IL PICCOLO BORGO CHE HA SFIDATO IL TERREMOTO .

Santo Stefano di Sessanio per qualche ragione è ancora in piedi – ed è un simbolo di speranza per il futuro della regione Abruzzo in macerie.

Il terremoto che ha devastato la città de L’Aquila ha colpito anche il borgo di montagna di Santo Stefano di Sessanio scuotendolo fino alle fondamenta. La faglia sollecitata dal sisma corre proprio sotto il borgo e la violenta scossa ha ridotto la sua torre del XV secolo ad un cumulo di macerie.

Ma la cosa sorprendente di questo paese non è quello che è crollato, ma ciò che è rimasto in piedi ed il perché. Oltre alla torre, nessun’altra struttura è stata danneggiata. E le cause di ciò rappresentano un messaggio di speranza e di esempio per il resto della regione Abruzzo in rovina, poiché questa è la storia del piccolo borgo che ha sfidato il terremoto.

Olivio di Gregorio, ingegnere strutturale, è stato sorpreso nel sonno e svegliato dal terremoto. E’ immediatamente corso in auto ed alle cinque era già in paese. Ha atteso con impazienza l’alba e quando finalmente è arrivata l’ora ha trovato risposta al suo importante interrogativo: Santo Stefano aveva superato la prova più difficile. Con la drammatica eccezione della torre, aveva resistito intatto. Verificando meticolosamente l’interno delle case medievali in pietra al cui accurato restauro ha lavorato per anni, ha scoperto che la situazione era persino migliore: le case avevano superato l’evento quasi senza un graffio.

Santo Stefano offre una lezione estremamente importante per la regione Abruzzo in questo momento di grave crisi. Dimostra che l’antico splendore architettonico della regione, in gran parte ferita e martoriata dal terremoto, può essere riportato alla vita con il giusto equilibrio di sensibilità e tecnologia.

Perché la torre di Santo Stefano è crollata? E perché le case medievale appena restaurate sono rimaste indenni? Per Lelio Oriano di Zio, l’architetto che sta dietro al lavoro di restaurazione di tutto il paese, e Daniele Kihlgren, che lo ha finanziato, la spiegazione di questi eventi è la chiave per capire come l’Abruzzo può rinascere.

Fondata in epoca romana, Santo Stefano diventò un centro di commercio della lana durante l’epoca dei Medici e prosperò di conseguenza. Ma dopo l’unificazione d’Italia nel XIX secolo, ha perso il suo ruolo economico e dopo la Seconda Guerra Mondiale è stata praticamente abbandonata.

Dieci anni fa Oriano di Zio e Kihlgren hanno unito le forze per salvare il villaggio. Hanno comprato 15 appartamenti, li hanno restaurati con grande cura e li hanno lanciati come Sextantio, il primo albergo diffuso (NdT, in italiano nel testo) in Italia, detto anche “scattered hotel”.

Durante i lavori, hanno convenuto le regole di base per un progetto del genere, regole ora applicate ad altri cinque antichi borghi del centro Italia. “Abbiamo capito che il ripristino del paese deve andare di pari passo con la tutela del paesaggio” spiega Oriano di Zio. “Abbiamo fatto un patto con il quale il sindaco ha deciso di non dare il permesso per i nuovi edifici e di proteggere quelli esistenti. Ci sono pochi luoghi belli come questo: diciamo che sono una parte importante del patrimonio in Italia, come il Colosseo , e dovrebbero essere protetti con altrettanta decisione”.

Ma la protezione del paese non significa lasciarlo intatto. “Nel restauro delle case abbiamo seguito le più recenti normative edilizie antisismiche, di fatto persino superandole” spiega Oriano di Zio. Gli archi di legno sono discretamente sostenuti da travi in acciaio. I piani superiori nascondono rinforzi in acciaio, dando alla strutture sia la forza che la flessibilità necessarie per reggere le onde sismiche.

“Si può conservare la fattura originaria pur adeguandola strutturalmente” spiega Kihlgren. “Sarebbe un crimine fare diversamente. Qui ci sono case con alberi che crescono al loro interno, con piastrelle antiche di 200 anni, ma che hanno anche il pavimento riscaldato e rispettano le norme antisismiche”.

Ma se le case sono sopravvissute così bene, perché la torre è caduta? Di Gregorio indica una grande lastra di calcestruzzo impiantata sul suo lato sulla cima della pila di macerie. Alcuni decenni indietro, molto tempo prima che l’attuale restauro fosse in corso, una piattaforma di cemento è stata costruita sulla sommità della torre, per permettere la vista sul paesaggio.

“E ’stato come mettere una lastra di pietra su una scatola di cartone” spiega. “La scatola resiste, ma se sottoposta a sollecitazioni il peso la fa collassare su se stessa”. “Dopo la rivoluzione industriale, abbiamo perso il nostro patrimonio di conoscenze su come resistere ai terremoti” spiega Oriano di Zio. “Nella nostra moderna arroganza, abbiamo pensato di saperne di più. Oggi la prima cosa che abbiamo bisogno di recuperare è il senso di umiltà.”

Fonte : The Independent/ Traduzione a cura della Redazione di « Italia dall’Estero»

Autore: Peter Popham

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