Monti attacca gli ex amici e scarica pure il cane Empy

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Roma – Mettetevi pure nel pelo di Empy, dolce batuffolo di cotone caduto, una maledetta serata televisiva, a sua insaputa, dalla padella di spregiudicati noleggiatori canini alla brace d’un padrone insensibile.

Ieri pomeriggio – dopo mesi di trepidante sospetto, d’attesa di gesti risolutivi, chiarificatori, univoci, coltivando persino la speranza d’una sorte decisa a tavolino per calcolo elettorale – ha appreso invece che la fedeltà cieca non ha pagato, che l’amore non ha vinto, che le carezze pelose erano a denti stretti, e dita avare percorrevano il suo corpicino fremente d’affetto. Fremendo a loro volta, le dita, ma di smacco e fastidio. «Una sorpresa poco corretta», ha detto ancor ieri Mario Monti a Lucia Annunziata. E al cagnolino Empy è caduto il mondo addosso.

Un’«operazione simpatia» non riuscita, evidentemente. «Opera di una sua collega – collega è dire molto», ha insistito l’ex premier parlando della Daria Bignardi che durante una celebre puntata di Invasioni barbariche organizzò il simpatico (ma per chi, non certo per l’uomo, ancor meno per il cane) intermezzo.

Tocca così dar ragione a Maurizio Gasparri che, sempre meno ironicamente, denuncia il «cinismo nell’abuso di un cane, l’ennesimo cane che si rivela migliore degli umani che ne abusano» ed è sicuro che «Empy al posto di Monti in Senato porterebbe più calore e più lealtà». Tanto da far ritenere per nulla esagitata la richiesta del sensibilissimo senatore Beppe Esposito, arrivato a chiedergli le dimissioni da senatore a vita. Che dignità umana, che alto profilo, possiede chi non esita a rinnegare il proprio cagnolino? E non solo quello, rinnega l’ex Supermario ormai trasfigurato in maschera di livore.

Aveva rivendicato amicizia e stima per Enrico Letta, e sostenuto il suo governo, salvo ieri definirlo «inginocchiato al Pdl», «a volte si scrive Letta e si legge Brunetta», capo «non di un governo del fare ma del dis-fare le riforme fatte in passato». E che dire del giudizio su Pierfurby Casini, già sposo di convenienza elettorale? «Mi rivolgo a chi non ha votato Scelta Civica, pare che siano tanti, perché avevamo Casini… Beh, avevano ragione loro». O della totale scomunica caduta su Mario Mauro, «uno che mi aveva pregato di prenderlo con me», e che ora impunemente si permette di andare a pranzo con Berlusconi? «Io non l’avrei fatto – s’invelenisce Mario Torquemada insinuando scambi irriferibili – immagino che abbiano trattato di questioni che riguardano la Difesa…».

Un Monti che soltanto ieri l’altro era ancora incerto sul voto per la decadenza del Cav («Leggerò le carte, poi deciderò», aveva dichiarato al Corsera) e che in ventiquattr’ore s’è già preparato come il primo della classe: «Voterò a favore, per me la votazione è sull’applicazione di una legge approvata un anno fa e che allora non fu contestata, non un giudizio su una persona. Qui vediamo se in Italia c’è o no lo Stato di diritto».

Eppure, un attimo dopo, non teme di spiegare che tutto ciò che accade «è condizionato dalla posizione di Berlusconi», che sogna un Pdl «depurato da Berlusconi» e non si scandalizzerebbe neppure «se gli fosse data la grazia. Un Monti che «trova strano che Mauro e Casini criticano Scelta Civica per un non sufficiente appoggio al governo e vanno verso coloro che lo minacciano davvero, in cerca di spazi elettorali».

E che infine rassicura gli estimatori: «Mi sono dimesso perché non restasse nelle pieghe della polvere un’operazione non trasparente e poco discutibile. Tranquilli però, il mio impegno resta». Ma il guaito che si leva da noi Empy d’Italia non è affatto di gioia.

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