Wall Street non esce allo scoperto

Wall Street non esce allo scoperto

Ancora una seduta che non ci ha detto come uscirà la Borsa americana da questa fase interlocutoria, quando le vendite si stavano facendo pesanti, infatti, ecco che sono tornati i rialzisti, il Dow Jones (-0,29%), ha così rimbalzato su quota 18.340 chiudendo a 18.400 punti.

Diversi i dati macro resi noti in giornata, quello più atteso riguardava il numero di posti di lavoro creati dal settore privato nel mese di luglio. Il dato (177.000 unità) è risultato superiore alle attese (170.000) alimentando, almeno per logica, le probabilità di un aumento dei tassi di interesse.

A Borsa aperta è arrivato anche il Chicago PMI, ossia il dato sull’attività manifatturiera nella zona di Chicago, il calo a 51,5 punti è risultato decisamente più marcato rispetto alle stime degli economisti, è vero che siamo ancora oltre la quota fatidica dei 50 punti, ma non di molto.

Ed infine il dato sulle vendite di case in corso (+1,3%) ha superato largamente le attese (+0,7%).

Ma a influire pesantemente sugli indici di borsa è stato senza dubbio il crollo dei prezzi petroliferi, il WTI è sceso a 44,7 dollari al barile ed il Brent a 47,04.

La logica poteva portare a ritenere probabile un calo marcato dell’azionario Usa e per le prime ore di contrattazione è andata proprio così, poi … mani forti hanno sorretto i listini.

Intel (+0,53%) con una seconda parte di seduta davvero straordinaria si è riportata sui massimi del 2014, anche Coca Cola (+0,44%) è stata protagonista di un finale di seduta sprint mentre per McDonald’s (+0,26%) sembra sia arrivato il momento di invertire il trend negativo.

Non sorprende la maglia nera di giornata per Chevron (-1,10%) per quanto riguarda il DJ, i titoli del settore petrolifero hanno naturalmente occupato il fondo della classifica al Nyse.

Mentre il Nasdaq (-0,19%) è riuscito a limitare ancor di più il ribasso.

Domani gli importantissimi dati sul mercato del lavoro, con le prime richieste di sussidi alla disoccupazione, daranno un altro importante segnale alla Fed che ha ora sempre meno “scuse” per ritardare l’aumento dei tassi di interesse.

Giancarlo Marcotti per Finanza In Chiaro