Il traffico di organi umani destinati ai trapianti è una realtà perfino in Europa, nonostante l'esistenza di norme legali e di misure di controllo considerate efficaci. Il commercio di organi supera spesso le frontiere nazionali e approfitta delle condizioni di precarietà delle regioni più povere del mondo.
Tra le offerte di automobili, terreni o cani chihuahua, su internet si ritrovano anche non poche proposte di acquisto di organi umani, nella maggior parte dei casi un rene. Soprattutto giovani uomini e donne si dicono disposti a cedere un organo vitale per alcune migliaia di franchi.
Secondo quanto annunciato da alcuni siti, le offerte provengono dalla Francia e dal Belgio, due paesi che non sprofondano di certo in una povertà assoluta. E in cui il traffico di organi umani è vietato dalla legge.
Si tratta di annunci fasulli o a scopo fraudolento oppure di vere proposte? "È già da alcuni anni che persone povere propongono di vendere i loro organi su internet", rileva Ruth-Gaby Vermot-Mangold, membro del Consiglio d'Europa e autrice di un rapporto su questo traffico illegale in Europa.
Un organo per un pugno di dollari. Un commercio di esser umani, a pezzi. Il traffico non è limitato alle sordide prigioni cinesi o ai paesi meno favoriti del pianeta. Anche in Europa è una realtà. "Si tratta di un problema che va regolato a livello internazionale", afferma Thomas Gruberski, che sta preparando un lavoro di dottorato in diritto sulla questione.
Leggi efficaci "Quasi sempre ricoperto da un velo di segreto, il commercio di organi sta dando del filo da torcere agli inquirenti. Solo una legislazione efficace può permettere di prevenirlo in qualche misura.
"Il trapianto di un organo rappresenta un'operazione difficile, che può essere realizzata soltanto da un medico e in tempi molto brevi. Se le autorità sono ben organizzate e dispongono di un buon dispositivo di controllo, questo traffico diventa quasi impossibile", dichiara Ruth-Gaby Vermot-Mangold.
In Svizzera, come in tutti i paesi europei, la vendita di organi umani è proibita dalla legge. "È vietato: il prelievo o il trapianto di organi, tessuti o cellule di origine umana acquistati verso compenso in denaro o mediante la concessione di vantaggi", decreta la Legge federale sul trapianto di organi, tessuti e cellule.
Regolamentazioni divergenti "Organismi come Swisstransplant (la fondazione nazionale per il dono e il trapianto di organi) non utilizzano mai degli organi senza verificare la loro provenienza. Sanno che bisogna essere molto attenti e che sussiste una zona grigia, ad un passo dall'illegalità", afferma Ruth-Gaby Vermot-Mangold.
Anche le legislazioni degli altri paesi europei vietano il traffico di organi umani, in virtù della protezione dei diritti umani. Le regolamentazioni denotano tuttavia numerose differenze, soprattutto per quanto concerne la definizione del legame tra il donatore e la persona che riceve l'organo.
In Italia e in Danimarca deve sussistere un rapporto di parentela tra donatore e ricevente. In Germania può bastare un legame emozionale molto forte tra di loro. In altri paesi, come in Norvegia, Spagna, Austria e Svizzera, la legge non richiede nessun rapporto specifico tra il donatore e il ricevente. Sussiste quindi maggiormente il pericolo di una "zona grigia", ossia di abusi a scopo di lucro.
Forti pressioni "La regolamentazione costituisce un grande dilemma. Da un lato è buona cosa se il donatore è un parente o un amico. D'altro canto sono stati scoperti dei casi in cui il ricevente ha presentato un "falso" amico, che non parlava neppure la sua lingua", sottolinea Ruth-Gaby Vermot-Mangold.
A detta di Thomas Gruberski, è preferibile una regolamentazione più aperta, che non limiti la cerchia dei donatori. Secondo l'esperto, leggi troppo restrittive non sono sensate, dal momento che possono produrre grandi pressioni e pregiudicare la libera scelta del donatore.
"Pensiamo al caso di una madre che ha bisogno di un rene. Se la legge impone l'esistenza di un legame di parentela, i figli o gli altri parenti si ritroveranno fortemente sotto pressione. In alcuni casi può inoltre crearsi un commercio all'interno della famiglia: il figlio che fa dono di un organo riceverà una quota maggiore di eredità", spiega Gruberski.
Per la bioeticista inglese Janet Radcliffe Richards, la miglior soluzione per lottare contro il traffico di organi è di liberalizzare totalmente il commercio. In tal modo sarebbe possibile un miglior controllo medico, soprattutto per garantire la sicurezza dei donatori.
Una proposta considerata pericolosa da Ruth-Gaby Vermot-Mangold: "Le persone che vendono i loro organi si ritrovano spesso in una situazione di grande precarietà e vivono in paesi molto poveri: in molti casi non beneficerebbero di una miglior assistenza medica".
Affari pericolosi Proprio questa precarietà viene sfruttata da molte persone nei paesi più ricchi per procurarsi un organo nelle regioni più povere del pianeta. In Svizzera, nonostante inchieste approfondite, non è stato accertato nessun caso di abuso in tal senso, indica Ruth-Gaby Vermot-Mangold.
Secondo uno studio effettuato nel 2004 dal Comitato direttore di bioetica e dal Comitato europeo della sanità, numerose persone dei paesi europei si recano in altre regioni del mondo per sottoporsi ad un trapianto. In particolare in Cina, India, Turchia e in alcuni paesi africani.
Per l'elaborazione del suo rapporto destinato al Consiglio d'Europa, la parlamentare svizzera ha incontrato dei donatori moldavi che avevano venduto loro organi in Turchia. Attirati con promesse di lavoro, non avevano trovato nessun impiego in Turchia. Per rimborsare il viaggio di ritorno era stato proposto loro di vendere un rene per 2000 – 3000 euro.
"Ho rivisto uno di questi donatori moldavi qualche tempo dopo. Grazie ai soldi si era comperato una casetta per la sua famiglia in Moldavia. Ma si era ridotto in pessime condizioni di salute", ricorda Ruth-Gaby Vermot-Mangold.
Laureline Duvillard, swissinfo.ch ( Traduzione e adattamento: Armando Mombelli)
Indro Montanelli mi raccontò che Leo Longanesi una volta gli aveva detto: "Tu e Ansaldo mi fregherete sempre. Perchè io capisco le cose cinque anni prima che accadono, voi cinque giorni prima". Vasco Rossi, fatte tutte le debite proporzioni, è più vicino al tipo Montanelli -Ansaldo che a Longanesi. È un istintivo, ha fiuto, sente cosa c'è nell'aria e sta per arrivare e lo capta un po' prima degli altri. Per questo trovo molto interessante il suo ultimo disco, appena uscito, "Il mondo che vorrei".
Ricordate l'autore che cantava "vado al massimo"? Bene, adesso lo stesso uomo, certo un po' invecchiato, dice: "Non si può fare sempre quello che si vuole/non si può spingere solo l'acceleratore/guarda un po': ci si deve accontentare". E se ci è arrivato lui fra poco ci arriveranno anche gli altri a capire che noi non abbiamo bisogno di più velocità, di più Tav, di più Expo, di più Pil, di più produttività, di più consumo, di più crescita, di maggiore modernizzazione ma, al contrario, di rallentare, di frenare, di fare qualche passo indietro. Abbiamo bisogno di ritornare a una vita più semplice e più umana. "Ci si deve accontentare di ciò che si ha" canta Vasco.
È stato Ludwig von Mises, uno dei più estremi ma anche dei più coerenti teorici dell'industrial-capitalismo a sintetizzarne l'essenza e a individuarne la molla con l'affermare, capovolgendo venti secoli di pensiero occidentale ed orientale, che "non è bene accontentarsi di ciò che si ha". E così fondando la necessità dell'infelicità umana. Poiché ciò che non si ha non ha limi ti, l'uomo moderno non può mai raggiungere un momento di armonia, di equilibrio, di soddisfazione: conseguito un obiettivo deve immediatamente puntarne un altro, salito un gradino farne un altro e poi un altro ancora e così all'infinito, a ciò costretto dall'ineludibile meccanismo che lo sovrasta.
Ineludibile perchè si regge su questa ossessiva corsa in avanti alle cui esigenze piega, lo vogliano o no, anche i singoli individui. Siamo come i cani levrieri (fra le bestie, sia detto di passata, più stupide del Creato) che al cinodromo inseguono la lepre meccanica coperta di stoffa che, per definizione, non possono raggiungere. Perché serve solo per farli correre. E il futuro orgiastico, che le leaders mondiali agitano continuamente davanti ai nostri occhi come una sempre nuova Terra Promessa, arretra costantemente davanti ai nostri occhi come l'orizzonte davanti a chi si incammi ni avendo la pretesa di raggiungerlo. Questa è la condizione dell'uomo contemporaneo. Ed è da questa frustazione che nasce il mal di vivere, il disagio esistenziale acutissimo che si diffonde sempre più fra gli abitanti anche, anzi soprattutto, dei Paesi benestanti o ricchi o ricchissimi , provocando ansia, angosce, nevrosi, depressioni, dipendenza da sostanze chimi che e picchi di suicidi sconosciuti al mondo pre Rivoluzione industriale (decuplicati, in Europa, dal 1650 ad oggi).
Ma il paradosso finale di questo modello di sviluppo che ha puntato tutto sull'economi a, subordinando ad essa ogni altra esigenza dell'essere umano, è che ha completamente fallito anche in quest'ambito. Da quando la Rivoluzione industriale si è messa in marcia la povertà nel mondo non ha fatto che aumentare, interi continenti ne sono stati distrutti, come l'Africa nera (che nessun "aiuto", peloso o meno, potrà salvare, ma, al contrario, contribuirà ad inguaiare ulteriormente strangolandola col cappio inesorabile della globalizzazione), e adesso la fame, la dura fame, comincia a lambire anche noi se è vero che si vedono già in giro persone, per ora vecchi, costrette a rubare nei supermercati perché nel mondo del Denaro chi non ne ha è perduto, né può trovare sostegno in un tessuto sociale che è stato distrutto.
Ma io credo che la crisi economica ci sarà d'aiuto. Perchè ci costringerà a pensare al di là dell'economico. A riflettere se aver abbattuto l'antico principio "è bene accontentarsi di ciò che si ha" non si sia risolto in una follia autodistruttiva. E chissà se Vasco Rossi, con le parole semplici delle canzoni, non finirà per essere più convincente dei tanti intellettuali che, derisi e vilipesi, da decenni denunciano e annunciano il crepuscolo della Modernità. ( Fonte: massimo Fini)
Il cataclisma che da qualche giorno ingombra la sezione “Esteri” dei giornali, l’affare WikiLeaks, ha un fratello maggiore. Quarant’anni fa è successo qualcosa di simile. L’ “Afghan War Diary”, il dossier di 92mila file militari segreti pubblicato su internet e su tre dei maggiori quotidiani del pianeta, ha un precedente storico molto noto ai lettori americani, i Pentagon Papers. Il collegamento fra le vicende è piuttosto ovvio, ma ci sono banalità che conviene non dimenticare.
Nel 1967 il segretario alla Difesa degli Stati Uniti, Robert Mc Namara, commissiona al Dipartimento della Difesa un rapporto sul coinvolgimento politico-militare americano in Vietnam dal 1945 al 1967. Nascono così, un anno dopo, i Pentagon Papers. Documenti top-secret, naturalmente. Tre anni dopo uno degli analisti militari autori del rapporto, Daniel Ellsberg, scopre di essere contrario alla guerra in Vietnam e decide di fare quanto in suo potere per fermarla. Fa una copia del rapporto e la passa a Neil Sheenan, reporter del New York Times.
La pubblicazione dei Pentagon Papers inizia nel giugno del 1971: le amministrazioni di quattro presidenti americani (Truman, Eisenhower, Kennedy e Johnson) vengono sbugiardate in prima pagina. Si scoprono bombardamenti in Cambogia e Laos di cui nessuno aveva mai sentito parlare. Si scopre che Johnson aveva pianificato di estendere la guerra e di bombardare il Vietnam del Nord già durante la campagna elettorale, quando prometteva il contrario. Vengono svelate falsità e mistificazioni. Quello dei Pentagon Papers è uno scoop in senso proprio: rivelazioni inaspettate di avvenimenti clamorosi.
In risposta, il presidente Nixon accusa Ellsberg di alto tradimento e ottiene da una corte federale un’ingiunzione che proibisce al New York Times di continuare a pubblicare i documenti. Non c’è problema, va avanti il Washington Post (da questo punto di vista il coraggio e l’autonomia degli americani andrebbero imitati). Nel frattempo la Corte Suprema, nel nome del celebre primo emendamento, ripristina il diritto del Nyt a pubblicare i Papers. E vissero felici e informati.
Ora proseguiamo con le banalità: nel 1971 non esiste internet. E’ quindi perfettamente logico che un analista come Ellsberg scelga le colonne di uno dei più importanti quotidiani per informare il pianeta. Inchiostro su carta. Meno intuitiva è la ragione per cui, quarant’anni dopo, un uomo come Julian Paul Assange scelga di fare la stessa cosa. Parliamo di un veterano delle reti informatiche: ex programmatore di computer, ex hacker, direttore da quattro anni del pluripremiato sito WikiLeaks. Eppure, un signore del web come lui, in grado di raggiungere il mondo intero in tempo reale, quando si è trovato per le mani l’Afghan War Diary ha alzato la cornetta e ha telefonato ai cari vecchi quotidiani.
New York Times (ancora), The Guardian e Der Spiegel. Tre icone della quality press. Evidentemente le testate storiche assicuravano a Assange qualcosa che lui sapeva di non poter garantire: la massima credibilità possibile. Si è sentito dire qualsiasi cosa a proposito di quei 92mila file, tranne che siano falsi. Se i giornalisti di New York Times, Guardian e Spiegel per un mese verificano una notizia e poi la pubblicano, chi si sente minacciato non può comunque negare, deve scegliere un’altra strategia difensiva.
E qui si sono aperte due strade fondamentali: da una parte “la pubblicazione di questi documenti mette in pericolo i nostri uomini e la nostra missione”, dall’altra “che c’è di nuovo? Sono cose che si sapevano già”. Entrambe confutabili, entrambe pericolose. Nel primo caso si fa appello al patriottismo becero, al rassicurante senso di far parte di una comunità minacciata dall’alieno, a tutto quel repertorio da sociologi d’accatto che rivela la disponibilità a giustificare ogni machiavellismo pur di continuare a sentirsi al sicuro.
In realtà, come spiega il direttore del New York Times, “nella loro forma originale, non rivista, questi documenti avrebbero potuto davvero mettere a rischio delle vite”, ma soprattutto “quelle dei cittadini afgani identificabili come collaboratori della Nato. E’ per questo che abbiamo realizzato un grande sforzo per eliminare questi riferimenti dai nostri articoli”.
Per quanto riguarda invece la posizione del “nulla di nuovo sotto il sole”, la questione è forse più delicata. Qui risiede la differenza più evidente fra Pentagon Papers e Afghan War Diary. I primi hanno fatto emergere verità effettivamente non conosciute, non sospettabili; anzi, hanno rovesciato delle convinzioni radicate. La gente ha capito di aver creduto vero qualcosa che era falso.
I documenti di WikiLeaks sembrano invece confermare qualcosa che più di una persona, non solo nelle alte sfere, già sospettava. I pakistani fanno il doppio gioco, le forze armate afgane sono inadeguate, molti civili sono morti durante la guerra. Sono alcuni esempi di cose atroci, non insospettabili. E con ciò? Siccome posso immaginare l’eventualità generale è inutile che venga informato sul fatto particolare? “Sono cose che si sapevano già”. E’ una frase inutile. E’ la frase di chi non trova un’opinione da controbattere quando sono i fatti a parlare. ( Fonte: altrenotizie.org)
La crisi dei generi alimentari ha lasciato senza cibo milioni di persone nel mondo. Agli 850 milioni di persone che soffrono la fame, la Banca Mondiale ne ha aggiunti altri 100 in seguito alla crisi attuale. Questo “tsunami” della carestia non ha nulla di naturale, al contrario, è il risultato delle politiche neoliberali imposte da decenni dalle istituzioni internazionali. Oggi il problema non è la mancanza di generi alimentari in quantità sufficiente, bensì l’impossibilità di avere accesso a tali generi alimentari per via dei prezzi troppo alti.
Questa crisi dei generi alimentari lascia dietro di sé una lunga lista di vincitori e perdenti. Tra i più colpiti troviamo le donne, i bambini, i contadini espulsi dalle loro terre, i poveri d’ambiente urbano…In definitiva, le persone che costituiscono la massa degli oppressi del sistema capitalista. Tra i vincitori troviamo le multinazionali dell’industria agroalimentare che controllano dall’inizio alla fine tutta la catena di produzione, di trasformazione e commercializzazione dei generi alimentari. Quindi, se la crisi alimentare colpisce principalmente i paesi del Sud, le multinazionali assistono a una forte crescita dei loro introiti.
Monopoli
La catena agroalimentare è controllata in ogni sua fase (semenze, fertilizzanti, trasformazione, distribuzione, ecc) dalle multinazionali che accumulano introiti elevati grazie a un modello agro-industriale liberalizzato e senza regole. Un sistema che conta, con il sostegno esplicito delle élite politiche e delle istituzioni internazionali che mettono i profitti di queste imprese al di sopra della soddisfazione dei bisogni alimentari delle persone e del rispetto dell’ambiente.
La grande distribuzione si caratterizza per un alto livello di concentrazione capitalista, come in altri settori. In Europa, tra il 1987 e il 2005, la porzione di mercato delle 10 maggiori multinazionali di distribuzione, rappresentava il 45% del totale e si prevede che raggiungerà il 75% nei prossimi 10-15 anni. In paesi come la Svezia, tre catene di supermercati controllano circa il 91% del mercato e in Danimarca, Belgio, Spagna, Francia, Paesi Bassi, Gran Bretagna e Argentina, un pugno d’imprese domina tra il quarantacinque e il 60% del mercato.
Le megafusioni sono all’ordine del giorno in questo settore. In questo modo, le grandi multinazionali installate nei paesi occidentali, assorbono le catene più piccole in tutto il pianeta, assicurandosi un’espansione su scala mondiale, in particolar modo nei paesi del Sud.
Questa concentrazione monopolistica permette di garantire un controllo importante di quello che consumiamo, dei loro prezzi, della provenienza e del modo in cui i prodotti sono elaborati, con quali ingredienti ecc. Nel 2006, la seconda maggior impresa mondiale per volume di vendite, è stata Wal-Mart e tra i top 50 mondiali di queste aziende, figura anche Carrefour, Tesco, Kroger, Royal Ahold e Costco. La nostra alimentazione dipende ogni giorno di più dagli interessi di queste grandi catene di vendita al dettaglio e il loro potere si mette in evidenza drammaticamente nelle situazioni di crisi.
Di fatto, nell’aprile 2008, di fronte alla crisi alimentare mondiale, le due più grandi catene di supermercati degli Stati Uniti, Sam’s Club (proprietà di Wal-Mart) e Costco, hanno scelto di razionare la vendita di riso nelle loro aziende per gonfiare i prezzi. Da Sam’s Club è stata limitata la vendita di riso a tre varietà (basmati, gelsomino/”jasmin” e grano lungo) come pure la vendita di sacchi di riso da 9 kg a 4 kg per cliente. Da Costco, la vendita di farina e di riso è stata limitata. In Gran Bretagna, Tilda (principale importatore di riso basmati a livello mondiale) ha anch’esso stabilito delle restrizioni di vendita. Con queste misure è stata messa in evidenza la capacità delle grandi catene di distribuzione di influenzare l’acquisto e la vendita di determinati prodotti, di limitare la loro distribuzione al fine di influenzare la formazione dei prezzi. Un fatto che non si era più verificato negli Stati Uniti dopo la seconda guerra mondiale quando erano state imposte restrizioni sul petrolio, sulla gomma e sulle lampadine, ma non sui generi alimentari.
Cambiamenti di abitudini
Un’altra dinamica che è stata messa in rilievo con la crisi alimentare è stata quella del cambiamento di abitudini all’atto dell’acquisto. Di fronte alla necessità dei clienti di stringere la cintura e di andare nei negozi con i prezzi più bassi, le catene di discount sono state vincenti. In Italia, Gran Bretagna, Spagna, Portogallo e Francia, questi supermercati hanno visto aumentare le vendite dal 9% al 13% nel primo trimestre del 2008, rispetto all’anno precedente.
Un altro fattore che indica il cambiamento delle tendenze è l’aumento delle vendite degli elettrodomestici che ammontano, secondo le cifre del primo trimestre del 2008, in Gran Bretagna, al 43,7% del volume totale delle vendite, al 32,8% in Spagna, 31,6% in Germania e in Portogallo e al 30% circa, in Francia. Sono appunto questi elettrodomestici che offrono i maggiori introiti alle grandi catene di distribuzione e che permettono una più vasta fidelizzazione della clientela.
Tuttavia, al di là del ruolo che può avere la grande distribuzione in una situazione di crisi (con la restrizione della vendita di certi prodotti, i cambiamenti di abitudini d’acquisto, ecc), questo modello di distribuzione esercita a livello strutturale un controllo stretto che ha un impatto negativo sulle varie figure partecipano alla catena di distribuzione alimentare: contadini, fornitori, consumatori, lavoratori, ecc. Di fatto, l’apparizione dei supermercati, centri commerciali, catene discount, express, ecc, nel corso del XX secolo, ha contribuito alla commercializzazione delle nostre abitudini alimentari e alla sottomissione dell’agricoltura e dell’alimentazione alla logica del capitale e del mercato. ( Fonte: www.comedonchisciotte.org) Autore: Esther Vivas è membro della direzione di Izquierda Anticapitalista-Revolta Global in Spagna. Ha pubblicato in francese «En campagne contre la dette» (Syllepse, 2008) (In campagna contro il debito) e è coordinatrice dei libri in spagnolo «Supermarchés, non merci»! (Supermercati, no grazie!) et «Où va le commerce»?(Dove va il commercio?). Questo articolo è stato tradotto dallo spagnolo per www.lcr-lagauche.be Fonte: www.mondialisation.ca Link: http://www.mondialisation.ca
Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di ELENA R.
Una delle più dolorose pagine dell'umanità si avvia a trovare un principio di ricomposizione: gli Stati Uniti prenderanno parte per la prima volta alla cerimonia commemorativa del 65/o anniversario dal bombardamento atomico di Hiroshima, in Giappone, segnando così la presenza ufficiale di Washington all'evento annuale nella città distrutta dalla bomba il 6 agosto del 1945, che causò almeno 140.000 vittime dirette.
Gli esecutivi dei due Paesi, in base a fonti diplomatiche, starebbero lavorando agli ultimi dettagli, ma l'amministrazione Usa sarà rappresentata dal proprio ambasciatore in Giappone, John Roos. Il diplomatico, ad Hiroshima nell'ottobre del 2009, visitò il parco della Pace e l'Atomic Bomb Dome, l'edificio simbolo dell'olocausto nucleare. Tutti luoghi su cui nel 2008 si raccolse in preghiera lo Speaker della Camera dei Rappresentanti americana Nancy Pelosi, la figura istituzionale di Washington più alta in grado ad essersi mai recata finora a Hiroshima nel pieno delle sue funzioni.
Secondo le indiscrezioni, la presenza di Washington alla cerimonia è stata fortemente voluta dal presidente americano, Barack Obama, come prova dell'impegno preso nel famoso discorso di Praga per la realizzazione di un mondo libero dagli armamenti atomici. Alla cerimonia di quest'anno, che si preannuncia di particolare rilevanza, sono inoltre attese le delegazioni di Gran Bretagna e Francia (in entrambi i casi per la prima volta), oltre che il segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, alla prima partecipazione in assoluto all'evento da parte di un massimo esponente del Palazzo di Vetro. La città di Hiroshima, che ha cominciato a invitare dal 1998 le potenze nucleari del mondo, ricevendo nel tempo le adesioni, tra gli altri, di Cina, India, Pakistan e Russia, potrebbe quest'anno toccare il massimo di oltre 70 delegazioni, a fronte di un totale di 149 inviti spediti nel mondo.
La notizia del gesto Usa alle celebrazioni dell'anniversario é stata accolta con favore dalle associazioni dei sopravvissuti al bombardamento, che tuttavia chiedono agli Stati Uniti scuse formali per le devastazioni atomiche. "È una mossa quanto mai gradita - ha commentato Kazushi Kaneko, 84 anni, direttore generale del Consiglio di Hiroshima per le vittime della bomba atomica -. Gli Stati Uniti, tuttavia, dovrebbero prima riconoscere il bombardamento come un crimine umanitario e offrire le proprie scuse, correggendo la percezione americana che la bomba sia stata la scelta giusta". ( Fonte: americaoggi.info)
L'uomo più odiato dai 'latinos' dell'Arizona è figlio di immigranti italiani: Joe Arpaio, lo sceriffo di Maricopa che ha allestito nel deserto al confine con il Messico tende-prigione per clandestini, è figlio di un droghiere avellinese 'doc'.
Joe "il duro" sa cosa vuol dire sentirsi straniero ma ha fatto della caccia agli illegali la missione della sua vita. 68 anni, cresciuto senza madre che morì dandolo alla luce, Arpaio fa ironia sul suo cognome: "La gente pensa che sono spagnolo, ma io li correggo sempre", disse qualche anno fa ricevendo un premio dell'Order of Sons of Italy.
Gli attivisti per i diritti degli immigrati non riescono a capacitarsi.
"Come italiano, mi vergogno di lui, di averlo come parte della mia comunità - dice rabbioso Vincent D'Emidio, attivista di HumanRights.Change - La cosa peggiore è che, in quanto italiano, è un latino. Quindi uguale ai messicani che continua a perseguitare".
Arpaio, che ha battezzato il figlio con il nome di Rocco, imperturbabile respinge le accuse: "Ho compassione per chi tenta di attraversare le nostre frontiere alla ricerca di una vita migliore. E' vero, i miei genitori arrivarono negli Usa dall'Italia. Però - come scrive nel suo libro di memorie - entrarono in modo legale, come milioni di persone che lasciarono la loro casa in cerca di nuove opportunità, nuove libertà, nuovo futuro. I miei, a differenza dei messicani, avevano certi valori".
Arpaio non è il solo discendente di italiani in America che cove sentimenti forti anti-immigranti: lo "sceriffo più tosto del West" ha un alter ego in Lou Barletta, da dieci anni rieletto a valanga sindaco di Hazelton, una cittadina della Pennsylvania considerata la capitale dell'America xenofoba. Quattro anni fa Hazelton, dove le insegne dei bar portano nomi italiani - Andruzzi, Fidule, Iannuzzi - aveva varato la legge più restrittiva degli Usa in fatto di immigrazione: multe salate a chi affitta la casa a un clandestino, licenze sospese per chi assume lavoratori senza le carte in regola, inglese lingua ufficiale nel territorio del comune.
Il consiglio comunale aveva votato quattro a uno la proposta di Barletta, il cui nonno trasportava carbone con un carro tirato da un cavallo e che aveva partecipato alla riunione con addosso il giubbotto anti-proiettile. E i consiglieri avevano replicato con un vigoroso 'Sì' quando una leader ispanica locale, Anna Arias, aveva chiesto se erano a favore della deportazione dei figli degli emigranti nati in America. ( Fonte: americaoggi.info)
Un ateneo in cui si laureano ragazze belle e preparate e che non assomigliano a Rosy Bindi: lo ha detto, stando a quanto riferiscono alcuni studenti, il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, in visita all'università telematica Ecampus di Novedrate (Como). Intrattenutosi per oltre un'ora nella sede dell'ateneo lariano, il premier ha parlato a braccio per una ventina di minuti davanti agli studenti universitari spaziando dalla politica in generale, senza dimenticare uscite ironiche nei confronti di due esponenti dell'opposizione come Rosy Bindi e il leader dell'Italia dei Valori, Antonio Di Pietro.
Spesso, avrebbe affermato Berlusconi secondo la testimonianza di alcuni partecipanti all'incontro, viene detto che le persone che il presidente del Consiglio nomina sono tutte carine, veline e senza cervello. Ma, avrebbe aggiunto Berlusconi presentando una bella ragazza, ci sono giovani che si laureano con il massimo dei voti e non assomigliano a Rosy Bindi. Davanti alla platea radunata nell'auditorium di Ecampus - all'incontro hanno partecipato in videoconferenza anche studenti della sede umbra dell'ateneo, di quella di Messina e di Roma - il primo ministro ha poi tracciato un parallelo tra il suo excursus universitario e quello del leader dell'Italia dei Valori Antonio Di Pietro.
Quando studiavo per prepararmi agli esami - avrebbe sostenuto Berlusconi parlando del suo impegno all'università - lo sapeva tutto il condominio in cui abitavo e, per questo, faceva silenzio per permettermi di prepararmi bene e poi, superato l'esame, facevo festa. Quanto a Di Pietro, avrebbe ancora sottolineato Berlusconi, secondo i partecipanti all'incontro, appare difficile capire perchè nel suo paese nessuno sapesse niente della sua laurea. Una battuta che il leader dell'Idv non ha gradito annunciando querela e sfidando il premier a presentarsi in tribunale.
Accolto, intorno a mezzogiorno, da una piccola folla di cittadini e di giornalisti, cui Berlusconi non ha rilasciato dichiarazioni, il premier ha colto l'occasione per un aperitivo con il presidente della fondazione Ecampus, Francesco Polidori, e i vertici dell'ateneo. Nel corso del suo intervento, il presidente del Consiglio ha anche parlato dell'università del pensiero liberale che sta preparando a Villa Gernetto, a Lesmo, e, riferendosi all'attuale momento politico, si è limitato ad osservare che all'interno della maggioranza di governo «ci sono solo piccole incomprensioni».
VENDOLA: «MASCHILISMO VOLGARE» «Berlusconi fa tutte quelle battute sulle donne perchè è il prototipo di un certo maschilismo un pò guascone». È la teoria di Nichi Vendola, governatore della Puglia che in collegamento telefonico con il programma di radio2 «Un giorno da pecora» ha commentato la gaffe del premier sulla bellezza di Rosy Bindi. Analizzando il rapporto del Premier con le donne, Vendola ha detto: «Berlusconi pensa che le donne debbano ricoprire un ruolo ornamentale nei confronti del primato del genere maschile. Molte delle persone considerate belle da questo maschilismo dominante sono in realtà volgari». «Berlusconi è volgare?» chiedono i conduttori Claudio Sabelli Fioretti e Giorgio Lauro. «Sì. È volgare soprattutto quando fa battute di spirito tipo: 'Basta clandestini, gli unici che devono sbarcare dall'Albania sono le donnè. Berlusconi ironizza su cose drammatiche. Non si può essere continuamente battutisti».
PREMIER: NON VERRA' TOLTO VALORE LEGALE ALLE LAUREE Nella riforma universitaria non è prevista l'eliminazione del valore legale delle lauree. È quanto affermato secondo quanto appreso da alcuni studenti, il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, nel corso del suo intervento all'università telematica Ecampus di Novedrate in provincia di Como. A giudizio del premier, infatti, la cancellazione del valore legale delle lauree non rientra nei piani dell'esecutivo. Sempre secondo quanto riferito da alcuni partecipanti all'incontro, Berlusconi avrebbe poi parlato del suo percorso universitario, contrapponendolo a quello del leader dell'Italia dei Valori, Antonio Di Pietro. A quanto riferito Berlusconi avrebbe detto che quando lui studiava per dare gli esami universitari lo sapeva tutto il condominio in cui abitava che, per farlo concentrare, faceva silenzio per poi festeggiare una volta superato l'esame. Invece, avrebbe proseguito Berlusconi, non si capisce perchè nel paese di Di Pietro nessuno sapesse niente della sua laurea. Intrattenendosi con gli studenti dell'università telematica, sempre secondo quanto si è appreso da alcuni partecipanti all'incontro, il presidente del Consiglio ha poi toccato il tasto della scelta di ragazze di bell'aspetto all'interno del suo partito. Spesso si dice che le persone nominate dal Premier, avrebbe osservato lo stesso Berlusconi, sono tutte carine, veline e senza cervello. Presentando, invece, una bella ragazza alla platea, Berlusconi avrebbe sottolineato che la ragazza ha preso il massimo dei voti e non assomiglia alla Bindi, lasciando intendere che si può essere contemporaneamente brave e belle.
DI PIETRO: LO QUERELO, VENGA IN TRIBUNALE «Berlusconi, invece di continuare a offendere la mia storia personale, rinunci ad avvalersi dell'insindacabilità prevista dall'articolo 68 della Costituzione». Lo dichiara in una nota il Presidente dell'Italia dei Valori, onorevole Antonio Di Pietro, commentando le affermazioni che avrebbe pronunciato il Presidente del Consiglio durante la sua visita all'università telematica di Novedrate. «Così - aggiunge Di Pietro - vedremo davanti ai giudici chi ci capisce di più non solo di italiano ma anche di diritto». «Le sue dichiarazioni - aggiunge il leader dell'IdV - già più volte sono state ritenute diffamatorie dai giudici ma Berlusconi ha sempre approfittato dell'articolo 68 della Costituzione». «Anche per queste sue ultime affermazioni - conclude - lo querelerò augurandomi che si decida ad affrontarmi a viso aperto in un' Aula di Tribunale».
BINDI: CHE TRISTEZZA LE SUE VOLGARITA' «Faccio i miei complimenti alle studentesse per il conseguimento della laurea. Su quello che ha detto il Presidente del Consiglio mi limito con tristezza a prendere atto che tra i tanti segnali della fine dell'impero c'è anche questa ormai logora ripetitività delle sue volgarità». Così la presidente del Pd Rosy Bindi replica ala battuta del premier Silvio Berlusconi.
GIULIETTI: E' ATTORE BOLLITO, RIPETE BATTUTE Il premier Silvio Berlusconi è «un attore bollito costretto a ripetere le poche battute che ricorda». Il portavoce di Articolo21, Giuseppe Giulietti, commenta così l'ultima battuta del presidente del Consiglio su Rosy Bindi. «Non è offensivo per la Bindi - aggiunge Giulietti - ma per il povero Silvio stesso. Forse farebbe bene a imbavagliare se stesso invece di tentate di imbavagliare e oscurare milioni di italiani».
FRANCO (PD): COME VECCHIETTO, RINCORRE DONNE «È triste dover continuare a registrare lo squallore di un presidente del Consiglio che si comporta come il classico vecchietto che rincorre le donnine sfruttando il suo potere economico». Lo dichiara la senatrice del Pd Vittoria Franco in merito alle dichiarazioni del premier Silvio Berlusconi fatte all'Ecampus di Novedrate. «Evidentemente - aggiunge Vittoria Franco - Berlusconi ha il complesso della bellezza (o della bruttezza?) e cerca di rimediare dandosi un pò di tono e offendendo chi non corrisponde ai suoi canoni». Conclude la senatrice del Pd: «Come donna mi auguro di non dover pi— sentire e commentare parole del genere da chi esercita la funzione di Presidente del Consiglio».
DONADI: FA BATTUTE DA TROGLODITA Una battuta da 'troglodita«, con cui »ancora una volta« il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi »dimostra di avere scarso senso delle istituzioni e poco rispetto per il prossimo«. Il capogruppo dell'Italia dei Valori alla Camera, Massimo Donadi, boccia così l'ennesima battuta del premier su Rosy Bindi. Senza contare poi, prosegue Donati, che Berlusconi dimostra anche di avere »una concezione miserabile e offensiva delle donne«. Quanto alle parole »false e diffamatorie« su Di Pietro, il capogruppo alla Camera dell'Idv invita Berlusconi »a rinunciare all'insindacabilità e a risponderne in tribunale. Se non è un vigliacco ed ha il coraggio delle proprie affermazioni non dovrebbe avere problemi a farlo. Berlusconi, più che logoro, è patetico«. ( Fonte: leggo-it)
Tuvalu è una piccolo arcipelago formato da atolli ed isole per un totale di circa 25 kilometri quadrati. Parte della Polinesia, situato poco a nord rispetto a Fiji e Samoa, Tuvalu è sicuramente più importante sul Web che non sulle cartine geografiche ove anche Google Maps sembra perderne le tracce. Ed è online che l'isola di Tuvalu ha trovato una piccola grande fortuna che ora vorrebbe però rinegoziare per trarne nuovo ed ulteriore vantaggio.
L'isola di Tuvalu è l'isola a cui fanno riferimento i domini ".tv". Quel che il .it è per l'Italia, insomma, il .tv lo è per Tuvalu. Il .tv è stato attribuito però in questo caso ad un arcipelago che di un dominio internet non saprebbe però cosa farsene. Per questo motivo è chiaro comprendere come il nome sia stato utilizzato al fine unico di dar vita alla desinenza .tv di grande appetibilità per tutto quel che è il mondo della televisione. A suo tempo, quindi, Tuvalu ha trovato un accordo di mutuo interesse con VeriSign tale per cui Tuvalu mette il proprio nome per far valere i propri diritti e VeriSign mette la propria tecnologia e la propria esperienza per monetizzare il .tv.
L'accordo era stato stipulato negli anni '90 sulla base di 2 milioni di dollari annui versati dalla DotTv (controllata VeriSign) al governo locale. Oggi, però, l'attuale ministro delle finanze Lotoala Metia sembra esprimere una certa amarezza per gli accordi del passato e chiede che il patto venga rinegoziato per riconoscere a Tuvalu il vero valore del diritto acquisito.
Il Ministro ha sbottato a Radio New Zeland International un diretto «Ci danno noccioline» sottolineando il fatto che l'accordo non è considerato teoricamente rinegoziabile dalla controparte almeno fino al 2016. Ma Tuvalu vuole alzare la voce ora e subito, sperando di riuscire a spremere dal dominio nuove risorse prima che questa opportunità venga meno ed i 25 km quadrati dell'arcipelago debbano tornare ad essere semplicemente un puntino in mezzo all'oceano. ( Fonte: http://business.webnews.it) Di Giacomo Dotta
Punti della patente in vendita: succede in Francia, dove la crisi ha costretto gli abitanti ad ingegnarsi. Così, scrive il Corriera della Sera, online si possono trovare annunci che sponsorizzano la vendita di punti, un mercato tanto fiorente che il prezzo per un punto è già crollato, da 300 a 150 euro. Basta cedere il proprio nome al proprietario della macchina multata dall’autovelox, e il gioco è fatto.
Un altro espediente in tempi di miseria è la cassa comune per pagare le multe: tra amici si sottoscrive una sorta di “accordo”: nessuno paga il biglietto dei mezzi pubblici, e se uno dei “soci” viene beccato dai controllori il pagamento della multa viene diviso tra tutti.
Se questi sono i metodi della gente comune, anche la classe dirigente, a suo modo, cerca di fare economia. Il presidente Sarkozy, in forte calo nei sondaggi, ha annunciato un drastico taglio delle spese di ministeri, sottosegretari e funzionari pubblici: auto blu e appartamenti di funzione ridotte, addobbi floreali aboliti (solo fiori finti al loro posto), eliminate anche usanze d’altri tempi come la “caccia presidenziale” nel castello di Chambord, inaugurata da de Gaulle, e il tradizionale garden party all’Eliseo.
Il segretario dell’Ump Xavier Bertrand, vorrebbe che i provvedimenti venissero presi anche nei confronti dei poteri locali: “Le spese di funzionamento sono cresciute dell’85 per cento in cinque anni”, ha detto.
Intanto, il ministro del budget Francois Baroin ha stilato un elenco di 150 misure per un risparmio di 10 miliardi entro il 2013. Fra queste, la riduzione di 100mila posti di funzionari statali e la lotta al cumulo di mandati e conseguenti stipendi. ( fonte: blitzquotidiano.it)
Anna Chapman, la presunta spia russa arrestata negli Usa, era amica su Facebook dell’economista Nouriel Roubini. Stamattina però il professore della New York University soprannominato ‘Dottor Doom’ per la sua visione catastrofica dell’economia mondiale, ha cancellato la ragazza dal suo elenco di amicizie online.
”Potrei averla incontrata socialmente a uno o due gradi party, mai a casa mia”, ha detto Roubini alla Abc. ”Ma non abbiamo mai parlato faccia a faccia”, ha precisato il professore.
Rossa di capelli e sexy, 28 anni, la Chapman è laureata in economia a una università russa. Di mestiere fa l’agente immobiliare, un’attività che le frutta un giro di affari di 2 milioni di dollari. In realtà, però, è una spia russa che fa rapporto a Mosca ogni mercoledì.
Anya Chapman, in inglese Anna, è un agente deep cover che invia informazioni riservate con il suo MacBook, comodamente seduta nei caffè di Manhattan.
Questo fino a che non è stata avvicinata da un uomo che diceva di venire dal consolato russo, e che le ha proposto di effettuare un trasferimento di documenti falsi verso un altro agente sotto copertura: solo che questi non era un infiltrato del consolato, ma un agente dell’FBI.
Le immagini che ora impazzano sulla rete vengono direttamente dall’account Facebook della spia, ormai è già una Bond Girl a furor di popolo. ( Fonte: www.blitzquotidiano.it)