Polemiche accese dopo la Direzione Renziani: “La base sta con noi”

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Dopo la Direzione di venerdì si inasprisce il dibattito nel Pd in vista del Congresso

«Non hanno capito che la proporzione 80 a 20 a sfavore di Renzi esiste solo a Largo del Nazareno». Cioè, nella sede nazionale del Pd. Secondo un fedelissimo renziano, è quello l’unico luogo in cui, da Bersani a Franceschini, la maggioranza del partito ha ancora percentuali bulgare. «Nel resto d’Italia non è più così, gli equilibri stanno cambiando». Motivo per cui, il giorno dopo il fallito blitz sulle regole (congressi locali prima delle candidature nazionali e segretario eletto solo dagli iscritti), l’anima renziana del Pd si mostra tranquilla.

Il sindaco di Firenze, ormai da una decina giorni in silenzio stampa, era ieri al lavoro a Palazzo Vecchio. Uno tra i suoi più autorevoli sostenitori, l’ex ministro Paolo Gentiloni, sospira preoccupato: «Quello che è successo venerdì in Direzione è sconfortante. Basta leggere i giornali per capire quale danno abbia fatto al partito: in un momento come questo, si sono preoccupati di proporre un non-congresso con l’intenzione disarmante di evitare che una persona possa diventare segretario del Pd. Peraltro senza riuscirci». Un danno all’immagine del partito, «nemmeno un favore al governo», ma non un colpo a Renzi: «Prigionieri dei loro cavilli – valuta Gentiloni – non mi pare abbiano fatto male a Matteo».

Lui, il sindaco, se l’aspettava qualche regola capace di metterlo in difficoltà. Ma stavolta, a differenza delle primarie dell’autunno scorso, fanno notare dalle sue parti, le cose sono cambiate: da Cuperlo a Civati all’arcinemica Rosy Bindi, sono stati anche altri a bocciare la proposta. Un fronte composito che ha impedito alla «maggioranza» di avere i numeri per far passare le modifiche: «Gli è andata male sia dal punto di vista politico che mediatico: ci hanno provato e manco ci sono riusciti», ridacchia un renziano doc. «Epifani ha persino dovuto smentire se stesso», dice, facendo riferimento alle dichiarazioni del segretario venerdì sera alla Festa del Pd di Roma, dove è stato accolto anche da proteste dei No Tav e di Occupy Pd: la platea degli elettori, ha dichiarato, «non può essere solo di iscritti perché sono troppo pochi».

Così, ora, resta da capire cosa potrà cambiare nello Statuto. Per operare modifiche, ci vuole la maggioranza assoluta dei voti dei mille membri dell’Assemblea nazionale. Numeri che nessuna area del partito è in grado oggi di garantire. «È evidente che non si possa azzardare a portare in Assemblea nulla di controverso», giudica Gentiloni. «Alla fine, l’unica cosa che a mio avviso si potrà fare, sarà confermare la norma approvata per consentire a Matteo di correre alle primarie: il segretario resta candidato premier, ma anche altri possono candidarsi. Non vedo chi avrebbe interesse a contrastare questa regola».

C’è un’altra proposta che vede molti in disaccordo. Quella che vorrebbe fare svolgere i congressi locali ed eleggere i segretari regionali prima che scendano in campo le candidature nazionali, senza collegarli quindi alle varie mozioni. Il segretario aveva pensato – e ne aveva parlato coi segretari regionali – di affidare a due personalità del partito, d’esperienza e super partes, Alfredo Reichlin e Pierluigi Castagnetti, la stesura di un documento unitario, una sorta di testo preparatorio al dibattito congressuale, da discutere nei circoli. Ma agli interessati la richiesta non è ancora arrivata. Dopo il caos della Direzione, i renziani sono abbastanza convinti che la proposta non passerà, e i congressi regionali si terranno collegati alla sfida nazionale. Non fosse così, comunque, non si mostrano preoccupati: dal sindaco di Bologna alla governatrice del Friuli, fanno notare, sono tante le personalità sul territorio in avvicinamento. «I bersaniani e gli altri pensano di avere ancora in mano il territorio, ma non è più così».

FRANCESCA SCHIANCHI

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