Mediobanca gioca il primo asso. La scommessa di Nagel sul retail

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E’ uno dei tre “pilastri” su cui Alberto Nagel vuole fondare la “nuova” Mediobanca del ventunesimo secolo, quella per intenderci che non è più intenzionata a svolgere unicamente il ruolo tradizionale di “custode” del capitalismo familiare italiano ricco di relazioni, ma molto meno di capitali e che però non vuole cedere il comando per una questione di “vil pecunia”.

La “nuova normalità” di Nagel si baserà sulle attività retail oltre che su quelle di corporate e investment banking e di wealth management. Un pilastro da cui però, nelle intenzioni dei manager di Piazzetta Cucciadovrebbe arrivare oltre metà dei ricavi a fine piano. Una scommessa da vincere, imprimendo un’accelerazione al polo CheBanca!-Compass, per passare dagli attuali 2,9 milioni di clienti (2,4 milioni di Compass, circa 500 mila di CheBanca!) a 3,5-4 milioni entro la fine del 2015, con ricavi bancari complessivi (corporate più retail e wealth management) attesi a 2,1 miliardi entro l’anno successivo.

Il che significa, per il numero uno (da un paio di mesi di entrambe le società) Gian Luca Sichel riuscire a catturare dai 600 mila agli 1,1 milioni di nuovi clienti nel triennio e contando che di questi solo 280-300 mila dovrebbero riguardare il nuovo servizio CompassPay, la crescita maggiore è da attendersi da CheBanca!, che parrebbe destinata a crescere dai 100 ai 200 mila nuovi clienti ogni anno se si vuole rispettare la tabella di marcia. Il tutto possibilmente senza danno per i margini, visto che si vuole arrivare a chiudere il 2016 in utile a fronte di una raccolta complessiva di 14 miliardi (crescita media ponderata annua del 10%, rispetto ad un incremento dei depositi del 6% annuo nei primi nove mesi dell’esercizio 2012-2013, che ha visto i depositi stessi salire al 30 marzo scorso a 12,2 miliardi) e di un numero di conti correnti più che doppio: dagli attuali 120.000 ad almeno 300.000.

Il contesto in cui Mediobanca si muoverà è rappresentato dalle sfide poste dai nuovi vincoli degli accordi di Basilea III, dalla crescente pressione competitiva nel retail anche nella nuova versiona tecnologica (web banking) e dall’impatto di una recessione che non vuol saperne di passare in Europa e che impatta negativamente sul ciclo del credito. Credito che soffre, tra l’altro, dei tassi d’interesse mantenuti vicini ai minimi storici dall’intervento delle banche centrali. Una sfida per affrontare la quale Sichel dovrà tirare al massimo la “macchina” di CheBanca! Come? Sfruttare la leva tecnologica driver del web banking, cercare sinergie a 360° con Compass (nel piano industriale si segnala la volontà di tornare a far crescere i finanziamenti a imprese e famiglia, con una crescita media ponderata attesa pari al 5% annuo) e proporre un nuovo modo di fare banca retail in grado di farsi largo tra le proposte alternative della concorrenza per far lievitare i ricavi di CheBanca!, che su base annua, a fine marzo, non raggiungevano i 150 milioni di euro e i 4,3 miliardi di impieghi.

Del resto nel presentare il nuovo piano industriale 2014-2016, il management di Piazzetta Cuccia è stato chiaro: il credito retail soffre, da un lato, della crisi di un modello distributivo “tradizionale” obsoleto e costoso che ha già portato molti operatori a varare piani di chiusura e dismissione di filiali, di tagli del personale e di rilancio degli investimenti informatici dopo anni di corsa all’apertura dello sportello. Dall’altro, soffre di una storicamente bassa efficienza dei prodotti e servizi proposti ai risparmiatori italiani (che rispetto ad altri Paesi europei pagano di più per ottenere di meno), complice un modello di “banca universale” che si è rivelato non profittevole e di famiglie italiane che (fortunatamente, vista l’attuale crisi del debito) si sono poco indebitate. Dunque hanno finora usato, meno di altre, i servizi proposti dalle banche tradizionali e non.

Come dire che spazio per offrire qualcosa di meglio di quanto gli italiani sono abituati a sentirsi proporre ve ne sono e ve ne potranno essere ancora di più in futuro, nonostante tutto. E’ questa la convinzione che ha spinto Nagel a strutturare il piano industriale nel modo in cui l’ha presentato venerdì alla comunità finanziaria. Sempre sperando che la recessione, che la politica di austerity ha contribuito ad acuire e ad estendere temporalmente, inizi a lasciar spazio ad una men che minima ripresa economica, perché altrimenti anche obiettivi apparsi nel complesso “abbordabili” alla maggior parte degli analisti potrebbero rivelarsi più ostici del previsto da raggiungere. Ma il piano fissa i target a giugno 2016 e già nel primo trimestre del 2014 la ripresa dovrebbe tornare a risollevare il ciclo.

Per approfondimenti visita: http://www.affaritaliani.it

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