Borse Usa: il 2013? Un anno d’oro! Ma …

Certo mancano ancora più di 100 giorni alla conclusione dell’anno e so benissimo, per esperienza, che i conti si fanno sempre alla fine, ma al momento si possono già avanzare delle considerazioni sul 2013 riguardo agli indici di Borsa a stelle e strisce.

Intanto cominciamo col fare un punto della situazione ad oggi, i tre principali indici di Borsa americani, ad oggi, stanno facendo segnare queste performance:

Dow Jones +15,93%

S&P500 +18,08%

Nasdaq +23,50%

se non un risultato trionfale, poco ci manca.

Ma c’è qualcosa di ancor più eclatante, ed è il fatto che, nell’anno in corso le quotazioni dei tre indici statunitensi sono SEMPRE state superiori alla loro media mobile annuale.

Cosa significa?

Significa che in ogni seduta borsistica di questo 2013 il valore di chiusura di ognuno di questi indici è sempre stato superiore alla media dei dodici mesi precedenti, e tutto questo, ribadiamo, è avvenuto per ogni giornata dell’anno in corso.

Il calo, fatto segnare nel mese di agosto, in particolare per quanto riguarda il Dow Jones, aveva portato l’indice più vecchio del mondo, lo scorso 27 agosto, vicino alla rottura della propria media mobile ad un anno, per essere precisi ad una distanza dell’1% circa, ma da allora abbiamo assistito ad una ripartenza ed ora questa differenza sfiora i 3,5 punti percentuali.

Ma in termini pratici, cosa significa tutto questo?

Significa che non solo gli indici di Borsa sono saliti (e di molto), ma lo hanno fatto in modo pressoché continuo, il mini-trend peggiore è avvenuto fra il 2 ed il 27 agosto ed ha comportato un ribasso complessivo del 5,63%, non un’inezia, ma nulla che possa nemmeno considerarsi preoccupante.

Ma allora, vien da domandarsi, la situazione economica negli Usa è così rosea da giustificare tutto questo ottimismo?

A mio parere la risposta è NO. Ma ovviamente la mia tesi va argomentata.

Non voglio certo sottovalutare i grandi progressi che hanno avuto i dati macro americani, migliorati nell’ultimo anno praticamente su tutti i fronti, dall’immobiliare, al manifatturiero per non parlare del settore auto che ha fatto segnare un vero boom.

Ciò che non torna, ma non solo per quanto riguarda gli Stati Uniti, è il mercato del lavoro, si fa un’enorme fatica a far scendere il tasso di disoccupazione anche di un solo decimo di punto.

Mi si dirà, ma è normale! Quello dell’occupazione è l’ultimo dato a risalire nei periodi di ripresa economica, gli imprenditori hanno ancora fresco il ricordo degli esuberi di personale, durante la crisi, per cui inizialmente preferiscono utilizzare la forza lavoro in essere “al massimo della propria capacità produttiva” prima di ricorrere ad altre assunzioni.

Certo, in parte è vero, ma forse è proprio quel tasso di disoccupazione così elevato a calmierare un’altra “brutta bestia”, ossia l’inflazione.

A proposito, tempo fa gli economisti, per quanto riguarda le previsioni sulle possibile conseguenze derivanti dell’exit strategy, erano divisi su tutto, solo su una cosa concordavano, e cioè che al momento della ripartenza dell’economia avremmo avuto una ripresa dell’inflazione.

Si discuteva “sull’entità” del fenomeno inflattivo, alcuni paventavano una terribile iperinflazione, altri invece erano fiduciosi che non avrebbe superato la doppia cifra, ma nessuno metteva in dubbio che ci sarebbe stata.

Ed invece, negli Stati Uniti, almeno per il momento, dell’inflazione non si vede nemmeno l’ombra.

Ma gli indici di Borse sono sui massimi storici!!!

Perché???

Perché Bernanke pompa 85 miliardi di dollari ogni santo mese, e lo sta facendo da tanto tempo.

Secondo voi questi soldi dove vanno a finire?

Ed allora appena il Presidente della Fed accenna, non dico di smetterla di inondare di liquidità il mercato, ma a paventare che il quantitative easing non potrà durare in eterno, una dichiarazione che avrebbe fatto impallidire anche Monsieur de La Palice per la sua banalità, ecco che i mercati emergenti vanno in fibrillazione, ed i titoli di stato di quei Paesi subiscono dei tracolli di entità mai viste in precedenza.

A questo punto, quindi, occorre porsi una domanda che non definirei allarmante, bensì … “inquietante”.

Ma si può uscire dal quantitavive easing senza entrare in una fase fortemente depressiva?

Ed ancora:

E se non ne usciamo, andremo, prima o poi, incontro ad un fallimento globale?

Al momento non ho risposte da dare.

Giancarlo Marcotti per Finanza In Chiaro