Il mondo è cambiato. L'Italia e Berlusconi se ne sono accorti solo ieri. Anche secondo il Giornale di Feltri, con buona pace degli editoriali di Sallusti, la cifra più probabile degli ascolti cumulativi di AnnoZero, in diretta streaming, radiofonica e satellitare da Bologna, è prossima a quella che usualmente sbanca lo share su RaiDue ogni giovedì sera.
Chi ha pagato la trasmissione di ieri? Gli sponsor. Gli sponsor e i privati cittadini. L'abbiamo pagata noi. L'abbiamo pagata e ce la siamo guardata. Alla faccia dell'AGCOM, in barba a Mauro Masi e al CdA Rai, facendo un grosso marameo a Silvio Berlusconi, a Paolo Romani e alle loro televisioni obsolete e presto fallimentari.
Questa è la vittoria della gente contro la politica degli arraffoni. Ma soprattutto è la vittoria della rete. Dove credete che si siano informati, coordinati, organizzati gli italiani per darsi appuntamento, per inviare denaro, per allestire le centinaia di piazze che hanno portato l'allegra brigata di Santoro a fare il suo sporco lavoro - ma qualcuno dovrà pur farlo - nonostante le veline diramate dal Minculpop? In rete, in rete e poi ancora in rete!
Questo dimostra che ce la possiamo fare, che possiamo scalzare questo governo del telecomando, mandare in soffitta questa cultura del tubo catodico e delle trasmissioni soporifere, ripiene di polpette avvelenate. Possiamo organizzare la televisione del futuro, interattiva, collettiva, autentica e partecipativa, scegliere chi vogliamo ascoltare, scegliere quando e come vogliamo ascoltarlo, scegliere se esserci attraverso una televisione, un monitor del pc, uno smartphone, una radio, un proiettore di piazza, un qualsiasicosa utile a metterci in collegamento con chi sta trasmettendo qualcosa di interessante.
Silvio Berlusconi è molto più sfortunato rispetto a Benito Mussolini. Nel ventennio l'unica alternativa era una trasmissione radio abusiva, Radio Londra. Oggi la comunicazione non si può più fermare: ruscella in mille rivoli, sgorgando da mille buchi diversi, e né Gasparri né Cicchitto né La Russa potranno mai tapparli tutti. Caro Presidente, il tuo impero mediatico, costruito sul principio piduistico del controllo dei mezzi di informazione, non vale più nulla. Le tue dichiarazioni demagogiche ed irrealistiche, che reggevano solo grazie ai TG minzoliniani, i tuoi "siamo in un milione", nulla possono contro le macchinette fotografiche compatte digitali, le videocamere consumer e i blog che ti sbugiardano in diretta prima ancora che ci pensino le questure.
Oggi siamo entrati definitivamente nell'era di internet. Fattene una ragione!
Segnalazione:
Informare Per Resistere, un'altra declinazione di successo dell'informazione via rete, un vero TG di pubblica utilità messo su da 3 o 4 ragazzi su Facebook, che fa numeri da quotidiano prestigioso (180.000 abbonati), da tre giorni è inutilizzabile. Al posto della bacheca, dove più volte sono comparsi anche gli articoli di Byoblu.Com, si vede soltanto una pagina bianca.
E' una coincidenza, il fatto che ciò accada proprio in concomitanza con il silenzio che precede le votazioni regionali? E' una coincidenza che questo strano malfunzionamento si verifichi proprio dopo che Maroni ha intrattenuto rapporti privati con la dirigenza di Facebook?
Invito i ragazzi di Informare Per Resistere a pubblicare su Byoblu.Com, se si renderà necessario e per tutto il tempo in cui ne avranno bisogno.
Questa sera sarà davvero difficile per gli elettori capire chi avrà vinto o perso le elezioni. I poli e i singoli partiti, infatti, utilizzeranno il metro di raffronto più comodo per dimostrare di aver avuto la meglio. I confronti più corretti si dovrebbero fare su due parametri: le regioni perse o conquistate e l'aumento o il calo della percentuale dei voti. Vince di sicuro chi aumenta i voti rispetto a tutte le altre elezioni (europee, politiche e regionali) e conquista più regioni. Non per tutti, però, il risultato sarà così netto: molti partiti finiranno in una via di mezzo, una "zona grigia", perciò quasi tutti si aggrapperanno alle tante interpretazioni possibili.
Il numero delle regioni. Nel 2005 finì 11-2 per il centrosinistra. Con le attuali coalizioni, alle politiche 2006 sarebbe finita 9-4 per l'Unione; alle politiche 2008 il centrodestra avrebbe prevalso 7-6 così come alle europee 2009. Bersani prenderà come metro di giudizio il potenziale 6-7 del 2008-2009, Berlusconi il 2-11 del 2005. La partita decisiva si gioca in 5 regioni governate dal centrosinistra che molti commentatori reputano in bilico: Piemonte, Liguria, Lazio, Campania, Puglia.
I voti. Anche qui i confronti sono ardui, perché fra il 2004 e il 2006, nelle 13 regioni, l'Unione senza Udeur era in vantaggio col 49% dei suffragi contro il 43-44 del centrodestra senza Udc; dal 2008, però, il rapporto si è capovolto: nel 2008-2009 ha prevalso il centrodestra senza Udc per 48-49 a 42,5-43,5.
Il Pdl. Qui ogni confronto diventa difficile, perché la mancanza della lista "azzurra" in provincia di Roma "costa" circa il 3% dei voti complessivi. La situazione di partenza, Lazio escluso, è questa: 31% senza "liste del presidente" nel 2005, 36% nel 2008, 34,4 nel 2009. Lazio compreso, il totale sale a 31,6 nel 2005, 36,7 nel 2008, 35,3 nel 2009. Con le liste del presidente il Pdl era al 34,1 nelle tredici regioni (33,1 Lazio escluso). Il Pdl vince se - Lazio escluso - supera il 33%, perde se scende sotto il 31.
La Lega. Parte dal 6-6,5% delle regionali 2005, ma alle politiche era già al 9,5-10,7 (la prima cifra è su 13 regioni, la seconda esclude il Lazio) e alle europee è salita all'11,5-12,5%. L'obiettivo è appaiare il Pdl nel lombardo-veneto (nel 2009 e nel 2008 c'erano circa 8 punti di distacco, 600-700mila voti). È vittoria se - Lazio escluso - la Lega arriva al 13%, sconfitta se torna all'11%.
Il Pd - nel 2005 e nel 2008 era ben oltre il 30% (33 alle re-gionali più 2% liste del presidente, 34 alle politiche) ma al-le europee è crollato al 26,5%. Buon risultato se recupera quota 28, un disastro se scende sotto il 25.
Gli altri - l'Idv parte dal modestissimo 1,5 del 2005 e dal 4,3 delle politiche: vince se migliora il 7,7 delle europee, perde se va sotto il 6. L'Udc è da sempre fra il 5 e il 6%: vince sopra il 6-6,5, perde se va al 5. In quanto ai "minori", bisognerà vedere se Comunisti, Sinistra e libertà e radicali supereranno o meno il 3% dei voti. Vendola in Puglia si gioca tutto. ( Fonte: americaoggi.info)
Le rilevazioni delle 22 (ora italiana)di domenica confermano e anzi accentuano il trend già registrato nel corso della giornata, alle 12 e alle 19, con una percentuale di votanti, per le Regionali, che si attesta attorno al 47%, in flessione di circa 9 punti rispetto alle analoghe elezioni del 2005. Macroscopico il dato del Lazio, dove il divario è ha raggiunto un picco di quasi 12 punti e mezzo
Netto calo dell'affluenza alle urne in questa tornata di regionali e amministrative. Anche le rilevazioni delle 22 (ora italiana) confermano e anzi accentuano il trend già registrato nel corso della giornata, alle 12 e alle 19, con una percentuale di votanti, per le Regionali, che si attesta attorno al 47%, in flessione di circa 9 punti rispetto alle analoghe elezioni del 2005. Macroscopico il dato del Lazio, dove il divario è ha raggiunto un picco di quasi 12 punti e mezzo.
Oltre che per le Regionali, si vota anche in 4 province e 462 comuni e anche queste consultazioni amministrative vedono una notevole diminuzione di votanti, nell'ordine dei 7 punti sulle provinciali e dei 5 sulle comunali. Probabilmente anche la bella giornata primaverile e il passaggio, proprio la notte scorsa, all'ora legale possono aver influito sulle decisioni della gente, spingendo molti a posticipare il voto a domani. Certo è difficile pensare che, per esempio, nel caso del Lazio, il caos liste - che in questa regione ha raggiunto l'apice - e l'esclusione della lista Pdl Roma, non abbiano pesato sulle scelte dei cittadini.
Comunque, solo i numeri finali potranno effettivamente consentire una lettura politica delle cifre e del tasso di astensionismo, tenuto conto del fatto che queste regionali rappresentano un test importante, con molte incognite sui risultati in alcune regioni chiave, e coinvolgono un corpo elettorale consistente, costituito da ben 41 milioni di potenziali elettori.
In quest'occasione, tra l'altro, le rilevazioni vengono effettuate dal Viminale solo per 9 delle 13 Regioni chiamate a scegliere i governatori.
Per effetto delle leggi elettorali locali, Toscana, Marche, Calabria e Puglia hanno comunicato autonomamente i dati relativi al proprio territorio. Al ministero dell'Interno affluiscono invece le cifre di Piemonte, Lombardia, Veneto, Liguria, Emilia Romagna, Umbria, Lazio, Campania e Basilicata. Per queste regioni il dato complessivo e ufficiale indica un'affluenza al 47,1%, che scende però al 46,2% se si considera il calcolo di sintesi, ufficioso, proiettato su tutte e 13 le regioni.
Ma complessivamente, il segnale che arriva dai seggi indica una contrazione forte e generalizzata dell'affluenza, da Nord a Sud. L'Emilia Romagna, la regione con l'affluenza più alta e l'unica a superare la soglia del 50% (51,5%), registra comunque un 'gap' di 9,5 punti.
La Toscana vede una discesa di oltre 10 punti. Anche in Puglia la differenza con il passato supera quota 9. In generale al Sud, anche se la differenza delle precedenti regionali è più contenuta, l'affluenza è rimasta più bassa che al Nord e solo in Basilicata è andata oltre il 45%.
Chi, ovviamente, si è recato alle urne sono i candidati alla carica di governatore: ovunque, già da ieri mattina, i contendenti in lizza hanno già votato.
Così come hanno votato i big nazionali: Berlusconi alle 11.45 a Milano ("Se molliamo ci troviamo Di Pietro", ha dichiarato il premier lasciando il seggio), e Bersani a Piacenza ("La competizione poteva essere migliore se ci fosse stato un confronto diretto tra i contendenti", ha detto ai giornalisti). Tutto regolare, per ora, sul fronte delle operazioni di voto.
Anche in Campania, dove per le denunce di episodi di compravendita di pacchetti di voti, si temeva per possibili brogli, non si sono registrati problemi e la task force disposta a Napoli dalla Prefettura sta continuando il monitoraggio.
Tra le curiosità che arrivano dalle Regioni, da segnalare la protesta in Calabria degli abitanti di Bocchigliero, piccolo comune del Cosentino, che si sentono abbandonati dallo Stato e hanno disertato le urne: solo 8 elettori su 2.594 si sono presentati ai seggi. In Emilia-Romagna per la prima volta votano anche gli oltre 16.000 elettori concentrati nei sette comuni della Valmarecchia passati recentemente dalle Marche al Riminese.
Pochi alle urne anche in Lombardia, dove i giovani, se non da elettori, si sono recati ai seggi almeno come scrutatori. A Milano l'80% di quanti oggi e domani sono impegnati nelle sezioni elettorali ha meno di 40 anni. Sono studenti, lavoratori precari, disoccupati: in tempi di crisi, i 120 euro di compenso possono tornare utili. I seggi riapriranno domani alle 7 e chiuderanno definitivamente alle 15. Subito dopo inizieranno le operazioni di scrutinio a partire dalle Regionali. ( Fonte: americaoggi.info)
La reazione della Chiesa allo scandalo dei preti pedofili è uno scandalo in sé e suscita allarme. La Chiesa mostra fastidio, impazienza e disprezzo per le critiche. Non smentisce come falsi o non avvenuti i tantissimi casi di pedofilia che emergono dal buio e dal silenzio per la rottura di un muro di omerta ed di ingiustizia per vittime spesso appartenenti a poverissime famiglie e socialmente deboli.
Tanti delitti contro l'infanzia sono stati perpetrati e probabilmente continuano a perpetrarsi negli orfanotrofi e nelle istituzioni religiose spesso controllate da Orchi ed Orchesse che violano l'innocenza di sfortunati bambini e bambine. Nei casi di stupro il comportamento delle autorità religiose è identico dappertutto, in tutte le latitudini. I colpevoli vengono coperti, spesso allontanandoli dal luogo dei misfatti. Esemplare il caso di Agrigento in cui Il Vescovo ha avuto l'arroganza di instaurare una causa per risarcimento danni alla "immagine" della Chiesa dopo la denunzia del giovane abusato in seminario per anni da un prete che, dopo di lui, allontanato, ha continuato a molestare ed abusare dei bambini.
Non è un caso che un avvocato d'ufficio del Vaticano come Vittorio Messori interviene con un lungo articolo in cui la responsabilità dei Preti Orchi non viene neppure evocata e si concentra sulla criminalizzazione di quanti denunziano il Grande Scandalo. Dice Messori che la colpa di tutto è degli studi legali americani, di avvocati alla ricerca di parcelle, che hanno indotto migliaia di persone a rivolgersi alla Magistratura. Messori, trascinato dal suo raccapriccio per una avvocatura avida di guadagni , trascura di parlarci del particolare che i Giudici americani hanno dovunque condannato i prelati che, oltretutto, quasi sempre si sono dichiarati colpevoli. Anche la Giustizia degli USA "interessata" a colpire la Chiesa? Si parla di cultura "anglosassone" particolarmente rigida e prevenuta verso i cattolici. Ma gli scandali in Germania in Austria ed in Italia a quale cultura dobbiamo attribuirli ? Insomma la reazione della Gerarchia è del tutto simile a quella di Berlusconi di fronte a chi gli contesta i reati e gli abusi di potere. Parla di complotti e di menzogne. L'ultima paranoia dall'apparato massmediatico clericale è quella di un complotto che "non a caso" nasce in America e trova nel NYT il suo strumento. Ma quale sarebbero i poteri forti che si muovono? In ogni caso, la verità non sembra interessare. Non si smentiscono i fatti, le migliaia e migliaia di vittime, ma ci si offende con i giornali che ne parlano. Si vorrebbe che una coltre di silenzio continuasse a coprire il martirio di bambini, un martirio che dura da secoli, conosciuto da sempre e da sempre tollerato dai Papi che bruciavano le streghe e gli eretici nei roghi ma non hanno mai condannato un membro pedofilo della Chiesa. Non esiste un solo caso di pedofilia scoperto e denunziato all'interno della istituzione. Non c'è un solo vescovo che possa dire di avere scoperto e denunziato alla Magistratura un sacerdote della sua diocesi. Tutti i casi conosciuti vengono fuori faticosamente, spesso dopo decenni, sempre per iniziativa delle vittime o dei loro familiari oppure fortuitamente. Questo la dice lunga sul futuro della pedofilia nella Chiesa. La lettera del Papa agli irlandesi è acqua fresca, un sotterfugio imposto dalle circostanze, un tentativo di cavarsela con un po' di penitenza.
E' una risposta insufficiente ed inadeguata dal momento che non é accompagnata dall'apertura degli archivi. Solo la pubblicazione degli archivi dell'ufficio della Inquisizione , dell'autodenunzia e della denunzia dei pedofili potrebbe rendere attendibile il pentimento e la redenzione della Chiesa. Ma questo non si realizzerà come non si realizzeranno le riforme che dovrebbero guarire il corpo sacerdotale dai suoi terribili vizi sessuali. Dovrebbe cambiare radicalmente la concezione della donna ed ammetterla al sacerdozio e finirla con la misogenia; consentire ai preti di sposarsi, avere un diverso approccio con le tante questioni reclamate dalla società civile come i diritti degli omosessuali e delle donne, il diritto alla contraccezione. Tutte le posizioni che vengono espresse dalla Chiesa su questioni fondamentali della vita e della morte urtano sempre di più con la sensibilità della società e di molta parte degli stessi cattolici.
In ultimo vorrei riflettere su una circostanza. Gli scandali vengono alla luce in società "forti" come quella statunitense ed europea. Nelle società dominate dalla miseria e dal bisogno non emergono. Non sappiamo quasi niente della pedofilia della Chiesa Cattolica in Africa e molto poco sappiamo della pur cattolicissima America Latina. Si stanno creando tensioni dentro il popolo dei cattolici che potrebbero portare ad una scissione.
Tantissimi cattolici non sopportano più l'arroganza e la superbia della Gerarchia. In fondo, le condizioni che indussero Martin Lutero non erano maggiori e più intollerabili di quelle di oggi. Lo stupro di diecine di migliaia di bambini e bambine é assai di più della vendita delle indulgenze e della corruzione dei palazzi apostolici.
Il ministro per la semplificazione, Roberto Calderoli, prende una posizione durissima in difesa del Papa di fronte alle accuse mossegli da più parti di 'silenzio' sugli abusi.
"Potrà sembrare strano che io, definito con disprezzo ‘il castratore' perché contro la pedofilia e le violenze sessuali ho proposto per primo la castrazione chimica dei colpevoli di violenza e addirittura fisica dei pedofili - spiega Calderoli - oggi scenda in campo a difesa di Papa Benedetto XVI. Ma dico giù le mani dal Papa perché il Santo padre viene attaccato in maniera platealmente strumentale con l'arcinoto teorema del 'non poteva non sapere' da una armata mediatica i cui scopi sono ben evidenti".
"Tutta la polemica infatti - prosegue il ministro - non nasce da una legittima e anzi doverosa battaglia contro la pedofilia ma viene ispirata dalla volontà di piegare un Papa che non si presta al gioco del relativismo. Temo purtroppo che molta benzina al rogo che in queste ore si vorrebbe allestire contro il Santo Padre venga anche da frange della Chiesa, quelle più contrarie alla tradizione".
"Ma i processi in piazza e i roghi - conclude Calderoli - non si fanno più. E se i materialisti internazionali e nostrani intendono proseguire negli attacchi, chiederò a Bossi che la Lega sia pronta a scendere in piazza in difesa di Papa Benedetto XVI. E sarebbe una manifestazione così grande e diffusa in tutte le piazze, che non ci sarebbe bisogno di far conti e polemiche sul numero dei partecipanti".
Lascia anticipatamente il vertice europeo di Bruxelles per dilagare in televisione e spiegare che le regionali sono un test politico che però non avranno nessuna conseguenza sul governo a prescindere dal risultato. Ma nell'ultimo giorno di campagna elettorale prima del silenzio imposto dalla legge, Silvio Berlusconi non estrae assi dalla manica.
Nessun annuncio a sorpresa come il taglio dell'Ici calato sul tavolo dell'ultimo confronto televisivo contro Romano Prodi nelle politiche del 2006. Il leader del centrodestra preferisce ripetere come un mantra i cavalli di battaglia di queste settimane: la sinistra antidemocratica, il partito dei giudici che comanda il Paese, il premier ridotto ad un mero "suggeritore" subordinato al capo dello Stato. Unica novità, un appello rivolto all'opposizione affinché cambi atteggiamento, abbandonando gli insulti e consentendo un dialogo costruttivo sulle riforme. Ed è proprio su quanto resta da fare al governo che il premier insiste maggiormente.
Lasciata Bruxelles anzitempo, il premier nel primo pomeriggio di ieri raggiunge gli studi di Sky Tg24. Si sottopone al fuoco di fila di domande, anche a quelle più scomode. Conferma di voler tenere bassa l'asticella oltre la quale si dichiarerà vincitore. "Ogni regione in più sarà un successo, ma la vera vittoria sarebbe che la maggioranza dei cittadini fosse amministrata da noi". Dice di non temere l'astensionismo e di confidare nel "buon senso" degli italiani. In ogni caso, aggiunge a scanso di equivoci, anche in caso di sconfitta "non cambierà nulla" perché il mandato del governo è di cinque anni.
Berlusconi punta molto sulle riforme, sia per invogliare gli indifferenti sia per placare le tensioni interne alla maggioranza. Non solo quella della giustizia, che resta comunque la "più urgente", ma anche sull'ammodernamento del fisco con la "prospettiva" di ridurre le tasse. Ovviamente, la "rivoluzione liberale" comprende anche le riforme istituzionali. Magari non attraverso i gazebo visto che, spiega per evitare ulteriori polemiche con Gianfranco Fini, per scegliere fra presidenzialismo e premierato ci sono "mille modi". Attacca giornali ("organi di disinformazione assoluta"), sinistra ("antidemocratica e sovietica"), pm politicizzati ("in aula troverei plotoni d'esecuzione"). Esclude l'ipotesi di un sorpasso della Lega sul Pdl al Nord, definisce Pier Ferdinando Casini "schizofrenico" e un voto dato all'Udc inutile; ribattezza Pier Luigi Bersani un "professionista nel capovolgimento della realtà" e torna ad attaccare Magistratura Democratica.
Accusa Michele Santoro di portare in giro "lugubri carri di Tespi" e chiede che almeno i suoi "processi senza contraddittorio" si facciano lontano dalla Rai.
Parla anche di futuro, spiegando che a decidere il successore non sarà lui, ma il partito, con un congresso o forse con delle primarie. A Sky dice che con una "sinistra che offende e calunnia non c'é alcuna possibilità" di confronto. Poi, quando a intervistarlo è StudioAperto, apre al dialogo sulle riforme: abbiamo i numeri per farle da sole, ma "per il bene del Paese é auspicabile che siano condivise". Da qui l'invito al centrosinistra ad abbandonare toni "sguaiati e violenti" per cambiare il clima politico.
Parla al Gr1, al Tg4, al Tg1 e al Tg2. Ma la sostanza non cambia. L'ultima apparizione pubblica la fa al comizio per la candidata nel Lazio, Renata Polverini. Parla della busta con della polvere sospetta recapitata nella sua villa di Arcore. Prima con tono scherzoso, spiegando che hanno evacuata casa sua e suo figlio è finito in una "stanza sigillata". Qualche passaggio dopo, più serio, aggiunge: "Hanno provato a farmi fuori" in tutti i modi e adesso tentano di farlo con "statuette o polverine". Si dice sicuro di vincere queste elezioni che non sono solo regionali, ma "nazionali e politiche" e annuncia di voler fare una manifestazione ogni primavera a piazza in Piazza San Giovanni. Di annunci a sorpresa, però, nessuno. ( Fonte: americaoggi.info)
I vescovi italiani, a pochi giorni dalle elezioni regionali, sono scesi in campo. In maniera netta. «L’aborto è un crimine incommensurabile, un’ecatombe progressiva», ha scandito il cardinale Angelo Bagnasco. E «in questo contesto – ha spiegato il presidente della Cei – sarà bene che la cittadinanza inquadri con molta attenzione ogni singola verifica elettorale, sia nazionale, sia locale e quindi regionale».
La società intera, chiamata a un esame di coscienza collettivo, deve schierarsi con il “favor vitae”, senza se e senza ma. Nulla di scandaloso: si tratta di posizioni coerenti con la dottrina della Chiesa e con le posizioni da sempre espresse dalla Conferenza episcopale italiana e dal Vaticano. Così come assolutamente non “scandalosa” (ma legittima, anzi auspicabile per chi crede nella libertà di espressione) è l’intenzione dei vescovi di far ascoltare la loro voce a chi fra pochi giorni si recherà alle urne. Il punto è un altro. E, come sempre quando si affrontano questi temi, non è religioso né dottrinario, ma esclusivamente politico.
Perché mettere il cappello sull’autorevole invito della Cei non sarebbe rispettoso nei confronti del magistero della Chiesa, innanzitutto. E anche perché il Popolo della libertà, partito a vocazione maggioritaria e plurale, e rappresentante di un centrodestra continentale (il Ppe) che – basta vedere l’esempio francese e quello tedesco – vuole declinare il “moderatismo” nell’Europa del Ventunesimo secolo, non può fare l’errore di “escludere” dal suo bacino tutti gli elettori del Pdl (e sono tanti) che fra cinque giorni sceglieranno i suoi candidati senza per questo condividere le indicazioni del Vaticano (e non solo sull’aborto, ma anche su tutti gli altri temi simili e ugualmente controversi, dal testamento biologico alle coppie di fatto). Sarebbe il sintomo di un Pdl più realista del re, insomma, viste anche le dichiarazioni di oggi dei vescovi liguri («aborto e valori sociali non vanno divisi»).
Non sarebbe giusto, non sarebbe lungimirante, non sarebbe rispettoso della complessità dell’Italia reale. Che invece ha bisogno di un grande partito fatto di credenti e di non credenti, di laici e di fedeli, di atei e di cattolici. Sarebbe, insomma, un errore grave, che potrebbe persino portare alla sconfitta. Che senso ha trascinare queste ultime fasi di una campagna elettorale “locale” sul terreno scivoloso delle questioni “eticamente sensibili”? Perché tagliare fuori dal proprio orizzonte tutto un pezzo d’Italia, nell’illusione di inseguire qualche voto in più, sarebbe quantomeno un atto di miopia. E sarebbe il segnale di un partito, un grande partito, che anziché accogliere tutte le anime di un paese, le seleziona all’ingresso. ( Fonte: ffwebmagazine.it)
Et voilà: hanno scelto il capro espiatorio di una possibile sconfitta elettorale. Inutile girarci attorno: si chiama Gianfranco Fini. E questa volta Vittorio Feltri non c’entra nulla, anche se ha sparato in prima pagina il colpo preventivo: «Fini non sa che domenica si vota». Con elencazione successiva dei presunti “tradimenti” del presidente della Camera dei Deputati. Feltri fa il lavoro suo: annusa l’aria, capisce l’andazzo e lo trasforma in notizia, megafono legittimo di una strategia ormai fin troppo chiara.
Ha iniziato Umberto Bossi, che a una domanda sulle “distanze” tra il presidente della Camera e il Carroccio sulle politiche dell'immigrazione, ha risposto: «Vedremo i risultati elettorali. Serviranno anche a far capire chi aveva ragione». Come se la linea del Pdl sull’immigrazione fosse quella di Fini. Ecco, il ragionamento è proprio questo: «Come se…». Come se Fini fosse quello che non è…
Boatos di sottofondo che ribaltano tutte le regole della politica. Da che mondo è mondo, infatti, se un partito perde le elezioni, la responsabilità non può che ricadere su chi lo guida, sulla classe dirigente, su chi ha dettato la linea. Non certo sulla minoranza che, detto per inciso, viene oltretutto sempre descritta come irrisoria e irrilevante. Quattro gatti, insomma. Qualcuno allora dovrebbe spiegare come “quattro gatti” possano davvero influire sull’identità e sulla forza elettorale di un partito così grande, con una leadership così forte, inossidabile.
Delle due l’una: o, come dicono, la “minoranza finiana” non conta nulla, e allora non c’è ragione di imputargli, in un senso o nell’altro, un risultato elettorale; oppure il Pdl non è così forte come dicono, non è la corrazzata che vogliono far credere. Non si è mai vista, in un partito, una maggioranza che vive nell’ossessione quotidiana di quel che dice la minoranza. Non si è mai visto, giusto per fare un piccolissimo esempio, un partito che chiude la campagna elettorale portando sul palco il leader di un partito alleato ma concorrente.
Ci pensino bene: è come se la Democrazia cristiana avesse portato sul palco Bettino Craxi o Giovanni Spadolini… È come se la Democrazia cristiana avesse dato in appalto agli alleati la sua linea politica. Colpa di Fini? Se lo raccontano. Lo racconteranno in caso di sconfitta. Batteranno la grancassa per nascondere debolezze culturali e passi falsi strategici. ( Fonte: www.ffwebmagazine.it)
Sono più di ottocentomila i posti di lavoro distrutti nel nostro paese dall'inizio della recessione a oggi. A cui vanno aggiunti i lavoratori in cassa integrazione. Il quadro potrebbe poi peggiorare nei prossimi mesi. E per riassorbire tutte queste persone in esubero servirebbe una crescita sostenuta. Il problema è il dualismo del mercato del lavoro italiano. Una via di uscita l'abbiamo proposta ed è ora diventata un disegno di legge, che il governo non sembra intenzionato a prendere in considerazione. Senza peraltro contrapporre alcuna alternativa.
802.128. Sono i posti di lavoro distrutti dall’inizio della recessione (secondo trimestre del 2008) alla fine del 2009 fra i lavoratori italiani (le statistiche sugli immigrati risentono delle regolarizzazione e per questo sono meno attendibili). Secondo le rilevazioni dell’Istat sulle forze di lavoro ci sarebbero poi i 334mila lavoratori in cassa integrazione, molti dei quali a zero ore. Se si divide il numero totale di ore di cassa integrazione per il numero medio di ore lavorate da un occupato a tempo pieno, si può stimare il potenziale numero di lavoratori a tempo pieno in esubero in circa 650mila. Se al posto di ridurre le ore di lavoro beneficiando di contributi dello Stato e delle Regioni, i datori di lavoro licenziassero questi lavoratori, il tasso di disoccupazione dall’8,6 per cento certificato dall’Istat salirebbe all’11 per cento (si veda il grafico qui sotto).
IL DUALISMO DEL MERCATO DEL LAVORO
Il governo continua a ripetere che il nostro mercato del lavoro ha reagito meglio che in altri paesi alla recessione. Vero che da noi la disoccupazione è cresciuta di meno (dal 6,1 all’8,6 per cento) che in altri paesi che pure hanno vissuto recessioni meno forti della nostra. Ma la disoccupazione in Italia è sempre stata meno sensibile al ciclo economico che altrove. Il suo andamento nel nostro paese sin qui è semmai lievemente superiore a quello che ci si sarebbe potuto attendere alla luce dell’esperienza passata. Più precisamente, è leggermente superiore alle previsioni che si ottengono a partire da stime della cosiddetta legge di Okun nei venti anni precedenti la recessione. Queste stime ci dicono anche che l’emorragia di posti di lavoro potrebbe continuare fino all’estate del 2010 (il ritardo fra l’inversione di tendenza nel prodotto e nella disoccupazione è di circa 2-3 trimestri). E non c’è bisogno di stime per capire che per riassorbire le persone in esubero ci vuole una crescita sostenuta anziché un’economia boccheggiante, che cresce a tasso zero.
Ciò che ha reso così pesante finora il conto è il crescente dualismo del nostro mercato del lavoro. Il numero di posti di lavoro con contratti a tempo indeterminato è addirittura leggermente cresciuto dall’inizio della recessione, mentre i posti di lavoro a tempo determinato sono diminuiti dell’11 per cento. Tra le maglie del parasubordinato le perdite sono state ancora più forti: -16 per cento i collaboratori coordinati a progetto, quasi uno su cinque ha perso il lavoro.
Nei prossimi mesi potremmo assistere paradossalmente a un incremento della quota di contratti temporanei in Italia e a una riduzione dei contratti a tempo indeterminato. Questo potrebbe avvenire perché nella grande incertezza che ci circonda, le imprese che assumono lo fanno solo con contratti temporanei. Inoltre, anche di proroga in proroga, la cassa integrazione non può continuare all’infinito. Quindi avremo anche lavoratori con contratti a tempo indeterminato che finiranno in disoccupazione.
Ci vuole una via d’uscita dal dualismo e dalla cassa integrazione in deroga. Da tempo abbiamo avanzato le nostre proposte. Adesso hanno anche la forma di un disegno di legge. Ve lo illustreremo in dettaglio nei prossimi giorni perché è una riforma nata su lavoce.info. Il governo non sembra però intenzionato a prenderla in considerazione. Ci basterebbe che avesse idee alternative alla nostra. Purtroppo, di queste proposte alternative sin qui non c'è traccia alcuna. ( Fonte: www.lavoce.info)
"Non è il nostro piano, non lo conosco. Stiamo ancora lavorando, smentisco tutto".
L'amministratore delegato della Fiat, Sergio Marchionne, non nasconde la sua rabbia sulle indiscrezioni secondo le quali nel piano che presenterà il 21 aprile al Lingotto sarebbero previsti quasi cinquemila dipendenti in meno e la riduzione da dodici a otto modelli.
Le reazioni sindacali e politiche, però, sono immediate e anticipano le smentite, mentre il titolo, dopo avere registrato rialzi fino al 6%, chiude in crescita del 4,26% a 9,8 euro. Sono preoccupati i sindacati che accusano il governo di non avere fatto nulla e vogliono un negoziato sul piano, mentre a Termini Imerese scatta subito un'ora di sciopero. Si arrabbia il ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, che parla di "indiscrezioni inquietanti che suscitano allarme sociale".
Buone notizie però arrivano in serata per lo stabilimento di Pomigliano. Al tavolo tecnico presso la Fiat a Roma l'azienda ha promesso investimenti per realizzare la nuova Punto e un altra vettura, con l'uscita morbida di 500 addetti in età pensionabile, ponendo così le precondizioni - spiega il segretario generale della Uilm Giovanni Sgambati - per una intesa entro la fine del mese.
La prima smentita ufficiale del Piano della Fiat è alle 13,23: in un comunicato parla di anticipazioni giornalistiche "premature e prive di ogni fondamento" e definisce di nuovo l'ipotesi di spin off delle attività auto "frutto di congetture nate al di fuori del gruppo". Poi è Marchionne a parlare a Torino, dove partecipa al direttivo della Confindustria, in attesa dell'assemblea degli azionisti di venerdì. "È la crisi più profonda che abbiamo visto in Europa - afferma - e noi non abbiamo licenziato nessuno. Cercare di picchiare la Fiat in un momento come questo é la cosa più sproporzionata che abbia mai visto, è quasi vergognoso".
L'amministratore delegato del Lingotto parla di "strumentalizzazioni" e di "speculazioni dei giornali". "Ci hanno accusato di tantissime cose - dice - ma la realtà è che non abbiamo mai licenziato nessuno, abbiamo cercato di mantenere l'equilibrio sociale negli scorsi 24 mesi. Stiamo gestendo un momento difficile nei migliori dei modi, abbiamo protetto l'aspetto operativo al massimo con sacrifici enormi. Non voglio medaglie, ma quello che è stato fatto è stato fatto. Ricordatevi dove era la Fiat nel 2004". Marchionne ribadisce inoltre che se ci sarà qualcosa da dire sullo scorporo dell'auto se ne parlerà il 21 aprile e su Termini Imerese spiega che sarà fatto il possibile e che "una soluzione si dovrà pure trovare".
Le smentite non placano le preoccupazioni. "I nostri timori - dice il leader della Cgil, Guglielmo Epifani - sono confermati. La Fiat riduce occupazione e porta parte della produzione dei motori fuori dal Paese, mentre fa fare le cose più innovative agli Stati Uniti. Riduce in sostanza la sua presenza in Italia". Il segretario generale della Cisl, Raffaele Bonanni, chiede al governo una convocazione immediata, mentre per il numero uno della Fiom, Gianni Rinaldini, "si deve aprire un vero negoziato sul piano che non può essere semplicemente annunciato il 21 aprile e comunicato ai sindacati saltando qualsiasi trattativa". Anche la Ugl chiede un incontro prima del 21 aprile. Il segretario generale della Uilm, Rocco Palombella, parla di "un'impostazione da rimandare al mittente", quello della Fismic, Roberto Di Maulo accusa il governo di essersi comportato come Ponzio Pilato.
Il Lingotto annuncia intanto due nuove settimane di cassa integrazione alla Powertrain di Torino Stura per 1.500 lavoratori, in un reparto che ha quasi esaurito gli ammortizzatori sociali ordinari. ( Fonte: americaoggi.info)