In fuga dai paradisi fiscali

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Una volta, chi poteva mettere al sicuro il proprio capitale, lo depositava in una banca svizzera e dormiva sonni tranquilli. Una volta. Oggi non è più così.

Avere un gruzzoletto su un conto svizzero o lussemburghese o in qualche altro paradiso fiscale, può essere fonte di grossi guai. Come è successo a quei cittadini russi che avevano aperto un conto in una banca cipriota: prima si sono visti trasformare una buona parte del deposito in azioni bancarie, poi essendo il nome degli azionisti facilmente raggiungibili dagli hacker, si sono visti esposti al pubblico ludibrio, infine hanno ricevuto la visita della polizia che in molti casi ha proceduto all’arresto per evasione fiscale. Molti di loro erano infatti dirigenti pubblici con stipendi inferiori a 3.000 euro, eppure avevano creato una disponibilità all’estero di milioni di euro, impossibile ovviamente, da giustificare.

Questa storia spiega perché, intorno alla voluntary discolosure, si sta accendendo un forte interesse, nonostante i limiti e i problemi di una disciplina che sembra scritta con un’unica ossessione, quella di evitare che si parli di un condono. Ok, non è un condono e nemmeno una sanatoria: è l’ultima possibilità offerta a chi aveva nascosto il bottino in un porto sicuro e ora comincia a rendersi conto che il mondo è destinato a trasformarsi in un palazzo di cristallo. Il grande fratello incombe.

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