Wall Street, dopo i massimi uno storno?

L’indice di riferimento della Borsa di New York, lo S&P500, come noto, ha concluso la scorsa settimana andando a ritoccare il proprio massimo storico, facendo segnare al fixing quota 2.096,99 punti.

Ed occorre sottolineare che, seppur non abbia ancora raggiunto il massimo assoluto, stabilito il 10 marzo del 2000, è ancor più impressionante il rialzo messo a segno in questi anni dall’indice tecnologico Nasdaq arrivato a 4.893,84 punti.

Dal punto di minimo della crisi, il 9 marzo 2009, lo S&P500 ha guadagnato il 209,96% in pratica è poco più che triplicato, mentre la performance del Nasdaq, nello stesso periodo, è stata del 285,75% ossia è quasi quadruplicato.

Sono numeri che devono indurre a riflettere, sappiamo tutti, infatti, che le Borse spesso “esagerano”, in un senso e nell’altro, ossia amplificano oltre il lecito gli andamenti economici, e così alternano momenti di eccessiva euforia ad altri smisuratamente depressivi.

La “bravura” di chi opera sui mercati finanziari sta proprio non solo nella capacità di comprendere quando si è “esagerato”, ma soprattutto quando il mercato se ne renderà conto!

Ora, in gran parte del pianeta, si parla ancora “crisi economica” ed anche negli Stati Uniti il Presidente Obama soltanto pochi giorni fa, durante il discorso sullo stato dell’Unione, ha trionfalmente affermato che la crisi è alle spalle.

Ma se negli Usa la crisi si è appena conclusa ed in Europa si sta per toccare il fondo e sarebbe imminente una ripresa, perché la Cina proprio ora sta rallentando? Perché la produzione industriale nel pianeta sta diminuendo?

E soprattutto:

Se i principali indici di Borsa Usa (ed anche quello tedesco) dai minimi del 2009 hanno già visto triplicare e quadruplicare le loro quotazioni, dove potranno arrivare se nel pianeta stesse per partire un nuovo boom economico?

Ed allora ecco che sono sempre di più gli economisti che sono scettici riguardo ai continui massimi dei listini borsistici, ed anche se non prevalgono i catastrofisti che vedono crollare verticalmente tutte le Borse al mondo, molti ipotizzano un “salutare” storno che riporterebbe le quotazioni dei titoli, soprattutto in alcuni settori, più consoni ai fondamentali economici.

Faccio un solo esempio, il comparto biotech, sappiamo tutti dell’importanza che ha assunto in questi ultimi anni, ma rimane comunque difficile ritenere “sostenibili” alcune quotazioni raggiunte. Dai minimi del 2009, ad esempio, Alexion Pharma ha guadagnato il 1.052% e Regeneron Pharma addirittura il 3.145%!!! Valeva 12,40 dollari nel 2009 ed oggi ne vale 402,40!!!

Ma torniamo allo S&P500 le previsioni più accreditate vedono l’indice di riferimento della Borsa statunitense intorno ai 1.900 punti, ossia all’incirca 200 punti in meno rispetto ai livelli attuali, insomma, a spanne, uno storno del 10%.

Tali “outlook” si baserebbero sul fatto che la Borsa americana avrebbe già incorporato tutte le notizie positive per l’economia a stelle e strisce, ma non i fattori di rischio che in particolare  sarebbero due:

  • l’inevitabile prossimo aumento dei tassi, seppur contenuto, ma progressivo, e soprattutto
  • la fine definitiva della sottovalutazione del dollaro rispetto alle altre principali valute

Naturalmente un 10% in meno rispetto agli attuali livelli non sarebbe un dramma e non innescherebbe nessun “mercato orso”, come sul dirsi in gergo, che scatterebbe solo con uno storno superiore al 20%.

Personalmente, poi, aggiungerei una terza motivazione, anche se ho seri dubbi che Oltreoceano possano farla propria, ed ossia che agli Stati Uniti potrebbe convenire “cedere” parte della loro “ripresa economica” agli alleati europei.

Non avrebbe senso infatti produrre beni se poi non ci fosse un mercato che avesse la possibilità di acquistarli, mi rimarrebbero ad ammuffire nei miei magazzini … e non è così che si alimenta l’economia.

Giancarlo Marcotti per Finanza In Chiaro