RAI, ma quale servizio pubblico

Giancarlo Marcotti Commenta per primo

Mercoledì 26 settembre 2007.

Nell’edizione mattutina del TG 1 delle ore 8:00 la conduttrice, come di consueto, si collega in diretta con la sede della redazione economica di Milano. Alle spalle del giornalista Barbagallo, esperto nel settore economico, un grande schermo al plasma proietta un video della sede del Nasdaq a New York, contribuendo a comunicare un’immagine di grande professionalità.

Sono collegamenti flash, Barbagallo deve solo comunicare l’andamento dei due principali indici delle borse asiatiche e la chiusura della sera precedente a Wall Street. Il giornalista RAI esordisce dicendo:”contrastate le borse asiatiche, alla chiusura positiva +0,21% di Tokio si contrappone finora la diminuzione –0,64% di Hong Kong”.

Che c’è di male?

Beh, solo un piccolo particolare, oggi 26 settembre la borsa di Hong Kong è chiusa per festività.

Barbagallo non lo sa!!! Ma che dato ha comunicato? La chiusura del giorno precedente? Ma anche qui fa un errore, il giorno prima l’Hang Seng aveva chiuso con un –0,46%, Barbagallo ha quindi anche invertito le cifre.

E ci sono persone che insistono a sostenere la liceità del pagamento del canone RAI in quanto servizio pubblico. Pubblico forse sì, ma il servizio dov’è? Se un giornalista che in tutto il giorno deve solo comunicare due indici di borsa, li sbaglia pure!!! Chiariamo, la RAI non versa in cattive acque per colpa dei vari Barbagallo della quale è costellata, ma per le assurdità di carattere economico/aziendale delle quali abbiamo esempi quotidiani.

Se si devono solo comunicare due indici di borsa, per quale motivo fare un collegamento in diretta con la sede di Milano? Quanto ci viene a costare? Oltre allo stipendio di Barbagallo immaginiamoci quante persone fra tecnici ed operatori si debbono pagare, e solo per dire due indici di borsa!!!

E li sbagliano!!! Non sanno neppure che una delle due borse è chiusa!!!

Lo “stato comatoso” che Prato, il nuovo a.d. di Alitalia, utilizza per descrivere la situazione della Compagnia di Bandiera dovrebbe essere esteso, oltre che alla RAI, a tutte quelle aziende pubbliche gestite in modo scriteriato. Ci sarebbe da ridere se in gioco non si fosse una montagna di denaro pubblico sperperato che potrebbe, anzi dovrebbe, essere speso in modo molto più razionale, aiutando, per esempio, la parte di popolazione meno abbiente che nel nostro Paese, purtroppo, sta crescendo, quella sì, a livelli preoccupanti.

Togliamo la RAI dalle mani dei politici.

Privatizziamola!!!

Giancarlo Marcotti per Finanza In Chiaro

[email protected] Scheda Collaboratore

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