Troppe tasse così l’Italia non riparte, secondo la Corte dei Conti

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La lista delle bacchettate al governo da parte della Corte dei Conti si allunga, e dopo quella abbastanza aspra di febbraio scorso (con la critica alla tassa sui prelievi), arriva quella recentissima, che coinvolge la tassazione, proprio in un periodo in cui tra 730 e tasse legate alla proprietà degli immobili, conti alla mano ci si deve rendere per forza conto di quanto sia diventato difficile da sopportare il peso della pressione fiscale.

In sintesi gli italiani pagano troppe tasse, che vanno ad alimentare un sistema pubblico, composto da una pletora di “Enti e società strumentali o complementari rispetto alle Amministrazioni di riferimento” che spesso eludono “i vincoli rigidi imposti alla spesa e alla gestione del personale, con il rischio di aggravio dei costi”.

Insomma, nonostante le numerose spending review, il debito pubblico è salito ancora, e il rapporto debito/Pil è salito a quota 95, il che non pone l’Italia in una posizione di forte negoziazione dei margini di manovra rispetto alla Ue. Le motivazioni sono abbastanza semplici da capire, fanno notare dalla Corte dei Conti: troppe tasse tolgono dalla circolazione il denaro che gli italiani possono usare per alimentare i risparmi e gli investimenti, per sostenere i consumi, e far riavviare il sistema produttivo (mentre le richieste di prestito aumentano come si può vedere su http://www.calcoloprestito.org/) .

In più i soldi che vanno a riempire le casse dello Stato non riescono a raggiungere gli obiettivi di riduzione del debito pubblico, perché il sistema della Pa è strutturato in modo poco ottimizzato, sfugge al controllo, e finisce per vanificare una buona parte di sacrifici che vanno a ricadere sulle spalle dei cittadini. La ricetta data dalla Corte dei Conti è sempre la stessa, ovvero abbassamento della pressione fiscale, raggiungibile in diversi modi, così da far aumentare i consumi, la produzione, con una ricaduta positiva sul Pil. In fondo ormai l’hanno capito praticamente tutti: la crescita del pil ha un effetto molto più sostanzioso sul rapporto con debito, rispetto alla riduzione di quest’ultimo.

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