Renzi ritratta (l’unica cosa giusta che aveva detto)

Forse siamo all’apice, o al fondo, dipende. L’apice dell’assurdo, il fondo della dignità umana. Matteo Renzi, nella classifica dei voltagabbana, supera di gran lunga ogni suo predecessore, ormai, dopo questa, ritengo che rimarrà imbattuto per sempre, qualsiasi suo successore potrà gareggiare solo per il secondo posto.

Ovviamente mi sto riferendo al ritiro dalla politica che il nostro Premier aveva annunciato qualora fosse stato sconfitto al referendum sulla riforma costituzionale.

Affinché non ci sia dubbio alcuno su quando detto da Renzi riporto qui l’articolo a firma Monica Rubino, apparso su Repubblica.it in data 12 gennaio 2016 dal titolo Renzi sulle riforme costituzionali: “Se perdo il referendum lascio la politica”, ma faccio di più, vi pubblico anche lo spezzone del video sempre inserito all’interno dell’articolo, che naturalmente vi invito ad ascoltare.

 

Ebbene ora riprendo, per commentarle, le frasi salienti pronunciate da Renzi.

“Io non credo che sia semplice nemmeno la campagna referendaria, perché, facendo credo un gesto di coraggio, ma anche di dignità, io ho detto che se perdo il referendum non è soltanto che vado a casa, ma smetto di far politica, magari è un incentivo per tanti per andare a votare contro.”

BRAVO!!! Bravo Renzi, hai perfettamente ragione, non è soltanto “un gesto di coraggio, ma anche di dignità”. E soprattutto ancora un bravo per aver parlato in maniera inequivocabile, non sei stato solo “chiaro”, ma qualcosa di più! Hai voluto, proprio a scanso di qualsiasi equivoco, specificare che, “andarsene a casa” non vuol dire solo chiudere l’esperienza governativa, ma “smettere di fare politica”.

Bravo ! Bravo due volte Renzi.

Poi il nostro Premier prosegue.

“Perché però lo dico, non è il tentativo di trasformare un referendum come ha detto qualcuno in un plebiscito, è l’assunzione di un principio, finalmente c’è responsabilità da parte di chi governa, siamo stati abituati ad avere per anni il pantano, sempre gli stessi che si davano il cambio in modo ciclico, io vorrei una cultura più anglosassone in cui fai uno, due mandati, io spero di farne due, e poi te ne vai, se però nell’elemento chiave di trasformazione del sistema, dopo che hai fatto la legge elettorale, che con il ballottaggio impedisce il consociativismo, dopo che hai fatto un’operazione di riduzione delle tasse che non aveva fatto nessuno, dopo che hai fatto il jobs act, anche discutendo su alcuni tabù della sinistra ed oggi i risultati sono che la disoccupazione scende, dopo che hai fatto la riforma della pubblica amministrazione e della scuola … arrivi alla riforma costituzionale che è la partita sulla quale ti sei giocato tutto. Ecco, se io perdo devo avere il coraggio di dire che … devo trarne le conseguenze in un Paese in cui non perde nessuno …”

Bravo, bravo ancora!

Grande la citazione sul principio di assunzione di responsabilità che dovrebbe valere anche per i politici e che invece in questo Paese non ha mai trovato corrispondenza.

Per cui, caro Renzi ti posso perdonare anche per le “comprensibili markette” su quanto fatto dal tuo governo in due anni di lavoro, anche se, ahinoi, i risultati più che scarsi sono stati disastrosi.

Ma te le perdono quelle citazioni, perché dopo aver parlato in maniera così chiara e convincente ti meriti anche un po’ di “pubblicità”, diciamo che te la sei guadagnata con “coraggio e dignità”.

Poi cosa accade nei mesi successivi?

La frase sull’abbandono della politica comincia a scomparire, l’andare a casa cambia di significato, vuol dire solo considerare finita l’attuale esperienza governativa, non escludendo che l’attuale Premier si possa ripresentare (anzi presentare per la prima volta) successivamente al giudizio degli elettori.

E poi comincia la retromarcia sulla “personalizzazione” del referendum, una retromarcia arrivata fino al “mea culpa”, ad ammettere cioè di aver sbagliato a trasformare il referendum in un plebiscito sulla sua persona.

Per arrivare infine, oggi, ad ammettere candidamente che anche nel caso di sconfitta al referendum non lascerà la poltrona a Palazzo Chigi.

Fermiamoci un attimo, perché a questo punto occorre esemplificare un concetto importante. Vedete, io non contesto né disapprovo a priori coloro che cambiano idea, ma un conto è cambiare idea, un altro disattendere la parola data. Le due cose sono profondamente distinte e diverse.

Io infatti, solo per fare un esempio a caso, posso essere contrario ad una certa legge elettorale e magari, dopo aver approfondito il tema, aver ascoltato persone autorevoli in materia ecc. ecc. ecc. … cambiare idea. Ma, se dichiaro, prima della votazione in Parlamento, “Se passa quella legge elettorale … mi dimetto!” Allora no! Allora se passa quella legge devo dimettermi, non posso non dimettermi invocando il fatto che “ho cambiato idea”.

Non è più una questione di coerenza, è diventata una questione di dignità.

E la dignità, come riporta la Treccani, è la: Condizione di nobiltà morale in cui l’uomo è posto dal suo grado, dalle sue intrinseche qualità, dalla sua stessa natura di uomo, e insieme il rispetto che per tale condizione gli è dovuto e ch’egli deve a sé stesso.

Persa la dignità e contemporaneamente la credibilità, ad un uomo politico cosa resta? Ed allora, cari lettori, vi domando:

Un voltagabbana del genere, che credibilità ha?

Zero … sotto zero … meno infinito?

Ditemelo voi!

Giancarlo Marcotti per Finanza In Chiaro