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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Di redazione (del 18/03/2010 @ 08:38:10, in Osservatorio Nazionale, linkato 406 volte)

A 17 anni dalle stragi mafiose di Roma, Milano e Firenze, la procura di Firenze ha individuato un altro responsabile. In carcere a Viterbo, gli uomini della Dia di Firenze hanno notificato un'ordinanza di arresto a Francesco Tagliavia, già all'ergastolo per l'omicidio di Paolo Borsellino e adesso accusato di essere fra gli organizzatori degli attentati con autobombe del 1993-'94, oltre a quelli falliti a Maurizio Costanzo, allo stadio Olimpico e contro il pentito Totuccio Contorno.

Secondo la procura di Firenze, Tagliavia, boss della famiglia palermitana di Corso dei Mille - accusato anche di 26 omicidi compiuti nel gruppo di fuoco di Riina - avrebbe messo a disposizione i suoi uomini per l'esecuzione delle stragi. Tagliavia è accusato di strage e devastazione, in concorso, tra gli altri, con Leoluca Bagarella, Giovanni Brusca, i fratelli Giuseppe e Filippo Graviano, Matteo Messina Denaro, Bernardo Provenzano, Salvatore Riina e Vittorio Tutino, tutti già condannati per l'inchiesta fiorentina sulla campagna stragista di Cosa nostra del '93-'94. Reati contestati con l'aggravante della finalità di terrorismo ed eversione dell'ordine democratico.

"Un contributo assolutamente determinante, forse primario - ha spiegato il procuratore di Firenze Giuseppe Quattrocchi - è stato fornito dal pentito Gaspare Spatuzza ( nella fota al momento dell'arresto), che ha riferito circostanze e richiamato persone, situazioni e occasioni che hanno trovato rispondenza in una serie di verifiche che vedevano Tagliavia organicamente inserito in Cosa nostra e capace di manovrare forze operative, gli esplosivisti, che da lui dipendevano e che lui ha orientato nella preparazione e nell'esecuzione delle stragi".

Tagliavia, è emerso dall'ordinanza, era stato già indagato per le stragi del '93, ma la sua posizione venne archiviata. A far riaprire le indagini e' stato proprio quanto riferito da Spatuzza. Quattrocchi ha anche ribadito come la procura ritenga Spatuzza "perfettamente attendibile".

A chi gli chiedeva dell'attendibilità del pentito quando fa riferimento al premier Silvio Berlusconi e a Marcello Dell'Utri, Quattrocchi ha risposto premettendo che "oggi si parla di Tagliavia" e ricordando, poi, che è stata la procura fiorentina ad avviare le procedure per ammettere Spatuzza al programma di protezione.

Parlando del futuro dell'inchiesta il magistrato ha sottolineato come l'identificazione "di un altro coautore delle stragi" dimostri "quanto sia produttivo avere la testa dura e continuare a indagare. Noi andiamo continuamente cercando tutto ciò che possa contribuire a individuare tutte le responsabilità. Se dovesse emergere qualcosa che getta luce su fatti e personaggi rimasti nell'ombra, se avremo la possibilità di riscontrarla, lo faremo".

Dall'ordinanza del gip di Firenze, emerge che la strage dei Georgofili, il 27 maggio 1993, venne discussa durante una riunione in un villino a Santa Flavia (Palermo), alla quale parteciparono Spatuzza, Giuseppe Graviano, Matteo Messina Denaro, Giuseppe Barranca, Francesco Giuliano, Cosimo Lo Nigro e Francesco Tagliavia. Pochi giorni dopo, e cinque giorni prima della strage dei Geogofili, Tagliavia venne arrestato.

"Secondo Spatuzza - aggiunge il gip riportando la versione di Spatuzza - Giuseppe Graviano, Messina Denaro e Ciccio Tagliavia avevano in quel contesto medesimo ruolo decisionale ed erano lì per spiegare (agli uomini di Tagliavia, cioé Giuliano, Barranca e Lo Nigro), incaricati dell'esecuzione dell'attentato, cosa dovevano fare. I soldi per finanziare le trasferte per eseguire le stragi, circa 5-10 milioni a testa, provenivano" da Tagliavia e dalle estorsioni ai commercianti.

Altro dettaglio che emerge dall'ordinanza, è quanto Tagliavia disse a Lo Nigro: "Fate sapere a madre natura di fermare tutto per il bingo". Secondo i pm, Tagliavia voleva suggerire a Giuseppe Graviano (madre natura) lo stop agli attentati. Era il 12 gennaio 1994. Il suggerimento non venne seguito. ( Fonte: americaoggi.info)

Redazioneonline- Osservatorio Nazionale

 

L'intervento di Giorgio Napolitano per circoscrivere l'incendio che sta bruciando ogni spazio di dialogo tra politica e giustizia rischia di essere tardivo. Il voto è alle porte e Silvio Berlusconi ha varcato il Rubicone accusando le toghe politicizzate di voler condizionare la campagna elettorale: lo scontro è senza ritorno e il premier è intenzionato a chiedere un pronunciamento dell'opinione pubblica sull'uso "intollerabile" della giustizia a fini di lotta politica.

In altri termini, il premier è determinato a fare del test di medio termine della legislatura un'occasione per chiamare a raccolta l'area moderata attorno a un programma preciso di riforme che parta - come ha più volte detto - da quella della giustizia. Del resto in questa strategia il Cavaliere si sente quantomeno non osteggiato dal Quirinale: a suo giudizio, l'appello del capo dello Stato a rispettare sia le indagini della magistratura che le ispezioni, bollato come una prova di cerchiobottismo da Antonio Di Pietro, suona in realtà come una sconfessione del Csm e del vicepresidente Nicola Mancino.

La chiave di questa lettura starebbe nell'invito del presidente della Repubblica al Csm (organo del quale è presidente) a non pronunciarsi preventivamente sulle ispezioni legittimamente disposte dal Guardasigilli: non a caso il ministro Angelino Alfano parla di uno "scivolone" dell'organo di autogoverno dei giudici mentre l'Anm insiste sull'interferenza sull'inchiesta di Trani costituita dall'invio degli ispettori e parla di un clima di intimidazione.

Quanto al Pd, Bersani apprezza la saggezza delle parole di Napolitano ma l'interpretazione è ben diversa: un richiamo ai poteri istituzionali a rientrare nei propri confini. Il segretario democratico lamenta tuttavia che il dibattito continui a orbitare attorno ai problemi del premier, sfuggendo alle necessità concrete della gente.

Eppure secondo Berlusconi è proprio questo l'obiettivo dell'offensiva mediatico-giudiziaria ai suoi danni: impedire che si parli dei successi del governo (dalla crisi dei rifiuti alla ricostruzione post-terremonto in Abruzzo) perché "una campagna elettorale basata sui fatti sarebbe disastrosa per la sinistra", reduce dagli insuccessi di molti suoi governatori come Bassolino e Marrazzo.

Napolitano ha cercato di porre un punto di mediazione ma nessuno dei contendenti sembra disponibile a fare un passo indietro. Nella circostanza, per la verità, anche Gianfranco Fini sembra aver condiviso l'allarme di Berlusconi e dei suoi uomini per un'inchiesta definita "ridicola". Uno dei suoi fedelissimi, Italo Bocchino, ritiene "scandaloso" intercettare i non indagati e i finiani sono schierati compattamente con il resto del Pdl nel criticare l'indagine tranese. E nel Pd l'ala moderata condivide alcuni dubbi: per Marco Follini è surreale indagare il premier per una telefonata non appropriata, Giorgio Merlo invita a non cavalcare il giustizialismo di Di Pietro. Quest'ultimo prosegue nella sua offensiva a testa bassa contro la maggioranza e il Cavaliere: è pronto a presentare una mozione di sfiducia al presidente del Consiglio ma incontra difficoltà nel raccogliere il necessario numero di firme.

Questo clima è destinato verosimilmente a protrarsi fino al voto di fine marzo: ma anche dopo, il dialogo tra i due poli non gode di grandi prospettive. Certo, molto dipenderà dall'esito delle regionali: il centrodestra si è posto l'obiettivo di strappare almeno due regioni al centrosinistra e spera di riuscire a conquistarne almeno cinque e comunque farà pesare il numero complessivo dei consensi su base nazionale.

L'opposizione riterrebbe un successo chiudere otto a cinque ma pensa di poter ottenere anche un nove a quattro che sarebbe un buon colpo d' immagine. L'astensione costituisce il pericolo più insidioso per il centrodestra sull'onda di quanto già accaduto in Francia. Gli appelli in questo senso della fondazione di Montezemolo hanno irritato Berlusconi almeno quanto la nascita di Generazione Italia, la "corrente" finiana che invoca la par condicio con la berlusconiana "Promotori di libertà ". ( Fonte: americaoggi.info)

Autore: pierfrancesco.frere@ansa.it

Redazioneonline- Osservatorio Nazionale

 
Di redazione (del 17/03/2010 @ 20:05:36, in Osservatorio Nazionale, linkato 326 volte)

Lasciamo perdere, per un momento, la questione Berlusconi e le inaudite pressioni, intimidazioni, minacce che il presidente del Consiglio ha esercitato su un commissario dell'Authority per le Comunicazioni, Giancarlo Innocenzi, perché si desse da fare per chiudere Annozero, zittire Floris e la Dandini, impedire che vengano ospitati personaggi sgraditi al Cavaliere, come Ezio Mauro, Eugenio Scalfari, o, dio guardi, Antonio Di Pietro.

«Se lei avesse un minimo di dignità dovrebbe dimettersi» ha sibilato Berlusconi a Innocenzi. Mentre è vero esattamente il contrario: se costui avesse avuto «un minimo di dignità» avrebbe dovuto mandare all'inferno l'energumeno ed eventualmente denunciarlo alla magistratura.

Ma come avrebbe potuto il poveraccio? È un uomo di Berlusconi, è stato sottosegretario alle Comunicazioni in un suo governo e un suo dipendente quale Direttore dei servizi giornalistici Fininvest-Mediaset.

Ci sarebbe voluto non un coniglio, ma un samurai disposto al kharakiri per contrastare la violenza dell'energumeno e reggere una situazione talmente anomala, grottesca e pazzesca che non ha paragoni in alcun altro Stato al mondo, democratico o non democratico, tanto da far dire persino al Direttore generale della Rai, Masi, che «cose simili non si vedono nemmeno nello Zimbawe».

Ma lasciamo perdere la questione Berlusconi-Innocenzi-Minzolini non solo perché Il Fatto Quotidiano, oltre ad essere stato il primo a darne notizia la sta trattando con l'ampiezza che merita, ma perché ne presuppone un'altra.

Al di là dell'atteggiamento particolarmente spudorato e violento dell'energumeno, la domanda è: quale indipendenza può mai avere la Rai-Tv, Ente di Stato, e quindi di tutti i cittadini, quando il Consiglio di amministrazione è nominato dai partiti, il presidente pure, la Commissione di Vigilanza anche, l'Autority per le Comunicazioni e ogni altra Autority idem, quando non c'è dirigente, funzionario, conduttore di programmi, giornalista, usciere il cui posto di lavoro non dipenda dall'appartenenza a una qualche formazione politica, da un rapporto di fedeltà e sudditanza, più o meno mascherato, diretto o indiretto, a qualche partito o fazione di partito?

E la questione della Rai-Tv è solo la più emblematica e evidente dell'occupazione sistematica, arbitraria, illegittima che i partiti, queste associazioni private, hanno fatto di tutti gli apparati dello Stato, del parastato, dell'amministrazione pubblica, che poi ricade a pioggia anche sull'intera società (facciamo un esempio semplice semplice, tanto per capirci: a Firenze se sei architetto e non sei infeudato a sinistra non lavori).

Si parla tanto, di questi tempi, di riforme: istituzionali, costituzionali, della giustizia, eccetera. Ma la riforma più urgente, e principale, è quella dei partiti, nel senso di un loro drastico ridimensionamento, della loro cacciata da posizioni che occupano abusivamente, arbitrariamente, illegittimamente. Ma in democrazia solo i partiti possono riformare i partiti. E non lo faranno mai perché questo vorrebbe dire perdere il potere con cui condizionano l'intera società italiana, abusandola, stuprandola, ricattandola, richiedendo ai cittadini i più umilianti infeudamenti per ottenere, come favore, ciò che spetta loro di diritto.

Come se ne esce? Agli inizi degli anni Ottanta, quando l'abuso e il sopruso partitocratico era ancora, nonostante tutto,ben lontano da quello di oggi, Guglielmo Zucconi, direttore del Giorno, quotidiano appaltato alla Dc e al Psi, mi permise di scrivere nella mia rubrica, Calcio di Rigore, un articolo in cui invocavo provocatoriamente, per l'Italia, la soluzione che il generale Evren aveva adottato per la Turchia dove l'occupazione, la corruzione, il clientelismo dei partiti aveva raggiunto vertici intollerabili, ma comunque ancora lontani da quelli dell'Italia di oggi. Il generale Evren prese il potere, spazzò via tutta la nomenklatura partitocratica, e promise che, fatta una pulizia che in altro modo era impossibile, avrebbe restituito, entro cinque anni, il potere alle legittime istituzioni democratiche. Promessa che puntualmente mantenne.

E oggi la Turchia, pur in mezzo alle mille contraddizioni di un Paese la cui realtà è resa difficile dalla presenza di una fortissima minoranza curda, è un Paese "normale" con una maggioranza, un'opposizione, un premier che rispetta le leggi e la magistratura, e partiti che stanno al loro posto e nel loro ruolo, che è quello di coagulare il consenso, e non esondano in tutta la società civile. Non è la Turchia che non ha i requisiti democratici per entrare in Europa. È l'Italia che non li ha più per restarci. ( Fonte: www.massimofini.it)

Redazioneonline- Osservatorio Nazionale

 

Da quando, nel 2008, le Camere hanno accordato la fiducia al quarto governo Berlusconi, alcune cose sono cambiate: il Mpa ha compiuto uno "strappo" a livello nazionale e locale (soprattutto in Sicilia); la Lega, invece, si è notevolmente rafforzata sia nella maggioranza sia nel Paese, dando un'impronta netta e un impulso ad alcuni provvedimenti importanti (primo fra tutti il federalismo fiscale). Nel frattempo è nato il Pdl, dalla fusione di Forza Italia, Alleanza nazionale e alcune formazioni minori.

In questi due anni il partito di maggioranza relativa si è trovato a fare i conti con le difficoltà di un'integrazione rivelatasi più complessa del previsto. Così, anche se ora non c'è più un muro fra ex Fi ed ex An, restano però visioni diverse, soprattutto riconducibili ai due "cofondatori": Berlusconi e Fini. Il premier ha lanciato recentemente i "promotori della libertà", coordinati dalla Brambilla, in continuità con la politica "del predellino". Il presidente della Camera, invece, ha una differente concezione della forma-partito, dell'organizzazione, dei rapporti con la Lega e idee non sempre collimanti con Berlusconi e con Bossi in tema di bioetica, immigrazione, Mezzogiorno. Senza contare che le divergenze di vedute riguardano anche il futuro del centrodestra e il "dopo Berlusconi".

Sebbene alcuni giornali diano per certa la scissione dei finiani, ieri Italo Bocchino ha cercato di delineare meglio il terreno su cui, fra aprile e maggio, nascerà e si svilupperà "Generazione Italia": ha ribadito che non sarà una corrente ma un "aggregatore che vuole far parlare la gente e far funzionare bene il Pdl, poiché a un anno dalla nascita del partito non si sono mai riuniti il Consiglio nazionale e la Direzione Nazionale; se un partito del 40% non riunisce i suoi organi è naturale che la classe dirigente senta il bisogno di luoghi di discussione". Un obiettivo ambizioso che non nasconde una critica severa, ma non nuova, verso l'attuale gestione del Pdl: in realtà è l'ennesimo capitolo di un confronto a distanza fra Fini e Berlusconi, in una partita che il presidente della Camera ha deciso di giocare dentro un partito che sente suo, soprattutto in proiezione futura.

I fatti ci diranno se Generazione Italia sarà solo un "aggregatore", però è certo che farà valere il suo peso, potendo contare su un numero di deputati e senatori in grado di assicurare o far mancare la maggioranza al governo sia alla Camera, sia al Senato. Il tutto, in vista di una conta congressuale che non si annuncia del tutto indolore. Per ora, tutti aspettano i risultati delle regionali: Fini spera che una vittoria dei suoi candidati possa provocare una svolta nel Pdl, mentre Berlusconi attende l'esito del voto per rimettere mano al partito e in qualche modo "riprenderselo" e dargli smalto. Mentre Bossi - fedele a Berlusconi al punto di partecipare alla manifestazione del 20 a Roma, ma fermo nel reclamare la rapida attuazione del federalismo fiscale - si prepara a dare ospitalità, alle regionali, agli elettori delusi o disorientati del Pdl. ( Fonte. americaoggi.info)

Redazioneonline- Osservatorio Nazionale

 

Silvio Berlusconi abbassa l'asticella (vittoria anche se incassiamo solo una regione in più), Umberto Bossi la alza (tutto il Nord sarà nostro), Gianfranco Fini è seduto sulla riva del fiume: la sfida interna al centrodestra si consumerà il 28-29 marzo e dopo nulla sarà più come prima. Una battaglia, quella nel centrodestra combattuta anche a suon di editoriali sui quotidiani, con Feltri che sul Giornale tiene ogni giorno nel mirino il presidente della Camera facendolo così, però, ‘lievitare' politicamente, e con Belpietro che su Libero scrive che incamerare solo 4 regioni sarebbe per il Pdl una sconfitta, preconizzando tempi duri per il partito.

Su una cosa tutti concordano: dopo la prova elettorale sarà necessario un chiarimento interno. Intanto però ognuno tesse la propria tela e combatte la propria battaglia, con armi vecchie e nuove. Con la sua indiscutibile inventiva il premier ha già dato vita alla nuova creatura, i ‘promotori della libertà', una sorta di ‘partito di riserva' nel quale sta infatti trasferendo le sue truppe più fedeli. Sull'altro versante, quello degli ex An, Gianfranco Fini ha risposto con una analogia iniziativa, ‘Generazione Italia', già bella e pronta per il varo (i primi giorni di maggio).

Dietro queste iniziative c'é la battaglia per la leadership, combattuta sottotraccia dai due co-fondatori: Berlusconi vuole blindare la propria, Fini intende scippargliela al momento opportuno. Non è un mistero, lo ha espressamente detto Italo Bocchino (vicecapogruppo del Pdl alla Camera): Generazione Italia, la nuova associazione nata per iniziativa di Gianfranco Fini, "nasce per riportare la democrazia nel Pdl, la sua missione sarà quella di aggregare nel partito tutte le forze disponibili a sostenere la leadership di Fini".

Il Pdl, è destinato in un modo o nell'altro, a cambiare pelle. Che il Pdl fosse un contenitore troppo stretto per le tante, le troppe anime, in esso compresse lo dimostrano le iniziative-sfogatoio spuntate come funghi in questi anni. Se nel passato gli sfogatoi erano le correnti, ora ci sono le Fondazioni e le associazioni politico-culturali: resta la funzione, quella di dare spazio e voce alle varie anime e, insieme, svolgere il ruolo di braccio armato dell'area di riferimento (come ad esempio Farefuturo).

Così, come per gemmazione, dal tronco del centrodestra sono spuntate a mano a mano tante Fondazioni con i rispettivi quotidiani on line: Magna Carta-l'Occidentale di Quagliariello; Farefuturo-FFwebmagazine che fa capo a Fini; Rel, acronimo di Riformismo e Libertà, di Cicchitto; Nuova Italia di Alemanno; Italia Protagonista di Gasparri; Fondazione della libertà per il bene comune, di Matteoli. Ultima nata, nel centrodestra, è quella di Bossi, una Fondazione ‘pura', che nel nome del padre del federalismo, Carlo Cattaneo, punta a raccogliere e divulgare il pensiero e l'opera del filosofo lombardo.

Accanto alla galassia delle fondazioni, orbitano attorno al centrodestra diverse associazioni politiche come quelle di Giorgio Stracquadanio (promotore del quotidiano on line ‘il predellino') e di Giorgio Valducci (Club della libertà). ( Fonte: americaoggi.info)

Redazioneonline- Osservatorio Nazionale

 

Si sente molto disagio in giro, scoramento e anche rabbia, ascoltando i discorsi nei bar, nelle pizzerie o parlando con i negozianti. Ciò che ha colpito di più la gente in questa nuova mandata di scandali non è tanto la corruzione in sè, ma il fatto che i suoi protagonisti, ricchi signori, non bisognosi di nulla, piazzavano figli e nipoti in impieghi remunerativi mentre i loro fanno una fatica boia a trovarne uno a bassissimo reddito, o non ce l’hanno o l’hanno perduto.

Questo è il caso del figlio del mio cartolaio, una piccola cartoleria di quartiere. Questi commercianti, marito e moglie, gente modesta che ha lavorato una vita, che ha fatto sacrifici per mantenere i figli, un maschio e una femmina, agli studi, per farli laureare, erano particolarmente orgogliosi di quel loro ragazzo che insegnava matematica, una materia in cui non si può bleffare. Da sette anni alla Statale di Milano, prima come dottorando di ricerca, poi come "assegnista", sostituendo in tutto e per tutto il titolare di cattedra, in perenne giro per il mondo per convegni, facendo lezione, esami, laboratori. Adesso, in virtù della combinazione della legge Gelmini e della stretta della Finanziaria, finiti i quattro anni da "assegnista", si trova a spasso.

"In università lo stimano" mi dice il cartolaio" e del resto conosco mio figlio e so che ha lavorato con scrupolo e diligenza. Peraltro i suoi studenti gli hanno dato un voto altissimo, ma non c’è possibilità legale di trovargli un posto all’interno dell’università. Sette anni buttati via. Lui adesso se la cava dando lezioni private, ma è molto depresso e temo per la sua salute. Oltretutto queste categorie non hanno cassa integrazione né alcun tipo di ammortizzatore sociale. Io sono furibondo e temo di commettere uno sproposito".

Meno sensibile è invece la gente alla corruzione. Non percepisce esattamente che anch’essa ricade sulla sua testa. La prima Tangentopoli, secondo i calcoli del professor Cazzola, costò 630mila miliardi alla collettività, un quarto del debito pubblico. Se non ci fosse stata forse non esisterebbe, almeno nei termini drammatici che conosciamo, il problema delle pensioni, e forse il figlio del mio cartolaio avrebbe il posto che gli spetta.

I Telegiornali dicono che c’è la ripresa economica. Ma intanto i disoccupati aumentano. E allora ci si chiede, e se lo chiede anche il mio cartolaio, di che ripresa di tratti e se, per caso, l’economia sia ancora al servizio della popolazione o non sia la popolazione al suo servizio.

Proprio davanti a casa mia è stato raso al suolo un bosco, che era sorto spontaneamente sul terreno delle ex Varesine. Ci costruiranno la "città della moda", con tre grattacieli alti fra i trenta e i trentacinque piani e altre cementificazioni. Ma intanto il sindaco Moratti, dopo aver distrutto uno dei pochi polmoni verdi della città, ci obbliga, per motivi economici, ad andare a piedi la domenica, la sola giornata in cui potremmo utilizzare l’automobile per i nostri svaghi.

Entro in un famoso ristorante molto trendy di Milano e ascolto i discorsi ai vari tavoli. "Domani parto per New York, poi mi sposto a Chicago, quindi torno a Milano ma facendo una capatina in Thailandia". E allora ti tendi conto che forse la ripresa c’è, ma per i soliti noti, gente che se gli chiedi che cosa fa nella vita risponde come il personaggio di Moretti: «Faccio cose, vedo gente». E mi chiedo fino a quando il cartolaio, o suo figlio, continueranno a subire. ( Fonte: www.massimofini.it)

Redazioneonline- Osservatorio Nazionale

 
Di redazione (del 16/03/2010 @ 08:00:00, in Osservatorio Nazionale, linkato 199 volte)

Marino Badiale e Massimo Bontempelli hanno scritto un articolo, inviato a numerosi siti e blog e che è stato opportunamente pubblicato da altri siti. L'articolo è importante perché muove verso la giusta direzione; e fissa anche alcuni punti tendenziali per tracciare il percorso che sarà necessario seguire. Da questo articolo prende spunto il nostro "Che fare?", che anzi sarà, in primo luogo, una riflessione sull'obiettivo proposto dai due autori. Proposto, perché quella di Badiale e Bontempelli è una proposta. Un invito al dialogo; che accogliamo. Una proposta benemerita e anzi sacrosanta.

Badiale e Bontempelli muovono da una premessa: "L’Italia, dopo tre decenni di decadimento civile e morale, è giunta ormai al suo sfacelo come nazione e come società" e perseguono l'obiettivo di far nascere "una forza politica che contesti la logica di fondo delle attuali scelte politiche e si faccia portatrice di una logica alternativa. Far nascere una simile forza politica deve essere l’obiettivo principale di chi voglia lottare contro lo sfacelo del nostro paese" (grassetto nostro).

La premessa è la nostra premessa; e l’obiettivo è il nostro obiettivo. La consonanza è assoluta. Iniziamo dall’obiettivo e indaghiamo perciò la proposizione linguistica. E' chiarendo e schiarendo l'obiettivo, ossia la frase che lo esprime, che capiremo che fare. Cosa dobbiamo fare.

Intanto alcune precisazioni, che i giuristi qualificherebbero come "interpretazioni correttive". In primo luogo, "obiettivo unico" non " obiettivo principale". Se si tratta di far nascere una forza politica che dovrà “lottare contro lo sfacelo del nostro paese”; se si tratta di costituire una forza politica la quale contesti radicalmente i principi politici del partito unico delle due coalizioni e ne proponga di “alternativi”; se questa forza, sebbene minoritaria, dovrà comunque avere la capacità di veder crescere continuativamente e col tempo esponenzialmente i militanti, i simpatizzanti ed il consenso; allora si tratta dell’obiettivo unico, non dell’obiettivo principale. Sarebbe presuntuoso e non credibile limitarsi a farne uno tra più obiettivi. E’ un obiettivo storico. Si pone in una prospettiva storica: muove da una fase storica durata trenta anni e guarda lontano. L’obiettivo richiederà comunque tempo, anche se si verificassero le condizioni più favorevoli. Dunque deve essere l’obiettivo unico, con tutti i corollari che ne discendono. Nella definizione dell’obiettivo, perciò, sostituirò, “principale” con “unico”.

Una seconda interpretazione correttiva. Non si lotta “contro lo sfacelo del nostro paese”. Non c’è uno sfacelo in arrivo, al quale si tratti di opporre resistenza. Quest’ultima parola, anzi, sebbene ci sia molto cara, non fa per noi. Il tempo della resistenza è scaduto; ed è scaduto senza che la resistenza sia stata opposta. Siamo stati travolti. Lo sfacelo si è ormai verificato. Sono gli stessi Marino e Badiale ad avercelo detto nella loro premessa: “L’Italia, dopo tre decenni di decadimento civile e morale, è giunta ormai al suo sfacelo come nazione e come società". Nella definizione, perciò, sostituirò “lottare contro lo sfacelo del nostro paese” con “lottare per risollevare il nostro paese dallo situazione di sfacelo nella quale è venuto a trovarsi”.
Scrivono i due autori che la forza politica che occorre far nascere deve “contestare la logica di fondo” delle attuali scelte politiche e farsi portatrice di una “logica alternativa”.

Che significa? Qui non si tratta di correggere; bensì di precisare, di chiarire. Non si vuole entrare nel merito e specificare la “logica di fondo” contestata e la “logica alternativa”; questo dovremo farlo in seguito. Si intende, invece, definire con più precisione il fenomeno designato dal termine “logica”. Quel fenomeno sono principi metagiuridici; le “idee” che guidano la legislazione e condizionano la scelta degli interessi che si vogliono giuridicamente tutelati e di quelli che si vogliono sacrificati; quelle idee guidano la legislazione con ricadute che giungono ai meandri dell’ordinamento giuridico, generando anche una serie di fatti di ampia rilevanza sociale.

Gli impulsi provenienti dall’ordinamento giuridico e da quei fatti di ampia rilevanza sociale urtano contro i nostri sensi e riescono sovente, e comunque con dimensione sistemica, a penetrare nel nostro sangue, nelle nostre menti e nel nostro cuore. La forza politica che dovrà nascere, quindi, dovrà sorgere per “contestare le idee che negli ultimi trent’anni hanno guidato e mosso le scelte politiche e quindi la legislazione dei rapporti sociali, economici, civili, umani e politici”.

La critica non deve avere ad oggetto la legislazione, anche quella di enorme rilevanza sociale, bensì le idee che l'hanno generata. La legislazione è già il secondo meccanismo dell’ingranaggio e in certo senso è già un corollario. Il fatto che questo corollario ne rechi con sé altri – corollari di un corollario – non toglie che si tratti pur sempre di un corollario. Anche il termine “alternativa” solleva qualche dubbio, almeno a causa dell’uso comune di esso, se non anche per le astratte potenzialità semantiche.

“Dimmi se ho una alternativa”? “Che alternativa ho”? “Credo di avere un’alternativa”; “Non vedo alternative”. Queste e simili formule rivelano che anche una logica appena un po’ diversa da quella che si contesta è una logica alternativa. Anzi, sovente “alternativa” designa una diversa strada per raggiungere il medesimo posto o il medesimo obiettivo. Opposta, dunque, non alternativa.

La “logica” deve essere “opposta”: le idee che dovranno condurre l’attività legislativa e così irradiare l’ordinamento, la società e le nostre vite devono essere opposte a quelle che hanno guidato la legislazione degli ultimi trenta anni. Guai a temere, fin dal principio, il rischio dell’estremismo. Il pericolo da scongiurare è l’infantile estremismo relativo ai mezzi, ai tempi (la fretta) e che non tenga conto dell’analisi concreta della situazione concreta; non il rischio che la forza sia estremista per le idee che propone. Tantomeno si deve temere il rischio che gli avversari definiscano la nuova forza come estremista.

Non si può proporre di risollevare la nazione e la società italiane dallo condizione di sfacelo nella quale si trovano e al contempo temere di diventare estremisti o di essere considerati estremisti. Si dovrà temere e scongiurare l’estremismo al nostro interno – quell’estremismo che è soprattutto fretta, amore per l’azione simbolica (che, secondo ragione, ci dovrà pure essere ma della quale non si dovrà essere innamorati) e presunzione di capire ciò che non si comprende. Invece, non si dovrà temere di apparire o essere estremisti rispetto alle idee accolte, per convinzione o per cinismo – ma il cinismo, quando non si pietrifica in nichilismo, genera la convinzione che prima non c’era – dalle diverse formazioni politiche e dai diversi gruppi di potere che costituiscono il partito unico delle due coalizioni.

Rispetto a quelle idee, rifiutate in favore di quelle opposte, si dovrà essere naturalmente, logicamente, intelligentemente, fieramente estremisti. Dove estremista designa colui che sostiene le idee opposte – che si trovano all’altro estremo – rispetto a quelle che dominano l’ordinamento giuridico e la società. La forza che occorre far nascere, dunque, sosterrà idee che si pongono all’estremo opposto di quelle dominanti e dunque dovrà essere estremista. E i militanti dovranno essere fieramente estremisti.

Infine “forza politica”. Anche qui è preferibile essere chiari fino in fondo: “un partito”, non “una forza politica”. Il partito alternativo al partito unico delle due coalizioni. Il partito al quale dovranno aderire coloro che sostengono e fanno proprie le idee opposte rispetto a quelle che hanno condotto l’attività legislativa delle due coalizioni (idee che sono state e sono comuni) e, nel precedente quindicennio, dei “governi tecnici” e dei partiti dell’arco costituzionale ormai in condizione di decadenza e alla fine di putrefazione.

Aderiamo completamente alla premessa di Marino e Badiale: “L’Italia, dopo tre decenni di decadimento civile e morale è giunta ormai al suo sfacelo come nazione e come società". Essa consente importanti riflessioni e prese di posizione, che rinviamo ad un prossimo articolo, il quale sarà presto pubblicato. Una volta iniziato il nostro “Che fare?”, siamo ormai vincolati a proseguire. Ed è ovvio che dovremo tornare anche sull’obiettivo; perché dovranno essere specificate le idee – quelle fino ad ora dominanti e quelle opposte -, che abbiamo designato soltanto genericamente; e perché sono necessarie altre precisazioni.

Intanto concludiamo questo primo articolo ridefinendo l’obbiettivo alla stregua delle osservazioni svolte: “occorre far nascere un partito che contesti le idee che negli ultimi trent’anni hanno guidato e mosso le scelte politiche e quindi la legislazione dei rapporti sociali, economici, civili, umani e politici e che si faccia portatore delle idee opposte.

Far nascere un simile partito deve essere l’unico obiettivo di chi voglia lottare per risollevare il nostro paese dallo situazione di sfacelo nella quale è venuto a trovarsi”. Questo partito sarà necessariamente, naturalmente e intrinsecamente estremista. E i militanti saranno fieramente estremisti, perché sosterranno idee opposte a (che si trovano all’estremo opposto di) quelle che hanno dominato la legislazione negli ultimi trenta anni. ( Fonte: www.ariannaeditrice.it)

Redazioneonline- Osservatorio Nazionale

 
Di redazione (del 15/03/2010 @ 09:00:00, in Osservatorio Nazionale, linkato 267 volte)

"Neanche in Zimbawe". Questa frase, che secondo fonti giornalistiche fa parte delle registrazioni raccolte nei fascicoli della procura di Trani, sarebbe stata detta da il Direttore generale della Rai mentre cercava di concordare una strategia con un consigliere dell'Authority sulle comunicazioni per accontentare le richieste del Presidente del Consiglio Berlusconi che voleva impedire la messa in onda di trasmissioni scomode come "Annozero". Ma dove sta la notizia? Mentre mezza Italia si indigna per ciò che ha pubblicato "Il Fatto Quotidiano", da New York ci appare tutto già rivisto. "Il Fatto" non ha rivelato chissà quale "scoop" sulla sottomissione dell'informazione Rai al potere politico, ma più semplicemente dimostrato per l'ennesima volta quello che si sapeva già.

L'informazione al servizio dei poteri forti e non del cittadino è un fenomeno radicato, che senza scomodare lo Zimbawe, lo si poteva osservare in Italia ben prima l'avvento di Silvio Berlusconi a Palazzo Chigi. Con il Cavaliere proprietario di televisioni e giornali, il cancro della democrazia italiana si è certamente aggravato, ma l'ingerenza della partitocrazia e di altri poteri sull'informazione italiana non è invenzione sua. Anche Romano Prodi sceglieva i "suoi" direttori per il Tg1, anche se bisogna ammettere, col senno di poi, che messo in paragone all'attuale direttore del Tg1 Augusto Minzolini, Gianni Riotta sembra Walter Conkrite!

Quasi trenta anni fa Bruno Vespa, senza ipocrisia ma neanche vergogna, dichiarava che lui da giornalista Rai considerava "la Dc il suo editore di riferimento". E magari fosse solo con la Rai il problema. Ricordo, alla fine degli anni novanta, una notizia pubblicata sull'Espresso, che rivelava di un direttore dell'Ansa, l'agenzia nazionale d'informazione che serve tutta la stampa italiana, che prima di decidere o meno se far rilanciare una notizia importante, lasciò la riunione di redazione per correre a Palazzo Chigi e chiedere "istruzioni". All'epoca non c'era Berlusconi al governo ma il Centrosinistra.

Da oltre dieci anni, come abbiamo ripetuto appena due settimane fa, da New York scriviamo che il controllo politico sull'informazione è la malattia infantile della democrazia italiana che contagia tutti gli altri poteri della Repubblica. Qualunque riforma istituzionale che non tenga conto di questo, fallirà.

Con l'innegabile restringimento della morsa del regime di Berlusconi sull'informazione, finalmente tutto il mondo si accorge dell'anomalia democratica italiana. Che vergogna l'inquietante scena del Ministro della Difesa Ignazio La Russa che durante una conferenza stampa strattonava un giornalista freelance che poneva una domanda sgradita al capo del governo e mentre Berlusconi lo riempiva di insulti. Tranne una collega seduta accanto, unica a protestare in quella sala gremita, tutti gli altri giornalisti sono rimasti impassibili, muti e "ordinati", come tanti soldatini rispettosi. Complimenti alla categoria. Ancora una volta ci tocca ricordare cosa scrisse, nell'estate del 2003, Alessandra Stanley sul New York Times: "With a few exceptions the Italian media are not fair, balanced or tenacious. They were noisy but pliant under previous governments, and they are now ill-prepared to fend off the far more shameless incursions of the current prime minister... in some ways the Italian press got the prime minister it deserves."

La speranza in Italia per una informazione democratica arriva dall'internet, come ha sottolineato il Presidente della Camera Gianfranco Fini? Bravo Enrico Mentana che ha saputo aggirare la "censura" con una nuova trasmissione sul sito del Corriere.it.

Concludiamo con un altro aspetto inquietante sull'attuale capo del governo e come vorrebbe eliminare ogni funzione di controllo dell'informazione in Italia. Berlusconi ha dichiarato che le trasmissioni tv lo metterebbero sotto processo senza dargli la possibilità di difendersi, usando per se la definizione di "persona". Ha detto il Presidente del Consiglio al suo - nel senso che ne è il proprietario - Tg4: «Per quanto concerne la Rai, posso dire che ho sempre ritenuto inaccettabile, come lo ritengono inaccettabile tutte le persone di buon senso, che si sottopongano a processi in tv delle persone che sono già sotto processo davanti ai giudici e che si accusano in tv di tutto con ferocia e senza dare loro la possibilità di difendersi. E ho sempre chiesto a destra e a manca che si facessero esposti in tal senso all'autorità apposita per le comunicazioni perché assumesse gli opportuni provvedimenti».

Quindi il capo del governo in una trasmissione di approfondimento politico e d'inchiesta della Rai pretenderebbe di essere considerata una "persona" qualunque, un semplice cittadino che non può essere messo sotto inchiesta dalla tv prima di essere giudicato da un tribunale. Ma certo, mettere sotto processo una "persona" in tv, ma come si permettono? Ma ecco che Berlusconi fa anche approvare leggi come quella sul "legittimo impedimento" in cui il Premier pretende che quella stessa "persona" adesso sia considerato non più un cittadino come tutti gli altri, ma un capo di governo con impegni assolutamente prioritari che non possono essere ostacolati dalla chiamata di un magistrato. Traduzione: se dei giornalisti vogliono fare una inchiesta in tv su di me, non possono perché sono una "persona", un cittadino come tutti gli altri, se invece lo vogliono fare i magistrati, allora non sono più uguale agli altri ma l'intoccabile capo del governo. Chissà se funziona così anche in Zimbawe. ( Fonte: americaoggi.info)

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I vincoli ai licenziamenti previsti dalle normativa italiana hanno lo scopo di assicurare il lavoratore contro le possibili fluttuazioni del mercato del lavoro e trasferirne il peso sull'impresa che può neutralizzarle con maggiore facilità. Ma ai vantaggi di una maggiore stabilità dell'impiego corrispondono i costi di una più lunga durata della disoccupazione e di minori salari. Senza contare i diversi modi per aggirare la legislazione, un problema che la crisi ha reso ancora più evidente. Meglio allora ripensare l'intero modello.

Con il varo della legge che prevede il ricorso all’arbitrato secondo equità invece che al giudice ordinario in caso di licenziamento individuale, si è tornati a parlare di regimi di protezione del posto di lavoro.
Le parti contrattuali possono stabilire clausole compromissorie per demandare la soluzione delle controversie a un collegio arbitrale. Ciò deve essere previsto da contratti collettivi di lavoro subito in vigore. Si tratta di una “mini” riforma che forse non intacca i diritti fondamentali dei lavoratori in caso di licenziamento (come l’articolo 18) ma neanche risolve i problemi connessi ad un mondo del lavoro sempre più diseguale. È un’altra occasione mancata.

L’arbitrato si muove nella direzione giusta di cercare di ridurre il contenzioso nelle cause di lavoro, ma il problema del mercato del lavoro italiano non è nella tutela processuale del lavoratore ma in quella sostanziale. E per tutela sostanziale intendiamo una tutela che si estenda ai periodi di disoccupazione e ai moltissimi lavoratori che oggi non sono affatto tutelati dalle leggi sui licenziamenti.

Per tutela sostanziale non intendiamo alzare i costi di licenziamento alle imprese. Più di una volta nel passato si è intervenuti direttamente per aumentare i costi del licenziamento. Questo approccio, seguito dal legislatore italiano, tutela il lavoratore proteggendone il posto di lavoro, ma non il reddito in caso di disoccupazione. Quel che vogliamo sottolineare è che la protezione dal licenziamento non è gratis per i lavoratori.
Per stimare i costi delle leggi di protezione del lavoro abbiamo studiato un episodio del 1990, quando in Italia fu approvata una legge che aumentò i costi di licenziamento per le piccole imprese sotto i 15 dipendenti.

L’EVOLUZIONE DELLA LEGISLAZIONE ITALIANA

Secondo la legge il datore di lavoro può licenziare un lavoratore, senza incorrere in costi aggiuntivi, solo qualora ricorrano gli estremi della giusta causa o del giustificato motivo. La prima fa riferimento a eventi che incrinino il rapporto fiduciario tra il datore di lavoro e il lavoratore. Il secondo a motivazioni di natura economica. L’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori del 1970 prevede, in caso di licenziamento non giustificato, l’obbligo per il datore di lavoro di reintegrare (tutela reale) il lavoratore e corrispondergli una indennità a titolo di risarcimento del danno subito da un minimo di cinque a un massimo di dodici mensilità (tutela obbligatoria). La legge si applica solo ai datori di lavoro che occupino, nell’unità produttiva nella quale ha avuto luogo il licenziamento, più di quindici lavoratori.

La legge 108 del 1990, approvata in fretta e furia per evitare un referendum che avrebbe esteso l’articolo 18 a tutte le imprese, introduce la tutela obbligatoria per le piccole imprese sotto i quindici dipendenti fino ad allora esenti da costi di licenziamento. La riforma impone, in caso di licenziamento ingiustificato avvenuto in un’unità produttiva con meno di quindici lavoratori, l’obbligo di risarcimento con un’indennità pari a minimo 2,5 e massimo 6 mensilità. La legge del 1990 ha quindi alzato la protezione dei lavoratori, in effetti imponendo una tassa sui piccoli imprenditori sotto i quindici dipendenti. Ma chi ha pagato quella tassa? Come si sa in economia non sempre l’incidenza nominale della tassa corrisponde a quella reale.

EFFETTI ECONOMICI DEL PROTEZIONE DELL’IMPIEGO

La presenza di vincoli ai licenziamenti induce le imprese a ridurre quanto più possibile le variazioni della forza lavoro nel corso del ciclo economico, “appiattendone” il profilo nel tempo, allo scopo di minimizzare i costi di aggiustamento in cui incorrono. Se ciò da una parte rende più stabili i rapporti di lavoro, rende anche più difficile l’ingresso nel mondo del lavoro da parte chi è in cerca di occupazione.

La maggiore stabilità tuttavia non è gratuita. Un aspetto spesso ignorato dei costi di licenziamento consiste nella possibilità che le imprese li aggirino facendoli pagare ai lavoratori attraverso minori salari. Un’analisi della riforma del 1990 mostra che la legge ha ottenuto gli effetti previsti: alzando i costi di licenziamento sulle piccole imprese ne ha ridotto i licenziamenti, ma anche le assunzioni. (1)

Tuttavia, parte dell’aumento dei costi di licenziamento è stato pagato non dalle imprese, ma dai lavoratori nella forma di minori salari. La riduzione dei salari dei lavoratori delle piccole imprese rispetto alle grandi dopo la riforma del 1990 è di circa il 3 per cento, il che corrisponde a un trasferimento del 40 per cento dei costi di licenziamento dalle imprese ai lavoratori. Il calo è possibile in quanto molto spesso i lavoratori delle piccole imprese non hanno potere contrattuale nella determinazione del salario.

PROTEZIONE DELL’IMPIEGO O DEL REDDITO?

Quale lezione trarre da questo episodio? Primo, nei roventi dibattiti che periodicamente si affacciano sulla scena italiana sarebbe opportuno considerare non solo i vantaggi che la legislazione offre ai lavoratori (maggiore stabilità dell’impiego) ma anche i costi (maggiore durata della disoccupazione e minori salari). Secondo, se è vero che l’arbitrato è un modo per aggirare la legislazione in materia di protezione dell’impiego, è anche vero che esistono tanti altri modi di aggirarlo, tra cui quello di ridurre i salari o di costringere i lavoratori ad aprirsi una partita Iva.

Ed è ingente la massa dei lavoratori oggi esposta alle fluttuazioni del mercato del lavoro, perché a tempo determinato o perché a partita Iva o altro. L’attuale crisi ha riproposto con drammaticità questo problema. A questo punto, non è meglio ripensare l’intero modello e puntare sulla protezione del reddito dei lavoratori piuttosto che sulla protezione del posto di lavoro? ( Fonte: www.lavoce.info)

(1)Leonardi, M. e Giovanni Pica “Employment Protection Legislation and Wages” IZA Discussion Paper 2680.

Redazioneonline- Osservatorio Nazionale

 
Di redazione (del 15/03/2010 @ 08:00:00, in Osservatorio Nazionale, linkato 244 volte)

Chissà che questa vicenda tragicomica, ma anche trucida, delle liste elettorali truccate, con scambi di colpi proibiti fra gli esponenti delle opposte nomenklature, non disgusti il cittadino al punto da fargli finalmente capire che la democrazia rappresentativa non ha niente a che fare con la democrazia, ma è un sistema (meglio congegnato in altri Paesi ma che da noi sta perdendo la maschera) di oligarchie, di lobbies, di camarille, di associazioni paramafiose, che il cittadino è chiamato ogni tot anni a legittimare col voto perché possano continuare, sotto la forma di un'apparente legittimità, i loro abusi, i loro soprusi, le loro illegalità.
I segnali ci sono.

E vengono non solo dal forte astensionismo segnalato dai sondaggi, e che non a caso preoccupa moltissimo gli oligarchi, ma dal fatto che per la prima volta un'esortazione all'astensionismo non viene da gruppuscoli extraparlamentari ma dall'autorevole ItaliaFutura, la Fondazione promossa da Montezemolo, per la penna di Carlo Calenda e Andrea Romano (che immagino giovani).

I due immaginano che dopo le elezioni i partiti, raccolto o piuttosto estorto in qualche modo il consenso, continuino con le loro manfrine, le loro lotte intestine, i loro mascheroni che ogni giorno ci arringano dagli schermi televisivi senza che il giornalista, col microfono sotto il loro naso come una sputacchiera, abbia il coraggio, o la possibilità, di fare un'obiezione. E a questo pensiero, ai Calenda e ai Romano, gli vien da svenire.

Io che assisto a questi spettacolini da una quarantina d'anni non posso avere il loro stesso sgomento. Però la dose della mia nausea è, credo, di gran lunga superiore. Chi sono questi uomini che, al governo, nelle regioni, nelle province, nei grandi comuni, ci comandano e che noi, con un masochismo abbastanza impressionante che «dovrebbe lasciar stupiti gli uomini capaci di riflessione» come notava Jacques Necker già nel 1792, paghiamo perché ci comandino? Sono uomini senza qualità la cui legittimazione è tutta interna al meccanismo "democratico" che li ha messi in orbita.

La loro sola qualità è di non averne alcuna. Ma perché mai io dovrei, perdio, farmi comandare da Gasparri, da Bonaiuti, da Bersani, da Franceschini? In queste congreghe di ominucoli, baciati in fronte dal truffaldino meccanismo elettorale, gli unici ad avere una qualche personalità sono quasi sempre dei delinquenti o dei mezzi delinquenti. E non si sa davvero che preferire perché, come diceva Talleirand, «preferisco i delinquenti ai cretini, perché i primi, perlomeno, ogni tanto si riposano».

Torna in auge anche il "qualunquismo", altra parola tabù per le oligarchie. Il Qualunquismo fu il movimento creato dal commediografo Guglielmo Giannini nel primo dopoguerra. Proponeva, in sostanza, l'abolizione dei partiti mentre il governo sarebbe stato affidato a un "Ragioniere dello Stato" che lo avrebbe tenuto per cinque anni, senza possibilità di rinnovo del mandato. Il Qualunquismo era troppo in anticipo sui tempi. Benché la partitocrazia fosse già ben presente nel Paese (nasce col Cln) le ideologie, liberalismo o marxismo, erano ancora forti e una scelta "o di qua o di là" poteva avere ancora un senso. Ma oggi che i sedicenti liberali sono diventati illiberali (non solo in politica interna ma anche estera) e la sinistra, o presunta tale, ha abbracciato i gaudiosi meccanismi del libero mercato, la nostra unica alternativa è di scegliere da quale oligarchia preferiamo essere comandati, schiacciati, umiliati, pagando il tutto a prezzi, umani ed economici, altissimi. Ben venga quindi un "Ragioniere dello Stato". E poiché in Italia ormai il più pulito c'ha la rogna io farei, come nel calcio, una campagna acquisti all'estero. Un Gaulaiter tedesco andrebbe benissimo. ( Fonte: www.massimofini.it)

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Di Mario
Enrico, cosa intendi col "recupero dei voti degli esclusi"????Magari che gli assenti hanno ragione??A casa mia gli assenti hanno sempre torto.Così come dovrebbe essere in qualsiasi società democratica...
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...indicato come causa, effettivamente il trend e' una scusa; taluni fattori sono tendenziali nel medio e breve non da un giorno all'altro
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Mario, tutti i sistemi vanno bene se consentono il recupero dei voti degli esclusi, ovvero il doppio turno e senza premi che si finisce col far governare maggioranze relative: col governo non parlam...
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