Paesi emergenti: banca da 100 miliardi di dollari

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Il progetto era in cantiere da mesi, ma la spallata finale è stata innescata dal G-20 dei ministri delle Finanze che si è svolto a febbraio a Sidney, un vertice dominato dall’angoscia dei possibili effetti perversi del tapering statunitense. Una dipendenza vissuta ormai come una fastidiosa spada di Damocle.

Lì i Brics – Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa – hanno deciso di iniziare a costituire una dote comune di sostegno contro lo slowdown e soprattutto contro la micidiale stretta agli investimenti stranieri: accusati di essere la fonte di un fiume di hot money, al tempo stesso servono come il pane agli emergenti per i quali il rischio di disinvestimenti è un problema reale.

Così i tempi della nascita di una banca dei Paesi emergenti alternativa al Fondo monetario internazionale sotto la spinta di Cina e Russia che, nel frattempo, hanno cementato i rapporti, sta per concretizzarsi a Fortaleza, in Brasile, che oggi ospiterà il summit dei capi di Stato degli emergenti.

I tempi sono stati accelerati e il progetto in cinque mesi è diventato una realtà. Il ministro dell Finanze russo Anton Siluanov ha ripreso anche la vexata questio della sede: Shanghai o New Delhi? Di fatto la prima sembra avere molte più carte della seconda. Ma è stata proprio la visita del vice presidente indiano Mohammad Hamid Ansari, primo leader indiano a visitare la Cina dall’insediamento del nuovo primo ministro Narendra Modi, ad aver dato un contributo importante al piano. Cinque giorni di colloqui hanno convinto il nuovo governo indiano a riprendere con forza l’idea di una sorta di strategia di auto-sostegno mai vista prima.

La creazione da parte di Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica di una banca da 100 miliardi dollari per finanziare progetti infrastrutturali è una mossa politica che piace anche Mosca, punita dall’Occidente per le mosse secessionistiche in Ucraina, ma anche alla Cina che vuol ridimensionare il ruolo degli Stati Uniti, non a caso in contemporanea Xi Jinping sarà per la seconda volta dall’ascesa ai vertici di Pechino in visita in America Latina, incontrerà Vladimir Putin e per la prima volta Modi, e visiterà Argentina, Venezuela, Cuba. Un tour de force che si spiega proprio con la necessità di accelerare i tempi di reazione dei Paesi emergenti rispetto a un progetto che adesso inizia davvero a prender forma.

La capitalizzazione della nuova banca è stato un importante punto di negoziazione, il finanziamento sarà diviso in parti uguali, con un chip di 10 miliardi dollari in contanti in sette anni e 40 miliardi di dollari di garanzie. La banca dovrebbe iniziare a erogare presiti nel 2016. Però sarà aperta ad altri Paesi membri delle Nazioni Unite, anche se la quota Brics non dovrà scendere sotto il 55 per cento. C’è chi si augura che la porta sia davvero aperta anche ad altri e c’è chi ha fatto anche il nome di altri Paesi europei tra cui l’Italia. Why not? L’asset è appetibile anche per chi ha dovuto subire in questi mesi i colpi di coda degli stessi fenomeni planetari che stanno alla base della nuova banca.

La presidenza, con una durata di cinque anni, ruoterà tra i membri, ma la prima è ancora tutta da decidere. Gli impegni dietro all’accordo quadro che sarà firmato in Brasile non includeranno interventi diretti, in prima battuta toccherà alle banche centrali firmare gli accordi. La dotazione continuerà ad essere custodita nelle riserve di ogni Paese, ma potrà essere trasferita, se necessario, ad un altro membro per ammorbidire la volatilità nel suo mercato dei cambi.

La Cina, titolare delle più grandi riserve di valuta estera del mondo, contribuirà per la maggior parte del pool di valuta, si parla di 41 miliardi dollari. Brasile, India e Russia metteranno un chip da 18 miliardi dollari ciascuno e il Sudafrica si è dichiarato disponibile a conferirne cinque. Si tratta di un meccanismo di reazione rapida alla fuga di capitali, offrendo operazioni di swap in dollari. Se si presenta la necessità, la Cina avrà diritto a chiedere la metà del suo contributo, il Sudafrica per il doppio e per gli altri Paesi la possibilità sarà pari alla quantità conferita. Il rischio di deprezzamento della moneta locale è anche forte, in ogni caso il fondo potrebbe essere usato come misura precauzionale o come un aiuto per affrontare una crisi economica acuta. In questo scenario c’è da chiedersi quali mosse faranno gli Stati Uniti, impegnati in queste ore in un serrato round di negoziati economici con i cinesi a Pechino.

Fonte: Sole 24 ore

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