ampio consenso ma in realtà potrebbe discutere anche altre ipotesi.
L'impressione, tuttavia, è che non sia questo il cuore del problema: la preoccupazione dell'opposizione, e anche di una parte del Pdl, è piuttosto quella di capire come si tradurrà in pratica il "riequilibrio" nel centrodestra. Per esempio la Lega ha già chiesto di conservare il ministero dell'Agricoltura e dunque a Giancarlo Galan potrebbe andare il ministero delle politiche regionali, dopo le dimissioni di Raffaele Fitto seguite all'insuccesso pugliese. Accettarle per Berlusconi significa sacrificare uno dei suoi fedelissimi sull'altare dell'abbraccio con Bossi e di un'incipiente diarchia.
Pier Ferdinando Casini è uno dei più interessati a questa dinamica: fallito l'obiettivo di essere l'ago della bilancia su scala nazionale, naufragato il laboratorio piemontese, deve studiare come non cedere consensi nell'area moderata senza confinarsi in un terzaforzismo senza prospettive. Bersani dice che il dialogo con l'Udc resta aperto ma allo stesso tempo deve fronteggiare la fronda dei veltroniani che gli rimproverano di non voler ammettere la sconfitta della sua linea.
Anche lo scomodo alleato Di Pietro gli mette pressione: il leader dell'Idv infatti chiede ai democratici di abbandonare i "carri vecchi", cioé gli apparati locali, e pretende di disegnare una nuova opposizione a trazione dipietrista. Un "disastro perfetto" per la sinistra moderata, lo definisce Francesco Rutelli: il Pd è nelle mani di Di Pietro a sua volta incalzato da Beppe Grillo che al Nord ha "rovinato" i democratici. ( Fonte: americaoggi.info)
Il voto è stato caratterizzato dal successo del centrodestra che ha conquistato quattro regioni, ma soprattutto dall'affermazione della Lega. Il Carroccio è l'unico partito a guadagnare su europee (+1%), politiche (+2,8) e regionali 2005 (+5,8). Bossi conquista due presidenze, il Pdl passa da due (Lombardia e Veneto) a quattro, due delle quali "in quota An". In pratica ogni componente della maggioranza (Lega, ex An, ex Fi) ha ora due governatori, mentre nel 2005 i due vincitori erano di Forza Italia.
Le liste - Mentre la Lega arriva al 12,5%, il Pdl scende a quota 31 (35 alle europee, 36 alle politiche) anche calcolando le "liste dei presidenti": cede voti al Carroccio e soprattutto agli alleati minori. Nel complesso, il centrodestra conferma il 48% delle europee. L'Udc resta intorno al 6%. Nel centrosinistra (-0,4%) il Pd recupera lo 0,5 sulle europee grazie alle liste dei presidenti, ma resta distante dal 34% delle politiche; l'Idv è al 7% (7,8 nel 2009; 4,3 nel 2008). In pratica, gli spostamenti avvengono all'interno di tre poli "blindati": nemmeno l'astensionismo muta i rapporti di forza.
L'astensione - Nel complesso delle 13 regioni si è passati dal 71,4% di votanti del 2005 al 63,6% (-7,8); era andata meglio persino alle europee (69,4).
Il rapporto tra candidati governatori e liste - Sul totale dei votanti, i governatori hanno ottenuto in media il 95,7% dei voti mentre le liste si sono confermate meno "attraenti" (86,4%). Nel Lazio, dove si temeva un forte voto ai presidenti e molto meno ai partiti, le candidate hanno avuto il 95,8%, le liste l'85,3%. I candidati di centrosinistra, stavolta, non hanno portato molti più voti: in media hanno avuto il 43,8 contro il 43,4 delle liste, mentre quelli di centrodestra si confermano al di sotto (49% contro 50,2). Eccezioni: Cota in Piemonte prende lo 0,3% più delle liste, la Bresso perde lo 0,6%. A Biasotti non basta il +0,6 per vincere in Liguria; a De Luca non serve il +4,5 in Campania. Exploit di Vendola (+2,6%).
Il voto per aree geografiche. Il centrodestra guadagna al Nord (+0,7 su 2009 e 2008) ma flette nelle regioni rosse (-1,5, nonostante l'exploit leghista); nel centrosud conferma i risultati del 2009 ma perde il 4% sul 2008. L'Udc perde al Nord. Il centrosinistra scende al suo minimo nel settentrione (35,7) perdendo l'1,5% su europee e politiche e il 4% sulle regionali 2005; vince nelle regioni rosse ma torna, al Sud, sui livelli del 2008 (42%; nel 2009 era al 44,5, nel 2005 al 45,5).
La "battaglia" del Nord. Nel lombardo-veneto il Pdl resta al comando per un pugno di voti, col 29,4% (-2,9% sul 2009, -2,1 sul 2008) ma la Lega è a un passo (29,3%, +4,7 e +5,9). Nel Nord-Ovest il Pdl è al 29% (-3 e -6%), la Lega al 14,9 (+0,7; +3,8). Dal 2005 ad oggi il centrodestra ha guadagnato quasi il 5% al Nord, ma allora Fi e An (liste del presidente comprese) avevano il 35% contro il 13 della Lega; oggi il rapporto è ancora favorevole al Pdl, ma solo per 29 a 25. ( Fonte: americaoggi.info)