Federalismo fiscale: effetto boomerang

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Le tasse locali sono cresciute del 130% negli ultimi 20 anni spingendo all’insù la pressione fiscale complessiva che è passata dal 38 al 44%. Un risultato «imputabile per oltre i 4/5 alla dinamica delle entrate locali». Segno di una mancanza di coordinamento fra prelievo fiscale centrale e locale che ha prodotto un aumento combinato di entrambi invece che realizzare l’effetto compensativo richiesto dal federalismo.

È una dura requisitoria quella tenuta dal presidente della Corte dei conti, Raffaele Squitieri, in audizione davanti alla commissione parlamentare per l’attuazione del federalismo fiscale.
Un atto di accusa che certifica come, a distanza di cinque anni dalla legge delega, l’«albero storto della finanza pubblica» che il fisco federale avrebbe dovuto raddrizzare (per usare un’espressione cara all’allora ministro dell’economia Giulio Tremonti) oggi pende sempre più.

L’autonomia finanziaria degli enti locali è ancora incompleta e i comuni sono ancora troppo dipendenti dai trasferimenti statali. Dal 2009 in avanti municipi, province e regioni hanno contribuito al miglioramento dei conti pubblici per 31 miliardi (di cui 16 in termini di inasprimento del Patto di stabilità e 15 di tagli) e per il prossimo triennio lo scenario prevede una riduzione della spesa primaria di oltre 2 miliardi. I sacrifici imposti dai governi di ogni colore agli enti territoriali hanno prodotto svariati effetti distorsivi. A cominciare proprio dall’aumento della pressione fiscale.

Non vi è infatti traccia di quel meccanismo compensativo virtuoso che, secondo i padri del federalismo fiscale, avrebbe dovuto sterilizzare gli aumenti della tassazione locale con l’allentamento delle pretese tributarie del fisco centrale. «Anzi, di pari passo con l’attuazione del federalismo fiscale, si è registrata una significativa accelerazione sia delle entrate di competenza degli enti territoriali sia di quelle dell’amministrazione centrale».

Lo stato in parole povere ha tagliato i trasferimenti lasciando però invariato il prelievo di sua competenza. E gli enti per sopperire ai tagli dei trasferimenti hanno aumentano le aliquote dei propri tributi. «A volte anche più dell’occorrente». Ma il presidente dell’Anci, Piero Fassino, si difende. «Non si può valutare la dinamica della fiscalità locale senza compararla con la drastica riduzione dei trasferimenti dello stato a favore degli enti locali. Per ciò che riguarda i comuni, la comparazione rende evidente che i tagli subiti dal 2007 a oggi sono stati nettamente superiori all’incremento della fiscalità locale. Fiscalità che peraltro è lo strumento di finanziamento di servizi essenziali per i cittadini: asili nido, scuole materne, assistenza domiciliare, sostegno alla non autosufficienza, politiche abitative, tutela ambientale, trasporto pubblico locale, politiche educative e culturali. Se si ritiene che tutto questo sia superfluo, è bene assumersi la responsabilità di dirlo ai cittadini».

Mancati pagamenti e debiti fuori bilancio. Secondo la Corte il corto circuito dei rapporti di dare-avere tra centro e periferia ha pesato non solo sulle tasche dei contribuenti, ma anche sulle sorti delle imprese, creditrici di una p.a. spesso insolvente. La ragione dei mancati pagamenti va infatti ricondotta in ultima istanza proprio alle manovre di lacrime e sangue di cui gli enti sono da anni destinatari. «Impegnate a esporre i propri bilanci formalmente in ordine», scrive la Corte, «le amministrazioni hanno consentito una lievitazione anomala di debiti occulti e ritardi crescenti delle transazioni con le imprese fornitrici». Non solo. Il maquillage contabile che ha contagiato molti enti ha portato i sindaci a creare «spazi fittizi di competenza grazie alla sopravvalutazione delle previsioni di entrata e della abnorme dilatazione della massa dei residui attivi» (introiti per multe mai riscosse o finanziamenti statali o europei messi a bilancio dalle regioni prima di essere incassati). Un dato certo sull’entità di questi crediti mai incassati non c’è, ma stando ai numeri di Equitalia, la cifra potrebbe aggirarsi intorno ai 13,5 miliardi di euro. A tanto ammontano i residui attivi connessi a ruoli formati dai comuni in carico agli agenti della riscossione al 30 aprile 2013. Ragion per cui, avverte la Corte conti, «è lecito presumere che una parte non irrilevante di enti comunali continui a conservare tra i propri residui attivi ingenti perdite ormai da considerare nella sostanza non riscuotibili, sebbene ancora formalmente non dichiarate inesigibili».

In perdita il 33% delle partecipate. Per far quadrare i conti gli enti hanno anche indebitamente sfruttato le partecipate caricando su di esse spese che diversamente avrebbero portato allo sforamento del patto di stabilità. Tutto questo è accaduto a causa del fatto che a oggi il consolidamento dei conti tra controllante e controllata è una chimera, così come è destinato a rimanere nel libro dei sogni l’obbligo di dismissione a cui il legislatore (con la legge di stabilità 2014) ha rinunciato sulla base di una considerazione di buon senso: «Società con perdite croniche, sovradimensionate nel personale e con un debito insostenibile (sembra l’identikit della romana Acea ndr) non troverebbero acquirenti sul mercato, né potrebbero essere liquidate se non mettendo a rischio le realtà economiche locali».

I dati parlano da soli: il 33% delle partecipate di comuni e province è in rosso e nel 12% dei casi il segno meno è stato una costante dell’ultimo triennio. Nel 2012 gli enti controllanti hanno dovuto ripianare perdite per 652 milioni di euro.

Il ricorso alla leva fiscale sul territorio. Tornando alla pressione fiscale, la Corte ha richiamato l’attenzione su come questa sia tutt’altro che omogenea a livello nazionale con il Sud che, a causa delle tante regioni con disavanzi sanitari elevati, versa più del Nord in termini di Irap e addizionale regionale Irpef. Un’altra tendenza evidenziata dalla Corte è quella a tassare di più nelle regioni a statuto ordinario e meno nei territori autonomi. Basti pensare che tra le regioni con l’aliquota Irap più alta (4,97% in Molise, Campania e Calabria) e la Sardegna (dove il prelievo Irap è all’1,17%) ci sono 3,8 punti percentuali di prelievo di differenza. E lo stesso dicasi per i comuni, dove il top dell’addizionale municipale all’Irpef si registra a Roma (0,9%) e il minimo a Trento che non chiede nulla ai propri cittadini.

Fonte: ItaliaOggi

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