Corrado Augias intervista Piergiorgio Odifreddi e commenta il libro del matematico “Perché non possiamo essere cristiani (e meno che mai cattolici)”

Giancarlo Marcotti 25 Commenti

“La prima stazione della nostra via crucis è l’inizio di tutti gli inizi: più precisamente, la mitologia ebraica della creazione del mondo e dell’uomo, narrata in due versioni diverse e contraddittorie nei capitoli I-XI del Genesi.”

Acquista il Libro Comincia così questo viaggio che il matematico Piergiorgio Odifreddi compie dentro le Scritture e lungo la storia della Chiesa, fino ai giorni nostri. Come uomo di scienza, egli considera l’affermazione che quello della Bibbia è l’unico vero Dio una “bestemmia” nei confronti di colui che gli uomini di buona fede, da Pitagora e Platone a Spinoza e Einstein, hanno da sempre identificato con l’intelligenza dell’universo e l’armonia del mondo. Come cittadino, afferma che il cristianesimo ha costituito non la molla del pensiero democratico e scientifico europeo, bensì il freno che ne ha gravemente soffocato lo sviluppo civile e morale, e ritiene che l’anticlericalismo sia oggi più una difesa della laicità dello Stato che un attacco alla religione della Chiesa. Come autore, infine, legge l’Antico e il Nuovo Testamento e le successive elaborazioni dogmatiche della Chiesa per svelarne, con una critica tanto serrata quanto avvincente, non soltanto le incongruenze logiche ma anche le infondatezze storiche, dando alla ragione ciò che è della ragione e facendo emergere dai testi la verità.

Parlare di temi quali la fede e la ragione, o dei rapporti tra la Chiesa di Roma e lo Stato repubblicano, o rileggere la Bibbia passandola al vaglio della logica matematica non è un’impresa facile e potrebbe anche apparire pretenziosa. E’ un’impresa adatta alla vis polemica e all’intelligenza del professore di logica Piergiorgio Odifreddi che, dopo il grande successo del matematico impertinente, torna con questo coraggioso pamphlet che già nel titolo rende omaggio al grande filosofo e matematico Bertrand Russell di Perché non sono cristiano (1957) che rispondeva in quegli anni al Perché non possiamo non dirci cristiani di Benedetto Croce (1943).

Dunque Odifreddi, rinnovando una illustre tradizione di libelli illuministi e anticlericali, va alla scoperta delle contraddizioni della fede cristiana che “pretende di continuare a propinare all’uomo occidentale contemporaneo stantii miti mediorientali e infantili superstizioni medievali”. Il docente piemontese parte dalla Genesi, dalla mitologia ebraica della creazione del mondo, affronta il dilemma biblico dell’albero della conoscenza e dei suoi “frutti peccaminosi” e, in quella che sarcasticamente definisce la propria via crucis, passa in rassegna “la fantastoria della nascita del popolo ebraico e della conquista della Terra Promessa”. Interessante è l’analisi dei dieci Comandamenti, nella quale Odifreddi non risparmia la sua ironia. Il percorso di Odifreddi prosegue attraverso i Vangeli e tutte le credenze riassunte nel catechismo della Chiesa cattolica.

Odifreddi incalza, punge, non perdona, come un novello Voltaire usa la Ragione come un fioretto per sollevare dubbi e scoperchiare dilemmi da sempre latenti e sempre più rimossi dalla mentalità clericale. Il verdetto finale dello scienziato è quello del titolo del libro: “non possiamo essere Cristiani, e meno che mai Cattolici, se vogliamo allo stesso tempo essere razionali e onesti”.

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Titolo Perché non possiamo essere cristiani (e meno che mai cattolici)
Autore Odifreddi Piergiorgio
Prezzo
Sconto 20%
€ 11,68
(Prezzo di copertina € 14,60 Risparmio € 2,92) 
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Dati 2007, 264 p., rilegato, 8 ed.
Editore Longanesi  (collana Le spade)
Disponibile per la spedizione in 1 giorno lavorativo

Redazioneonline- I Nostri Libri 

  • per me non e’ un problema di matematica, ma non professo nonostante abbia studiato dai preti.

  • sarà un bravo matematico ma di altro non capisce nulla.!

  • Qualcuno l’ha letto questo libro ?

  • sinceramente mi piacerebbe farlo,ma a casa mia sarebbe come un porno coperto con un fumetto (hai presente le scene dei film?) 😉

  • Credo che Odifreddi, matematico ed epistemologo preparato e anche simpatico, abbia considerato che, anziché continuare ad addentrarsi faticosamente nei contorti meandri matematici della razionalità pura, fosse molto più comodo nonché remunerativo sfruttare le proprie indiscusse doti di comunicatore per rispolverare le note critiche che da sempre il razionalismo laico fa ai dogmi della chiesa nonché alle parole della bibbia. I ragionamenti sono logici e coerenti e affondano la lama nelle contraddizioni della Chiesa. Peccato, e Odifreddi lo sa benissimo, che non si può trattare come una dimostrazione scientifica qualcosa che per definizione sta al di là della ragione. Per farla breve, il percorso di Odifreddi mi ricorda un po’quello di Mastrota: da giornalista a promotore di televendite. Peccato.

  • Dario

    Un’altra martellata per cercare d’indebolire il muro di ignoranza e creduloneria , che da sempre ha foraggiato le tasche di immensi cialtroni. Una ennesima rivalsa della ragione in territori nella quale è astutamente poco desiderata.
    Il paragone tra il professore Odifreddi e l’ex conduttore Mastrota esplicita la mancanza di informazioni che il sig.’puntaspilli’ha sia del primo che del secondo soggetto.
    In fin dei conti la ragione esiste solo nelle menti in grado di contenerla.

  • tito

    Plaudo a puntaspilli. Osservo anche che la “razionalità” è un costrutto culturale, non meno di qualsiasi religione. Ognuno poi, per dare un nome e un senso agli eventi, è libero di adottare i modelli semantici che più gli garbano.

  • Illuminato Mazzini OB

    Quando qualcuno decide di credere rinuncia ad ogni razionalità, sia che creda nel Dio cristiano, in quello ebraico, in quello musulmano o in babbo natale.

    I commenti critici di cui sopra ne sono l’ulteriore dimostrazione dell’atteggiamento di chiusura mentale dei fedeli (che continuano a distruggere il mondo ed uccidersi tra loro nel nome del Dio dell’amore).

  • tito

    Come se i “laici” non avessero mai ammazzato nessuno. Non mi risulta che Robespierre e Stalin fossero credenti.

  • walt

    Caro tito Stalin non uccideva in nome dell’ateismo ma solo perchè era cattivo, Le guerre di religione uccidono in nome di Dio e della religione e ciò è ben diverso….

  • JhonSavor

    Voglio rispondere a Dario e illuminato mazzini ob: personalmente ritengo che sia da ignoranti e di mentalità chiusa ritenere che la ragione sia un qualcosa di superiore che è stata seviziata nei secoli dalla tirannica credenza in Dio. La ragione è possoduta da tutti e non un bene personale di cui pochi possono definirsi veri rappresentanti, poichè Renè Descartes (Cartesio padre del Razionalismo) Galileo Galilei, Isaac Newton, Pascal sono stati tutti grandi scienziati-pensatori che hanno comunque scritto trattati teologici e professato la fede, creduto in Dio e non sono proprio dei mediocri che non hanno portato a nessun sviluppo scientifico. Poi certo l’ignoranza è una brutta cosa(senza offesa non c’è l’ho con voi sia chiaro) e finchè la gente non imparerà ad usare un pò di raziocinio anche in ciò che si crede… però la cosa importante è non essere estremisti(per risp anche a walt), non cadere nell’incoerenza ed essere qualunquisti. Ciò è molto importante per uno che per l’altro gruppo.

  • La chiesa come istituzione secolarizzata e’ una realta’ terrena umana, ma non per questo condivisibile tout court nella visione del Dio e quindi della religione e sovrattutto nella dottrina teologica assimilabile alle costruzioni metafilosofiche cui la fede appartiene

  • stefano

    Sono completamente d’accordo con Odifreddi e trovo il finale della trasmissione, sebbene evidentemente ironico, di cattivo gusto.

  • Abo

    Di solito non partecipo a forum del genere ma stavo facendo una ricerca su Augias (grazie di esistere e di insegnarci a rispettare e ascoltare criticamente tutti i punti di vista!) e avendo appena letto il libro di Oddifreddi dico la mia.
    Il libro è bello, intelligente, feroce più che ironico e storicamente difficilmente confutabile, anche se in alcuni passaggi un po’ forzato. Certo, Oddifreddi in questo testo non fa sfoggio di imparzialità, del resto non la millantana, dichiara onestamente le sue idee e presenta razionalmente e con ampi supporti il suo punto di vista. Alla fine mi pare comunque che questo libro non neghi a nessuno che lo voglia il diritto o la libertà di essere comunque credente e fedele al di là della razionalità: solo si scaglia, non con poca ragione, contro chi da secoli vuole NON far scegliere liberamente ma IMPORRE un credo, una fede cieca, usando false prove storiche e teologiche per vestirla come l’unica verità incontestabile, salvo poi bruciare il prossimo per eresia o falsa testimonianza… Oddifreddi ci va giù pesante? Si, del resto non è che la CEI quando emana proclami contro la pillola abortiva minacciando la scomunica tout court ci vada giù leggera… Come sarebbe più vicina una Chiesa che suggerisse ai propri Fedeli di fare scelte secondo la loro coscienza cristiana e lasciasse i cittadini laici o di altri credo liberi da imposizioni…ma tant’è. Un’ultima domandina per JhonSavor (Jhon lo scrivi così?): ma almeno tu ti sei capito in quello che hai scritto? Scusa ma non ho resistito…

  • sandro

    LA CIVILTÀ AL BIVIO
    Il periodo storico che stiamo attraversando è da ritenere una fase di transizione: situazione tutt’altro che nuova nelle vicende umane, ma che di volta in volta assume caratteristiche specifiche tali da renderla diversa dalle altre forme di transitorietà. Nel nostro caso ciò che risulta peculiare non è tanto il senso diffuso di precarietà, quanto le reazioni che lo circondano che vanno dall’angoscia a una sorta di folle spensieratezza in uno scenario temporale privo di orizzonti su entrambi i versanti: il passato, volutamente obliterato, e il futuro, privo di prospettive. Siamo immersi nella nebbia più fitta che ci costringe all’inerzia, cui tentiamo di sottrarci con fughe mentali nelle direzioni più contradittorie e indegne dell’alta responsabilità dell’agire umano, inderogabile nelle situazioni peggiori. C’è da chiedersi se meritiamo tale sorte. Quesito da rimeditare a conclusione di questo discorso, il cui iter è fin troppo complesso e grave. Non resta che affrontarlo.

    La situazione viene vissuta in due modi distinti: come accorta consapevolezza d’una crisi ormai spinta al limite di rottura o come sentimento diffuso di confusione: autentica foschia intellettiva e quindi incontrollabile disagio emotivo. Restano immuni a questo malessere, quanti con semplicità – e sono in molti – o con ferrea convinzione sono ancorati a certezze rocciose. Prevalgono alcune enunciazioni che ci servono in guisa di viatico in questo percorso intricatissimo di malanni e di problemi: globalismo, valori, crisi epocale, fine delle ideologie. Non si tratta di parole in libertà, bensì di concetti tanto più usati e abusati quanto meno compresi sia da quanti li pronunciano che da chi li traduce in formule normative per il vivere quotidiano. Su questo aspetto molto indicativo della situazione contemporanea occorre un chiarimento preliminare. Nella prima metà del secolo scorso la corrente di pensiero più importante del Novecento ha affrontato con un’efficacia esaustiva la tematica del linguaggio. Purtroppo quella lezione non è servita granchè alla cultura successiva – con una sola eccezione – e ora i confusionari di turno la ignorano del tutto. Questo stato di cose ha un precedente storico con spiegazione disciplinarmente corretta. Il mito della Torre di Babele è il sintomo inequivocabile del morbo che ha colpito la cultura contemporanea, l’afasia, mentre dilaga l’informazione computerizzata, e i messaggi diffusi dalla rete si trasformano in una ragnatela di equivoci. Il codice linguistico risulta snaturato dall’incongruenza tra l’enunciazione e la ricezione dei dati semantici. Per esempio, il termine valori che significato ha? La triade di valori costituita dall’enunciato «Dio patria famiglia» era comprensibile perché condiviso fino a poco tempo fa. Oggi non più, e un discorso su queste tematiche è come pestare l’acqua nel mortaio. Di quale Dio e di quale famiglia è possibile dissertare? E non nominiamo neppure la patria, sostituita dal gretto richiamo all’esclusività etnica in netta contrapposizione all’avanzata, fausta e infausta, del globalismo. Resta da dire che la differenza tra le due situazioni è nella conclusione. I costruttori della Torre si separarono per gruppi linguistici dando inizio alla molteplicità delle stirpi; invece per l’incomunicabilità contemporanea non c’è via di fuga. Occorre quindi rivedere le cause di questa frattura. La direzione giusta è nell’esame del patrimonio ricevuto in eredità fruendone dei vantaggi, ma anche accollandoci gli oneri deficitari. L’esame concerne l’analisi della situazione sociale del secolo scorso, cumulativa di un processo millenario. Essa non può limitarsi alla categoria economica che è solo una componente dello sviluppo complessivo, ma deve mirare alla specificità dell’azione umana, che è appunto la dimensione culturale, dacché la nostra specie ha acquisito la consapevolezza del processo di autonomia dalla natura. È questa la peculiarità del nostro percorso evolutivo, plurimillenario e in graduale accelerazione fino alla svolta che chiamiamo storia. Da quel punto siamo e ci riconosciamo i soli responsabili del nostro destino. Sappiamo anche com’è proceduta questa nostra avventura, perciò è superfluo sintetizzarla. Il riesame può limitarsi al passato recente, il Novecento. Non scopriremo chissà quali segreti, ma potremo pervenire a un migliore riassetto delle nostre acquisizioni. Senza vanità e senza inutili pignolerie è questo il mio proposito.

    Il secolo scorso ha già avuto diverse denominazioni e la più «fortunata» sembra essere quella che lo definisce breve. Breve il Novecento? Io direi nè breve né lungo, ma lung

  • sandro

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    IL CRISTIANESIMO AL TRAMONTO?
    Esiste ancora il Cristianesimo? O, se si preferisce, ci sono ancora cristiani? Anagraficamente sí. Ma non è di questa evidenza formale che mi occupo, bensí della substantia rei. Ossia della qualità di una Fede che è – ne sono fermamente convinto – l’espressione più alta della spiritualità umana. Motivo per me di accurato e responsabile approccio all’analisi storica. Il compito è arduo e le implicazioni prevedibili: ragione sufficiente per impormi un rigore che è lontano anni luce dalle banalità del trattato adespoto De Tribus Impostoribus e dalla vacuità di quel materialismo che Marx ha definito volgare. In solitudine serbo un rapporto affettuoso per il bambino che guazza nell’acqua sporca. Il che non mi impedisce di perseguire la verità. Quindi chiedo ai credenti se considerano Adamo un personaggio storico, cioè vissuto realmente come ciascuno di noi ora e qui. La risposta sia evangelica: sí sí, no no; poiché le conseguenze sono di una rilevanza sfuggita o elusa dalla coscienza labile o assopita di quanti si dichiarano cristiani. A seconda della risposta le riflessioni per chi è incline alla meditazione saranno inequivocabili.

    Quella affermativa dovrebbe provenire da una moltitudine suddivisa in due gruppi distinti: i semplici che Gesù esalta definendoli «poveri di spirito» e quanti ritengono la fede una convenzione tradottasi in consuetudine. Sulla schiettezza dei primi non c’è nulla da eccepire, e tutt’al più si può riflettere se si tratti di religio o di superstitio. Ai secondi, che dispongono di un bagaglio culturale più o meno consistente, è possibile anzi doveroso proporre una serie di considerazioni sul crinale storico. Due dei quattro Vangeli sinottici offrono un’interessante peculiarità: riportano la genealogia di Gesù figlio «creduto» di Giuseppe. Matteo espone l’albero genealogico iniziando dal progenitore Abramo. Luca, invece, parte da Gesù per risalire, ben oltre Abramo, a Set, terzogenito di Adamo, e termina con il primo uomo che è al tempo stesso il capostipite dell’intera famiglia umana. Entrambi attingono al primo libro della Bibbia che comprende la schiera dei Patriarchi, tutti pluricentenari. In totale il Vangelo di Luca comprende 76 generazioni. Aggiungendo quelle successive alla nascita di Gesù che con un calcolo ovvio sono 80, si arriva alla somma di 156 discendenze dal primo uomo, creato da Dio. Ben altro è il computo della disciplina che col suo rapido sviluppo nel secolo scorso è risultata la più coinvolgente per lo studio della nostra specie; la cui vicenda storica si riduce a un frammento preceduto dal lunghissimo percorso evolutivo. In modi e forme più pertinenti si tratta di circa duecentomila anni per la vicenda dell’homo sapiens. Ma a che scopo mi attardo su dati acquisiti dalla ricerca scientifica? Le pitture rupestri della grotta di Altamira, i graffiti del Sahara risalgono a quest’epoca remota, indicando il percorso della nostra specie verso l’Europa dove incontra e si scontra con una variante dello stesso ceppo, l’uomo di Neanderthal, giunto migliaia di anni prima e sopravvissuto a tre ere glaciali. La questione è ovvia: come si concilia l’acquisizione di questo patrimonio culturale, esibito dall’antropologia, con il racconto biblico che più o meno coincide con il calcolo temporale della storiografia?

    Alla domanda riguardante la storicità o esistenza reale di Adamo, la risposta negativa espone a un forte disagio i credenti che danno una valenza mitica alla vicenda dell’Eden. In effetti, che il peccato originale sia un mito è ormai una tacita convinzione che ne privilegia il valore simbolico, rinunciando però al rigore dell’analisi sul percorso storico della stessa fede. Si tratta di una logica sui generis che tuttavia «tiene», com’è dimostrato dalla persistenza nel culto di riti e usanze, di provenienza da contesti socio-culturali superati. Ma per chi non trova appagamento nell’ossequio formale, la questione è terribilmente grave. Espongo alcuni punti che non possono essere sottovalutati, data la loro rilevanza in ambito teologico. È ampiamente condiviso il giudizio sulla persona e l’opera di Gesù, quale espressione più alta della nobiltà umana (se si escludono i poveri di spirito, nella accezione laica). Alla radice del contrasto interiore per ogni credente culturalmente adulto c’è una dicotomia tra fede e ragione laica che in passato ha eluso i problemi delimitando i campi di autonomia di entrambe. Tesi non più proponibile con la storica suddivisione dei rispettivi ambiti: la realtà fenomenica per l’una e la ricerca dell’assoluto per l’altra. Oggi l’unità tematica del discorso religioso, precipuamente cristiano, risie

  • Anonimo

    3 Fine
    LA ROTTA DELLA SALVEZZA
    «Il Cristianesimo come lo abbiamo conosciuto nel suo percorso culturale e storico è mortale». Questa affermazione, lucida e coraggiosa come raramente si riscontra nel lungo travaglio del pensiero finalizzato all’azione, è passata senza lasciare traccia in un mondo che pur vanta la più vasta ed efficace rete di comunicazione. Analoga sorte ha avuto la dichiarazione dell’antropologo britannico che in procinto di recarsi nell’Africa australe così ha risposto alla domanda di un giornalista: «Vado alla ricerca dei progenitori di Adamo». Due esempi illuminanti sul grado di consapevolezza diffusa per quanto attiene alla crisi contemporanea, crisi di civiltà, della quale l’Occidente è magna pars. Nel secondo caso, la proposizione ha avuto l’accoglienza di una battuta ironica. In effetti, l’humor anglosassone ne ha attutito la valenza cruciale. Sul monito del sacerdote cattolico di Fiesole, il quale nelle sue ultime opere ha spesso e responsabilmente insistito sulla più che probabile «fine» del Cristianesimo nel contesto del superamento di ogni religione positiva, c’è stato e permane un silenzio totale. È mia convinzione che si è voluto oscurare l’opera di un personaggio che su questo tema di altissimo e perenne valore è la voce più autorevole. Entrambe le culture – la laica e la religiosa – hanno eluso la sua sfida: la prima, perché a livello medio è semplicemente superficiale, mentre ai più alti livelli considera questa tematica obsoleta e pertanto immeritevole di una ripresa del discorso, concluso addirittura da Immanuel Kant. Ben diversa la scelta del silenzio da parte della cultura religiosa, preoccupata nelle sue istanze istituzionali più elevate, per le implicazioni di un dibattito che colpisce il nucleo centrale della sua fede. Cosí facendo entrambi i settori hanno gettato con l’acqua torbida il prezioso fanciullo che incredibilmente è rimasto pulito: come avremo modo di chiarire.

    La questione elusa si impone per la responsabilità e l’angoscia di un passaggio obbligato della storia: senza mezzi termini, non il trapasso da un evo all’altro, bensí la fine di un’era. Il dilemma dell’ora presente è questo: o andare oltre o restare come gli ignavi danteschi in attesa dell’inevitabile. Né s’illuda la parte numericamente maggioritaria del Pianeta che si tratti di un problema interno alla civiltà occidentale, poiché siamo già tutti coinvolti. Il Cristianesimo è morente o addirittura defunto nell’anima? No. Prescindendo dalla mummificazione di riti e costumi, esso è più vivo oggi che non nei pochi secoli sonnacchiosi della sua storia: in grado di offrire all’umanità accasciata sotto il peso dei propri errori, un’energia dirompente, sorgiva dalla fonte evangelica; nonché, dopo l’ammissione penitenziale delle proprie corresponsabilità, l’avvio a una rinnovata religio. So benissimo, è un termine forte, esplicitato da Ernesto Balducci: «La Chiesa deve fare come il Cristo, morire per risuscitare». Tuttavia non mi spingo fino a tanto, per la semplice ragione che non posseggo la sua fede, testimoniata con l’estrema dedizione della propria vita. Rimane la sfida, che la Chiesa non può esimersi dal cogliere nel solco delle sue migliori tradizioni. E qui il riferimento è soprattutto al Cattolicesimo, di gran lunga più forgiato per struttura, per esperienza storica e per elaborazione dottrinaria. Esso è stato l’assemblatore del nuovo ordine in Europa dopo il crollo dell’Impero romano, e se nel corso del secondo Millennio ha provocato la frattura luterana, in chiusura di un ciclo di errori in parte attutiti dal grande influsso al rilancio di valori cristianamente laici, è auspicabile un suo contributo alla soluzione della crisi dilagante. Bando però al peggiore degli equivoci. Non si tratta di una richiesta di stampo religioso. La posta in gioco, comune a tutti, esige una risposta adeguata al di sopra dello schematismo conflittuale fra i termini angusti di laicismo e confessionalismo. Il richiamo alla sorgente evangelica dilata la questione, di fatidica attualità, alla sua autentica dimensione, che è universale. Perciò chiariamoci le idee.

    Il Cristianesimo interviene nel processo evolutivo dell’umanità a distanza di qualche secolo dall’età assiale, che aveva posto il problema esistenziale in termini incomparabilmente innovativi rispetto alla vaghezza delle figurazioni mitiche anteriori, e tali da imporsi a una riflessione sempre più approfondita nei secoli posteriori. Oggettivamente il Cristianesimo conclude quella fase di profonda meditazione con l’aggiunta di un valore non contemplato o inadeguatamente considerato dal pensiero astratto dei maestri dell’epoca. Sicché a giusto mo

  • sandro

    Sicché a giusto motivo la storia è distinta in prima e dopo Cristo. La novità dell’evento consiste nella connessione tra l’Assoluto e la relatività umana, caratterizzata dall’operare, positivo o negativo che sia, ma non rinunciatario né elusivo; come invece avveniva nella reiterazione delle esistenze dell’Induismo e nel nichilismo buddista. Detto con maggiore chiarezza, la nuova religione affermava la valenza univoca e non ripetibile di ogni esistenza umana con il conseguente rapporto di reciproca responsabilità tra il relativo e l’Assoluto. – Su questo punto fondamentale è assiologica l’unica «preghiera» proposta da Gesù: il Pater Noster in cui Dio è padre di tutti, ma al tempo stesso colui al quale si chiede di «non indurci in tentazioni». E se qualcuno recentemente ha suggerito di mutare questa implorazione, ha dimostrato una totale incomprensione del verbum cristiano.

    Rimanendo nel nostro ambito drammaticamente relativo, il Cristianesimo afferma l’unicità e responsabilità dell’individuo, come valore in sé e fondamento dell’aggregazione umana. E qual è l’aspetto grave della crisi contemporanea se non la perdita del senso di responsabilità singola e la disgregazione dell’umanità? In quest’ottica, né potrebbe esserci un’altra, il Cristianesimo è il secondo balzo evolutivo dell’uomo, che a differenza del primo, svoltosi nel Neolitico, avviene nella pienezza della storia, ossia alla confluenza della cultura greca e dell’organizzazione civile di Roma. Il Cristianesimo, derivato e sottrattosi all’ineguatezza intellettiva e politica del piccolo mondo ebraico, trova le risorse nella propria originalità per affermarsi nell’«universo» conosciuto, prima indicando e poi perseguendo la rotta verso il futuro. Ma qual è il valore che esso porta, mettendolo a disposizione dell’umanità?

    È stato già detto che non è la fede che ognuno possiede in varie forme, non è la speranza che sorregge ogni esistenza, ma è la Caritas che fa del seguace di Gesù il nunzio e il costruttore dell’età nuova. Dono inestimabile del Cristianesimo è l’etica evangelica. I Vangeli sono un’antologia e apologia della moralità. Ma la pagina più significativa è quella che riporta i due precetti di Gesù con la parabola chiarificatrice del buon samaritano. Qui non c’ è accenno alla ricompensa per l’opera di bene compiuta, riscontrabile in altri episodi dei testi sinottici. Etica pura che ha in sé stessa motivazione e finalità; per cui non ho la minima esitazione a definire questa pagina la più alta nella scrittura umana. È l’affermazione del sublime che non richiede la ricerca di superlativi essendo appunto il termine sublime superlativo esso stesso. Non stupisca però se questa etica sia analoga alla condotta irreprensibile dell’uomo senza fede. La scelta dell’ateo è gratuita, ne esalta la libertà e dà un senso a ciò che per lui non ha senso: la vita intesa come contingenza. Entrambe le situazioni, attinenti all’agire umano – «ama il prossimo tuo come te stesso» – proiettate in un progetto collettivo costituiscono l’impegno nella storia, che a sua volta si svolge di progetto in progetto. Quello cristiano, insegnato e operato da Gesù fino al sacrificio della propria vita, ebbe il maggiore espositore nell’Apostolo delle genti. Nella Epistola ai Galati, egli afferma: «Non c’ è più giudeo né greco; non c’ è più schiavo né libero; non c’ è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù». Per comprendere nella giusta misura questo passo è necessario contestualizzarlo.

    Lo spirito dell’epoca era privo del concetto di amore universale. Ribadire ciò è la premessa all’esatta valutazione del messaggio cristiano. Ciascun popolo per motivi specifici era alieno rispetto agli altri: il greco per la consapevolezza della propria superiorità culturale, il romano per la posizione egemone nella sfera politica e il giudeo addirittura perché si riteneva l’eletto da Dio. San Paolo annulla queste disparità nell’identificazione degli uomini nella persona e nella fede in Gesù. Di pari valenza è il rifiuto della suddivisione degli individui in liberi e schiavi. È bene ricordare che la schiavitù costituiva non soltanto la forza lavoro, ma la struttura stessa del sistema economico. Non è casuale che Aristotele giunge a giustificarla. Roma, determinata nel realizzare il proprio progetto egemone, fu di una ferocia inaudita in due soli momenti della sua storia che costituirono per essa il massimo pericolo: le Guerre Puniche e le Guerre Servili. In entrambi i casi agí di conseguenza: la distruzione di Cartagine e l

  • sandro

    la distruzione di Cartagine e la morte di Annibale; la totale repressione dei ribelli, per cui coloro i quali erano sfuggiti alla morte in battaglia furono a migliaia crocifissi. Infine, il discorso sulla parità della donna con l’uomo ha nel Cristianesimo un’affermazione senza uguali nella storia. Che all’epoca la donna fosse mancipia dell’uomo è ben noto. Ma la nuova religione, come alcuni secoli dopo esprimerà magnificamente il Poeta, eleva la figura femminile a un grado incomparabile: «Tu sei colei che l’umana natura / nobilitasti sí che ‘l suo fattore / non disdegnò di farsi sua fattura».

    Messaggio quindi «rivoluzionario» per eccellenza, anzi l’unico con esito positivo. Ma prima che ciò accadesse la reazione del potere fu implacabile. E fu questa la vera motivazione delle numerose persecuzioni contro i cristiani, che – va ben ricordato – esplosero non tanto nell’immediato, ma nei due secoli successivi e su iniziativa degli imperatori cosiddetti provinciali.

    Intanto questa inusitata esaltazione della fratellanza umana ebbe un impatto tale da rendere quasi ovvia la convinzione che il suo promotore dovesse avere un’origine divina. Non un uomo, per quanto virtuoso (e chiaramente ve n’erano nel vasto impero romano che coincideva col più alto grado di civiltà allora noto), ma solo un dio poteva annunciare e promuovere un livello più alto di eticità. È il Dio fattosi uomo per amore degli uomini.

    Altro è il discorso che riguarda l’attuazione del messaggio evangelico nei secoli successivi da parte di una religione istituzionalizzata; e poiché la ricognizione sull’argomento è disponibile a tutti, non c’è bisogno neppure di sintetizzarne il percorso. Sarebbe un inutile rivangare la nostra storia a tutto svantaggio di quello che preme. Ciò che oggi si ripropone e impone è la difficile costruzione di un argine alla fase ultimativa della degenerazione etico-sociale nel percorso storico della civiltà. A chi affidare questo compito? All’economia che si è rivelata il dominio del caos? O alla politica, che con rare eccezioni, è diventata un palcoscenico di vanità, insipienza e banalità oscene? O alle confessioni religiose che considerando la vita un dono di Dio rifiutano senza mezzi termini l’ipotesi di un intervento razionale onde evitare che l’umanità si riduca come i topi di fogna i quali, aumentati in maniera esponenziale, si divorano tra di loro? Non resta quindi che il ricorso ai valori autentici di ogni fede ultramondana che funga da base per un intervento ampio e decisivo sui gravi problemi dell’età contemporanea.

    È quanto si è imposto padre Balducci, chiarendo sempre meglio la propria ricerca in una serie di scritti, tra cui emergono Il terzo millennio e La terra del tramonto. Ma poiché l’innovazione propositiva è inscindibile dall’analisi teorica, che implica una profonda revisione dottrinaria, si è preferito obliterare l’intera operazione del sacerdote toscano. Egli infatti propugna una rifondazione del Cristianesimo su basi che corrispondano all’odierna temperie culturale. Ma come si può pretendere che la Chiesa sia disponibile a un riesame dei suoi principi fondanti – in termini estremamente semplici la Trinità cristiana credibile come la Trimurti induista o lo Zeus dei pagani – sanciti nei concilii di Nicea e di Calcedonia? In effetti si tratta di una questione insolubile, mentre resta valida e non rinviabile l’istanza di una rigenerazione etica che conferma la validità delle sue origini evangeliche. Con maggiore chiarezza si tratta del nucleo della tematica religiosa, relativa alla dottrina cristiana, la quale a sua volta poggia su una base sussunta dalla tradizione biblica. Toccare soltanto questo punto focale dell’ideologia significa precipitarla nel buco nero dell’assurdo, senza alcuna possibilità di farla riemergere alla luce; dove invece è rimasta, perché primigenia rispetto alla costruzione teorica, l’etica del secondo precetto di Gesù, non accostabile alla morale del percorso storico cristiano né affine alla condotta eudemonistica dello scambio tra la bontà dell’agire e la ricompensa celestiale. Etica «che smuove le montagne»: ossia la Caritas Christi (quae) urget nos.

    Non è altro «l’etica planetaria» invocata da Balducci, che, forte della sua ratio fidei, in modo esplicito ha ribadito il proprio credo nel Cristo risorto, elevato a pleroma di una società in fieri. Compito difficile? Posso ben dire immane e quasi impossibile; ma l’alternativa a questa che è l’unica rotta di salvezza, è un crescente degrado che se non giunge all’autodistruzione della specie senza dubbio ridurrà i superstiti allo stato di regressione barbarica. Occorre l’impegno non dell’astratto homo sapie

  • sandro

    Occorre l’impegno non dell’astratto homo sapiens, ma della miriade di esseri umani fin qui dimostratisi concordi nel perseguire un’interminabile discordia. E questa è davvero impresa di lunga lena, mentre la gravità dei problemi e l’urgenza storica che ne deriva concedono un tempo molto limitato. Il natante malridotto, che ha imbarcato una folla di incoscienti alla mercè di una ciurma ubriaca e di un capitano folle, dispone di una guida luminosa proveniente – come affermano Bloch e Balducci – da un faro ai cui piedi non c’è luce.

    Ho iniziato queste riflessioni coll’immagine della nebbia che ci paralizza, e le chiudo con il riferimento al faro che lancia un fascio di luce. Da dove proviene la sua energia? Forse dalla regione frequentata da Pascal? Se cosí fosse, all’origine si prefigurerebbe una più profonda razionalità. E forse la nave dei folli è seguita da uno sguardo vigile, ma di questo nulla sappiamo. Per precauzione dobbiamo farci carico del nostro destino come unica possibilità di dare un senso, nel grande mistero dell’esistenza, alla vicenda umana. È la misura della nostra dignità.

  • sandro

    Non avendo domestichezza con il mezzo, la “taggazione” (?) e’ pasticciata. Gli eventuali interessati si rivolgano a [email protected] e il saggio verra’ loro spedito.
    Grazie,

  • Giuseppe

    Grande personaggio, Odifreddi, e grande libro il suo dell’intervista. Augias qui mi sembra un po’ fariseo, se mi è consentito. Il resto è ciarpame presuntuoso.

  • Anonimo

    certo che dimostrare l’esistenza di dio è senza dubbio impossibile, ma accanirsi e dedicarsi anima e corpo, scrivendo libri per dimostrare che non esiste mi sembra davvero inutile e alquanto “DIABOLICO”.

  • salvatore

    Penso e condivido che il cristianesimo ha ritardato e frenato lo sviluppo e il progresso sociale, e non solo scientifico, della comunità occidentale. Uno dei meccanismi – a parte la Controriforma e tutto il resto – mi sembra l’istituto della “confessione” che assolverebbe e cancellerebbe i peccati. Ciò alimenta la corruzione – forse più visibile nei paesi cattolici. Chiunque può fare quel che gli pare, tanto poi la confessione “rimedia” a tutto, il perdono sarebbe assicurato. Nei paesi protestanti infatti la corruzione sembra meno marcata. Un esempio poco noto è la devastante pratica del plagio nelle nostre università a danno dei cervelli giustamente in fuga. E’ un peccato che le cose stiano così per demerito di una “fede” opinabile. Trovo utile l’esistenza del libro almeno come contrappeso a tante e forse troppe pubblicazioni di propaganda cattolica. Questo mi sembra il valore più ammissibile e necessario dell’opera di Odifreddi.

  • Mario

    Salvatore, certo che chiamarsi Salvatore e rinnegare, sembra,le proprie origini significa avere la verità in tasca e in due parole dimostrare il danno di duemila anni di Cristianesimo.
    Basti il post #11 per stabilire un certo equilibrio:
    “La ragione è posseduta da tutti e non è un bene personale di cui pochi possono definirsi veri rappresentanti, poichè Renè Descartes (Cartesio padre del Razionalismo) Galileo Galilei, Isaac Newton, Pascal sono stati tutti grandi scienziati-pensatori che hanno comunque scritto trattati teologici e professato la fede, creduto in Dio e non sono proprio dei mediocri che non hanno portato a nessun sviluppo scientifico.”
    P.S. Augias si sa da che parte sta e la rete della TV di Stato costruita apposta per gente come lui e come la Berlinguer, è la voce dell’ideologia qualunquista e di parte.
    Questi fanno vedere di stare dalla parte del bene per il progresso scientifico e alla conquista della verità…..

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