Il cambio Eur/Usd condiziona i mercati azionari

Giancarlo Marcotti Commenta per primo

Attenzione perché per capire quel che succederà sui mercati borsistici spesso occorre guardare quel che accade sui mercati valutari, ed i mercati valutari oggi han detto qualcosa.

Prendiamo il cross più importante al mondo: l’Eur/Usd. Ebbene vi ricorderete senz’altro che nelle scorse settimane il passatempo più gettonato era scommettere su quando il cambio euro/dollaro avrebbe raggiunto la parità.

Alcuni, anzi molti economisti, davano “l’evento” per imminente, ma andiamo a vedere quel che è successo dall’inizio dell’anno.

Nel primo giorno di contrattazione (il 2 gennaio) il cambio Eur/Usd è sceso sotto quota 1,05. Il giorno successivo calava nuovamente in area 1,04. Attenzione però, perché in intraday si era arrivati addirittura a toccare 1,034. E proprio quel valore rimane tutt’ora il punto di minimo perché da quel momento il trend si invertiva ed il dollaro iniziava ad indebolirsi.

Nei due giorni successivi infatti il cross si riportava di nuovo in area 1,06 e dopo una breve fase laterale oggi abbiamo perso (o guadagnato dipende dai punti di vista) un’altra figura, così ci ritroviamo al di sopra di quota 1,07 il livello più elevato degli ultimi quaranta giorni.

Cosa sta accadendo?

Quello che pochi avevano previsto solo pochi giorni fa, ma che era evidentissimo, e cioè che la Trumpeconomy è sicuramente una politica ribassista per la moneta americana.

Ed eccoci così alla solita incongruenza che scaturisce dalla mancanza di una moneta sovranazionale, per cui nella stragrande maggioranza degli scambi commerciali internazionali viene utilizzato il dollaro.

Capirete senz’altro che è come se esistessero “due dollari diversi”, uno che circola all’interno degli Stati Uniti e l’altro che invece circola al di fuori degli Usa.

“L’incongruenza” sta nel fatto che sui mercati valutari, però, soltanto “un dollaro” viene quotato, che si utilizzi negli Usa o fuori dai suoi confini non fa differenza, e la politica monetaria viene decisa da una sola Banca Centrale (la Federal Reserve).

Ed il quadro che finora abbiamo dipinto nella realtà è ulteriormente complicato dal fatto che gli Stati Uniti hanno di gran lunga il maggiore debito pubblico del mondo e gran parte di esso è in mano a Paesi esteri.

Per cui il dollaro si trova ad avere “spinte” anche in direzione opposta all’andamento della propria economia.

Ed eccoci arrivati al nocciolo della questione: se Trump per risollevare l’economia statunitense pensa di dare un forte impulso agli investimenti pubblici, deve anche riflettere su chi finanzierà queste opere,  ossia chi sottoscriverà i Treasury.

Gli eventuali investitori stranieri, visto la scarsa propensione al risparmio dei cittadini statunitensi, non gradiranno di certo un dollaro che tendenzialmente si indebolisce verso tutte le altre principali valute, così come non accetteranno eventuali dazi sulle loro esportazioni negli Usa.

Insomma il fortissimo rafforzamento del dollaro con la contemporanea impennata dei mercati azionari, stile 2014 tanto per intenderci, ce la dobbiamo scordare, e non dimentichiamo che quando successivamente il cambio Eur/Usd si è avvicinato a quota 1,03/1,04 ha sempre rimbalzato.

Quindi non diamo per scontato una parità fra dollaro ed euro, o peggio ancora un cambio a 0,85 come avevano predetto tanti economisti anche in tempi recentissimi.

Per noi europei un dollaro che torna ad indebolirsi non è proprio una buona notizia, anzi, ma Trump, giustamente, fa gli interessi di Wall Street e degli americani, mentre l’esistenza di una moneta unica, nel Vecchio Continente, avvantaggia solo la Germania.

Giancarlo Marcotti per Finanza In Chiaro   

Articoli correlati

Canale YouTube
COME "ABBATTERE" LA BCE
EURO DISASTRO Perché gli italiani non hanno ancora capito
PIANO B - riprendiamoci la sovranità
FTSE Mib
Gli Ultimi Commenti
Osservatorio internazionale