Apple (e Irlanda) contro Ue. Chi ha ragione?

Come promesso torno sulla vicenda che vede contrapposte da un lato Apple, l’azienda più capitalizzata al mondo (e con lei il Governo irlandese), e dall’altro l’Unione europea.

Ciò che occorre stabilire innanzitutto, al fine di valutare le conseguenze che una tale controversia potrà avere a livello internazionale, è chi, fra i contendenti, abbia ragione.

Fatemi fare una premessa, come ha ben spiegato la Commissaria europea Margrethe Vestager, la richiesta di pagamento che l’Unione europea ha intimato ad Apple NON si tratta di una multa, bensì di “tasse non pagate”, ma per praticità permettetemi, in questo articolo, di chiamarla impropriamente “multa”.

In estrema sintesi l’Antitrust dell’Unione europea ha ravvisato negli accordi intercorsi in ambito fiscale fra la multinazionale americana e l’Irlanda una violazione dei “trattati europei”, sottoscritti ovviamente anche da Dublino, che fra le altre cose sanciscono i principi di una corretta concorrenza fra le aziende all’interno dell’Unione, vietando i cosiddetti aiuti di Stato.

Ebbene, dato che quegli accordi a suo tempo stipulati fra la Apple e l’Irlanda prevedevano un “trattamento fiscale di favore” per la multinazionale americana in cambio dell’impegno della stessa a sostenere certi livelli occupazionali nell’isola, l’Organismo europeo ha sanzionato quel comportamento ravvisando evidenti “aiuti di Stato”.

Ovviamente, viste le dimensioni dell’azienda della quale stiamo parlando, e la durata pluriennale nella quale tale violazione si è perpetrata le cifre si fanno immediatamente rilevanti.

In totale si parla di circa 18 miliardi di euro, 13 di “multa” ai quali vanno aggiunti 4,8 di interessi.

Apple ha reagito immediatamente in maniera brusca ed il Ceo, Tim Cook ha subito pubblicato sul sito ufficiale dell’azienda di Cupertino una dura replica alle richieste dell’Ue in uno scritto che ha intitolato “Un messaggio alla comunità Apple in Europa”.

Una replica che, mi espongo immediatamente, non mi ha convinto, in particolare poiché è “piena di omissioni”. E naturalmente, come mio costume, cerco di motivare le mie tesi.

Cook, per sostenere che l’investimento in Irlanda non avesse finalità esclusivamente fiscali, inizia la sua “arringa” ricordando che esso risale al lontano 1980 quando Apple aprì una fabbrica con 60 dipendenti a Cork, nel sud dell’Irlanda, una zona che, sottolinea sempre il Ceo della multinazionale americana: “In quegli anni soffriva di un tasso di disoccupazione altissimo e di investimenti economici quasi inesistenti. Ma i dirigenti Apple vi riconobbero una comunità ricca di talenti …”

Eh no, caro Tim Cook! Nel 1980 Apple era un qualcosa neanche minimamente paragonabile a quel che è oggi, e la fabbrica di Cork nacque per assemblare i primi rudimentali computer prodotti dalla società di Cupertino, la cittadina irlandese quindi fu scelta proprio per questo motivo, ossia dato che si trovava in una zona sottosviluppata abbondava la manodopera a basso prezzo, in altre parole era la Cina di oggi, con il vantaggio che in più si parlava inglese.

Altro che “vi riconobbero una comunità ricca di talenti”, Sig. Cook perlomeno eviti di prendere in giro le persone intelligenti, siete andati là per sfruttare la manodopera a basso prezzo. Punto!!!

Ed in effetti gli “accordi particolari” stipulati con il Governo irlandese avvengono successivamente, quando appunto la Apple, che si stava affermando a livello internazionale, sposta in Cina la produzioni dei propri prodotti.

Sig. Cook può dirmi se avete per caso spostato la produzione in Cina perché nella periferia di Shanghai in quella fabbrica lager chiamata Pegatron avete “riconosciuto una comunità ricca di talenti”? In effetti nella fotografia che pubblichiamo a corredo dell’articolo e che ritrae gli operai di quella azienda mentre si apprestano ad iniziare il turno di lavoro, si nota chiaramente il loro “talento”.

Ma proseguiamo, il Governo irlandese, già alle prese con una crisi economica spaventosa per non vedersi chiudere gli stabilimenti della Apple in una zona già ad altissima densità di disoccupazione, concede alla multinazionale americana condizioni di estremo favore dal punto di vista fiscale in cambio della salvaguardia dei posti di lavoro.

Apple ovviamente non poteva continuare a produrre in Irlanda i “costi del lavoro cinesi” erano infinitesimi in confronto, quindi lo stabilimento di Cork divenne la sede commerciale del più importante mercato per l’azienda di Cupertino: quello europeo. Certo perché Apple vende i propri prodotti nel Vecchio Continente a prezzi nettamente più alti rispetto a qualsiasi altra parte del mondo.

Sono gli anni in cui il fatturato esplode letteralmente, Apple sta diventando la più grande azienda del mondo, quindi non ha difficoltà ad assumere qualche migliaio di persone in tutta l’Irlanda e nel resto d’Europa.

Ma arriviamo al nocciolo del problema, come tutti sappiamo, infatti, all’interno dell’Unione europea alcuni Stati hanno aderito alla moneta unica, l’euro appunto, ma ciò che non si è neppure iniziata è un’unione fiscale, ogni Paese, quindi, in quel campo legifera come meglio crede.

L’Irlanda, proprio per attrarre investimenti dall’estero ha adottato una legislazione fiscale estremamente favorevole per le aziende straniere che vogliono aprire attività sull’isola, pensate che l’aliquota per le imprese è solo del 12,5%!!! Da noi sarebbe semplicemente un sogno.

Ebbene nessuno poteva impedire all’Irlanda di applicare un’aliquota così bassa, ma la cosa scandalosa è che la Apple non ha pagato neppure questo!!!

LA APPLE DAL 2003 HA PAGATO SOLO L’1% SU TUTTI I PROFITTI FATTI IN EUROPA

E DAL 2014 LO 0,005%. UNO SCANDALO SENZA PRECEDENTI

La Commissaria europea Margrethe Vestager ha precisato testualmente che “Il trattamento fiscale in Irlanda ha consentito ad Apple di evitare la tassazione su quasi tutti gli utili generati dalla vendita di prodotti Apple nell’intero mercato unico Ue”.

Il buon Tim Cook, nella sua difesa, si limita a dire che Apple ha pagato quanto l’Irlanda gli ha chiesto, certo, ma che difesa è?

Il fatto è stabilire se quel che ha fatto l’Irlanda è legale o meno!

Dato che l’Irlanda ha firmato i trattati europei essa deve rispettarli.

Non solo, ma se ad esempio Apple avesse corrotto il Governo irlandese per avere un simile trattamento oppure lo avesse ricattato, mettendo i politici irlandesi con le spalle al muro, con un diktat del tipo “o ci concedete queste condizioni o noi ce ne andiamo lasciando per strada migliaia di famiglie” non sarebbe comunque da sanzionare?

Apple dimostri di aver pagato allo Stato irlandese il 12,5 % (che sarebbe pure un’aliquota ridicola) dei profitti avuti dalle vendite in tutti i Paesi che fanno parte dell’Unione europea e la cosa si risolve immediatamente, se invece ha versato di meno, come nella realtà è certamente avvenuto, DEVE saldare il dovuto, maggiorato degli interessi.

E poi dai, che la cosa fosse sporca è più che lampante!

Senza entrare nei dettagli comunque tutta la vicenda nasce da un’inchiesta iniziata negli Usa che riguardava due società “irlandesi” del gruppo: la Apple Sales International e la Apple Operations Europe, attraverso le quali passavano tutte le vendite prodotte al di fuori degli Stati Uniti. Ebbene, sapete quanti dipendenti avevano queste due società che muovevano decine di miliardi di euro?

ZERO!!! Nemmeno uno!

Ed allora, cari lettori, secondo voi è ancora difendibile la posizione di Apple?

Caro Tim Cook e caro Steve Jobs (pace all’anima tua) … così sono capace anch’io, scusate, ma se non si paga quasi nulla di tasse ed i telefonini vengono fatti costruire a costi ridicoli in un lager in Cina, beh! più che vantarsi bisognerebbe vergognarsi.

Come dovrebbero vergognarsi anche i politi irlandesi che scandalosamente faranno ricorso contro la decisione dell’Ue, ma tratterò questo aspetto in un prossimo articolo.

Giancarlo Marcotti per Finanza In Chiaro