La povertà in Italia: stiamo prendendo la strada della Grecia

Giancarlo Marcotti Commenta per primo

E’ una di quelle notizie più scontate e meno sorprendenti, ma quando la si legge sui giornali (nelle pagine interne, naturalmente) non può che farci sobbalzare sulla sedia: il Presidente dell’INPS, Tito Boeri, ha proposto un “reddito di cittadinanza” per i 55/65enni che hanno perso il posto di lavoro.

In pratica la crisi è talmente grave che al 40% di giovani disoccupati il nostro Governo dice chiaramente: o vi fate mantenere dai vostri genitori o emigrate in cerca di lavoro.

Non può imporre lo stesso diktat, però, a coloro che hanno perso il posto di lavoro non proprio in tenera età (55enni) e non hanno ancora raggiunto l’età della pensione (65enni), per queste persone la probabilità di trovare un’altra occupazione è bassissima (10%) ed altissimo è il rischio che scivolino nella povertà assoluta.

Insomma, parlando chiaro, stiamo prendendo la china della Grecia, si parte da lì, e poi, man mano, quella fascia di età “a rischio” si allarga sempre più fino a coprire l’intera popolazione.

Al momento come reagiscono le famiglie italiane?

Tentano di racimolare sussidi pubblici. Soprattutto cercando di “sfruttare” gli anziani e loro eventuali (veri o presunti) handicap.

Comunque il Governo sarà costretto ad introdurre gradualmente il famoso reddito di cittadinanza, tanto caro al Movimento 5 Stelle, a fasce d’età crescenti, proprio per evitare una sommossa popolare.

Ovviamente va finanziato, ed anche se lo stesso Boeri ha già precisato che sarà “di modesta entità” riteniamo che saranno davvero tanti gli italiani che ne avranno diritto ed ancora di più quelli che ne faranno richiesta. Dove prendere quindi i soldi?

Il Ministro del Lavoro Poletti si è affrettato a smentire che si chiederà un “contributo di solidarietà” a coloro che percepiscono le pensioni più elevate rispetto ai contributi versati. E naturalmente dice una sciocchezza. Capisco la questione dei diritti acquisiti, ma quando in gioco c’è la coesione sociale occorre rivolgersi innanzitutto a chi ha maggiormente beneficiato, negli anni dello scialacquamento, di leggi assurde che hanno creato disparità inaccettabili nella popolazione italiana.

Se anni fa le pensioni erano estremamente “generose” ed assolutamente non correlate ai contributi versati, e se su questo punto siamo tutti d’accordo essendo corsi ai ripari ed avendo “corretto il tiro”, in una situazione “normale” potrei concordare sul fatto che non vengano toccati i diritti acquisiti, ma in una situazione di assoluta emergenza come quella che stiamo vivendo entrano in campo fattori ancora più importanti di giustizia e coesione sociale.

Ed invece sapete come andrà a finire?

Che naturalmente sarà la fiscalità ordinaria a finanziare le nuove necessità, in pratica nuove imposte, oppure nuove tasse, oppure nuovi contributi, oppure nuove accise o forse non “nuovi” tributi, ma un innalzamento di quelli che ci sono già.

Facendo così, naturalmente, colpiremo ancora la parte produttiva del Paese, insomma una specie di eutanasia, visto che andiamo a distruggere chi, per il momento, ci permette ancora di sopravvivere.

Giancarlo Marcotti per Finanza In Chiaro

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