” UN SISTEMA CHE CONTINUA A FARE ACQUA ” EDITORIALE DI ANTONIO MASSARUTTO

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La storia della privatizzazione dell’acqua è una bufala mediatica: è il meccanismo di affidamento a cambiare, non la proprietà dell’impresa. Piuttosto, con il decreto non si fa alcun passo avanti verso la risoluzione dei veri problemi del settore idrico. La debolezza industriale del settore nasce infatti dalla fragilità e dalla confusione del sistema di regolazione. Continueranno a rimanere al palo gli investimenti. Ma ogni giorno che passa senza investire nell’acqua è un debito che si accumula sulle spalle delle gestioni future.

Neppure Orson Welles avrebbe saputo confezionare una bufala mediatica come quella della “privatizzazione dell’acqua”. Come ha ben spiegato Carlo Scarpa, non c’è nessun obbligo di privatizzazione alle porte; c’è piuttosto l’obbligo per gli enti locali di indire una gara, alla quale potranno partecipare anche le imprese pubbliche. È il meccanismo di affidamento a cambiare, non la proprietà dell’impresa, che potrà essere, come è stato finora, pubblica, privata o mista.

UN CONCORSO DI BELLEZZA PER L’ACQUA

Il pubblico continua a tenere le redini: è la parte pubblica a stabilire le condizioni dell’affidamento e a fissare le tariffe, sono le condizioni pattuite nel contratto di servizio a dettare legge. Il privato prenderà i servizi in affidamento, operando in nome e per conto del pubblico, alle condizioni stabilite dal pubblico. In ogni caso, nessuno impedirà alle aziende pubbliche di vincere le gare, tanto più che saranno gli stessi sindaci a deciderne l’esito.

Le gare saranno “concorsi di bellezza”, in cui l’incumbent partirà con un tale vantaggio che ben difficilmente potrà perdere se i comuni non lo vorranno. E i privati, che lo sanno, ben difficilmente sprecheranno tempo e denaro per partecipare a gare il cui esito è già scritto, se non forse in quei casi in cui la gestione pubblica ha dato finora prove così sgangherate da ritenere plausibile che la politica locale voglia cogliere l’occasione per ripensare gli assetti già costituiti.

Anche la tanto esecrata norma che prevede la discesa dell’azionista pubblico sotto il 30 per cento è stata mal compresa: non si tratta di un obbligo, infatti, ma solo della condizione per conservare l’affidamento diretto. I comuni, cioè, non sono obbligati a vendere. Possono scegliere se vendere e conservare l’affidamento originario, oppure tenere le aziende come sono e farle partecipare alla gara, che con ogni probabilità vinceranno. Tra l’altro, la possibilità di vendere ulteriori quote perdendo la maggioranza relativa esisteva ben prima del decreto. In ogni caso, 30 o 51 per cento cambia poco: queste aziende già oggi si comportano, a tutti gli effetti, come imprese private, dovendo fare i conti con la capitalizzazione di borsa, che sta a cuore anche ai comuni proprietari.

Le bandiere arcobaleno della protesta possono dunque tornare negli armadi: non c’è nessuna multinazionale assetata di profitto a insidiare il prezioso oro blu.

INVESTIMENTI AL PALO

Tanto rumore per nulla, quindi? No. Perché se è vero che questo decreto cambia poco, è anche vero che non fa alcun passo avanti verso la risoluzione dei veri problemi del settore idrico, rinviando semmai di altri due-tre anni almeno l’avvio a regime del sistema. Questi anni andranno perduti tra bandi di gara, carte da bollo, ricorsi al Tar, sgambetti reciproci tra gli aspiranti candidati. Le aziende saranno impegnatissime nel preparare offerte e stringere alleanze; nel frattempo, la gestione continuerà a navigare a vista.

Tanto lavoro per avvocati e consulenti, mentre nessuno batterà un chiodo, nell’attesa della fine dell’ennesima fase transitoria. Quale banca potrebbe essere così pazza da prestare denaro a lungo termine a un soggetto che domani mattina potrebbe scomparire, le cui obbligazioni non sono garantite da un affidamento e un contratto di servizio credibile? E del resto, quale azienda potrebbe avere voglia di pensare al lungo termine finché le condizioni dell’affidamento non saranno chiare e soprattutto stabili?
A rimanere al palo saranno, ancora una volta, gli investimenti, che già oggi scontano ritardi enormi.

La riforma del 1994, secondo il legislatore, doveva andare a regime in un paio d’anni al massimo: ce ne sono voluti quindici, nel corso dei quali nessuno ha investito un centesimo. E anche ora che faticosamente la farraginosa macchina messa in piedi dalla legge Galli si è messa in moto, i dati mostrano che gli investimenti effettivamente realizzati sono meno della metà di quanto i piani avevano previsto. Nel frattempo, incalzano le procedure di infrazione per le direttive europee che non abbiamo ancora incominciato ad attuare, e i nostri fiumi e laghi soffrono per l’inadeguatezza di un sistema di depurazione fatiscente. Altro che acquedotti: sono le fogne e i depuratori le vere emergenze idriche di questo paese. Il valore che spesso si sente citare – 60 miliardi di euro da investire nei prossimi dieci anni – è in realtà una stima largamente per difetto, che risulta dall’aggregazione di quanto i piani degli enti locali hanno sinora ipotizzato.

NON BASTA L’AUTHORITY

I commentatori più avveduti riconducono la debolezza industriale del settore alla fragilità e alla confusione dell’attuale sistema di regolazione. Con le gare, questa fragilità si rivelerà in modo ancora più palese. Ma non basta invocare un’authority – taumaturgo: occorre avere le idee ben chiare su quali sono i nodi critici su cui una riforma della regolazione deve andare a incidere.

Gestire i servizi idrici sopportandone i rischi industriali richiede un modello di affidamento elastico e flessibile, capace di rendere prevedibili i flussi di cassa futuri adattandosi alle contingenze. Questa industria è caratterizzata soprattutto da costi fissi e affondati per lunghissimi periodi, dunque reclama una garanzia dei ricavi totali, a fronte di un gran numero di eventi futuri che sollecitano aggiustamenti periodici dei parametri economici: investimenti, costi operativi ammessi, oneri finanziari, tariffe. La proprietà delle aziende, sotto questo profilo, non fa differenza.

Solo Rufus Firefly – il dittatore pazzo de “La guerra lampo dei fratelli Marx” – sapeva creare regole più eccentriche, ondivaghe e imprevedibili di quelle che caratterizzano il settore idrico oggi in Italia. Ci sono troppi regolatori che fanno cose contraddittorie, intralciandosi l’un l’altro. Ci sono soggetti – segnatamente, gli Ato – sul cui capo si assommano impropriamente sia il ruolo di controparte contrattuale dei gestori, sia quello di regolatore, mentre i sindaci che ne fanno parte sono spesso anche i proprietari delle aziende che dovrebbero essere regolate, dando luogo a conflitti di interesse di ogni genere. Ci sono troppi principi enunciati in modo generico, cui non corrisponde una traduzione adeguata in termini di diritti, doveri, chi fa che cosa, chi è responsabile se le cose vanno male.

C’è un meccanismo di affidamento che a parole invoca la gestione industriale e imprenditoriale, ma poi la svuota di contenuti prevedendo che sia l’Ato, ossia l’ente pubblico concedente, a elaborare i piani di investimento e a corredarli di un piano finanziario, relegando il gestore nello scomodo ruolo di chi dovrebbe realizzare a proprio rischio un piano redatto da altri, con ipotesi di sostenibilità finanziaria quasi sempre sballate. C’è un altro meccanismo, che prevede la revisione triennale dei piani, ma non si preoccupa di disciplinare in che modo la revisione dovrebbe avvenire, a quali condizioni il gestore può rifiutarsi di eseguire quanto previsto dal piano se le ipotesi alla sua base non tengono, cosa accade se gestore e Ato non sono d’accordo sui termini della revisione.

C’è una norma che proclama solennemente la copertura dei costi attraverso le tariffe; peccato che il sistema di contabilità regolatoria, cui compete l’individuazione delle voci di costo ammesse e i criteri per valutare il capitale investito e il suo rendimento, contenuto in un decreto del 1996, non sia mai stato cambiato da allora, nonostante le sue evidenti lacune. Ci sono altri metodi istituiti da alcune Regioni come l’Emilia-Romagna, che si discostano in modo significativo da quello nazionale, ed è tuttora in piedi il conflitto tra livelli di governo su quale dei due debba prevalere. In un settore in cui il 90 per cento dei costi sono riconducibili agli investimenti, l’assenza di un criterio adeguato per misurare il costo del capitale riduce l’equilibrio finanziario a una questione di mera copertura dei costi operativi, lasciando agli investimenti solo margini aleatori. E può capitare che aziende in situazione apparentemente florida piombino nell’insolvenza non appena devono spendere per rifare qualche tubo.

La copertura dei costi, peraltro, viene intesa poco più che a piè-di-lista; la valutazione comparata dell’efficienza, premessa di qualunque sistema di regolazione incentivante, è affidata a una formula econometrica calcolata in modo misterioso, della quale il governo si è sempre rifiutato di rivelare la fonte e perfino la reale significatività statistica; e che non viene aggiornata da tredici anni.

Finché questi nodi non verranno sciolti, il settore continuerà a non saper come reggersi in piedi. Pubblici o privati che siano i gestori, nessuno sarà in grado di presentare a chi finanzia programmi credibili con rischi delimitati e calcolabili.

Ogni giorno che passa senza investire nell’acqua è un debito che si accumula sulle spalle delle gestioni future, che dovranno pagare il doppio per recuperare il tempo che noi stiamo perdendo in scomposti dibattiti all’italiana sui massimi sistemi del mondo.

Saranno i nostri figli e nipoti a pagare il conto. Tutti invocano il “diritto all’acqua”. Sarebbe bene cominciare a renderci conto che a questo diritto corrisponde il dovere di farci carico dei costi necessari. La cosa che fa ancora più tristezza è l’entità della cifra che sarebbe necessario sborsare: in media, sono poche decine di euro all’anno per famiglia. È mai possibile che la settima potenza industriale del pianeta non sappia trovare il modo di mobilitare una cifra così esigua, per fare una cosa che, a parole, tutti convengono sia necessaria?( Fonte: lavoce.info)

Autore: Antonio Massarutto

Redazioneonline- Ambiente ed Energia 

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