Dobbiamo aver paura del collasso della Borsa cinese?  

Giancarlo Marcotti Commenta per primo

Oggi l’indice di riferimento della Borsa di Shanghai, l’SSE Composite, ha avuto un buon rimbalzo avendo guadagnato il 5,8%, i mercati finanziari cinesi hanno così tirato un bel sospiro di sollievo, ma naturalmente non è sufficiente l’odierna risalita per poter dire che “è passata la bufera”.

Hanno un bel dire gli economisti ed i traders che quel che stiamo vedendo da un anno a questa parte sul mercato azionario cinese sono dei “deja vu”, certo, è un qualcosa che assomiglia molto alla cosiddetta “bolla internet” del 2000, quando l’indice americano dei titoli tecnologici, il Nasdaq, dopo essere salito ininterrottamente per cinque anni è improvvisamente crollato, ma a certe cose non ci si abitua mai.

Ricordiamo ancora, visto che ormai sono trascorsi 15 anni e non tutti possono averne memoria, che il crollo di Borsa negli Usa avvenne ben prima della distruzione delle Torri gemelle che quindi non hanno avuto alcuna rilevanza almeno per quanto riguarda il collasso del Nasdaq.

A partire da quella dei tulipani in Olanda le bolle speculative si sono sempre ripetute nella storia,  in pratica i “mercati”, con una certa ricorrenza, è come se perdessero il lume della ragione, iniziano a salire ben oltre il lecito, poi, per una sorta di “effetto leva” incentivato dal ben noto fenomeno delle “previsioni che si auto avverano”, si entra in una fase acuta, in una specie di mondo magico in cui tutti coloro che sono all’interno credono di aver trovato il modo di poter vivere, anzi arricchirsi, solo investendo in Borsa tutto ciò che possiedono (e non solo).

Alla fine, però, come in tutti i sogni, ci si risveglia, qualcuno realizza che tutto ciò era semplicemente una astrazione, e così, con una sorta di “effetto valanga”, quello che era stato artificialmente creato crolla con una velocità impressionante.

Quando sono rimaste solo le macerie si cercano “i colpevoli” e qualcuno lo si trova sempre, senza dubbio qualcuno ha fatto degli errori, qualcun altro non ha vigilato ed altri ancora hanno sottovalutato gli effetti deleteri che possono avere alcuni comportamenti collettivi.

Ed allora anche i cinesi hanno avuto la loro amara esperienza, si sono illusi che da “officina del mondo” potessero trasformarsi in “sala operativa del mondo”, non è andata bene, se vogliono continuare a migliorare il loro tenore di vita debbono tornare a lavorare.

Tutto era iniziato proprio un anno fa, forse accorgendosi che i tassi di crescita dell’economia non erano più quelli di una volta, le autorità cinesi hanno pensato bene (anzi, male) di allentare i vincoli sul comparto finanziario.

Gli “impegni” presi negli scorsi anni dalle aziende cinesi non potevano essere solo supportate dal sistema bancario, dovevano arrivare nuove forme di finanziamento, la Borsa di Shanghai dal 2009, in netta controtendenza rispetto a Wall Street, languiva, una debolezza cronica che aveva portato l’indice SSE Composite a perdere un terzo della propria capitalizzazione in cinque anni.

Siamo proprio ad un anno fa, le autorità cinesi tolgono i vincoli trasformando così un popolo di operai in provetti traders che cominciano ad investire in Borsa, prima sulle azioni “migliori” poi un po’ su tutto, infine anche su aziende la cui solidità finanziaria era perlomeno precaria.

L’indice di Borsa passa dai 2.000 punti di luglio ai 3.000 di dicembre, inizia il 2015 e la crescita non si arresta, anzi si rafforza, ad aprile siamo a 4.000 punti, a quel punto è tutto irrefrenabile, due mesi dopo si superano i 5.000 punti.

Siamo al 12 giugno scorso, è un venerdì, l’indice SSE della Borsa di Shanghai ha toccato quota 5.166,35 punti, il giorno dopo è Sant’Antonio da Padova che ha sempre predicato l’umiltà, non sarò certamente per questo motivo ma lunedì 15 giugno, alla riapertura dei mercati l’indice cinese scende.

Da lì il collasso che in tre settimane ha riportato l’indice SSE Composite a 3.500 punti (prima del rimbalzo odierno), per molti che erano entrati in Borsa nei giorni dell’euforia è un vero e proprio dramma.

Le autorità monetarie hanno fatto di tutto per frenare il collasso, ma evidentemente andare con delle ruspe contro ad una frana serve poco. Il terremoto c’è stato ed ora per diverso tempo subiremo delle scosse di assestamento.

Se si guarda all’ammontare di yuan andati in fumo c’è da rimanere esterrefatti, siamo a qualcosa come 3.000 miliardi di dollari, ma dobbiamo anche ricordare che siamo in un mercato gigantesco come la Cina e soprattutto quella montagna di denaro era stata creata dal nulla nei mesi precedenti.

Rimane però da capire quali potranno essere i futuri scenari che si aprono sull’economia e sulla finanza mondiale dopo questo crollo.

Innanzitutto occorre capire se questo crollo si fermerà su questi livelli oppure potrà ancora proseguire, attualmente le previsioni sono tutt’altro che rosee, si parla di un ritorno dell’indice cinese intorno ai 3.000 punti ma qualcuno si spinge anche a 2.500 punti, ossia ad un calo di oltre il 50% rispetto ai massimi di giugno.

Naturalmente le ricadute non potranno, almeno nel breve termine, che essere negative, saranno stati anche soldi di plastica, ma i cinesi fino ad un mese fa si sentivano più ricchi ed avrebbero probabilmente speso parte di quanto avevano “guadagnato” in Borsa, per questo motivo sul nostro listino di Piazza Affari il comparto che ha subito il maggior contraccolpo a causa del crollo di Borsa a Shanghai è stato proprio quello del lusso.

Ma sarà l’economia americana, oltre naturalmente a quelle asiatiche, a soffrire maggiormente e non a caso nella giornata di ieri il titolo che a Wall Street ha fatto segnare il maggior ribasso è stato proprio Apple, l’azienda della mela aveva registrato negli scorsi trimestri vendite record proprio in Cina, è ora facile prevedere che gli acquisti di iPhone ed iPad  subiranno nei prossimi mesi una forte contrazione nel Paese della Grande Muraglia.

Insomma dalla finanza arriva ancora una volta una lezione per tutti, per un certo periodo possiamo “fingerci pazzi”, ma poi la razionalità ha sempre il soppravvento.

Giancarlo Marcotti per Finanza In Chiaro    

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