FINANZE: GLI STATI UNITI CHIEDONO ALLA RUSSIA D’INVESTIRE NELL’ECONOMIA AMERICANA

Giancarlo Marcotti Commenta per primo

ALL’ESPRESSA DOMANDA DI WASHINGTON, MOSCA SI E’ DETTA PRONTA A INVESTIRE LE SUE LIQUIDITA’ NELL’ECONOMIA AMERICANA. IL QUOTIDIANO LIBERALE MOSCOVITA NEZAVISSIMAIA GAZETA DUBITA PERO’ CHE UNA TALE INIZIATIVA POSSA GIOVARE ALLA RUSSIA.

Henry Paulson, Ministro delle Finanze degli Stati Uniti

Lunedì scorso ( 30 giugno), il Primo Ministro russo Vladimir Putin e Henry Paulson, Ministro delle Finanze americano, in visita a Mosca, hanno avuto un colloquio un poco fuori dall’ordinario: il responsabile delle finanze ha chiesto alla Russia d’investire nell’economia americana e ha promesso di creare condizioni favorevoli perché ciò avvenga. A questo proposito ha espressamente parlato del “ fondo sovrano”, riferendosi al “ Fondo di Stabilizzazione”.

“ Ancora non abbiamo un fondo sovrano, non dovete confonderci con altri Paesi, ma siamo disposti a costituirne uno, nel caso vi interessasse”, ha replicato il Primo Ministro russo. Per il momento, infatti, tutti gli investimenti realizzati negli Usa con capitale russo sono stati effettuati in forma privata, a differenza di quanto hanno fatto altri Paesi come la Cina, gli Emirati Arabi, il Kuwait o Singapore che si sono dotati di Fondi Sovrani per investire in terra americana.

La Russia è intenzionata a creare una struttura d’investimento per operare negli States. Potrebbe trattarsi di un Fondo di Prosperità Nazionale, che agirebbe in maniera autonoma rispetto al Fondo di Stabilizzazione. A questo proposito Putin ha già dato mandato di preparare entro il 1° di ottobre i documenti di autorizzazione al Fondo per l’acquisto di azioni di Società siano esse russe o straniere.

L’interesse di Washington per gli investimenti russi è facilmente spiegabile. Il dollaro e l’economia americana stanno attraversando un brutto momento, e le autorità vedono sempre più di buon grado i finanziamenti che arrivano da alti Paesi.

Secondo dati di esperti del settore, i diversi fondi sovrani capitalizzavano alla fine del 2007 un totale di 3.300 miliardi di dollari, senza contare i 6.100 miliardi di dollari ripartiti in altri tipi di fondi.

Queste strutture finanziarie sono nate nel contesto della crisi petrolifera degli anni ’70. A quell’epoca, i Paesi produttori di oro nero del Medio Oriente si ritrovarono nel cassetto una montagna di petroldollari che decisero d’investire in azioni di Società occidentali, nella maggior parte dei casi Americane. Gli Stati Uniti, da parte loro, aiutarono questi Paesi nel far circolare questo denaro. Ciò permise di frenare l’uscita dei dollari dal mercato americano, e di questo ne beneficiò la stessa economia interna. Poco a poco, il corso del petrolio si è stabilizzato, divenendo una componente del prezzo dei prodotti fabbricati nei Paesi sviluppati, e il denaro non è più defluito con la stessa regolarità in Medio Oriente, tanto che i Paesi produttori hanno cominciato loro stessi a indebitarsi.

Tutto questo ha creato una forte interdipendenza tra l’Occidente e i suoi “ azionisti” nella regione.

 La situazione attuale non s’allontana di molto: si tratta nuovamente di cambiare il senso di circolazione del denaro, ma in questo caso il processo è doloroso. I mezzi d’informazione americani spaventano la popolazione insistendo sulla minaccia di una “ presa di controllo” dell’economia nazionale da parte di Compagnie o Governi stranieri, e il Congresso da par suo non perde occasione nelle proprie sedute di ventilare pericoli alla sicurezza nazionale provenienti da altri Paesi.

Gli esperti del settore non sono in ogni caso d’accordo sui reali benefici di questi investimenti.

Certamente, le azioni realizzano profitti maggiori rispetto alle obbligazioni o ai depositi bancari. In linea di massima, però, investire all’estero non è il modo migliore di condurre un’economia, considerato che l’investitore, gioco forza, è costretto poi a un rapporto di dipendenza dal management straniero e dalle politiche fiscali e finanziarie del Governo del Paese nel quale ha effettuato l’investimento.

Anders Oslund, celebre economista ( e fra coloro che più criticano la politica economica russa), fa parte di questa schiera di scettici. Egli ricorda da un lato l’importanza dei fondi sovrani che dovrebbero riunire nel 2015 circa 12.000 miliardi di dollari, vale a dire una cifra di poco inferiore all’attuale PIL statunitense ( 13.800 miliardi di dollari), dall’altro lancia un segnale che vuole essere rassicurante per i cittadini americani e un campanello d’allarme per i cittadini di quei Paesi che operano investimenti attraverso i Fondi Sovrani:

 “ Temete, forse, che stranieri ricchi di petrolio prendano le redini della vostra economia? Non preoccupatevi! In realtà, coloro che più hanno da perdere sono proprio i cittadini di quei Paesi “ paternalisti” che non devono rendere conto delle loro scelte economiche e i cui dirigenti nazionali giocano in continuazione con la ricchezza del loro Paese”.

Redazioneonline- Osservatorio Internazionale.

 

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