Non ridono più

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Fallito il piano anti-Berlusconi del Colle e del governo dei traditori  Renzi (senza entusiasmo) verso Palazzo Chigi da “nominato” 

Napolitano il segnale l’ha ricevuto forte e chiaro. E per evitare guai maggiori (chissà quanti altri incontri riservati potrebbero spuntare fuori, per esempio sui casi Fini ed Alfano) il presidente ha virato di 180 gradi: basta difendere il governo Letta, via libera alla staffetta con Renzi, candidato tanto caro a De Benedetti, Monti e Prodi, i tre che via Alan Friedman gli hanno recapitato l’ordine irrevocabile.

Se e come la cosa avverrà lo vedremo nelle prossime ore. Mancano alcune formalità. La prima: avvisare Letta che si era scherzato. Già, perché Letta si è convinto di essere presidente del Consiglio vero, eletto a furor di popolo e non, come nella realtà, un nominato docile proprio per la sua mediocrità. Fatto questo, bisognerà convincere Renzi a prendere la patata bollente.

Anche lui non è al settimo cielo. Aveva sognato di stracciare nelle urne Berlusconi e Grillo per poi entrare trionfante a Palazzo Chigi. Gli tocca farlo come i suoi due predecessori, Monti e Letta: per vie oscure, intrighi di palazzo. L’opposto di quello che ha sempre teorizzato: un castaiolo qualsiasi, per di più ostaggio di un gruppo parlamentare, il suo, di cui non si fida (è a maggioranza bersaniana) e che non gli agevolerà di certo il difficile compito.

Era meglio per tutti andare a votare. Peccato che Forza Italia non abbia i numeri per impedire la staffetta e far morire questa sciagurata legislatura. È vero che sulle riforme Renzi potrà contare sull’appoggio esterno di Berlusconi, ma governare è un’altra cosa. Ed essere appeso ogni giorno ai ricatti dell’alleato Alfano non è una bella prospettiva. Alfano, appunto.

Quello che con Letta rideva festeggiando in aula il voto di fiducia che sancì la scissione del Pdl: erano le 16.30 del 18 ottobre 2013 e il giovane Alfano compiva il suo primo tradimento giurando fedeltà a Letta. Oggi si appresta a tradire Letta, mollandolo al suo destino per salire sul carro del nemico Renzi (che lo disistima e detesta cordialmente). Per cui, caro Renzi, occhio ad Alfano, che anche se non ride più (politicamente conta zero), vale la vecchia regola: non c’è due senza tre.

Alessandro Sallusti

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