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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 

Lacrime e sangue. Anche il calcio affonda nella crisi e a farne le spese sono i club più piccoli. Venti squadre di Lega Pro (ex serie C) ed una di Serie B, l’Ancona, non esistono più nel panorama professionistico.

“Sono uscite dal sistema”, per usare le parole del presidente della Lega Pro, Mario Macalli, che ha dato l’annuncio al termine del Consiglio Federale, promettendo a breve una riforma dei campionati per sanare un meccanismo che, nei prossimi anni, potrebbe fare ancora più vittime.

Nell’ultima riunione, il Consiglio Federale ha escluso Figline, Potenza, Legnano, Pro Vercelli e Sangiustese. In precedenza erano stati bocciati anche Arezzo, Marcianise, Rimini, Mantova, Gallipoli, Perugia, Manfredonia, Olbia, Cassino, Pro Vasto, Alghero, Itala San Marco, Monopoli, Pescina e Scafatese.

Sono ventuno, ma almeno altrettante ce l’hanno fatta per un pelo. Il quotidiano La Stampa calcola che almeno un milione di tifosi resterà senza squadra. Colpa di un sistema con troppe squadre professionistiche, ben 132, cioè più del triplo di Spagna, 42, e Francia, 40, e comunque molte di più anche rispetto all’Inghilterra, dove sono 92 i club professionistici.

Insomma, il calcio italiano tende a fare il passo più lungo della gamba. Ma poi casca a terra… ( Fonte: http://www.webnews.it/)

Autore: Pietro Cuccaro
Redazioneonline- Osservatorio Nazionale

 

I l tema di come passare le vacanze, per una volta, assume valore politico. Da una parte, filtra la conferma che Silvio Berlusconi intende usare la pausa estiva per riorganizzare un Pdl sfilacciato e rissoso; e dall'altra Pier Luigi Bersani afferma che sarebbe bene per il Paese mandare Berlusconi e il suo governo in vacanza; e anche se non fosse possibile farlo subito, è comunque aperto per le opposizioni il dibattito sulla possibilità che qualcosa succeda prima dei tre anni che mancano alla fine della legislatura.

Per Berlusconi, rimettere ordine nel Pdl è un imperativo.

Invece di essere la base politica di un governo stabile e compatto dietro al suo capo, il partito si sta rivelando l'origine di troppe tensioni, personali e politiche, che si ritrasmettono sulla maggioranza. E rischia di andarne di mezzo l'immagine (e la sostanza) di Berlusconi leader indiscusso del Pdl e della coalizione con la Lega.

Non è ancora chiaro però se Berlusconi sceglierà di usare la spada, come lo ha sollecitato a fare Umberto Bossi, o se cercherà di risolvere i nodi politici, invece di tagliarli. Con Gianfranco Fini le maniere forti non hanno, per ora, avuto molto successo, ed ora il presidente del consiglio deve decidere se andare o meno alla rottura definitiva con quello della Camera; né sarà facile risolvere d'autorità il dibattito che si è acceso attorno alle tre poltrone di coordinatore del Pdl eventualmente unificabili in una, dove sono in gioco interessi troppo diversi (di chi aspira e di chi resiste) perché alla fine possano essere tutti contenti.

Di fronte alle difficoltà di Berlusconi, il Pd va all'attacco in parlamento, dove all'ordine del giorno c'é la legge sulle intercettazioni, ma anche sul "persistere della questione morale", come dice Bersani, e sulla possibilità che le divisioni nella maggioranza aprano la strada ad un possibile dopo Berlusconi già in questa legislatura.

L'attacco sul piano parlamentare è stato mosso da Dario Franceschini; il capogruppo alla Camera si è rivolto direttamente a Gianfranco Fini chiedendogli di far votare ai suoi alcuni emendamenti democratici che recepiscono i giudizi e le critiche espresse dalla sua componente alla legge sulle intercettazioni. Ma Italo Bocchino, la voce dei finiani, anziché rispondere alle sirene di Franceschini ha preferito tranquillizzare Fabrizio Cicchitto, il capogruppo del Pdl che aveva avvertito subito i finiani che un loro voto con il Pd avrebbe significato rottura definitiva.

Una rottura che non ci sarà, assicura Bocchino, perché i finiani voteranno solo emendamenti nati dentro al perimetro del Pdl; dove peraltro un ruolo non secondario è giocato da Giulia Bongiorno, relatrice sul provvedimento e finiana di stretta osservanza. La risposta di Bocchino a Cicchitto può essere quindi letta come una richiesta di andare incontro alle loro istanze di modifica al testo.

Ma se la mossa di Franceschini potrebbe essere stata un modo per saggiare il terreno più che per provocare la spaccatura immediata, la richiesta di Bersani perché Berlusconi venga in parlamento a riferire sulle dimissioni di Nicola Cosentino e su tutto ciò che riguarda la questione morale ha già il sapore del guanto di sfida. Un duello che, per il Pd, potrebbe portare, ad un governo nuovo, con le forze "responsabili" del centro destra, come dice Bersani, e che potrebbe avere il compito, come sottolinea Vannino Chiti, di riscrivere la legge elettorale. Un tema che può interessare ai finiani (per i quali la legge attuale non lascia molti spazi di sopravvivenza in caso di rottura col Pdl) ed ai centristi.

La risposta di Berlusconi è però la stessa già data in passato in situazioni analoghe: le inchieste che accostano il governo e lui stesso a "vicende poco chiare", così le chiama Berlusconi, non sono altro che un modo per infangare il governo.

Ed in questa legislatura, precisa Berlusconi, non c'é spazio per altri governi all'infuori di quello in carica. Intanto, ribadisce Berlusconi, si va avanti con la legge sulle intercettazioni; senza aspettare troppo Fini ed i suoi distinguo, e mettendo il presidente della Camera di fronte alla scelta fra la fedeltà al Pdl o gli inviti alla "coerenza" (e quindi alla rottura) del Pd. ( Fonte: americaoggi.info)

Osservatorio Nazionale

 
Di Admin (del 19/07/2010 @ 09:44:42, in Osservatorio Nazionale, linkato 235 volte)
Premessa:
Un autorevole letterato, Giuseppe Tomasi di Lampedusa, è stato inviato sulla terra per un giorno, con una speciale dispensa del Padreterno, a conoscere il livello della cultura nel nostro paese, affiancato da una guida, un disincantato cicerone che chiameremo per comodità “accompagnatore”. Eccone il resoconto.
Accompagnatore: Siccome il tempo a nostra disposizione è breve vi ho portato in una moderna e fornita libreria: qui lei potrà rendersi conto, già dai titoli, di ciò che la cultura ha prodotto dai suoi illustri tempi. Una buona percentuale di libri è scritta da attori, comici, presentatori, calciatori, cantanti, insomma dai protagonisti del mondo dello spettacolo, la cui cassa di risonanza e di lancio è stata la televisione, quella scatola magica che lei già conosce ma che ha avuto negli ultimi decenni, con l’avvento dei canali commerciali, un’evoluzione fuori da ogni previsione. Editori compiacenti – ormai mercenari al soldo del miglior offerente – si sono prestati a conferire loro un alone di autorevolezza, dando consistenza alla loro evanescente figura. 
Giuseppe: Essi dunque scrivono.
Accompagnatore: No, con le dovute eccezioni son libri scritti da altri: giornalisti assoldati si prestano a farlo. Calcano comunque oggi la scena culturale diversi scrittori di talento ma quello che ci onora è la saggistica. Soprattutto piccole e medie case editrici pubblicano cose pregevoli. Abbiamo poi del buon giornalismo. Parliamo ancora di televisione: essa è un moderno cavallo di Troia, crea miti fasulli, annulla distanze e confini tra un campo e l’altro e tra i diversi gradi di competenze, permettendo a individui trascurabili – altrimenti relegati a ruoli sociali e culturali secondari – di affermarsi e dettare legge. Un esempio? Un comico, Roberto Benigni, intrattiene il pubblico sulla Divina Commedia.
Giuseppe: Dicendo barzellette?
Accompagnatore: No, lui crede di fare della critica seria.
Giuseppe: Oh!...
Accompagnatore: Un altro esempio? Fabio Fazio conduce che tempo che fa, dove sono invitati personaggi del mondo della cultura, della politica, dello spettacolo… ai quali il conduttore pone delle domande di tipo giornalistico. Lui faceva il comico, imitando altri comici o politici in vista…
Giuseppe: Adesso fa il conduttore.
Accompagnatore: Sì, adesso li intervista. Un bel salto…ma la formazione di base è quella e talvolta emerge fragorosa e portentosa come quando, in una puntata, si chiese se la natura fosse importante per l’uomo. In altre parole, a cosa servisse. Lì andava rispedito alle sue naturali mansioni, ma non è stato fatto. A suo merito va detto che ha assunto pubblicamente posizioni politiche coraggiose, affrontando temi scomodi…
Come le andavo dicendo, una percentuale alta di programmi televisivi è robaccia: intrattenimento destinato ad un pubblico di basso livello, fatto di talk show, di reality show, insomma quelli che si definiscono programmi trash, condotti dagli Emma Palomba delle televisioni, dove si scarnificano e si prostituiscono i sentimenti, si mettono in piedi – costruite a tavolino – storie fasulle e morbose per creare audienze. Complici “attori”, comparse che, pur di apparire, in televisione disonorerebbero la madre e il padre. Ci troviamo di fronte a programmi spazzatura, un miscuglio di gossip e di panni sporchi lavati in piazza. I protagonisti sono poi quelli che invadono il campo dell’editoria, portando sulla carta stampata quelle edificanti esperienze. A questo, aggiungiamoci la serie infinita di sceneggiati, fiction e film destinata soprattutto ad un pubblico di scarso livello critico: molte di queste produzioni cavalcano il filone d’oro della mafia, mitizzando questo fenomeno criminale. Naturalmente troviamo della televisione e del cinema di qualità, come troviamo comici di spessore che fanno dell’intelligente satira politica.
 E’ un’epoca dominata dal gossip, non solo dai comici. Basta guardare un’edicola e accorgersi della moltitudine di riviste che ne hanno fatto vangelo o le prime pagine dei motori di ricerca di Internet: “Il nuovo look di Michelle…”; Corona butta fuori…”; Caroline ha confessato di non lavarsi i denti…”; “Quale numero di scarpe indossa la velina…?”; Sulle stesse pagine compaiono scritte disarmanti (mi chiedo, incuriosito da chi sono concepite): “Cosa stai pensando?”; oppure: “Cosa stai facendo?”…
Giuseppe: Oh!...ma mi dica: a chi appartengono le reti televisive?
Accompagnatore: Molte all’attuale Presidente del Consiglio. Lui non faceva il comico, almeno all’inizio della sua carriera, cantava sulle navi da crociera. Egli possiede e controlla buona parte degli organi d’informazione. Un esercito di persone è al suo servizio, migliaia sono sul suo libro paga, giornalisti, politici, editori…Si dice che per non lasciare tracce elettroniche questo libro paga sia cartaceo e custodito in un bunker segreto: il libro, stando a delle indiscrezioni, occuperebbe alcuni volumi. Quotidianamente vengono aggiunti nuovi nomi, raramente depennati, il che accade principalmente per dipartita naturale.
Giuseppe: Una curiosità: chi si troverebbe in cima alla lista?
Accompagnatore: Emilio Fede. Conduce il TG4. E’ il verbo incarnato del suo datore di lavoro. E’ fatto a sua immagine e somiglianza. Si dice che nella regale tomba di famiglia, Silvio abbia riservato un posto a un solo estraneo, in una nicchia ai suoi piedi.
Giuseppe: E chi chiuderebbe la lista?
Accompagnatore: Secondo indiscrezioni, in fondo alla lista si troverebbero queste iniziali: B. V.
Giuseppe: Come è diventato così ricco Silvio Berlusconi?
Accompagnatore: Dio solo lo sa o cosa nostra, nel senso che è cosa nostra il doverlo sapere.
Giuseppe: capisco.
Accompagnatore: Ma ora mi dica: qual è il suo giudizio, la sua impressione?
Giuseppe: Rimpiango il tempo in cui Elio Vittorini lavorava coscenziosamente alla Einaudi.
Riccardo Ianniciello
 

Tremonti ha vinto il braccio di ferro con i governi locali: i tagli complessivi a carico degli enti territoriali restano invariati. Sarà però la Conferenza Stato-Regioni a decidere sul riparto dei sacrifici. Si tratta di un'eccellente mossa strategica da parte del governo. L'onere delle decisioni viene ora ribaltata su Regioni e comuni. Se se non riusciranno a trovare un accordo, il governo potrà sempre scaricare su di loro la responsabilità politica degli interventi. I probabili vincitori e perdenti.

Per i tagli a Regioni e altri enti locali, cosa cambia con il maxidecreto approvato ieri in Senato? Per i saldi, nulla. Giulio Tremonti ha vinto il braccio di ferro con i governi locali e i tagli complessivi restano invariati. Cambia, o almeno cambia potenzialmente, la distribuzione degli stessi.

La decisione sul riparto tra i diversi enti viene, infatti, ora affidata alla Conferenza Stato-Regioni, cioè in pratica agli stessi governi territoriali. Di qui l'uso dell'espressione generica "risorse" da ridurre, invece di "trasferimenti" nel nuovo testo approvato al Senato. L'ultima parola resta comunque al governo; se non si trova un accordo in Conferenza, scattano comunque i tagli già preventivati per ciascun ente, con il riparto previsto in precedenza (che il decreto, erroneamente, indica come "proporzionali" mentre in realtà per le Regioni ricalcavano i trasferimenti per le leggi Bassanini, la cui distribuzione non è proporzionale tra Regioni o per popolazione). Il decreto inoltre specifica quali indicatori dovrebbero essere utilizzati per decidere il riparto dalla Conferenza, alcuni chiari (spesa per il personale sul totale), altri vaghi (misure atte a rispettare il Patto di stabilità interno e quello sanitario, le pensioni di invalidità, l'autonomia finanziaria per i comuni eccetera).

SCARICABARILE DI TAGLI

Si tratta nel complesso di un'eccellente mossa strategica da parte del governo. L'onere delle decisioni viene ora ribaltata su Regioni e comuni, e se queste non riusciranno a trovare un accordo, il governo potrà sempre scaricare su di loro la responsabilità politica degli interventi. Di più, la scelta degli indicatori offre un'importante sponda alle Regioni del Nord a guida leghista, in seria difficoltà politica nei confronti dei propri elettori: se non si riuscirà a trovare un accordo, che dati gli indicatori scelti dovrebbe avvantaggiare le Regioni del Nord, a partire dalla Lombardia, potranno sempre riversare la colpa sulle altre e in particolare quelle meridionali.

Ma che vuol dire mettersi d'accordo? Non esistono procedure formali precise nella Conferenza stato-regioni. In genere, si decide all'unanimità, ma è spesso successo che qualche Regione si dissoci dalle decisioni prese dal resto della Conferenza. Raggiungere l'unanimità in questo caso sembra difficile; per definizione qualunque modifica nella distribuzione dei tagli, a saldi invariati, deve avvantaggiare qualcuno e penalizzare qualcun altro, ed è facile prevedere che i perdenti si opporranno strenuamente. Previsioni? Le Regioni finiranno con il mettersi d'accordo; il costo politico del non farlo è semplicemente troppo alto.

Verosimilmente, l'accordo finirà con il sacrificare qualche Regione più marginale (quelle piccole e del Sud, magari a maggioranza centro-sinistra?). Più facile ancora per i comuni, che con l'esclusione di Roma dal tavolo dei tagli, rappresentano un'organizzazione più coesa e con minori differenze territoriali.

Infine, una curiosità. Anche nel testo del decreto vengono ribaditi i commi che affermano che quanto deciso nello stesso decreto, e cioè i vari tagli a comuni, province e Regioni, "non impattano sulla legge 42/2009", cioè sull'attuazione del federalismo fiscale. Che vuol dire? Che i trasferimenti aboliti, che nella logica della legge 42 avrebbero dovuto essere "fiscalizzati" (cioè, sostituiti per gli enti territoriali con tributi propri o compartecipazioni a tributi erariali), verranno comunque restituiti agli enti locali in sede di attuazione del federalismo? Ma allora com'è possibile ottenere i risparmi di spesa preventivati dalla manovra, visto che l'attuazione della 42 è prevista dalla legge stessa a partire dal 2012? E come questi commi si conciliano con la stessa legge che impone che l'attuazione del federalismo avvenga "senza oneri aggiuntivi per lo Stato"? Mistero. ( Fonte: lavoce.info)

Redazioneonline- Osservatorio Nazionale

 
Di redazione (del 19/07/2010 @ 06:00:57, in Osservatorio Nazionale, linkato 102 volte)

Sono oltre 660 mila i lavoratori coinvolti nei processi di cassa integrazione da inizio anno con pesanti riflessi in busta paga, pari a una decurtazione del reddito per oltre 2,4 miliardi di euro.

Sono alcuni dei numeri che emergono dalle elaborazioni delle rilevazioni Inps da parte dell’Osservatorio Cig del dipartimento Settori produttivi della Cgil Nazionale nel rapporto di giugno.

Un’analisi, inoltre, che alla luce degli oltre 660 mila lavoratori stabilmente in Cig ricalcola il tasso di disoccupazione, contemplando anche gli inattivi, che passa cosi’ dal 9,1% (certificato dall’Istat per il primo trimestre) al 12,1%. ( Fonte: blitzquotidiano,it)

Redazioneonline- Osservatorio Nazionale

 

Tra il 2001 e il 2008 la spese totali delle Regioni italiane sono aumentate del 50% circa (esattamente del 47,7%). La Basilicata (+102,3%) e l’Emilia Romagna (+100,7%) sono le due realtà territoriali che hanno registrato le variazioni più importanti. Sempre nello stesso periodo , invece, l’inflazione è cresciuta del 17,5%. I dati emergono da un’analisi pubblicata dalla Cgia di Mestre. Tuttavia il forte aumento percentuale della spesa non è da valutare come un aumento degli sprechi: infatti nel 2001, come ricorda la stessa Cgia, sono andate a regime le disposizioni della legge Bassanini (approvata nel ‘97), che ha conferito nuove funzioni e nuove competenze alle Regioni e agli enti locali.

Nello stesso anno si è chiuso anche il processo di trasferimento in materia sanitaria. A livello di macroarea la crescita più sostenuta si è verificata al Centro (+69,2%), seguono il Nord (+52%) e infine il Sud (+33,7%). “I numeri ci dicono che sono state le Regioni del Centro a spendere di più – sottolinea il segretario della Cgil Giuseppe Bortolussi – Tuttavia, va sottolineato che la spesa totale va calibrata al numero di abitanti a cui si rivolge e al fatto che gli importanti aumenti di spesa avvenuti nel regioni del Centro-Nord, spesso hanno incrementato la qualità e la quantità dei servizi offerti ai cittadini”.

Semmai, gli analisti della Cgia sottolineano come l’aumento della spesa abbia privilegiato le spese correnti. “Quello che ci preoccupa – dice infatti Bortolussi – è che a fronte di un aumento della spesa totale pari a 66,2 miliardi di euro (con una variazione percentuale nazionale pari al +47,7%), di questi ben 49 sono riconducibili ad aumenti delle spese correnti. Vale a dire che il 74% dell’aumento della spesa totale delle Regioni è addebitabile alle spese correnti. Ovvero, a quelle destinate alla produzione ed al funzionamento dei servizi prestati e non ad investimenti”.

Tra il 2001 e il 2008 la spesa corrente è cresciuta del 50,5%, con punte massime nel Lazio (+125,7%), nel Molise (+100,2%) e nell’Emilia Romagna (+69,7%). Anche in questo caso è il Centro Italia a registrare la variazione di crescita più sostenuta: +93%. Nel Nord l’aumento si attesta al 51,1% e al Sud al 27,9%. Analizzando poi in dettaglio le quattro principali funzioni di spesa, che messe assieme costituiscono mediamente il 70% del totale di ciascuna Regione, e cioè sanità, amministrazione generale, interventi in campo economico e trasporti, è la sanità ad aver registrato l’aumento percentuale maggiore, con una crescita della spesa a livello nazionale del 55,6%.

A livello regionale è stato il Molise a segnare l’incremento più deciso (+122,6%). Tra le tre macroaree è ancora una volta il Centro a marcare la variazione di crescita più sostenuta: +90,9%. Seguono il Nord con il +45,9% e il Sud con il +44,5%. Per quanto riguarda le spese per l’amministrazione generale (stipendi, funzionamento della macchina burocratica, affitti, etc.), l’incremento medio nazionale è stato del +41,4%, con una punta massima del +129,6% in Calabria.

Il Centro, con il +47,2%, mantiene la leadership nazionale anche se il Sud lo incalza con una variazione pari al + 46,3%. Chiude il Nord con il + 35,3%. Gli interventi a sostegno delle imprese, invece, hanno registrato a livello nazionale un calo del 12%. Il picco massimo di crescita, comunque, lo si è raggiunto in Umbria (+146,5%). Se al Centro l’aumento è stato del +32,9%, al Nord c’è stato un +2,6%, mentre al Sud è sceso del 33,4%. Infine, i trasporti. L’aumento medio è stato del +29,7%. In Calabria, la variazione della spesa ha raggiunto, addirittura, il + 246,1%. Se al Centro la variazione è stata del +61,2%, al Nord si è attestata al +52,9%. Male al Sud: la contrazione è stata del -6,2%. ( fonte: blitzquotidiano.it)

Redazioneonline- Osservatorio Nazionale

 
Di redazione (del 17/07/2010 @ 11:17:08, in Osservatorio Nazionale, linkato 228 volte)

Tre bande di falsari e un fiume di banconote contraffatte che ha inondato quattro Paesi: il traffico è stato smantellato dalla guardia di finanza, che, al termine di indagini portate avanti insieme con la polizia francese, ha notificato 22 provvedimenti restrittivi; tra i destinatari c'é il boss della camorra Gaetano Beneduce, arrestato dopo un periodo di latitanza proprio grazie alle intercettazioni attivate nell'ambito di quest'inchiesta. Le banconote contraffatte erano quelle da cento euro e quelle da mille dinari algerini; i dinari, in particolare, erano stampati su carta filigranata autentica, proveniente da un carico destinato alla Banca d'Algeria rapinato nel 2006 a Marsiglia.

L'operazione di ieri sarà tra i temi che il ministro degli Esteri, Franco Frattini, affronterà durante una visita in Algeria: è stato reso noto nel corso di una conferenza stampa alla quale, oltre ai magistrati e ai vertici della guardia di finanza, ha partecipato un addetto dell'ambasciata algerina a Roma.

Le ordinanze di custodia cautelare cono state emesse dal gip Amelia Primavera su richiesta dei pm Antonella Fratello e Stefano Capuano, della sezione della Procura coordinata da Fausto Zuccarelli. La figura intorno alla quale ruota l'operazione è quella di Claudio Scalpellini, 59 anni, originario di Milano. Serigrafo molto esperto, confezionava le banconote per tutte e tre le organizzazioni, che se lo contendevano. Emerge dalle intercettazioni telefoniche, fondamentali per l'inchiesta.

A causa dei molteplici impegni, Scalpellini non riusciva a garantire la puntualità delle consegne, suscitando così il malcontento dei suoi clienti. Questi, però, non riuscendo a trovare un sostituto altrettanto bravo nella grafica, non potevano protestare ed erano costretti ad adeguarsi.

Dalle conversazioni intercettate si evince la preoccupazione di una delle tre bande di falsari: impegnato nell'allestimento di una stamperia a Marsiglia, l'artigiano potrebbe trascurare gli impegni assunti in provincia di Napoli.

In Campania la stamperia si trovava a Licola, sul litorale flegreo: nei mesi scorsi la guardia di finanza vi ha sequestrato una quantità di dinari contraffatti tale che sarebbe stata sufficiente per pagare gli stipendi di due milioni e mezzo di algerini. Tra gli acquirenti c'era anche una coppia di ristoratori della provincia di Avellino: acquistavano banconote da mille dinari al prezzo di tre euro e mezzo l'una, quindi le davano al figlio, che gestisce un ristorante in Svizzera, il quale le rivendeva a sei euro l'una, probabilmente a cittadini algerini.

Secondo gli investigatori, non si può escludere che il denaro servisse anche per finanziare il terrorismo in Algeria. ( Fonte: americaoggi.info)

Redazioneonline- Osservatorio Nazionale

 
Di redazione (del 17/07/2010 @ 11:11:12, in Osservatorio Nazionale, linkato 175 volte)

Dalla motivazione della Fnsi, il sindacato dei giornalisti, per lo sciopero di venerdì contro la “legge bavaglio”, si legge: “L’informazione è un bene pubblico, non è un privilegio dei giornalisti, né una proprietà dei padroni dei giornali e delle televisioni, né una disponibilità dei governi. E per i giornalisti non è uno sciopero tradizionale contro le aziende, ma un atto di partecipazione e di sacrificio della risorsa professionale per la difesa di un bene prezioso, dei cittadini, proclamato con un silenzio che vuol parlare a tutti.”

Ci è voluto Berlusconi per far scioperare i giornalisti italiani non per un aumento ma per salvaguardare quel diritto all’informazione che non appartiene a loro e ai padroni dei media ma ai cittadini.

Anche per l’informazione italiana Berlusconi potrebbe diventare quel vaccino, come pensava di lui Indro Montanelli, per far guarire un sistema marcio. Berlusconi non ha inventato niente per addomesticare l’informazione alle volontà del padrone, ha avuto solo più soldi per allargare il suo potere grazie al sistema. Questo non è potuto avvenire solo per deficienza di leggi antitrust o sul conflitto di interesse, regole che anche se utili alla democrazia, non bastano a fermare il pugno del padrone in redazione. Bisogna che i giornalisti, dal direttore fino al più giovane dei cronisti, si sentano cittadini con nel cuore e nel cervello stampato il valore della responsabilità e dell’ etica del loro mestiere. Insomma che a scegliere di fare il giornalista siano uomini e donne e non tutti questi, come li avrebbe oggi definiti Sciascia, “piglia in culo” e “quaquaraquà” che, fatte le dovute eccezioni, affollano la corporazione.

Berlusconi ne ha subito sparata una delle sue, per far sentire al suo popolo chi davvero comanda. Perché l’italiano ha sempre bisogno di capire chi sia il più forte, in modo da prostrarsi al “vincitore” fino al minuto prima di applaudire allo spettacolo del potente ormai ex appeso a testa sotto. Secoli di Franza o Spagna basta che se magna, hanno lasciato certe caratteristiche...

Dunque, Berlusconi ha detto che la libertà di stampa, come diritto assoluto, non esiste. Lo ha detto sabato, all'indomani dello sciopero dei giornalisti, attaccando “la stampa di sinistra” e accusandola di “mettere il bavaglio alla verità”. Parlando ai suoi Promotori della Libertà, il capo del governo ha detto che i giornali “mettono il bavaglio alla libertà, disinformano, non solo distorcono la realtà ma calpestano in modo sistematico il sacrosanto diritto dei cittadini alla privacy”. E quindi, bisogna ora “togliere il bavaglio alla libertà”. “Quel bavaglio che le è stato imposto da una stampa schierata con la sinistra e pregiudizialmente ostile al governo. Una stampa che disinforma, che non solo distorce la realtà, ma calpesta in modo sistematico il sacrosanto diritto dei cittadini alla privacy, invocando per sè la 'libertà di stampa' come se si trattasse di un diritto assoluto. Ma in democrazia non esistono diritti assoluti, perchè ciascun diritto incontra sempre un limite negli altri diritti prioritariamente ed egualmente meritevoli di tutela”.
Bravissimo. Non fa proprio una grinza. È geniale con questi continui appelli alla “privacy” degli italiani che rischiano di vedersela spiattellata nelle pagine dei giornali di “sinistra”. Ma forse proprio così geniale non lo è, dato che è facile smontare la leggenda del Cavaliere senza paura che lotta per difendere la privacy degli italiani: basterebbe che nel ddl sulle intercettazioni del ministro Alfano siano copiate, nel senso e nello spirito, certe sentenze della Corte Suprema degli Stati Uniti in materia di diritto alla privacy e salvaguardia del “First Amendment”, in cui si riafferma sì il valore della privacy, ma per quei cittadini come lo siamo tutti noi, ma che invece la limitano quando la stampa si occupa di personaggi pubblici, quando scrive dei potenti al potere.

Ecco la democrazia Usa che proprio Berlusconi diceva di sostenere ancor prima di sapere quello che avrebbe fatto. Qui non c’è “privacy” che possa fermare la stampa dal pubblicare sul potente quello che sa (ad essere eventualmente punito negli Usa è solo il funzionario pubblico che rilascia l’informazione...).

Il cosidetto Popolo della libertà lotti per una legge che difenda la sua di privacy, ma non quella di chi ha delegato alla responsabilità di governare. ( Fonte: americaoggi.info)

Autore: Stefano Vaccara

Redazioneonline- Osservatorio Nazionale

 

Tra Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini "si è aperto qualcosa che è più di una crisi di governo. È la fine di un ciclo". La fotografia migliore per sintetizzare lo stato dell'arte dei rapporti tra i due cofondatori del Pdl è, paradossalmente, quella scattata da Massimo D'Alema. Un fermo-immagine confermato dai continui distinguo che - tra maggioranza e minoranza del partito - costellano le attività parlamentari e di governo. Scadenzano le dichiarazioni politiche. Riempiono i resoconti di Aula e commissioni.

I due, insomma, appaiono ormai a molti osservatori su posizioni talmente distanti che difficilmente è ipotizzabile un riavvicinamento.

Una fine di un ciclo che si arricchisce anche dall'accelerazione al dibattito politico sulle larghe intese che é stato impresso dallo stesso D'Alema e che viene guardato con molta attenzione (e preoccupazione) da Berlusconi. Se, infatti, non è prevedibile capire cosa accadrà nei prossimi mesi, i continui "sdoganamenti" del Pd a Fini vengono letti quasi come prove generali di una "congiura" da consumarsi in autunno.

Per il momento chi non sembra preoccuparsi affatto è Umberto Bossi: "Il governo per ora va bene" dice il Senatur che chiude a cambi nella maggioranza: "Ma quali larghe intese - attacca - ci siamo noi e Berlusconi: siamo partiti in un modo e continuiamo cosi".

Chiuso, per il momento, il capitolo Cosentino (anche se i finiani continuano a chiedere le dimissioni da coordinatore campano) sul tavolo restano ancora molte questioni aperte. Due su tutto: il ddl sulle intercettazioni e la futura riorganizzazione del partito. Berlusconi, viene riferito, punterebbe proprio sul rafforzamento del Pdl per ‘arginarè Fini e proteggere la maggioranza dal suo continuo logoramento. Compito, questo, che potrebbe essere uno dei primi appuntamenti di lavoro con lo stato maggiore del partito, nel nuovo castello romano affittato dal premier. Pur considerandolo, come buona parte degli elettori, "fuori" dal partito, ed essendo stato più volte tentato da una redde rationem, Berlusconi si sarebbe alla fine convinto che mettere i "finiani" alla porta non sia, nei fatti, praticabile.

La strategia insomma è quella di andare avanti giorno per giorno su quelli che sono i provvedimenti arrivando, quando si può, ad un compromesso (vedi Brancher e Cosentino) oppure alla ‘contà, come con la manovra. È pur vero che diversi deputati vicini al Cavaliere sono convinti che con Fini si debba arrivare, nel bene o nel male ad una svolta. Ecco perché tra le ipotesi messe sul tavolo per consentire una tregua o una "convivenza da separati in casa" potrebbe essere quella di offrire alla componente che fa capo al presidente di Montecitorio un riconoscimento ufficiale attraverso il congresso da convocare già nel 2011 e non, come si prevede ora nel 2012.

Niet assoluto invece sulla possibilità di rivoluzionare il vertice del partito con un coordinatore unico. La proposta lanciata dal ministro degli Esteri Franco Frattini non piace a molti e, a quanto si racconta, non sarebbe stata presa nemmeno in considerazione dallo stesso Cavaliere.

Un cambio però non dispiace ai deputati vicini a Fini. Se Italo Bocchino chiede un passo indietro di Nicola Cosentino e Denis Verdini definendoli "coordinatori balneari", Granata cita il ministro degli Esteri e Maria Stella Gelmini come valide alternative. Insomma per il momento sembrano prevalere le colombe. Tra le quali, come sempre, si nasconde qualche "falco" che comunque affaccia ipotesi di elezioni anticipate ora che il consenso è ancora alto a fronte del rischio di cifre ben diverse tra due anni. ( Fonte: americaoggi.info)

Redazioneonline- Osservatorio Nazionale

 

Il vecchio leone torna a ruggire. O, all'opposto, l'insostenibile onnipresenza di Massimo. Da qualunque prospettiva la si guardi, da amici o da nemici, l'intervista al Corriere con cui D'Alema propone di "aprire una fase nuova attraverso un governo di transizione, di larghe intese" costringe la politica italiana a occuparsi di... politica, a dimenticare, per qualche ora almeno, dossier, logge, affari e colpi bassi.

Le reazioni suscitate dallo scenario disegnato dall'ex-ministro degli Esteri non lasciano presagire un futuro incoraggiante, anzi, un futuro tout court per un esecutivo "di salute pubblica" destinato a traghettare il Paese verso il dopo-Berlusconi attraverso le perigliose acque della crisi economica sino all'approdo delle urne (previa una nuova legge elettorale). Un governo senza il Cavaliere, qualcosa, per intendersi, di non così dissimile da quello che il leader Udc, Pier Ferdinando Casini, solo qualche giorno fa immaginava guidato da Giulio Tremonti.

Un berlusconiano doc come il ministro Bondi sceglie il sarcasmo per affossare la proposta definendo "la repubblica dei filosofi e degli onesti" la squadra che D'Alema avrebbe in mente, da Montezemolo a Rodotà, "fa niente se tutti costoro non hanno ricevuto alcun mandato elettorale". "Quando sono alle porte i barbari - argomenta il titolare dei Beni e delle Attività culturali - la democrazia è un inutile peso. Ben venga, dunque, la repubblica dei filosofi e degli onesti".

Altri, come il leader leghista Umberto Bossi, privilegiano metafore più minacciose: "Berlusconi se la caverà e si alzerà una mattina e scoprirà di avere la spada ancora affilata e la utilizzerà per fare la guerra". Giusto per non lasciare speranze a chi immagina il Carroccio pronto a scaricare il premier in cambio di un tranquillo varo del federalismo.

Che l'ultimo parto del d'Alema-pensiero possa avere vita breve ancor più chiaramente lo testimoniano i mal di pancia all'interno del Pd, i sospetti che solo di un ennesimo tentativo di inciucio si tratti. Anche se il segretario Bersani lascia più di una porta aperta: "Siamo pronti a discutere su questo: trovare un percorso che ci faccia uscire da una fase molto lunga e negativa. Se è così, vediamo a quali condizioni farlo. Per adesso il punto di partenza è che nella maggioranza vi sia la consapevolezza di questo stato di cose".

Reazioni a parte, la discesa in campo di un maturo cavallo di razza come D'Alema offre molti spunti di riflessione a chi abbia nostalgia di una politica che non sia notarile presa d'atto dell'esistente, che si sforzi di mettere in campo alternative, vie d'uscita, prospettive. Soprattutto quando l'esistente, come in questi ultimi mesi, mostra evidenti segni di logoramento del tessuto connettivo della maggioranza. E questo a prescindere dalle vicende di cronaca giudiziaria che stanno falcidiando l'esecutivo.

È molto probabile, per non dire certo, che un governo "deberlusconizzato", con buona pace di D'Alema, non sta né in cielo né in terra. Ma è invece altrettanto probabile, per non dire certo, che la disarmonia all'interno della coalizione uscita vittoriosa appena due anni fa dalle urne elettorali non sia più compatibile con la difficile congiuntura che il nostro Paese, così come le altre grandi economie, si trova ad affrontare. E appaia altrettanto inadatta a gestire processi complessi, di valenza costituzionale come le grandi riforme, a cominciare da quella del federalismo.

Non sorprende che un leader reattivo e attento agli umori della sua gente come Berlusconi stia riconsiderando l'ipotesi di un voto anticipato. Sarebbe anche questa una risposta, certo traumatica e in qualche modo tranchant al problema. Più articolata sarebbe, al contrario, una risposta che si incentri sulla ripresa del confronto all'interno del Pdl, che, in buona sostanza, verifichi fino in fondo la possibilità di riannodare quei legami che il litigio in diretta tra Fini e il presidente del Consiglio ha clamorosamente troncato. Un test importante è proprio la riscrittura di alcune norme contenute all'interno del disegno di legge sulle intercettazioni: gli uomini del premier stanno infatti lavorando fianco a fianco con quelli del presidente della Camera. I prossimi giorni ci diranno di più, di certo si tratta di un esempio concreto del tentativo di far convivere in uno stesso partito anime diverse.

D'Alema scommette sul fallimento di questa operazione e sull'ineluttabilità di una separazione molto poco consensuale. Piaccia o meno, con la sua proposta non fa altro che interpretare, nello stile dell'uomo manco a dirlo, il ruolo che compete all'opposizione: guardare al presente immaginando (e cercando di costruire) il futuro. Niente di rivoluzionario, intendiamoci, siamo ai fondamentali: stiamo parlando, appunto, dell'alfabeto della politica. ( Fonte: americaoggi.info)

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Enrico, del post n.15 non ho capito un capzo ma ti voto per il fatto che affermi:"ci sono anche debiti storici"La cassa del mezzogiorno, mantenuta da decenni con la scusa dei debiti storici, che cosa ...
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Enrico, cosa intendi con " L'industrializzazione non deve essere avulsa dalla produzione necessaria al mercato interno in termini occupazionali...."Vuol per caso dire che vuoi anche tu mantenere degli...
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Enrico, cosa intendi col "recupero dei voti degli esclusi"????Magari che gli assenti hanno ragione??A casa mia gli assenti hanno sempre torto.Così come dovrebbe essere in qualsiasi società democratica...
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...indicato come causa, effettivamente il trend e' una scusa; taluni fattori sono tendenziali nel medio e breve non da un giorno all'altro
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