Evitare il suicidio dell’America

Giancarlo Marcotti Commenta per primo

Una interessante analisi di Alfonso Tuor, economista e giornalista, pubblicata nella rubrica Tuor Blog di Ticino News.

Questo è l’obiettivo della parte di establishment americano che ha sostenuto Donald Trump

Tra una decina di giorni Donald Trump si insedierà alla Casa Bianca. Il passaggio dei poteri è tutt’altro che tranquillo a dimostrazione che il suo successo ha rotto il consenso delle élite che ha determinato la politica degli Stati Uniti. Il fuoco di sbarramento non si concentra tanto suoi propositi protezionistici oppure su altri aspetti del programma di Donald Trump, ma soprattutto sulla sua intenzione di aprire un dialogo con la Russia di Vladimir Putin, confermata del resto dalla scelta dei principali collaboratori.

Sia dal campo democratico sia da quello repubblicano si levano dichiarazioni di indignazione e richieste di una dura risposta alle presunte interferenze russe nelle recenti elezioni. Finora le prove addotte dai servizi americani rese note sono molto deboli, ma ciò non vuole ancora dire che effettivamente Putin non abbia cercato di favorire Donald Trump.

E’ quanto del resto hanno fatto gli americani dalla fine della Seconda Guerra mondiale con finanziamenti alle forze amiche, colpi di stato, con il sostegno alla primavera araba e alla politica dei cambiamenti di regime. Gli Stati Uniti sono giunti persino a controllare il telefono di un capo di Governo di un Paese alleato, come Angela Merkel, e probabilmente emergerà che controllavano gran parte delle personalità del mondo politico e finanziario italiano (da Mario Draghi fino a Mario Monti e Matteo Renzi), come lascia supporre gli arresti romani di due fratelli impegnati in un’operazione di hackeraggio su ben 18mila persone.

Il tentativo di delegittimare il nuovo Presidente americano attraverso la campagna contro la Russia di Putin cela qualcosa di molto più importante: una spaccatura dell’establishment statunitense sui punti fondamentali della politica degli Stati Uniti. Per essere ancora più chiari, Donald Trump non è un outsider, ma è il rappresentante di una parte della élite americana che negli ultimi anni (e soprattutto dopo la crisi finanziaria del 2008 e dopo la disastrosa politica in Vicino Oriente di Bush, prima, e di Obama, poi) ha maturato la convinzione che il Paese stesse andando verso il disastro.

I punti di contrasto sono chiari e sono quelli emersi durante la campagna elettorale e nei confronti tra Trump e la Clinton. Da una parte, la visione di Hillary di continuare la politica di intervento negli affari mondiali e di consolidare il primato americano attraverso accordi commerciali e militari con i Paese alleati per contrastare la sfida della Cina. Quindi, imprimere un ulteriore impulso alla globalizzazione attraverso accordi commerciale a tutto campo con l’Unione europea (Ttip) e con i Paesi asiatici.

Rafforzare le alleanze militari sia in Asia per contenere la Cina sia in Europa per ridurre a miti consigli la Russia di Vladimir Putin, spezzando le velleità di Mosca di ritornare ad avere un ruolo a livello mondiale. Continuare ad intervenire in Vicino Oriente anche sostenendo formazioni terroristiche e quindi rovesciare Assad in Siria dopo aver rovesciato Gheddafi in Libia e Moubarak in Egitto, ossia avere un ruolo determinante nella regione eliminando chi si pone di traverso come il turco Erdogan attraverso un colpo di stato. Insomma, una visione in cui gli Stati Uniti sono il perno del mondo attraverso una serie di istituzioni internazionali dominate da Washington e dai Paesi alleati. Attorno a questa politica si era formato un consenso granitico negli Stati Uniti che accomunava democratici e repubblicani.

Donald Trump, come si sa, mette in discussione questa strategia: da un’America che guida il mondo e ne determina le scelte ad un’America che si occupa di curare le proprie ferite economiche e sociali; da un’America tutrice di un mondo globalizzato ad un’America che difende i propri posti di lavoro e che ha tentazioni protezionistiche e così via. C’è dunque da chiedersi perché una parte dell’establishment ha rotto il consenso, su cui si fondavano le scelte strategiche degli Stati Uniti, per scegliere una via isolazionistica.

Perché questa lotta di potere all’interno di un establishment che ha dominato il Paese e governato il mondo? Un’ipotesi di risposta è che gli Stati Uniti non hanno più i mezzi economici e finanziari per sostenere questa politica che anzi indebolisce il Paese e favorisce la Cina, ossia l’unico Paese che può sfidare la superpotenza statunitense. Per essere più chiari, la globalizzazione ha deindustrializzato il Paese e aperto profonde ferite sociali e la crisi finanziaria del 2008 ha accentuato questo processo e le avventure in Afghanistan, in Iraq e la presenza militare in altri Paesi stanno dissanguando il Paese.

Insomma, gli Stati Uniti perseguendo queste politiche si stanno suicidando e stanno creando le condizioni per perdere il loro primato a livello mondiale. Insomma Donald Trump rappresenta una svolta politica realista che mette i fini ai sogni di un Paese convinto di avere la missione di gestire il mondo. Questa svolta distrugge l’ideologia americana di questo dopoguerra e tocca interessi enormi, che vanno dal complesso militare – industriale alla convinzione di essere gli alfieri di una visione progressista, cosmopolita del mondo. Non deve sorprendere dunque la spaccatura dell’establishment americano e conseguentemente le feroci reazioni all’elezione di Donald Trump.

La spaccatura delle élite e la vittoria di Donald Trump hanno rotto il muro del pensiero unico che dominava il mondo occidentale e aprono quindi grandi spazi di libertà. Anzi, non si dovrà essere sorpresi di una convergenza della sinistra vera (non quella radical chic che domina partiti e organi di informazione) con il nuovo Presidente degli Stati Uniti.

E’ quanto sta già cominciando ad accadere negli Stati Uniti, ma che il furore ideologico dei media americani ed europei impedisce che venga reso noto all’opinione pubblica. In conclusione, è stato rotto il “muro di ghiaccio” del pensiero unico e del blocco di potere che lo sosteneva, ora siamo in mare aperto. Il futuro sarà determinato da chi saprà nuotare di più e meglio e sicuramente non lo saranno coloro che sono appesantiti dai pregiudizi ideologici.

Alfonso Tuor

Fonte: Ticino News

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