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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 

Il piccolo stato balcanico cerca di attirare capitali facendo ponti d'oro agli investitori stranieri e costruendosi una nuova immagine. Ma la corruzione e la scarsa trasparenza dei contratti continuano a preoccupare il resto d'Europa.
Di Landon Thomas Jr.

“Meglio di St. Tropez!”, ha esclamato Milo Djukanovic, primo ministro del Montenegro, passeggiando tra gli yacht ormeggiati in questa baia circondata da montagne sulla sponda orientale del Mar Adriatico. Non è proprio così, ma se Djukanovic e il gruppo di uomini d’affari stranieri che lo sostiene riusciranno nei loro intenti, il porto di Tivat potrebbe diventare la nuova meta vacanziera per i ricchi stranieri e il perno dell’audace tentativo da parte del minuscolo stato di ripulire la propria immagine macchiata dalla corruzione, e ottenere l'accesso all’Unione Europea.

Nell’ambito di un piano che punta ad attirare investitori da ogni parte del globo, Djukanovic – già presidente dell’agenzia per la promozione degli investimenti in Montenegro – la settimana scorsa ha affermato che chiunque sia disposto a investire 500mila euro o più potrebbe ottenere la cittadinanza montenegrina.

"Il nostro non è un paese fatto per mediocri programmi di investimento: il Montenegro diventerà presto una delle mete più esclusive per il jet set di tutto il mondo", ha dichiarato Djukanovic davanti a un pubblico di imprenditori e politici che con mogli e fidanzate sorseggiavano champagne a una cerimonia organizzata per il completamento della prima fase dei lavori del porto.

Con una popolazione di circa 670mila abitanti, il Montenegro ha più o meno le dimensioni del Connecticut, e ha ottenuto l’indipendenza soltanto nel 2006. Con le sue montagne a strapiombo sull’Adriatico, il paese è la più bella “fusione di terra e mare”, come dichiarò una volta Lord Byron.

Vanja Calovic, a capo di “Mans”, un osservatorio sulla corruzione affiliato a Transparency International, ha detto: "Il Montenegro è un paese in saldo: sta vendendo tutto ciò che possiede e non sono sicura che stia ottenendo molto in cambio".

Effettivamente il governo di Djukanovic è molto aperto agli investitori. Le imposizioni fiscali sul reddito e sulle imprese al nove per cento sono tra le più basse d’Europa, e nel tentativo di spianare la strada al progetto Tivat il parlamento ha tagliato l’Iva per tutto ciò che attiene al porto nella misura del 7-17 per cento. La Commissione Europea ha immediatamente accusato il paese di non rispettare le leggi sulla concorrenza.

L’azienda più importante del Montenegro – la Kap, che produce alluminio ed è responsabile di oltre la metà delle esportazioni del paese – nel 2005 è stata venduta a un miliardario russo, Oleg Deripaska, che ha investito anche nel porto con un contratto alquanto controverso.

Fiuto per gli affari
I sostenitori del governo affermano che in un mondo altamente competitivo, i piccoli paesi come il Montenegro devono saper attirare i capitali stranieri. In molti, però, pensano che questo atteggiamento rifletta l’improbabile mix di affari e politica e comporta il rischio di accordi corrotti e poco trasparenti.

Dai registri pubblici lo stipendio di Djukanovic risulta essere di soli 1.256 euro al mese, ma da tempo i suoi avversari sostengono che il primo ministro e altri parlamentari arrotondino grazie a una rete di interessi in affari esterni. Nel 2006, quando lasciò temporaneamente il proprio incarico pur restando membro del parlamento, Djukanovic ha fondato una società di investimenti immobiliari, anche se adesso non se ne occupa più direttamente.

Oltre a un'indubbia presenza fisica, con il suo metro e ottantacinque di altezza, Djukanovic ha una presa d'acciaio sulla sua poltrona fin dal 1991, ben prima che il Montenegro fosse indipendente: è stato in posizione di comando per quasi tutto questo tempo e attualmente sta servendo il suo sesto mandato come primo ministro.

Secondo l’ Organized Crime and Corruption Reporting Project, Djukanovic avrebbe ammesso di essere stato coinvolto negli anni novanta nella gestione di un’azienda che trafficava in sigarette, ma ha ripetutamente smentito ogni accusa di illeciti. Nel suo rapporto del 2009 sulla situazione in Montenegro, decisivo ai fini dell’ammissione all’Ue, la Commissione europea ha affermato che “la corruzione è prevalente in molte aree e continua a costituire un serio problema”. Il vicepremier Igor Luksic ha detto che il governo ha fatto molti progressi nella lotta contro la corruzione, e di recente ha adottato un piano di interventi mirati per arginare le preoccupazioni dell’Ue in proposito.

Malgrado il tappeto rosso srotolato per gli stranieri più ricchi, in Montenegro non è facile realizzare guadagni: oltre ai rischi associabili alla maggior parte dei mercati emergenti in Europa, infatti, il paese preoccupa gli investitori per le sue esigue dimensioni e la forte presenza di insider. (traduzione di Anna Bissanti)

Albania
Caccia al greco
Dopo che un greco è stato ucciso nella città albanese di Heimaras, "alcuni siti internet si sono affrettati a definire il suo assassino un eroe", riferisce Giorgos Delastik sul quotidiano greco To Ethnos, che denuncia l'ostilità contro la Grecia alimentata dai media albanesi e alcune "esaltate prese di posizione " del primo ministro Sali Berisha. Per Delastik le tendenze nazionalistiche albanesi si sono rafforzate con la sentenza della Corte internazionale di giustizia dell'Aia che ha riconosciuto la legalità dell'indipendenza del Kosovo, malgrado il ricorso alle armi. Il giornalista si dice preoccupato anche per il fatto che l'odio razziale si accompagna all'intenzione di appropriarsi dei beni dei greci, e ricorda che il clima di violenza è favorito dalle innumerevoli storie di albanesi maltrattati in Grecia. ( Fonte: presseurop.eu)

Redazioneonline- Stampa Internazionale

 

Dopo il fallimento della linea dura, l'Unione europea prova la strategia del dialogo per attrarre Minsk nella sua sfera d'influenza. Ma i segnali non sono troppo confortanti.
Anneke Hudalla

Per quasi dieci anni Bruxelles ha provato a mettere in riga il governo di Minsk a colpi di sanzioni. L'Unione ha rifiutato di concedere i visti agli alti rappresentanti bielorussi, escluso il paese dai partenariati internazionali, ostacolato gli scambi commerciali e sostenuto l'opposizione democratica. Senza però ottenere risultati. Due anni fa Bruxelles ha quindi deciso di adottare una nuova strategia. Nel quadro del Partenariato orientale che lega l'Unione europea alle ex repubbliche sovietiche Bruxelles, ha stabilito dei contatti diretti con Minsk.

Allo stesso tempo l'Unione ha deciso di non puntare più tanto sull'opposizione politica quanto piuttosto di sostenere le organizzazioni non governative, le associazioni e le iniziative private. Resta da vedere se una politica del genere porterà dei frutti. Ci si potrebbe in effetti chiedere se intrattenendo relazioni dirette con il governo l'Unione non contribuisca in realtà a rafforzarlo. Forse l'occidente farebbe meglio a imitare la politica adottata in passato da Ronald Reagan nei confronti dell'Unione sovietica e continuare a usare il pugno di ferro.

"Secondo me si tratta semplicemente di una politica acquiescente", sostiene Andrei Sannikov a proposito dei cambiamenti recenti. Sannikov è uno dei numerosi dissidenti che intendono candidarsi contro l'attuale presidente Aliaksandr Lukashenko alle prossime elezioni presidenziali di quest'inverno, e tra essi è uno dei più convinti europeisti. Rappresenta il movimento civico Bielorussia europea, che intende proporre l'adesione del paese all'Ue.

Se in linea di principio Sannikov si dichiara favorevole al Partenariato orientale, è preoccupato dal fatto che l'Unione abbia smesso di fare pressione su Lukashenko: "Bruxelles avrebbe dovuto adottare una posizione dura e pretendere che il governo di Minsk rispettasse gli obblighi interni". Secondo Sannikov "Lukashenko sta prendendo in giro l'Unione europea".

Nel 2008 l'Ue ha vincolato il suo atteggiamento benevolo nei confronti della Bielorussia al rispetto di cinque condizioni: l'abolizione della pena di morte, lo svolgimento di elezioni democratiche, l'impegno per la libertà di stampa, la fine dei soprusi nei confronti delle organizzazioni non governative e la liberazione di tutti i prigionieri politici. Per un momento è sembrato che le cose potessero cambiare. Minsk ha liberato i dissidenti politici, vecchi giornali interdetti da anni hanno fatto la loro ricomparsa nelle edicole e la riforma della legge elettorale ha facilitato l'emergere delle candidature d'opposizione.

Secondo Sannikov, che ha anticipato la propria candidatura alle elezioni presidenziali, "non soltanto il dialogo intrapreso con il dittatore non ha portato ad alcun miglioramento delle libertà civili in Bielorussia, ma soprattutto la nuova linea politica dell'Unione europea danneggia pesantemente l'opposizione".

Ancora Lukashenko
Anche all'interno dell'Europa i pareri sull'atteggiamento da tenere nei confronti di Lukashenko divergono parecchio. Nonostante Germania, Svezia, Finlandia e i quattro paesi del gruppo di Visegard [Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca e Slovacchia] raccomandino come da tradizione un approccio conciliante, a marzo il Parlamento europeo ha mandato un avvertimento a Minsk, minacciando di ripristinare e inasprire le sanzioni precedenti in caso di nuove violazioni dei diritti umani. Ma numerosi fattori indicano che bisognerà per forza trattare con il governo attuale per arrivare un giorno alla nascita di una Bielorussia democratica.

La Russia proverà in ogni modo a impedire che la Bielorussia entri a far parte della Nato e dell'Unione europea, e sarà quindi costretta a sostenere Lukashenko per quanto possibile. Se anche l'economia del paese dovesse precipitare ulteriormente, la caduta del regime e la democratizzazione del paese non seguirebbero automaticamente.

L'occidente non può sapere qual'è la mossa giusta da fare per arrivare rapidamente alla democratizzazione della Bielorussia. Come dice il sociologo Oleg Manaev a proposito della fine del comunismo in Europa orientale, "in larga parte si è trattato di un miracolo". ( Fonte: presseurop.eu/ Traduzione di Andrea Sparacino)

Russia-Bielorussia
Con il piede in due staffe

Per Minsk il riavvicinamento ai due ingombranti vicini, la Russia e l'Unione europea, è diventato una sorta di rompicapo: mentre Bruxelles moltiplica gli sforzi per emancipare la Bielorussia dall'influenza russa, Mosca cerca a sua volta di tirare dalla sua parte l'ex repubblica sovietica, spiega EUobserver. Recentemente il presidente bielorusso si è detto pronto a riconoscere l'indipendenza delle repubbliche autoproclamate dell'Abkhazia e dell'Ossezia del Nord. Secondo il presidente russo Dmitri Medvedev, Lukashenko ha "promesso solennemente" di riconoscere le due enclave russofone in Georgia, teatro della guerra lampo del 2008. Il presidente bielorusso ha poi dichiarato di aver posto delle condizioni, pretendendo che la Russia compensi Minsk per le inevitabili conseguenze negative che un gesto del genere produrrebbe nelle relazioni della Bielorussia con l'Unione europea.

Redazioneonline- Stampa internazionale

 

L'aumento unilaterale delle quote pesca da parte di Islanda e Isole Faroer sta irritando la Norvegia e la Scozia, che temono per la propria industria ittica. L'Unione europea, però, non ha ancora elaborato una strategia per far rispettare gli accordi.
Caroline Davies

É estate, e i britannici si godono l'abbondanza di sgombri. Arrostiti, affumicati, cotti nel sidro: una vera leccornia stagionale, sostenibile, che non lascia sensi di colpa. In realtà, Gran Bretagna e Ue sono sull’orlo di una vera e propria guerra dello sgombro con l’Islanda e le Isole Faroer, che hanno deciso unilateralmente di ignorare le quote concordate e si sono concesse la parte del leone nella pesca nell’Atlantico settentrionale, innescando una tensione che ricorda le guerre del merluzzo degli anni settanta.

Il settore della pesca sostiene che la disputa rischia di compromettere non soltanto il futuro dell’industria ittica britannica, ma addirittura l’esistenza dello sgombro stesso. La settimana scorsa cinquanta pescatori scozzesi hanno bloccato il porto di Peterhead, impedendo a un peschereccio delle Faroer di scaricare 1.100 tonnellate di pesce diretto agli impianti di lavorazione. Un parlamentare scozzese esige sanzioni severe nei confronti dell'arcipelago danese situato tra Islanda e Gran Bretagna.

Struan Stevenson, vice presidente della Commissione sulla pesca del Parlamento europeo, chiama i due paesi in questione “i nuovi vichinghi” e sostiene che solo le sanzioni potranno indurli alla ragione. "Dovremmo minacciare di chiudere tutti i porti dell’Ue alle imbarcazioni islandesi e delle Isole Faroer, bloccare tutte le importazioni da quei paesi e dimostrare che facciamo sul serio".

Secondo Stevenson la questione dovrebbe essere risolta prima che si aprano i colloqui per l’ingresso nell’Ue dell’Islanda: "Siamo in presenza di una nazione che intende sedersi al tavolo delle trattative per entrare nell’Ue, e che cosa ci porta? Una nube di ceneri vulcaniche e problemi finanziari, oltre al rifiuto di saldare i debiti con la Gran Bretagna. E adesso anche questa incredibile prepotenza".

Il problema è riconducibile anche al riscaldamento climatico, perché gli sgombri si dirigono verso le acque fredde situate sempre più a nord. Gli islandesi, a corto di liquidità, ne hanno approfittato aumentando notevolmente la loro quota di pescato, portandola da duemila a 130mila tonnellate. Altrettanto hanno fatto le Faroer, che avevano firmato un Accordo per le acque costiere con Ue e Norvegia ma hanno arbitrariamente aumentato la loro quota da 25mila a 85mila tonnellate.

Sentenza di morte
Secondo il Wwf se entrambi questi paesi manterranno queste quote nel 2010 la quota di sgombri caduti nelle reti eccederà del 35% le raccomandazioni degli esperti, una “sentenza di morte” per le riserve ittiche.

Ian Gatt, capo dell’Associazione scozzese dei pescatori, crede che sia a rischio il futuro del settore, che l’anno scorso ha fruttato 135 milioni di sterline (164 milioni di euro). Se non sarà raggiunto alcun accordo, la quota ittica scozzese potrebbe essere dimezzata. La Norvegia ha preso immediatamente provvedimenti, chiudendo l’accesso ai suoi porti ai pescherecci di entrambi i paesi, ma l’Ue - pur avendo già espresso le proprie preoccupazioni in merito - deve ancora decidere il da farsi.

Solo di recente l’Islanda si è dedicata alla pesca dello sgombro: come le Faroer, in passato si era dotata di una costosa flotta di pescherecci per la pesca del melù, ma le riserve di questa specie si sono assottigliate. "Si è ritrovata con queste barche moderne, più belle e meglio attrezzate delle nostre, ma senza più melù da pescare. Così si è dedicata agli sgombri", spiega Ernie Simpson, uno skipper in pensione.

L’Islanda considera del tutto legittimo il proprio comportamento: la Federazione dei pescatori islandesi ha comunicato di “avere tutto il diritto di pescare gli sgombri all’interno delle acque territoriali”. Intanto il governo scozzese si è unito ai norvegesi per chiedere che l’Ue eserciti maggiori pressioni sulle due nazioni.

Stevenson crede tuttavia che l’intransigenza dei pescatori irlandesi sarà difficili da contenere, memore delle guerre del merluzzo degli anni cinquanta e settanta, quando i pescherecci islandesi arrivarono a tagliare le reti dei rivali britannici costringendo la Royal Navy a intervenire. "Credono di aver vinto la guerra del merluzzo, al punto che la cannoniera islandese che aprì il fuoco contro la marina britannica è diventata oggi un famoso ristorante nel porto di Reykjavik. Oggi pensano di poter fare altrettanto, anche se questa volta le cose potrebbero andare diversamente: non si trovano contro solo la Gran Bretagna, ma l’intera Unione europea e la Norvegia", conclude Stevenson. (Fonte: presseurop.eu/ Traduzione di Anna Bissanti)

Redazioneonline- Stampa Internazionale 

 

L'economia tedesca è l'unica in Europa a mostrare segni di ripresa. La distanza dai suoi vicini, ancora alle prese con le conseguenze della crisi, potrebbe tarparle precocemente le ali, riducendo il margine per le esportazioni.
Dirk Heilmann

La Germania si ritrova sola, non politicamente ma economicamente. In nessun'altra potenza occidentale si intravedono i segni di una ripresa simile a quella della Repubblica Federale.

La spaccatura tra la Germania e il resto dell'Eurozona diventa sempre più profonda. I manager delle imprese tedesche guardano al futuro carichi di speranza, ma i loro colleghi europei vedono un panorama a tinte fosche, secondo i dati pubblicati ieri dall'Ifo (Istituto tedesco di ricerca economica). Ma la ripresa tedesca potrebbe essere frenata proprio dalla sua solitudine.

Il boom delle esportazioni è destinato a perdere il suo slancio se i mercati di sbocco si trovano in una congiuntura negativa. Gli esportatori tedeschi guardano ai loro mercati tradizionali e non vedono nulla di buono. Il quadro dell'economia mondiale tracciato dall'Ifo mette in luce una contrazione in Nordamerica e in Asia. E l'Europa occidentale cresce solo perché la spinta della Germania copre i problemi degli altri paesi.

I fattori di rischio sono diversi per ogni paese. Negli Stati Uniti, nonostante misure economiche senza precedenti, la crescita non è ancora abbastanza stabile da creare i posti di lavoro necessari alla ripresa. La disoccupazione rimane vicina al dieci per cento, erodendo i consumi, che finora hanno costituito il cuore dell'economia.

La seconda economia mondiale, la Cina, ha invece un problema opposto: il mercato immobiliare rischia di surriscaldarsi per eccesso. Per questo il governo sta mettendo un freno al credito. Nei primi cinque mesi dell'anno la Cina è stato il settimo maggiore acquirente di beni tedeschi. In testa c'è la Francia, seguita da Usa, Paesi Bassi e Gran Bretagna. Ai cinque posti successivi si piazzano paesi europei. Tutti paralizzati nella stessa situazione: la battaglia contro l'indebitamento sta bloccando la crescita.

 
In tutta Europa nei prossimi mesi si esauriranno i fondi speciali per fronteggiare la crisi, sostituiti da brutali misure di risparmio come quelle che hanno già affondato la Grecia nella recessione. Persino in Gran Bretagna gli economisti lanciano l'allarme: il nuovo governo, con il suo duro pacchetto di tagli, rischia di bloccare sul nascere l'inattesa congiuntura positiva del primo semestre.

Anche in Europa orientale si cominciano ad ammassare le nubi: in Polonia, il decimo partner commerciale della Germania, produzione industriale e costruzioni sono in forte calo. “Un dimezzamento della crescita nell'intera regione”, pronostica Rainer Singer, esperto est-europeo della Ersten Bank di Vienna.

Le esportazioni, motore dell'economia tedesca, nei prossimi mesi metteranno la marcia indietro. “A causa della crisi globale, e soprattutto della persistente debolezza dell'Eurozona, già dal prossimo autunno la crescita subirà un sensibile rallentamento”, avverte Gustav Horn, direttore dell'Imk, istituto di ricerca economica vicino ai sindacati.

Tutti i segni congiunturali sembrano indicarlo. La ripresa tedesca ha preso il solito corso: alle esportazioni seguono gli investimenti e un aumento dei consumi. Quanto è stato tirato il freno già nel secondo quadrimestre lo sapremo oggi, quando l'Ufficio Federale di Statistica pubblicherà i dati ufficiali della crescita da aprile a giugno. ( Traduzione di Nicola Vincenzoni)

Opinioni
Un salvagente o un siluro per l'Europa?

La locomotiva tedesca sarà in grado di tirare fuori dalla crisi gli altri paesi della zona euro o la sua ripresa sarà fatta a spese dei suoi partner? La stampa tedesca è divisa. "Il fatto che la Germania dipenda dalle esportazioni non dimostra affatto la superiorità dei suo prodotti, ma è il risultato di un dumping salariale che – al contrario che nella maggior parte dei paesi europei – impedisce ai lavoratori di beneficiare della crescita", osserva Der Tagesspiegel. "Non è una forza ma una debolezza, che mina tra l'altro la stabilità dell'euro. Fino a quando le esportazioni tedesche saranno in eccedenza, gli altri paesi europei saranno costretti ad accumulare deficit. E per poter pagare i loro debiti, la Germania è costretta a importare ancora di più".

Der Spiegel sostiene al contrario che "le esportazioni tedesche aiutano i paesi della zona euro". Per la rivista, "una Mercedes rimane più cara di una Renault nonostante i bassi salari, e continua a vendere bene in Cina proprio perché si tratta di una macchina tedesca. E questo vale anche per le macchine utensili e i prodotti chimici tedeschi". Per quanto riguarda le importazioni, lo Spiegel mette in evidenza il fatto che sono aumentate, al contrario di quello che spesso si dice: "rispetto all'anno precedente la Francia ha aumentato le sue vendite verso la Germania del 6 per cento, la Spagna del 12 e perfino la Grecia del 9". ( Fonte: presseurop.eu)

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La banconota da 500 euro è sempre più diffusa, anche se la maggior parte degli europei non ne ha mai vista una. I suoi estimatori infatti sono soprattutto narcotrafficanti ed evasori fiscali.
Autore: Manuel Estapé Tous

Quattro anni fa, in piena rimonta dell'euro sul dollaro, Jay-Z esibiva banconote da 500 euro in un video. Il rapper statunitense non è uno qualunque: dodici dischi incisi a partire dal 1996 e più di quaranta milioni di copie vendute – "I'm not a business man, I'm a business, man!" Nel 2006 le banconote europee hanno superato quelle statunitensi per diffusione mondiale, 62 anni dopo che Bretton Woods aveva siglato l'egemonia del biglietto verde.

Attraverso Mtv gli under-30 di tutto il mondo ella vecchia Europa: un biglietto del valore di 660 dollari – sei biglietti da cento, uno da cinquanta e uno da dieci racchiusi in un'unica banconota, senza una storia né una cultura alle spalle. L'ex spacciatore di crack, all'anagrafe Shawn Carter, abituato ad ammassare mazzette di banconote di taglio molto inferiore, capì immediatamente i vantaggi logistici di un pezzo di carta dal valore triplo: unità di conto, di scambio e riserva di denaro. La banconota da 500 è ormai praticamente un mito. Ma perché esiste?

La gran parte dei cittadini non ne ha mai usata una. Chi ha stabilito che la neonata Banca centrale europea (Bce) dovesse emettere una banconota con un potere d'acquisto senza eguali? In fondo si tratta di un bel regalo per l'economia sommersa: narcotrafficanti, prostitute, crimine organizzato, evasori fiscali e quant'altro. Il mezzo ideale per il riciclaggio del denaro sporco. L'euro lava più a fondo!

Il portavoce ufficiale della Bce ricorda che sei dei dodici membri fondatori dell'Unione disponevano già di banconote dal valore simile. Ma nei luoghi più poveri del pianeta 500 persone potrebbero sopravvivere un giorno intero dividendo il bigliettone in 500 monete da un euro e prendendone una ciascuno.

Un milione in due chili
Il primo agosto Stephen Fidler sosteneva sul Wall Street Journal che le popolarità di cui godono le banconote da 200 e 500 euro tra i criminali, i narcotrafficanti e gli addetti al riciclaggio di denaro è uno dei fattori che hanno garantito la solidità della moneta unica europea e la stabilità finanziaria dell'unione monetaria negli ultimi movimentati mesi. Se la Bce fosse un'impresa, il suo prodotto più venduto sarebbero proprio le banconote da 500, la maggior parte delle quali circola o viene accumulata fuori dai confini dell'eurozona.

Dalla data della creazione del biglietto da 500, nell'inverno del 2002, la sua emissione ha registrato una crescita annuale del 32 per cento, e si è passati dai 31 miliardi di euro complessivi di allora ai 285 miliardi attuali. Il 35 per cento degli euro in circolazione sono in biglietti da 500, nonostante ben poche persone abbiano avuto la possibilità di maneggiarli.

Se la Banca centrale europea emette ogni anno un 32 per cento in più di banconote di massimo taglio e praticamente nessuno le utilizza quotidianamente, non serve un genio per capire che esiste un mercato gigantesco che gira attorno al denaro sporco. Negli anni d'oro del denaro facile la Spagna, che rappresenta il 10 per cento dell'eurozona, si accaparrava il 40 per cento delle banconote da 500.

Stephen Fidler ricorda che già nel 1998 Gary Gensler, alto funzionario del dipartimento del tesoro statunitense, aveva espresso preoccupazione per la concorrenza al biglietto da 100 dollari – il massimo taglio emesso dagli Stati Uniti, equivalente ad appena 76 euro – e per l'uso che avrebbero fatto i criminali dei biglietti da 200 e 500 euro. Un milione di dollari in biglietti da 100 pesa quasi dieci chili. L'equivalente in biglietti da 500 euro meno di due chili. (Fonte: presseurop.eu/ Traduzione di Andrea Sparacino)

Redazioneonline- Stampa Internazionale 

 

Di fronte al fallimento delle politiche sui nomadi, gli stati che ospitano i rom puntano il dito contro i loro paesi d'origine. E Bruxelles è frustrata dal fallimento dei fondi di finanziamento ad hoc.
Jean-Pierre Stroobants - Mirel Bran

Il dibattito sull’integrazione dei rom in Europa invocato da Francia, Italia e Svezia non trova soluzione. Pierre Lellouche, segretario francese agli affari europei, aveva sollecitato alcune settimane fa un confronto “urgente” su “un problema reale del quale è arrivato il momento di occuparsi concretamente”.

Ricordando i problemi della delinquenza minorile, ma anche delle reti della prostituzione e dei traffici di bambini in Francia, Lellouche aveva puntato il dito contro i flussi di “popoli che non cercano in alcun modo di integrarsi”, la responsabilità dei paesi d’origine dei rom (nove milioni dei quali hanno un passaporto europeo), o ancora la relativa inerzia della Commissione europea che, come sottolinea Lellouche, spende molti soldi proprio per facilitarne l’integrazione. La Svezia ha avanzato da parte sua la richiesta di un “piano d’azione vincolante”, che “risponda concretamente a una situazione d'emergenza”.

Questi governi hanno preso di mira anche alcuni paesi d’origine, accusati di eludere i propri doveri di assistenza. Oltre alla Bulgaria (da dove provengono 750mila rom, secondo le stime) e la Slovacchia (500mila), le critiche si sono concentrate sulla Romania (ufficialmente 537mila rom, più verosimilmente circa due milioni). E Bucarest ha promesso di darsi da fare. Come primo passo ha nominato un segretario di stato responsabile per i rom rimpatriati, ma in seguito ha anche protestato per la distruzione degli accampamenti in Francia e per il “biasimo pubblico” di cui è fatta oggetto.

Nondimeno, la lentezza con cui la Romania adopera i fondi europei per aiutare i rom irrita più d’uno. Complessivamente l’Agenzia nazionale per i rom si occupa di ben sei programmi, finanziati con una cifra complessiva pari a 9,3 milioni di euro, ma i risultati sono per il momento poco visibili. La sorte miserabile di questo popolo lo induce sempre a emigrare. E i progetti, a forza di subire continui ritardi, rischiano di essere bloccati. “La Commissione ci ha raccomandato di revocare quelli che non vanno avanti, per evitare che siano bloccati i finanziamenti” spiega Anca Zevedei, direttore dell’Autorità di gestione delle risorse umane al ministero romeno del lavoro. “La Commissione intende aiutare i rom, ma guardate che cosa accade ai progetti di cui è responsabile l’Autorità nazionale”.

Compiacere Bruxelles
Quanto alle associazioni rom, esse criticano sia la Francia che le autorità romene. “La Romania non fa il proprio dovere”, afferma Ciprian Necula, incaricato del progetto "La Casa dei Rom". “Lo stato ha permesso il costituirsi di reti di trafficanti di esseri umani e della prostituzione. Si è accontentato di mettere per iscritto alcuni programmi solo per compiacere gli europei”.

La situazione locale conferma la diagnosi pessimista sugli sprechi, soprattutto il mancato utilizzo dei fondi europei. Di fatto la Romania stenta a consumare i 32 miliardi di euro in fondi non rimborsabili che la Commissione le ha riservato dal 2007 al 2013, a patto che giustifichi l’uso che ne fa.

Arbitra del dibattito, la Commissione non riesce a nascondere il proprio disagio: invitata dalla Francia e da altri paesi ad “agire”, obietta di aver moltiplicato le iniziative mirate all’integrazione e alla non discriminazione. Tuttavia, “l’integrazione sarà efficace soltanto con un’azione mirata degli stati, a livello nazionale, regionale e locale” sottolinea l’esecutivo europeo.

Tra il 2007 e il 2013 saranno spesi circa 13,3 miliardi di euro tramite il Fondo sociale europeo e il Fondo per l’integrazione dei rom e di altri gruppi definiti “vulnerabili”. In Romania e in Ungheria la metà degli aiuti è destinata ai rom; altri soldi sono distribuiti a diversi paesi dal Fondo agricolo per lo sviluppo rurale e, dal maggio scorso, i singoli stati possono presentare richiesta al Fondo europeo per lo sviluppo regionale, per aiutare le minoranze a ottenere più facilmente un’abitazione. I fondi strutturali infine permettono di cofinanziare i progetti per la prima infanzia, la pubblica istruzione o il lavoro. Il Parlamento europeo ha allocato cinque milioni di euro per lanciare un progetto pilota di integrazione imperniato sui micro-finanziamenti e l’istruzione.

“Non sono i soldi che mancano, ma il corretto utilizzo”, sospira un alto funzionario. A questo proposito, Bruxelles ha promosso due ricerche che dovranno individuare i programmi, i progetti e le politiche di integrazione giunti a buon fine. (traduzione di Anna Bissanti)

Repressione
La stagione della caccia ai rom

Il successo dei festival dedicati alla musica gitana e delle iniziative legate alla cultura rom testimoniano l'interesse degli europei per il mondo zigano. Eppure in molti paesi dell'Europa occidentale le misure repressive contro i rom si moltiplicano, nota la rivista polacca Przekrój. A fine luglio il presidente francese Nicolas Sarkozy ha evocato i "problemi creati dal comportamento di alcuni rom e nomadi", e ha annunciato l'epulsione di quelli stranieri.

Nel frattempo il ministro dell'interno ha dato inizio allo smantellamento di mezzo migliaio di campi nomadi illegali nel paese. Nel mese di aprile la Germania ha ordinato il rimpatrio di 12mila rom in Kosovo, mentre la Danimarca ne ha espulsi quattrocento perché "mettevano in pericolo la sensazione di sicurezza" dei loro vicini. A partire dal mese di luglio il governo fiammingo ha spostato diversi campi nella vicina Vallonia, per non parlare dei provvedimenti repressivi presi in Italia a partire dal 2008. Il governo svedese ha intenzione di punire la mendicità di gruppo con l'espulsione e il divieto di soggiorno per 3 anni, e nel frattempo chiede alla Commissione europea di prendere posizione sulla preoccupante situazione dei rom in Europa.

Il 29 luglio Bruxelles ha risposto sostenendo che in materia di espulsione la sovranità spetta esclusivamente agli stati membri. Secondo le accuse di Amnesty International alcuni paesi applicano "una politica sistematicamente anti rom", e l'Ue non fa altro che scaricare il problema sugli stati membri. Il 12 agosto, infine, il Comitato per l'eliminazione della discriminazione razziale dell'Onu (Cerd) ha puntato il dito contro la Francia, a causa della sua politica nei confronti dei rom e della "recrudescenza degli atti razzisti". ( Fonte: presseurop.eu)

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A Narva, al confine con la Russia, l'adozione della moneta unica prevista per il primo gennaio 2011 sta creando scompiglio nella male informata comunità russofona. Per la gioia dei banchieri, che guadagnano sulla confusione tra le quotazioni della corona, dell'euro e del rublo.
Autore: Tanel Mazur

In Estonia sono stati fatti molti sforzi per preparare i cittadini all'arrivo dell'euro. Tuttavia sembra che la popolazione russofona sia stata abbastanza trascurate. Bisogna considerare l'indifferenza con cui i media russofoni trattano l'argomento, ma anche l'incapacità dello stato estone di garantire un'informazione adeguata alla minoranza linguistica.

In questo contesto, nella città di Narva circolano voci di ogni genere. C'è chi crede ad esempio che i centesimi di corona verranno cambiati con una quotazione al ribasso o che addirittura non saranno accettati. Qualcun altro è convinto che dopo i primi giorni di cambio di valuta nei depositi non rimarrà abbastanza liquidità o piccoli tagli.

Dicerie del genere potrebbero spingere le "babushka" a caricarsi i figli sotto braccio e correre a cambiare le monete in banconote, utilizzando l'unica macchina contamonete in città. Perchè con i bambini? Semplicemente perché per loro il servizio bancario è gratuito. Nel frattempo molti hanno deciso di cambiare fin da ora le corone estoni in euro, per prevenire un'eventuale impennata delle quotazioni da qui all'autunno.

Gli uffici di cambio, numerosi nella città di frontiera e sicuramente più informati dei cittadini, appendono alle lavagne fogli con quotazioni a loro favorevoli. La convinzione più assurda è quella che circola a proposito del prezzo del rublo: si dice che andrà sicuramente ad aumentare, come tutto il resto. Sull'argomento spuntano anche presunti "specialisti" pronti a fornire la loro spiegazione: "In Finlandia con l'arrivo dell'euro i prezzi sono aumentati, e stanno già salendo anche in Estonia. Se tutti i prezzi aumentano, perchè non dovrebbe salire anche quello del rublo?"

La moneta russa costituisce per gli abitanti della frontiera un mezzo di pagamento molto importante, che permette di fare brevi viaggi sull'altra sponda del fiume per fare acquisti e vendere mercanzia. Si tratta dunque di una questione cui la popolazione di Narva è molto sensibile. A rigor di logica, con l'arrivo dell'euro il rublo sarà meno caro. Tuttavia per il momento gli uffici di cambio approfittano della confusione e delle dicerie per giocare sulla quotazione delle tre valute e confondere i cittadini. Bisognerà aspettare la scomparsa definitiva della corona perché si stabilizzi definitivamente il tasso di cambio tra l'euro e il rublo, in particolar modo nella percezione degli estoni.

Per mettere un freno a questa situazione è importante che le autorità estoni facciano il possibile per evitare la diffusione di bestialità come quella che ho sentito da una vecchia signora: "A dicembre cambierò tutto il mio denaro in rubli, perché non si sa mai..." (traduzione di Andrea Sparacino)
( Fonte: presseurop.eu)

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Un nuovo sito finanziario su Twitter… e non solo.Un laboratorio di idee dove incontrarsi, discutere, riflettere, per maturare una più completa comprensione delle dinamiche che muovono i processi economici ed i mercati finanziari.


La proposta della Commissione di istituire un’imposta europea per finanziare il budget dell’Unione dovrebbe piacere ai paesi contribuenti netti. Ma l'idea si scontra con l’ostilità degli stati al trasferimento di una competenza vitale.

Siamo davvero pronti a versare un’imposta diretta a Bruxelles, a dieci anni dall’introduzione della moneta unica? Il commissario europeo al bilancio, Janusz Lewandowki, crede che sia giunto il momento di compiere questo nuovo passo lungo la strada che porta a uno stato federale europeo. Sul Financial Times Deutschland ha quindi lanciato la sua proposta, anche se non ha molte chance di andare in porto.

L’esca lanciata da Lewandowski agli stati membri è comunque appetitosa: in cambio di una tassa sulle transazioni finanziarie o sui voli commerciali, il contributo dei singoli paesi dell’Ue a Bruxelles verrebbe ridotto. Ad alcuni paesi – come Germania e Paesi Bassi – l’idea non può certo dispiacere: da anni il fatto di essere contribuenti netti è causa permanente di tensione, alla quale va ad aggiungersi il particolare rigore di bilancio al quale sono vincolati per il patto di stabilità. Di conseguenza, una riduzione del fardello europeo sarebbe per loro molto conveniente.

Strategia di sopravvivenza
Gli svantaggi, però, sono nettamente superiori. Per gli stati membri un’imposta diretta riscossa da Bruxelles andrebbe a discapito delle loro competenze in questo ambito: la pressione fiscale sui cittadini ha i suoi limiti, per quanto fluidi e vaghi essi siano. Del resto, la riscossione delle imposte rappresenta una prerogativa dei governi nazionali, molto possessivi nei suoi confronti. Probabilmente in Gran Bretagna – dove la paura di un super-stato europeo è inculcata sin dalla tenera infanzia – staranno già dicendo: "Ecco, se concedi un dito a Bruxelles, si prenderà tutto il braccio". Da questo punto di vista, altri paesi europei si sono avvicinati ai britannici.

Nei Paesi Bassi e in Francia il rifiuto della Costituzione europea nel 2005 ha cambiato radicalmente il modo di pensare l’Europa. Le parole del commissario Lewandowski non basteranno a scalfire questo nuovo euroscetticismo. Quella del commissario, però, non è l'ennesima deriva burocratica, ma una strategia di sopravvivenza: la Commissione è preoccupata per le trattative sul bilancio 2014-2021, che rischiano di essere ancora più complesse del solito a causa dei problemi finanziari che assillano i paesi membri. Ecco perché una fonte alternativa di introiti potrebbe rappresentare una gradita soluzione, se non fosse per la crescente resistenza opposta da alcuni stati membri all’idea di “sempre più Europa”. (traduzione di Anna Bissanti)

Visto dalla Germania
Un bilancio più trasparente

La prospettiva di pagare un'altra tassa non farà certo felici i contribuenti, osserva la Süddeutsche Zeitung. E sempre che “l’imposta europea non rappresenti un onere supplementare” aggiunge ancora il quotidiano, ricordando che nel 2010 ogni tedesco pagherà indirettamente all’Unione fino a 260 euro. In compenso la misura potrebbe far scattare la tanto attesa riforma del bilancio, che ogni anno dà adito a infiniti “mercanteggiamenti tra gli stati membri”. "Se i cittadini pagheranno direttamente l’Europa, forse saranno più attenti a dove vanno a finire i loro soldi. E soprattutto si chiederanno perché, nel ventunesimo secolo, la maggior parte del budget Ue è ancora destinata al settore prevalente nel diciottesimo: l’agricoltura". ( Fonte. presseurop.eu)

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Il mito dell'idraulico polacco che toglie il pane di bocca ai lavoratori tedeschi è ormai superato. Oggi sono i nuovi disoccupati dell'Europa occidentale a emigrare a est e a sud, dove il lavoro non manca.
Matei Dobrovie

Con una crescita economica del'1,7 per cento nel 2009, la Polonia è stata il paese dell'Europa centro-orientale meno colpito dalla crisi. Neanche la tragica scomparsa della gran parte dell'élite responsabile di tale successo ha interrotto l'ascesa del paese. E così migliaia di tedeschi dell'est attraversano l'Oder in cerca di un impiego.

Ufficialmente i tedeschi che lavorano nei call center, nell'edilizia e in altri settori nei dintorni della citta di Szczecin sono più di 2.500, ma le cifre reali sono molto più grandi. Un lavoratore tedesco qualificato può guadagnare circa mille euro al mese in Polonia. Non molto, ma meglio che niente. A un tiro di schioppo, nel distretto tedesco di Uecker Randow, il tasso di disoccupazione è arrivato al 20 per cento.

Si tratta di un fenomeno nuovo, che costituisce un'ulteriore prova dell'inversione delle tendenze migratorie. Se negli anni cinquanta e sessanta i turchi e i greci migravano verso la Germania, oggi la crisi economica costringe i tedeschi a emigrare in Polonia o addirittura in Turchia.

I giovani tedeschi di origine turca lasciano la terra dove sono nati per tornare al paese dei loro genitori. Secondo uno studio dell'Institut Futureorg di Dortmund, il 38 per cento dei giovani turchi diplomati in Germania vuole tornare in Turchia. La metà di loro afferma "di non sentirsi a casa" in Germania, dove sono trattati da stranieri. Nel 2008 sono emigrati in cinquemila.

Oltre alla mancata integrazione, l'altra ragione che spinge i tedeschi di origine turca a partire è la discriminazione sul mercato del lavoro. Secondo uno studio realizzato dall'Università di Costanza i cittadini tedeschi con il cognome turco hanno il 14 per cento di probabilità in meno di ottenere un colloquio di lavoro. La Turchia, in pieno boom economico, offre invece opportunità d'impiego allettanti e accoglie a braccia aperte una manodopera altamente qualificata e per di più poliglotta.

Il diplomato in economia o ignegneria, bilingue e impregnato di un'etica di lavoro tipicamente tedesca, rappresenta il profilo preferito dai datori di lavoro turchi. "La Germania perde non solo manodopera specializzata di cui ha finanziato la formazione, ma anche individui che potrebbero contribuire in maniera decisiva all'integrazione delle minoranze etniche", si lamenta Astrid Ziebarth in un'analisi per il German Marshall Fund.

Il ritorno dei colonizzatori
Come prevedibile, i paesi più colpiti dalla crisi registrano anch'essi un esodo di giovani qualificati. Molti giovani greci rientrati in patria dopo aver terminato gli studi all'estero hanno perduto il lavoro e valutano l'idea di ripartire.

Durante il boom economico, quando era soprannominata la Tigre Celtica, l'Irlanda era orgogliosa che le nuove industrie trattenessero gli autoctoni e attirassero gli irlandesi della diaspora disposti a lavorare nell'edilizia e nei servizi finanziari. Oggi le vittime della riduzione salariale emigrano in massa.

Con un tasso di disoccupazione al dieci per cento, decine di migliaia di portoghesi cercano fortuna in Angola, ex colonia lusitana in Africa australe. Grazie ai ricavati del petrolio l'economia angolana ha registrato una crescita annuale del 16 per cento nell'ultimo quinquennio, mentre il Portogallo si è fermato all'1,1 per cento.

Lo sviluppo angolano assicura un gran numero di opportunità professionali, a causa della forte penuria di manodopera qualificata in ingegneria, nelle telecomunicazioni, nel commercio e nel settore bancario.

Circa 25mila portoghesi sono emigrati nel corso degli ultimi tre anni. Tra loro ci sono titolari di piccole imprese, funzionari statali e operai qualificati (muratori, elettricisti, capicantiere eccetera). L'integrazione dei portoghesi, nonostante i traumi del periodo coloniale e della lotta per l'indipendenza, è agevolata dai forti legami linguistici, storici e culturali che uniscono i due paesi. (traduzione di Andrea Sparacino)

Romania
Viva la fuga dei cervelli
"Se il capo dello stato in persona tesse le lodi dell'emigrazione, il fallimento del paese è ormai un dato di fatto", scrive Jurnalul National a proposito delle recenti dichiarazioni di Traian Bãsescu. Il presidente ha lodato il "coraggio" dei romeni che hanno lasciato il paese e che hanno contribuito alla sua ricchezza inviando denaro e non pesando sulla previdenza sociale. Cosa importa se la Romania rimarrà "senza medici, se lo stato abbandonerà i pazienti e se i cervelli migliori lasceranno il paese", ironizza il giornale. La fuga di cervelli non preoccupa solo la Romania. Secondo Lidové Noviny, mentre la disoccupazione torna a crescere in tutta Europa, in alcuni paesi come Germania e Gran Bretagna i "cacciatori di teste" si rivolgono sempre di più all'estero per riempire posizioni strategiche come quelle di ingegnere, informatico, cuoco e medico. ( Fonte: presseurop.eu)

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Di redazione (del 09/08/2010 @ 09:45:16, in Stampa Internazionale, linkato 142 volte)

Secondo molti governi le banche dovrebbero pagare per la crisi che hanno contribuito a provocare con una tassa ad hoc. Ma gli istituti minacciano di farne ricadere i costi sui clienti. Per questo finora le misure sono state solo simboliche.
Autore: Cezary Kowanda

Il conto della crisi è in arrivo. Dal prossimo gennaio in Gran Bretagna l'iva salirà dal 17,5 al 20 per cento. La Germania sta tagliano i sussidi di disoccupazione, la Spagna ha varato leggi in favore del taglio del personale, il Portogallo sta riducendo le pensioni e la Francia intende posticipare l'età pensionabile per tutti i cittadini.

La maggior parte dei paesi europei fa i conti con un deficit enorme, e l'esempio della Grecia dimostra che la pazienza dei mercati che finanziano il debito non è infinita. Tuttavia è proprio il settore bancario a essere percepito come il principale colpevole della crisi che ha trascinato molti paesi sull'orlo della bancarotta. Non dovrebbero quindi essere le banche a contribuire al salvataggio delle finanze pubbliche che le hanno aiutate a sopravvivere?

Il problema è che ogni governo ha un'opinione diversa sull'argomento. L'unico elemento condiviso all'ultimo summit del G20, dove si sono incontrati i rappresentanti politici delle più grandi economie del mondo, è l'intenzione di lasciare ogni paese libero di agire come meglio crede. Il primo ministro canadese Stephan Harper, rappresentante di un paese che è riuscito a oltrepassare la crisi senza danni, ha chiarito fin dall'inizio che non intende appoggiare nessun progetto di tassa globale per le banche. I cinesi, che non vogliono mettere ulteriore pressione alle loro banche nazionali, hanno fatto lo stesso.

Dalla parte opposta della barricata ci sono paesi che hanno dovuto salvare le loro banche e ora hanno bisogno di ridurre il deficit nazionale. Si tratta innanzitutto degli Stati Uniti, della Germania, della Gran Bretagna e della Francia. Per non intaccare la competitività dei rispettivi settori finanziari leader come Angela Merkel o David Cameron gradirebbero naturalmente l'introduzione di una tassa globale identica per tutti i paesi. In questo modo sarebbe scongiurato il trasferimento di capitali da un paese all'altro per sfuggire alla nuova tassa. Il partito a favore della nuova imposta appare però debole, se non altro perché i paesi che ne fanno parte, nonostante siano uniti dalla volontà di tassare le banche, non sono necessariamente d'accordo su come spendere il denaro ricavato dalla tassa.

Barack Obama vuole semplicemente recuperare i cento miliardi di dollari (76,5 miliardi di euro) spesi per salvare il settore azionario in difficoltà. Negli Stati Uniti la nuova tassa verrebbe applicata soltanto alle istituzioni più grandi e a seconda del loro profilo operativo. In questo modo le banche coinvolte negli investimenti ad altro rischio pagherebbero più delle altre. Il progetto è stato però bocciato dal Congresso, e i Democratici sono stati costretti a sacrificarlo per portare avanti la nuova regolamentazione del settore finanziario.

Il nuovo primo ministro britannico ha scelto un approccio diverso. Cameron è infatti convinto che le banche dovrebbero contribuire a risollevare le finanze pubbliche, in un paese dove il deficit ha raggiunto livelli paragonabili a quelli della Grecia. La recente manovra economica del governo britannico ha introdotto una nuova tassa calcolata in base allo stato patrimoniale complessivo delle diverse banche, che dovrebbe raccogliere un miliardo di sterline quest'anno e tra i 2 e i 2,5 miliardi di sterline annui a partire dal 2011. I ricavati andranno direttamente in bilancio e serviranno a dimostrare ai cittadini britannici che i sacrifici toccano a tutti.

Soluzione svedese
La Germania vorrebbe introdurre una tassa simile per incassare 1,2 miliardi di euro all'anno. Piuttosto che spendere i fondi, però, Merkel ha proposto di metterli da parte per creare uno speciale "fondo di stabilizzazione", una sorta di polizza assicurativa nel caso ci fosse un'altra crisi del settore bancario. In questo modo il denaro per rimettere in piedi le istituzioni finanziarie in difficoltà non verrebbe prelevato dalle tasche dei cittadini. Il fondo sarebbe inoltre protetto dalle interferenze della politica e non potrebbe essere usato in nessun altro modo. A dirla tutta non si tratta di un'idea tedesca, ma dell'imitazione di una soluzione introdotta in Svezia nel 2009.

Sono proprio gli svedesi i campioni della nuova tassa per le banche. Stoccolma intende portare il fondo di stabilizzazione fino al 2,5 per cento del pil entro i prossimi 15 anni. Ogni anno le maggiori banche di Svezia versano per la causa diverse centinaia di milioni di corone ciascuna. I politici svedesi hanno promosso il loro modello a livello internazionale, e secondo loro l'importo della tassa è abbastanza piccolo da non indebolire le banche e abbastanza grande da accumulare nel tempo una somma sostanziosa. Tuttavia i più critici puntano l'indice contro la debolezza principale del sistema: l'importo da versare è calcolato in base al fatturato di una banca all'interno della Svezia, mentre le operazioni internazionali non vengono considerate. Di conseguenza le istituzioni impegnate soprattutto sul mercato interno, dove le operazioni ad alto rischio sono tradizionalmente evitate, pagano più delle loro concorrenti che hanno investito molto nei paesi baltici e per questo hanno registrato le perdite maggiori.

Nonostante tutto, però, la Commissione europea si è schierata a favore della soluzione svedese. Bruxelles sta cercando di coordinare i provvedimenti presi dai governi degli stati membri per evitare di arrivare a una situazione in cui ogni paese ha una diversa tassa per le banche. La Commissione vorrebbe che tutti i membri dell'Unione creassero un complesso di fondi di stabilizzazione in grado di incassare fino a 50 miliardi di euro all'anno. In questo modo ognuno degli stati dell'Unione europea avrebbe una polizza assicurativa in caso di un'altra crisi bancaria e al contempo tutte le istituzioni finanziarie dell'Ue sarebbero trattate allo stesso modo.

Sfortunatamente, tutti coloro che credono che costringere le banche a risparmiare denaro per i tempi di magra serva a evitare una nuova crisi potrebbero restare parecchio delusi. Le imposte sono infatti largamente simboliche. La Germania, per esempio, prevede di racimolare poco più di un miliardo di euro all'anno, quando fino ad oggi il salvataggio della tedesca Hypo Real Estate è già costato da solo più di cento miliardi. I fondi di stabilizzazione dovrebbero operare per diversi decenni prima di essere in grado di sventare una minaccia reale.

"Per adesso tutta la faccenda è stata poco più che una manovra populista. I governi vogliono convincere l'opinione pubblica che anche le banche stanno pagando per la crisi, ma date le dimensioni delle somme in questione non si può parlare di una reale tassazione del sistema finanziario", sostiene Piotr Kuczyñski, analista dell'agenzia di consulenza finanziaria polacca Xelion. La verità è che le banche hanno tra le mani un'arma molto potente: se vogliono possono semplicemente scaricare sulle spalle dei clienti i costi accessori.

Per questa ragione i paesi che hanno deciso di istituire una nuova tassa per le banche stanno mantenendo le cifre a un livello appena percettibile per il settore. Le banche, infatti, hanno il vantaggio di non essere facilmente rimpiazzabili. Non ci sarà ripresa globale fino a quando il settore finanziario rifiuterà di mettersi in gioco. Le banche lo sanno e hanno fatto chiaramente capire ai governi che è meglio non cominciare una guerra con loro. E il messaggio è arrivato forte e chiaro. (Fonte: Presseurop.eu/ Traduzione di Andrea Sparacino)

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interessante articolo e speriamo che la donazione delle cellule staminali diventi prassi anche nel nostro paese.
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Di cellule staminali
E' una forma mirata di stress test bancario cinese sui finanziamenti erogati.
08/09/2010 @ 10:48:03
Di roxioni
Penso che per il 17 di questo mese, scadenza tecnica dei futures, avremo le idee più chiare su che tipo di trend prenderà il mercato.
07/09/2010 @ 22:23:18
Di roxioni
Enrico, del post n.15 non ho capito un capzo ma ti voto per il fatto che affermi:"ci sono anche debiti storici"La cassa del mezzogiorno, mantenuta da decenni con la scusa dei debiti storici, che cosa ...
05/09/2010 @ 10:45:06
Di Mario
Enrico, cosa intendi con " L'industrializzazione non deve essere avulsa dalla produzione necessaria al mercato interno in termini occupazionali...."Vuol per caso dire che vuoi anche tu mantenere degli...
05/09/2010 @ 10:41:38
Di Mario
Enrico, cosa intendi col "recupero dei voti degli esclusi"????Magari che gli assenti hanno ragione??A casa mia gli assenti hanno sempre torto.Così come dovrebbe essere in qualsiasi società democratica...
05/09/2010 @ 10:32:48
Di Mario


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