In poche ore, il sistema radiotelevisivo e i suoi rapporti con la politica sono diventati l'argomento centrale di una campagna ormai più nazionale che regionale. Prima - anticipata dal quotidiano "Il fatto" - è arrivata l'indiscrezione secondo la quale nell'inchiesta di Trani il premier, il direttore del Tg1 Minzolini, e il commissario dell'Agcom Innocenzi sarebbero indagati per presunte pressioni di Berlusconi volte a far chiudere "Annozero". Poi è giunta la delibera del Tar del Lazio (seguita dalla decisione dell'Agcom) che permette a Sky ed emittenti private di non sottostare alle regole sui "talk show" volute per la Rai dalla Commissione di vigilanza.
Se fosse vero, il "caso Santoro" sarebbe molto grave. Il problema di fondo, tuttavia, resta l'eterno rapporto ambiguo fra politica e televisione, che neppure la "par condicio" è riuscita a migliorare. Il giudizio del Tar dimostra che la legge non va applicata restringendo gli spazi informativi ma garantendo il pluralismo delle voci. Chi non gradisce un talk show cambia canale e cerca di meglio, com'è sempre accaduto.
Secondo uno studio compiuto dal Censis nel 2009, la televisione resta il principale mezzo utilizzato dagli italiani per informarsi sull'offerta politica: lo scorso anno solo il 30% ha scelto i programmi giornalistici di approfondimento (quelli bloccati di recente dalla "par condicio") mentre il 69% ha preferito i telegiornali. Il trattamento equo delle forze politiche in lizza va dunque cercato più nei tg che altrove.
Però c'è un aspetto importante da non trascurare. Sempre che le accuse siano fondate - il che è tutto da dimostrare - è bene precisare che bloccare una trasmissione perché non se ne condivide la linea crea solo un martire (il conduttore) e non porta voti; cancellarla pensando di cambiare l'esito del voto è illusorio.
Infatti, come accade per i quotidiani d'opinione, anche alcuni talk show e taluni tg hanno un pubblico schierato, che li sceglie per rafforzare il proprio orientamento. È quasi impossibile che Santoro "converta" spettatori di destra o che un Tg più vicino alla maggioranza possa "folgorare" gli elettori del Pd sulla via di Damasco, spingendoli a cambiare voto.
Semmai il problema può porsi per le testate come il Tg1, per definizione neutrali. È qui che può teoricamente nascere la tentazione di orientare il clima più con la scelta degli argomenti - tali da generare o sopire l'attenzione su un determinato tema della campagna elettorale - che con la presenza dei politici nei tg.
Il punto è che chi avesse la tentazione di influenzare il voto grazie alla Tv commetterebbe un grave errore - ormai i bacini elettorali sono abbastanza stabili - e offenderebbe l'intelligenza di milioni di persone, perché - secondo il rapporto Censis di fine 2008 - ben l'82,5% degli italiani pensa che i Tg siano troppo legati al potere politico. In altre parole, gli elettori preferiscono i Tg per informarsi, ma non sono sprovveduti: soppesano bene quel che vedono e che ascoltano. Ma soprattutto capiscono se la realtà raccontata dal piccolo schermo corrisponde o meno a quella in cui vivono. ( Fonte: americaoggi.info)
Il 28 e 29 marzo si terranno le elezioni per il rinnovo di tredici consigli regionali. Elezioni importanti, che hanno una fortissima valenza politica. Ma con quale sistema elettorale si vota? Una legge costituzionale del 1999 dà alle Regioni la possibilità di disciplinare in maniera indipendente le norme elettorali. E il quadro delle regole sul voto è oggi molto variegato. Non mancano neanche i conflitti con lo Stato, che ha fissato i principi generali a cui le Regioni dovrebbero attenersi. Il caso più eclatante è sul vincolo al numero dei mandati del presidente.
Il 28 e 29 marzo prossimi si terranno le elezioni per il rinnovo di tredici consigli regionali, cioè la quasi totalità delle Regioni a statuto ordinario: sono escluse solo Abruzzo e Molise, che hanno rinnovato i propri consigli rispettivamente nel 2008 e nel 2006.
Sia per il ruolo sempre più importante svolto dalle Regioni, sia per l’ampiezza dell’elettorato coinvolto, si tratta di elezioni che hanno una fortissima valenza politica.
Al di là delle incredibili vicende burocratiche che stanno arricchendo le cronache di questi giorni, sono numerosi gli aspetti di interesse della tornata elettorale. In questo contributo, preme sottolineare in particolare la differenza tra i sistemi elettorali utilizzati dalle diverse Regioni.
LA LEGGE ELETTORALE REGIONALE ORIGINARIA
La possibilità di disciplinare in maniera indipendente le norme elettorali è stata introdotta con legge costituzionale 1/1999. Prima, le elezioni regionali (consiglio e presidente) erano tutte regolate da un sistema di norme che comprendeva la legge 108/1968, la legge 43/1995 (legge Tatarella) e la stessa legge costituzionale 1/1999. A esse, si è più di recente aggiunta la legge 165/2004, sui principi fondamentali per la disciplina delle leggi elettorali regionali.
Peraltro, le norme di disciplina originaria si applicano ancora alle Regioni che non hanno approvato una propria legge elettorale. Prevedono l’elezione diretta del presidente della giunta regionale e un complicato sistema di attribuzione dei seggi spettanti ai consiglieri regionali. L’elezione del consiglio regionale, infatti, avviene per l’80 per cento dei suoi membri su base provinciale e proporzionale, con possibilità di esprimere un voto di preferenza. I voti raccolti da un partito a livello regionale determinano il numero dei suoi consiglieri.
Questi vengono ripartiti ulteriormente tra province, a seconda dei voti conquistati in ciascuna di esse dal partito, e, una volta stabilito il numero dei consiglieri ottenuti da ciascuna provincia, i seggi vengono attribuiti in base alle preferenze conquistate dai candidati consiglieri. Il restante numero di seggi viene assegnato con un premio di maggioranza che è pero variabile. Ogni candidato presidente è anche a capo di un “listino” bloccato. Il candidato che ottiene più voti diventa presidente della Regione. Senza entrare nei dettagli della successiva ripartizione dei seggi, è sufficiente sapere che se i seggi ottenuti al proporzionale dal candidato vincente non superano il 50 per cento dei seggi totali, tutti i componenti del listino vengono eletti per garantire la maggioranza al presidente eletto. In caso contrario, viene eletto un numero proporzionalmente inferiore al crescere dei seggi già conquistati nella parte proporzionale.
Questa complicazione è principalmente dovuta alla possibilità di esprimere un voto disgiunto: l’elettore può decidere di votare per un candidato presidente e allo stesso tempo di votare per un partito non collegato a quel presidente. Con il premio di maggioranza variabile si evitano situazioni, non così rare nel caso delle città con più di 15mila abitanti, in cui il candidato vincente non dispone di una maggioranza nel consiglio. Il presidente eletto avrà, grazie a questo meccanismo, una maggioranza pari ad almeno il 55 per cento dei seggi. Le liste che ottengono meno del 3 per cento dei voti su base regionale sono di norma escluse dalla ripartizione dei seggi; tuttavia, sono ammesse se sono collegate a un listino che ha ottenuto più del 5 per cento dei suffragi. Infine, il primo tra i candidati presidenti sconfitti è automaticamente eletto in consiglio regionale.
DOVE NON CAMBIA NULLA
Vediamo ora nel dettaglio quali Regioni hanno sfruttato la possibilità di personalizzare le regole elettorali e come questa possibilità si è in effetti tradotta in differenze sostanziali rispetto alla disciplina esistente. Alcune Regioni hanno mantenuto la legge originaria: Emilia-Romagna, Liguria, Lombardia e Veneto. Al massimo, in sede di approvazione degli Statuti, è stata variata la dimensione dei consigli regionali. La Basilicata ha modificato in extremis la legge elettorale regionale con la Lr 3/ 2010 (abolizione del listino bloccato), ma la sua applicazione è stata comunque rimandata alla prossima legislatura. Il provvedimento è inoltre oggetto di ricorso del Consiglio dei ministri presso la Corte costituzionale.
LE ALTRE REGIONI
Dall'analisi delle riforme elettorali regionali in Italia, emerge un quadro davvero interessante. Procediamo in ordina alfabetico.
La Calabria ha già votato nel 2005 con la nuova legge elettorale, approvata con Lr 1/2005. La legge prevede l’abolizione del listino bloccato e soglie di sbarramento al 4 e 8 per cento, rispettivamente per partiti e coalizioni. Recentemente, con Lr 25/2009, è stato anche introdotto l’obbligo di elezioni primarie, e l'esclusione dai rimborsi elettorali del partito che non candida il vincente delle primarie.
La Campania ha approvato una nuova legge elettorale con Lr 4/2009. Mantiene il premio di maggioranza, pur eliminando il listino bloccato, e introduce due norme di pari opportunità: la possibilità di un secondo voto di preferenza (nel caso uno dei due voti sia stato espresso per un candidato donna) e una quota di candidature per genere, all’interno di ogni lista, non superiore ai due terzi.
Il Lazio ha approvato una legge simile con Lr 2/2005, in cui spiccano la quota di candidature per genere inferiori ai due terzi (collegata al mancato rimborso delle spese elettorali) e la garanzia di rappresentanza per ogni provincia.
Nelle Marche, la Lr 27/2004 prevede l’eliminazione del listino e della possibilità di voto disgiunto. In Puglia la nuova normativa elettorale è stata introdotta con Lr 2/2005. Come nel Lazio, stabilisce l'esclusione dai rimborsi elettorali delle liste che non rispettano le quote per genere; l’abolizione del listino e una soglia di sbarramento del 4 per cento su base regionale per ogni partito.
In Toscana, la Lr 25/2004 aveva introdotto il ricorso alle primarie per la formazione delle liste e la scelta del candidato presidente. Le liste così risultanti erano però bloccate e non era possibile esprimere preferenze. Nel 2010, la norma viene rivista con l’introduzione di una soglia di sbarramento per partiti e coalizioni pari al 4 per cento.
Infine, in Umbria, con Lr 2/2010, è stato stabilito che siano eletti consiglieri regionali tutti i candidati alla carica di presidente sconfitti e collegati a liste che abbiano conseguito almeno un seggio. Inoltre, alle minoranze è garantito il 35 per cento dei seggi.
LEGGE NAZIONALE E LEGGI REGIONALI: CONFLITTI E RICORSI
Il processo di riforma in senso federale dell’Italia ha previsto in questi anni una nuova suddivisione di competenze legislative tra Stato e Regioni. Puntualmente, insieme al processo di revisione delle competenze sono aumentati i ricorsi per conflitti di attribuzione davanti alla Consulta. Anche in ambito elettorale, i ricorsi dello Stato contro le Regioni sono stati numerosi, ma quasi sempre la Consulta ha dato ragione ai governi locali (per esempio, nel caso della Campania).
Un altro livello di scontro emerge dal conflitto tra leggi regionali e principi fondamentali cui quelle dovrebbero attenersi. Uno degli esempi più eclatanti, da questo punto di vista, è il vincolo di mandato previsto dall’articolo 2 della legge 165/2004, ma non rispettato da Regioni come Emilia-Romagna e Lombardia. ( Fonte: www.lavoce.info)
La guerra delle piazze non promette niente di buono. Entrambi i poli vi porteranno infatti le proprie accuse all'avversario, le rimostranze, le delusioni; a dispetto delle promesse, invece, i programmi restano per ora in un cono d'ombra, sovrastati da quel clima infuocato che Giorgio Napolitano non esita a definire "una bolgia".
C'è da chiedersi a chi giovi maggiormente questo stato di cose. Silvio Berlusconi non lo teme certamente, se non fosse per il rischio di una nuova aggressione stile Tartaglia (paventata ieri esplicitamente da Sandro Bondi): il premier è uomo di mischia e del resto ha già deciso di tentare di rovesciare la tendenza ribassista fotografata dai sondaggi (il centrodestra sarebbe in calo di quattro punti percentuali dopo la vicenda delle liste) "mettendoci la faccia". In altre parole, polarizzando ancora una volta la campagna elettorale attorno alla sua figura di condottiero unico della coalizione: il che in fondo lo avvantaggia anche nell'eterna partita con Gianfranco Fini.
L'atmosfera incandescente potrebbe piuttosto giocare un brutto scherzo a Pier Luigi Bersani il quale si è detto molto tranquillo sul fatto che Antonio Di Pietro non attaccherà in piazza il capo dello Stato. Qualche dubbio però ci deve essere se Enrico Letta ha sentito il bisogno di precisare che chi criticherà il Quirinale sarà automaticamente fuori dalla coalizione. Il dipietrista Donadi lo ha invitato a "fare un bagno di umiltà " e il leader dell'Italia dei valori ha ribadito che a suo avviso il premier minacciò il ricorso alla piazza nel caso il presidente della Repubblica non avesse firmato il decreto salva-liste.
Un modo implicito per avanzare sospetti sulle reali motivazioni di Napolitano, a dispetto della nota ufficiale di smentita di questa ricostruzione diramata mercoledì dal Colle. C'é insomma una tensione latente alimentata dalle parole di Di Pietro il quale non esita a compiere una "chiamata alle armi" contro l'esecutivo, tra la costernazione dei moderati di entrambi i poli.
La scelta delle due piazze di Roma peraltro (Pd ed Idv a piazza del Popolo, il Pdl nella ben più capiente piazza san Giovanni) la dice lunga sul diverso rilievo che maggioranza e opposizione attribuiscono alle rispettive manifestazioni: i democratici puntano a creare una rete trasversale (sabato ci saranno comizi in molte altre città italiane), il Pdl a una prova di forza per contestare il "sopruso" di cui ritiene di essere stato vittima.
Si tratterà di vedere quale strategia pagherà di più. Bersani batte sul problema del lavoro e contesta la gestione della crisi da parte del governo: se riuscirà a tenere su questi binari la manifestazione di sabato prossimo, riuscirà probabilmente a catturare l'attenzione dell'opinione pubblica e a circoscrivere l'estremismo degli alleati con un recupero dell'immagine riformista del Pd.
Il Cavaliere è più combattuto. Ammette di essere "davvero teso", anche per colpa del "disegno ben pensato" di una certa magistratura che lo ha messo in difficoltà sulle liste. Ma si rende conto del pericolo di impostare tutta la propria campagna su una tematica così sfuggente che certo non appassiona l'opinione pubblica. Non a caso sottolinea anche l'importanza del "fattore psicologico" nel contrastare la crisi economica, dispensa ottimismo, parla di una ripresa lenta ma in atto: è quello che il suo blocco sociale di riferimento vuole sentirsi dire dopo mesi di buio.
Con ogni probabilità, comunque, il premier ha in serbo qualche colpo a sorpresa. Ignazio La Russa fa sapere che dopo il voto partirà una "fase 2" del centrodestra con un congresso e l'avvio del percorso delle riforme. Un percorso certamente in salita se non cambieranno i rapporti con l'opposizione. In questo senso si preannunciano tensioni con quanti, a cominciare da Fini e da Bossi, non sono affatto favorevoli a procedere a colpi di maggioranza ma intendono ascoltare l'invito del Colle a cercare un terreno condiviso: ciò significa che le riforme non potrebbero certamente partire da quella della giustizia, come vorrebbe invece il premier.
Molto dipenderà dai risultati. Per ora Berlusconi e Bersani fanno pretattica: il primo punta a conquistare almeno cinque regioni, strappandone tre al centrosinistra, il secondo riterrebbe una vittoria chiudere sette a sei per l'opposizione ma in realtà spera in un successo più netto. A decidere l'esito della battaglia saranno gli ultimi giorni di campagna elettorale. ( Fonte: americaoggi.info)
Il centrosinistra torna in piazza oggi insieme per manifestare in difesa della regole, in protesta contro il dl salva-liste del governo ma anche per avanzare in vista delle regionali proposte sul lavoro e sull'ambiente. Sotto lo slogan "Democrazia, legalità, lavoro. Sì alle regole e ai diritti. No ai trucchi. Per vincere", dalle 14,30, a piazza del Popolo, il Pd ha chiamato a raccolta Verdi, Sel, Federazione della Sinistra, Socialisti, Idv e associazioni, tra le quali il popolo 'viola':almeno 200mila persone, secondo gli organizzatori. Analoghe manifestazioni in altre piazze d'Italia .
ROMA. ''Una bella giornata, una festa per l'alternativa''. Cosi' il segretario del Pd. Pier Luigi Bersani, ha commentato la riuscita della manifestazione del centrosinistra a Piazza del Popolo.
UN'ALTRA ITALIA E' POSSIBILE - ''Dobbiamo cambiare l'agenda di questo Paese, mettere il lavoro, la scuola e la sanita' universalistici al centro della nostra campagna regionale. Teniamo su i nostri valori. Diremo che un'altra Italia e' possibile, combatteremo Berlusconi ma non avremo lui negli occhi''. E' l'alternativa che il segretario del Pd descrive dal palco di Piazza del Popolo. ''Berlusconi non puo' piu' parlare - afferma Bersani - al futuro del nostro Paese. E' troppo forte per essere finito ma e' gia' finito per essere davvero forte''.
PREMIER FA TUTTO TRANNE SUO MESTIERE - ''L'agenda di governo e' in mano a uno solo che le occupa con leggi per se' e i suoi. Berlusconi fa il capopopolo, il capopartito, il caporedattore del Tg1... fa tutto tranne il suo mestiere'', ha detto ancora il segretario del Pd.
BONINO: SERVE UN NUOVO INIZIO - "Serve un nuovo inizio a partire dalla concezione della politica. Spero di rappresentare anche chi in passato ha votato altro ma ora sente come noi il bisogno di legalità, pulizia, rispetto delle regole, decenza e decoro istituzionale". Emma Bonino, candidata alla presidenza della Regione Lazio, scalda così Piazza del Popolo dove da poco è cominciata la manifestazione del centrosinistra per protestare contro il dl salva-liste. "Noi dobbiamo essere la speranza - ha affermato Bonino - la proposta e non solo la sterile protesta. Un mondo diverso è possibile, dipende da voi tutti ma occorre essere alternativi al vecchio e al regime da basso impero".
REGOLE DAY: DI PIETRO, IN PIAZZA CONTRO REGIME BERLUSCONI - ''Il regime e' ormai alle porte, e' tempo di resistenza e di assunzione di responsabilita' da parte del centrosinistra per fermare questa situazione: questa piazza e' qui per denunciare il regime del governo Berlusconi che riteniamo vada fermato il prima possibile, e' di questo che ci occupiamo''. Lo ha detto il leader dell'Italia dei valori, Antonio Di Pietro, arrivando a piazza del Popolo e rispondendo a chi gli chiedeva della posizione dell'Idv sul Quirinale. ''L'Italia dei valori - ha detto Di Pietro - ha promosso questa manifestazione e ne promuovera' molte altre da ora fino alla fine del governo Berlusconi che ci auguriamo avvenga al piu' presto''. ''I cittadini - ha concluso - sono stufi di farsi prendere in giro da questo governo che toglie il potere al Parlamento, vuole un'informazione imbavagliata, a volte comprata e nella quale gli organi di garanzia sono denigrati''.
TRANQUILLI: PARLO SOLO DI DERIVA FASCISTA GOVERNO - ''Tirate un sospiro di sollievo: noi dell'Italia dei valori da oggi non affronteremo altro argomento se non la deriva anti-democratica del governo'', ha rassicurato dal palco Di Pietro. ''E' della deriva fascista del governo - ha aggiunto - che ci dobbiamo occupare, solo di questo dobbiamo parlare''.
VENDOLA, OGGI RICOMINCIA CANTIERE ALTERNATIVA - ''Se e' vero che il racconto berlusconiano e' finito, noi non possiamo stare come nell'adagio cinese seduti sulla sponda del fiume ad aspettare che passi il cadavere dell'avversario. Il racconto berlusconiano non funziona piu' ma noi non ne abbiamo ancora uno alternativo: oggi qui ricomincia il lavoro del cantiere dell'alternativa''. Lo ha detto il leader di Sinistra e liberta' Nichi Vendola parlando dal palco della manifestazione di piazza del Popolo in un intervento molto applaudito e durante il quale tutte le bandiere della piazza sono state alzate e sventolate. Il centrosinistra, ha aggiunto, ''qui non solo ritrova un colloquio al suo interno ma anche la propria piazza, il proprio popolo''. ''Ricominciamo - ha concluso Vendola - da dove Berlusconi ha inferto l'ultimo colpo. Ricominciamo con un discorso chiaro: o faremo questo o falliremo. Hanno portato l'Italia in un angolo, abbiamo il dovere di risollevarla in piedi''. Appena arrivato a piazza del Popolo Vendola si e' subito avvicinato per un affettuoso colloquio all'ex presidente della Camera Fausto Bertinotti.
BOBO CRAXI, IN ITALIA NO GOVERNO MA POTERE - ''Questa piazza ha il carattere di una risposta, nel senso che il decreto che si e' inteso promulgare in piena campagna elettorale da' la dimensione di un Paese che non ha un governo ma un potere''. Lo ha detto il leader socialista Bobo Craxi oggi in piazza del Popolo per il Regole Day. ''Per questo - ha aggiunto - e' giusto che se l'opposizione democratica esiste faccia sentire non solo la sua voce ma anche raccogliere l'indignazione che esiste nel Paese. La risposta - ha proseguito Craxi - e' stata data. Mi auguro che la stessa spinta animi gli italiani in questa campagna elettorale premiando le amministrazioni del centrosinistra che hanno fatto bene e impedendo l'avanzata leghista al nord''.
CASINI, ERRORE POLITICO CARTELLI CONTRO NAPOLITANO - ''Una piazza che recupera l'Ulivo e dove si esibiscono cartelli oltraggiosi nei confronti del Capo dello Stato e' un errore politico gravissimo e un aiuto insperato a Berlusconi''. Lo ha detto il leader dell'Udc, Pier Ferdinando Casini, commentando la manifestazione in corso a Roma. ''E' un errore politico gravissimo - ha ribadito Casini - e un aiuto a Berlusconi nel momento in cui il premier deve dare risposta sulle cose che non ha fatto''.
BERLUSCONI, GROTTESCO SINISTRA IN PIAZZA PER LIBERTA' - ''E' grottesco che oggi si manifesti per la perdita' di liberta' quando e' a noi che si cerca di togliere liberta' di voto''. Lo afferma il premier Silvio Berlusconi commentando al Tg4 la manifestazione di oggi pomeriggio del centrosinistra a piazza del Popolo. "Io rispetto - ha affermato Berlusconi - le manifestazioni di piazza che sono espressione incontestabile della democrazia ma quella di oggi è un aggregato stravagante con il solito Di Pietro leader incontrastato della sinistra che ha ammanettato l'estrema sinistra, il Pd di Bersani, il popolo viola e i nuovi giustizialisti della Bonino".
SANTORO, NON VADO A MANIFESTAZIONI DI PARTITO - ''Da quando sono tornato in Rai non partecipo a nessuna manifestazione di partito'': con queste parole Michele Santoro ha declinato l'invito proveniente da piu' parti a partecipare alla manifestazione di oggi a Piazza del Popolo. In rappresentanza delle voci televisive e' prevista la presenza di Riccardo Iacona, giornalista di Presa Diretta su Raitre.
BERTINOTTI, BERLUSCONI IN DIFFICOLTA' "Berlusconi è in difficoltà, questo non vuol dire che il sistema da lui costruito sia prossimo al collasso ma oggi comincia a incrinarsi nel suo profondo". Lo ha detto l'ex presidente della Camera, Fausto Bertinotti, a margine della manifestazione a piazza del Popolo. "Il suo blocco sociale - ha concluso - si sta incrinando nella crisi con la corruzione che entra come un cuneo e lo spacca".
IL POPOLO VIOLA IN PIAZZA A BOLOGNA - Nel giorno della manifestazione del centrosinistra a Roma, il Popolo Viola e' voluto scendere in piazza anche a Bologna. Circa un migliaio di persone, provenienti da diverse province dell'Emilia-Romagna si sono date appuntamento in piazza XX settembre. Molti i cartelli, gli striscioni o i manifesti contro Berlusconi fra cui ''se questa non e' dittatura'', ''Leggi ad personam, decreto ad partitum'', il ''5 marzo (data del decreto salvaliste, ndr) la democrazia e' venuta a mancare''. Su un banchetto venivano anche vendute borsine di tela con la scritta ''in viola contro chi viola''. Nella piazza molti gli striscioni, ma anche alcune bandiere rosse di ''Sinistra ecologia e liberta''. Dal palco, ricavato da un portellone mobile di un camion, si sono succeduti diversi esponenti del Popolo Viola e delle associazioni, fra cui l'Anpi, che hanno aderito alla manifestazione. Molto le parole contro le ultime decisioni del governo Berlusconi: non solo il decreto salva-liste, ma anche la norma sul legittimo impedimento. Le critiche hanno toccato anche il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, per la sua decisione di firmare il decreto interpretativo sulle liste elettorali che, a giudizio di chi le ha pronunciate, hanno privilegiato il diritto dei cittadini ''a scegliere chi votare ritenuto superiore alla legge'' . ( Fonte: americaoggi.info)
Per Berlusconi, l'inchiesta di Trani che lo vede indagato per concussione insieme al direttore del Tg1 Minzolini e al commissario Agcom Innocenzi, "è ridicola e grottesca" e anche il suo ministro della Giustizia Angelino Alfano la considera quantomeno sospetta: "Oggi stesso invierò gli ispettori a Trani per andare a verificare cosa è successo. Ovviamente senza interferire nell'indagine, potere che non mi compete ma solo per capire come possano verificarsi queste gravi patologie" ha spiegato.
L'inchiesta, anticipata l'altro ieri dal "Fatto quotidiano" si basa sulle intercettazioni di telefonate in cui il premier chiede con insistenza a Innocenzi di intervenire come Agcom per bloccare i programmi che gli sono più indigesti. Il premier appare furibondo soprattutto per una puntata (annunciata) di "Annozero" sul processo Mills e invita Innocenzi a darsi da fare. Quest'ultimo si dimostra molto zelante e suggerisce un esposto come unica strada per muovere l'Authority di cui fa parte. Il testo viene elaborato e verificato anche in Rai. Quanto a Minzolini, le telefonate mostrano una disponibilita del "direttorissimo" (così lo chiama il premier) ad aggiustare qualsiasi notizia nel modo migliore per il Cavaliere.
E Berlusconi, questa mattina, è partito a testa bassa. In collegamento telefonico con il Tg4 ha risposto a una domanda di Emilio Fede: "Mi occupo di cose serie, non di cose ridicole e addirittura grottesche". "Per quanto concerne la Rai - ha detto il presidente del Consiglio - posso dire che ho sempre ritenuto inaccettabile, come lo ritengono inaccettabile tutte le persone di buon senso, che si sottopongano a processi in tv delle persone che sono già sotto processo davanti ai giudici e che si accusano in tv di tutto con ferocia e senza dare loro la possibilità di difendersi. E ho sempre chiesto a destra e a manca che si facessero esposti in tal senso all'autorità apposita per le comunicazioni perchè assumesse gli opportuni provvedimenti".
Come nasce l'inchiesta. "Intercettazioni inutili", "Intercettazioni ad orologeria". Il centrodestra si è subito scatenato sui dialoghi telefonici tra Berlusconi, Innocenzi e Minzolini accusando i pm di Trani di montatura politica e di aver voluto condizionare la campagna elettorale. Oggi, fonti giudiziarie della città pugliese fanno sapere che i telefoni del premier non sono stati sottoposti ovviamente a controlli dalla procura di Trani: le conversazioni telefoniche in cui si sente la voce del premier, e di cui ha parlato ieri 'Il Fatto Quotidiano', sono state captate perchè egli parlava con persone le cui utenze erano sotto intercettazione.
Nell'inchiesta di Trani, avviata prima sui presunti tassi usurari applicati ai titolari di carta di credito tipo 'revolving' di American Express, si è poi aperto 'casualmente' - sostengono gli inquirenti - il giro di telefonate tra il premier, Silvio Berlusconi, il direttore del Tg1 Augusto Minzolini, e il commissario dell'Authority, Giancarlo Innocenzi. Il reato ipotizzato in questa indagine è la concussione per il pressing esercitato dal capo del governo per arrivare alla chiusura di Annozero.
Questo filone investigativo è quindi assolutamente autonomo rispetto a quello delle carte di credito per il quale si ipotizza l'usura per i tassi applicati ai clienti in mora nei pagamenti. Sono state proprio le persone coinvolte in quest'ultima indagine a contattare giornalisti e lo stesso direttore del TG1 per evitare che la stampa nazionale si occupasse della vicenda. In proposito, sia Minzolini che Innocenzi erano stati sentiti a dicembre come testimoni. Gli inquirenti avevano chiesto loro di non divulgare particolari dell'inchiesta appresi nell'interrogatorio. Poi, però, deve essere successo qualcosa che ha convinto i pm a puntare di più l'attenzione su Minzolini e Innocenzi e sui loro rapporto con gli indagati. Da qui le intercettazioni che hanno evidenziato un'altra ipotesi di reato. (Fonte: Repubblica.it - Gruppo Editoriale L'Espresso Spa)
Ma non chiamatela politica. Dategli almeno un altro nome, meglio se inventato: chiamatela “pasticcia” o magari “raffazzona”, o anche “rabbercia”. Insomma, dategli il nome che volete ma vi prego non chiamatela “politica”. Perché lo spettacolo di questi giorni, di queste ore, di faldoni, carte bollate, decreti, azzeccagarbugli, circolari, firme, controfirme, telefonate, liste vere, liste finte, urla, manifestazioni, ricorsi, dichiarazioni, accuse infondate e di scuse mai arrivate, responsabili irresponsabili, non può assomigliare nemmeno da lontano all’arte magnifica di governare la città.
Chiamatela con un altro nome per cercare di salvare il salvabile tenendo fuori dallo spettacolo di questi giorni l’idea, la speranza, l’opportunità di una politica che sappia portare avanti i propri compiti vitali: impegnarsi con tutte le proprie forze per il bene comune; prendere decisioni che sappiano individuare la strada che la società deve prendere; scrivere quel romanzo collettivo in cui tutti i cittadini dovrebbero poter ritrovarsi. E riconoscersi.
Chiamatela con un altro nome perché non può essere politica quella che crea – come spiega Massimo Franco oggi sul Corriere – questo caos di fronte a un problema in fondo “minore”, burocratico, come quello delle liste. Quel che è successo è segno evidente della debolezza di una politica che non ha più coscienza di sé, di una politica che non sa più chi è e, d’altra parte, non si pone nemmeno il problema di scoprirlo. Una politica che si muove come un naufrago in mezzo all’oceano, in preda ai venti e alle onde; che si muove nel deserto senza bussola e senza acqua. Senza meta e senza futuro.
Ma quella che si arrabatta senza altri obiettivi se non la salvezza individuale non può chiamarsi davvero politica, azione intrinsecamente collettiva. Dategli un altro nome, almeno. Perché altrimenti può cominciare a venire il dubbio che l’anti-politica sempre più diffusa nella società sia in realtà desiderio profondo di politica, quella vera. Quella che si può chiamare col suo nome, senza possibilità di sbagliare. ( Fonte: Fondazione Fare Futuro)
La notizia è di quelle che lasciano increduli. Ieri l’Amministratore Delegato dell’Eni Paolo Scaroni, spiazzando un po’ tutti, soprattutto i partners di Gazprom, ha dichiarato che South Stream, il progetto di pipeline in coabitazione tra Russia, Italia e Francia che aggira i paesi extracomunitari dell'est, dovrebbe fondersi con Nabucco, gasdotto concorrente voluto dai vertici europei e statunitensi per depotenziare l’arma energetica russa, la quale, secondo le alte sfere di Bruxelles e quelle di Washington, rischia di divenire un ricatto di lungo periodo per l’indipendenza energetica del Vecchio Continente.
Riporto interamente la notizia alla fine di queste breve riflessioni, tratta da un dispaccio dell’Agi news. Inutile negare che queste uscite apparentemente po’ bizzarre e fuori dal reale contesto geopolitico sono il prodotto di quella svolta strategica, per nulla vantaggiosa, che Berlusconi ha attuato con il suo discorso davanti alla Knesset, il parlamento Israeliano.
Da quel momento in poi si sono moltiplicate le scelte e le dichiarazioni ostili nei confronti dell’Iran e ora anche della Russia. Eppure solo qualche mese fa era stato lo stesso manager dell'Eni a criticare il progetto euro-americano, a suo dire troppo fumoso e scoordinato per produrre risultati effettivi, in un settore come quello dell’energia dove gli equilibri politici sono basilari. Inoltre, trattandosi di progetti a lunga scadenza la programmazione puntuale e le sinergie tra aziende e governi richiedono una unità d’intenti sugli obiettivi da conseguire che non possono essere definiti strada facendo. Scaroni, cito testualmente, in altro frangente si era dimostrato proprio di questo avviso: “Nabucco ha il fiato troppo corto perché tagli il traguardo questo perché manca un Paese fornitore di gas come principale attore di questo progetto…Faccio fatica a immaginare qualcuno che mette denaro sul tavolo senza avere nessuna sicurezza che alla fine il tubo che costruisce sia pieno di gas”.
Ovvero, una gestazione destinata a concludersi con un aborto spontaneo e prematuro. Naturalmente da Mosca sono arrivate dure reazioni contro le parole a ruota libera pronunciate da Scaroni: “Un compromesso tra i due progetti non può esserci di principio perché tutto al momento si gioca a livello politico” hanno ribattuto con tono stentorio i vertici del colosso russo. E a livello politico, il South Stream e il Nabucco sono progetti che si escludono inevitabilmente perchè veicolano interessi strategici dirimenti tra competitors geopolitici (Russia e Usa); altro che complementarietà e reciprocità! Se da Roma speravano di aggirare l’ostacolo politico di una convivenza con Mosca sempre più invisa agli alleati USA, riportando in auge la favola della cooperazione economica per la “massima profittabilità degli investimenti e l’integrazione delle iniziative”, hanno sbagliato del tutto i loro conti.
I russi sono in piena riconfigurazione dei propri assetti nazionali, anche in campo militare, per dar maggiore concretezza ad una proiezione di potenza sullo scacchiere internazionale finalizzata al recupero di quelle sfere d'influenza perdute dopo il crollo dell'URSS. Questo scherzetto italiano, equivalente ad un tradimento, è stato immediatamente rispedito al mittente da Mosca che, a questo punto, farebbe bene a chiedere un chiarimento al governo Berlusconi. Ma c’è da dire che pure sotto il solo profilo economico le affermazioni degli alti ranghi di San Donato sono del tutto autolesionistiche.
Operando nei termini palesati dall’Ad del cane a Sei Zampe si rinuncia preventivamente alla possibilità di creare un monopolio insieme ai russi per aderire a slogan ideologici sulla cooperazione allargata - per nulla innocenti e atti a celare la crescente sudditanza italiana verso gli statunitensi - che servono esclusivamente ad annacquare le posizioni di preminenza già conquistate. Questi benefici iniziali sono difendibili entro una cornice ristretta di iniziative bilaterali o al massimo trilaterali, come accade adesso per il South Stream. Oltre questo perimetro si perdono i vantaggi economici; quando poi, inseguendo valutazioni contrastanti col movimento della storia attuale indirizzato al policentrismo, si pensa di imbarcare nelle iniziative in corso paesi con una visione geopolitica opposta ai nostri interessi, si finirà certamente per neutralizzare anche le futuribili utilità geostrategiche.
Se le nuove politiche elaborate dal nucleo dirigente dell’Eni si riducono a queste barzellette auspichiamo che il Governo, almeno nella sua parte non compiacente con detti disegni che vanno in contrasto con gli interessi nazionali, si muova repentinamente per ridare coerenza ai suoi programmi. Persino defenestrando le attuali figure apicali dell’ENI.
(AGI-News) Houston, 10 mar. - I gasdotti South Stream e Nabucco dovrebbero fondersi diventando un unico progetto. Lo ha detto l'amministratore delegato dell'Eni, Paolo Scaroni, dal palco della Cera Week, uno dei principali summit sull'energia a livello globale. "Questi due gasdotti non sono alternativi ma complementari e dovrebbero condividere il tratto che va dalla Bulgaria all'Austria", ha precisato Scaroni, ricordando che South Stream e' il progetto sviluppato da Eni e Gazprom per trasportare in Europa fino a 63 bcm di gas dalla Russia e dall'Asia centrale, passando sotto il Mar Nero. Il Nabucco punta invece a trasportare 31 bcm di gas dall'Asia Centrale verso l'Europa entro il 2020. L'obiettivo comune e' quello di arginare l'Ucraina, attraverso la quale passa attualmente l'80% del gas che arriva in Europa dalla Russia.
"Entrami questi progetti - ha evidenziato il manager di Eni - richiedono ingenti investimenti. South Stream contempla tra i suoi fondatori Gazprom, che e' il piu' importante produttore di gas del mondo e quello che manca al Nabucco e' proprio un grosso produttore tra i suoi partners. Cio' spiega perche' il progetto non sia ancora partito pur essendo stato concepito nel 2002". Secondo Scaroni, i due gasdotti hanno quello che i banchieri definirebbero un "fit strategico" e quindi "se tutti i partners decidessero di fondere le due pipeline per un tratto - ha esortato il numero uno del Cane a sei zampe - si ridurrebbero gli investimenti, i costi operativi e si massimizzerebbero i profitti".
Sotto uno stesso tetto si troverebbero cosi' riuniti i principali produttori e i principali consumatori: il gas e il mercato del gas. I due progetti "riuscirebbero comunque a centrare i loro obiettivi strategici - ha insistito Scaroni - diversificando le forme di approvvigionamento e le rotte di transito". Per Scaroni, "la definizione di interconnessioni, lo sviluppo di fonti alternative e il rafforzamento dei corridoi di approvvigionamento, rappresentano tutte misure fondamentali per assicurare all'Europa forniture di gas abbondanti, convenienti e sicure". (AGI) -
I "fuochi artificiali" promessi da Silvio Berlusconi per rivitalizzare la campagna elettorale del centrodestra dimostrano quanto il premier sia consapevole della necessità di sottrarre tutto il suo schieramento alle sabbie mobili della burocrazia elettorale.
L'impressione è che il premier abbia deciso di lasciare ai legali del Pdl l'intricato fascicolo dei ricorsi, certamente indigesto e in parte incomprensibile per l'opinione pubblica, e di buttarsi corpo e anima nella campagna elettorale. Del resto la Lega aveva già fatto sapere che in caso di conferma dell'esclusione della lista del Pdl nel Lazio da parte del Tar, la battaglia si sarebbe dovuta ritenere ormai circoscritta ai tribunali: fallita la "soluzione politica" propugnata da Bossi, il Carroccio non sembra disponibile ad appoggiare nuove mosse che possano apparire all'elettorato inaccettabili forzature. Né la maggioranza ritiene percorribile l'ipotesi di un rinvio delle elezioni regionali chiesto dai radicali: è l'unico punto sul quale Pdl e Pd si trovano d'accordo.
Il Cavaliere ha tuttavia un problema: quello di trasmettere un'immagine di unità del centrodestra, incrinata dai dissidi interni che sembrano essere stati alla base del pasticcio delle liste. Questo è il primo dubbio da cancellare nell'immaginario dell'elettorato moderato: da giorni gli uomini del Pdl ripetono di essere rimasti vittime di abusi degli uffici elettorali se non di veri e propri tranelli. Il premier vorrebbe invece attaccare, come ha già detto, l'eccessivo fiscalismo dei controlli che autorizza il sospetto di manipolazioni ai danni del Popolo della libertà. In altre parole, rilanciare il concetto della scelta di campo, della lotta del bene contro il male, di regole e giustizia da rifondare.
Il tutto si svolge però su uno sfondo di enormi tensioni. L'attacco mosso oggi da una commissione del Csm al presidente del Consiglio, secondo il centrodestra è senza precedenti e in fondo si inserisce in questa trama. Per il Csm le critiche del capo del governo alla magistratura mettono a rischio la democrazia: Sandro Bondi replica che è piuttosto l'organo di autogoverno dei giudici a ingerirsi in politica e a picconare i principi del nostro ordinamento democratico. Giovanardi accusa senza mezzi termini il relatore del parere, Ugo Bergamo, di essere organico all'Udc e di dividersi tra militanza politica e finta imparzialità.
Clima ancora più tempestoso in Senato, dove il governo ha posto la fiducia sul legittimo impedimento: una nuova "legge porcata", denuncia l'Idv, con evidenti profili di incostituzionalità; un provvedimento ad personam, dice il Pd, di cui il Parlamento è costretto ad occuparsi quando incombono ben più gravi emergenze. In questo panorama sembra impensabile qualsiasi tipo di futuro dialogo. Ecco perché il Quirinale ha diffuso una nota per smentire le ricostruzioni giornalistiche di uno scontro con palazzo Chigi sulla prima bozza di decreto per sanare la situazione di Lombardia e Lazio e per escludere implicitamente che tra governo e presidenza della Repubblica esista un gioco di "ricatti" reciproci dopo che il decreto "interpretativo" si é rivelato di fatto un'arma spuntata.
Il fatto è che gli attacchi al ruolo di garanzia di Giorgio Napolitano, soprattutto da parte di Antonio Di Pietro, hanno lasciato una ferita difficile da sanare. Ufficialmente il leader dell'Italia dei valori ha stemperato i toni aggressivi nei confronti del Colle in vista delle manifestazioni di piazza di sabato prossimo insieme al Pd: manifestazioni che, assicura, saranno dirette contro il governo e non contro il capo dello Stato. Tuttavia i suoi non sembrano della stessa idea: Luigi de Magistris accusa Napolitano di avallare il "piano piduista" di Berlusconi e oggi l'europarlamentare Sonia Alfano ha portato l' attacco al presidente della Repubblica fin dentro il parlamento di Strasburgo, tra le critiche di Pdl e Pd.
L'interrogativo è se davvero queste posizioni oltranziste non avranno voce nella manifestazioni di piazza: ciò creerebbe evidente imbarazzo nel Partito democratico che, fin dal primo momento, ha tentato di fare una distinzione tra la posizione del premier e quella del capo dello Stato sul decreto salva-liste, snobbando però l'analisi di Oscar Luigi Scalfaro secondo il quale una soluzione andava comunque trovata per garantire a tutti la piena libertà di voto e soprattutto l'effettiva rappresentatività dei nuovi consigli regionali, senza la quale si aprirebbero problemi politici ancora più gravi. Analisi di un presidente emerito che coincide con quella di Napolitano. ( Fonte: americaoggi.info)
Dopo la nuova bocciatura della lista provinciale Pdl per le elezioni regionali del Lazio, il premier si prepara a reagire su due fronti: sul piano legale col ricorso al Consiglio di Stato e su quello politico prima con una conferenza stampa e poi con una manifestazione per mobilitare il "popolo azzurro" e sostenere in particolar modo la Polverini.
La vicenda, ovviamente, non finisce qui. Non si concluderà neppure dopo i ricorsi e nemmeno se si deciderà di svolgere regolarmente e senza rinvii le elezioni regionali. Ci sono parecchi motivi per pensare che finirà male. Il primo riguarda l'iter del decreto-legge: potrebbe essere convertito ma dichiarato incostituzionale dalla Consulta, oppure lasciato decadere, ma ciò comporterebbe (in mancanza di una legge che ne sanasse gli effetti temporaneamente prodotti) il rischio dell'annullamento delle elezioni in Lombardia (nel Lazio, di fatto, non è stato applicato, essendo stata respinta la lista Pdl).
Il secondo è che il clima creato dal pasticcio combinato dai presentatori della lista "azzurra" per la provincia di Roma (la "madre di tutte le battaglie" e degli altri guai) sta spingendo molte forze politiche a fare ciò che accadde solo nel Molise nel 2005: provare a invalidare l'esito del voto con i ricorsi. Non è improbabile che il prossimo anno si torni alle urne anche in regioni delle quali ora non si parla: aperta la via del "contenzioso-ribaltone" tutto è possibile, perchè è venuto meno quel "fair play" che spinse l'Udc a non rovesciare il tavolo quando, nel 2008, fu esclusa dal voto a Trento.
In terzo luogo, è probabile che i vincitori delle prossime elezioni regionali si confezionino, in ciascuna regione, una nuova legge elettorale. Col nuovo riparto delle competenze si può, quindi è probabile che qualcuno sia tentato di cambiare subito a suo favore le regole del gioco prima di tornare eventualmente alle urne per lo scioglimento anticipato (a causa di giudizi della Consulta o della giustizia amministrativa) perchè le leggi regionali, una volta approvate, non decadono e non sono nulle. Chi vincerà, insomma, cercherà di "blindarsi", grazie al rapporto Stato-regioni instaurato con la riforma federalista dell'articolo 117 della Costituzione.
E c'è, infine, il danno di gran lunga più grave, che è duplice: da un lato, il caos nel presentare le liste e la toppa messa con altrettanta fretta e un po' di approssimazione (tale da non bastare per coprire tutto lo sbrego) stanno danneggiando l'immagine della classe dirigente della Seconda Repubblica, tanto pasticciona quanto litigiosa, pronta ad applaudire o a insultare il Capo dello Stato, la magistratura e la Consulta, a seconda che la decisione presa piaccia o meno; dall'altro, il fatto che a destra come a sinistra ognuno si senta un po' defraudato di qualcosa - per motivi opposti - avvelena tutto e rischia di far passare l'idea che il voto del 28-29 marzo sia un'inutile farsa. ( Fonte: americaoggi.info)
Sul mondiale di Formula 1 nella capitale il partito di Bossi ribadisce la sua netta contrarietà: dubita della necessità del progetto, denuncia possibili sprechi di risorse pubbliche, smentisce le cifre sull’eventuale nuova occupazione. Ma si appresta a consegnare 600 milioni nelle mani di Alemanno Il partito di Bossi si è sempre opposto nettamente alla proposta di ospitare a Roma il campionato mondiale di Formula Uno. L’eventualità che un Gran Premio in Italia si aggiunga a quello di Monza o, peggio ancora, che lo sostituisca ha, infatti, da mesi, scatenato le ire di tutti i rappresentanti della Lega Nord, dai militanti fino ai parlamentari.
MINACCIA AGLI ALLEATI – Le dichiarazioni rese ad un giornale tedesco da Bernie Ecclestone, il grande capo del circo della Formula Uno, che considera ormai sicuro l’inserimento di Roma nel mondiale, a partire dal 2013, ieri hanno suscitato la reazione dura di Roberto Castelli. “Atteso che sono passati pochi mesi da quando questo governo ha dovuto dare a Roma 500 milioni per ripianare i debiti del Comune, senza che peraltro Roma mettesse in atto alcun piano di dismissione dei propri assets per diminuire tali debiti, chiedo alla Lega Nord – ha affermato minaccioso l’ex Ministro della giustizia – di non votare da oggi in poi alcun provvedimento che preveda di erogare fondi straordinari per il Comune di Roma nel caso in cui detta amministrazione dovesse impegnare fondi propri per organizzare l’evento”.
CAPRICCI ROMANI – E’ il senatore leghista Cesarino Monti a difendere a spada tratta gli interessi di Monza. Da Facebook continua ad inviare appelli dalla pagina appositamente creata per denunciare il tentativo di scippo, intitolata Giù le mani dal Gp di Monza: “La battaglia tra Monza e Roma – ripete da settimane – vede la storia, la gloria e l’eroismo legato alla tradizione motoristica nazionale e mondiale insita nei 90 anni di storia del circuito Brianzolo, contrapposta alle bramosie e ai capricci della capitale romana, che da qualche mese si è messa in testa di voler organizzare un secondo Gran Premio di F1 in Italia, correndo lungo le strade dell’Eur”.
E I SOLDI? – Sei mesi fa metteva in dubbio tutte le rassicurazioni fatte dal sindaco Gianni Alemanno, tra le quali quella della creazione di 10.000 posti di lavoro: “Questa è solo una operazione di immagine e marketing – diceva Monti - ma senza una reale sostanza dietro: per la gestione del Gran Premio d’Italia a Monza servono 30 milioni di euro; mi domando come fa Alemanno e il suo socio privato Flammini a dire che arrivano 130 milioni di euro dai privati ? Non credo proprio che questi ultimi siano così masochisti. Dietro ci sono interessi più grandi come la costruzione di alcuni palazzi adiacenti al tracciato dell’ Eur a discapito del territorio ambientale e dei cittadini del quartiere. Andrà a finire che chiederanno i soldi allo Stato per gli eventuali costi e i debiti saranno a carico pubblico, e ancora una volta del nord, con i ricavi distribuiti ai soliti quattro, tutti sicuramente privati, tra cui Flammini”.
GP A ROMA? NEL 2113! – Non è stato da meno il deputato monzese Paolo Grimoldi, coordinatore federale del Movimento giovani padani. Ha usato una battuta per sgombrare il campo da ogni fraintendimento: “Roma 2013? Sinceramente non credo che l’automobilismo approderà sotto il Colosseo prima del 2113. Prima la Capitale pensi a sanare i debiti della sanità, poi pensi alle corse. Per questo credo ci vorrà almeno un secolo. Vedo comunque che la data di questo fantomatico Gran Premio si sposta sempre più in là e sempre a livello di ipotesi. La Lega e la Brianza, comunque, faranno di tutto perché nel Paese Monza resti il solo e unico GP”. Insomma, ancora una volta, come ripete da tempo, Grimoldi fa riferimento ad una possibile cattiva gestione delle risorse pubbliche: “Quanto riportato oggi da un quotidiano nazionale secondo cui la ‘cricca’ degli imprenditori che si facevano beffe dei terremotati sarebbe stata pronta a mettere le mani sugli appalti del Gp di Roma – affermava poche settimane fa l’onorevole – non mi stupisce. Questo evento nasce sotto una brutta stella: di sportivo ha poco o nulla, mentre per i malintenzionati è un piatto da non perdere. Di questi tempi è meglio che Roma si occupi d’altro. I mondiali di nuoto possono insegnare qualcosa, e poi è meglio occuparsi a tempo pieno delle Olimpiadi”.
600 MILIONI A ROMA – Dilaga l’intransigenza padana. Peccato però che i messaggi di sfida nei confronti del Pdl romano giungano proprio alla vigilia dell’esame decisivo della Camera sul decreto legge riguardante enti locali e regioni sul quale il governo ha già posto, la settimana scorsa, la questione di fiducia. Il provvedimento, che si avvia alla votazione decisiva ed è fortemente sponsorizzato dalle camicie verdi, infatti, prevede un contributo di 600 milioni di euro per il solo anno 2010 per il comune di Roma e per il commissario straordinario del governo responsabile del piano di rientro dell’indebitamento dello stesso comune.
Cosa farà adesso la Lega? Chinerà ancora una volta la testa al volere del Pdl romano o si deciderà a dare il via ad un braccio di ferro con gli alleati affossando il disegno di legge di conversione firmato, oltre che dal presidente del Consiglio e dai ministri Raffaele Fitto e Giulio Tremonti anche da Roberto Maroni, Roberto Calderoli e Umberto Bossi? Insomma, da una parte ci sono le denunce per i conti in rosso della capitale, dall’altra le votazioni sottobanco. Da una parte le rivendicazioni tipicamente padane e federaliste, dall’altra i diktat romani. Leghisti combattuti tra il richiamo del territorio e l’interesse del palazzo: scegliere l’uno in questi casi significa escludere l’altro. La situazione è paradossale. Ancora una volta. ( Fonte: www.giornalettismo.com)