Italia, l’ultima retrocessione

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Mancava solo Dbrs, ed ora è proprio finita. Ci aggrappavamo a quest’ultima, flebile, quasi inconsistente speranza, adesso si è spenta, definitivamente.

Nessuno ci attribuisce neppure una “A”. Più che una sconfitta è un’umiliazione.

Cerchiamo di spiegare bene cosa è accaduto e quali ripercussioni potrà avere sul nostro futuro. Partiamo dall’inizio.

In principio fu John Moody a pubblicare nel 1900 il “Manual of Industrial Securities” ed a fondare successivamente, nel 1909, Moody’s.

Sette anni dopo la Poor’s Publishing Co. pubblicava i primi ratings, cosa che sei anni più tardi farà anche la Standard Statistic Co. queste due società, nel 1941, si unirono diventando la Standard & Poor’s.

Alle due capostipiti, successivamente, si aggiungerà l’anglo-americana Fitch ed in tempi più recenti la canadese Dbrs.

Ebbene tutte queste società emettono dei ratings, ossia dei giudizi sulla solvibilità di aziende pubbliche o private, enti o Stati nazionali. Questo giudizio viene espresso utilizzando delle lettere. Si parte dal migliore: “AAA”, che indica una elevatissima capacità di rimborso, fino ad arrivare al peggiore: “D” (default), quando il rimborso, perlomeno degli interessi, non viene rispettato.

Questo spettro di giudizi può poi grossolanamente essere diviso in due macro gruppi: gli Investment grade, ossia investimenti consigliabili, nel quale rientrano quattro gradi di rating dalla “AAA” alla “BBB” (con gli intermedi “AA” ed “A”), ed i non-investment grade o anche speculative grade, ossia investimenti speculativi, quindi da “BB” a scendere fino a “D”.

Sebbene, come abbiamo appena detto, il livello di rating “BBB” sia ancora “Investment grade” è indubbio che per uno Stato nazionale non avere perlomeno una “A” sia mortificante.

Ebbene le prime tre società di rating già da tempo avevano declassato l’Italia, o più precisamente il debito italiano, a “BBB”, rimaneva solo l’ultima, la meno prestigiosa, la cenerentola Dbrs che si ostinava a riconoscerci una minuscola “A”.

Ebbene ora si è arresa anche lei.

“La debole crescita potenziale”, “la scarsa competitività” e “la bassa produttività di lavoro e capitale”, sono le motivazioni che hanno costretto anche Dbrs a retrocederci a livello “BBB”.

Tuttavia, come detto, rimaniamo ancora “investment grade”, quindi perché dovremmo preoccuparci?

Dovremmo preoccuparci perché siamo sull’ultimo gradino dell’investment grade, sotto di noi … l’abisso, dovessimo essere nuovamente bocciati finiremmo in una specie di inferno dantesco. E comunque passare da “A” a “BBB” significa pagare interessi più elevati sui nostri titoli dello Stato.

Al momento sentiremo meno la botta, poiché scudati dagli acquisti che continua a fare la Bce di Draghi, ma quando finirà il Qe, per l’Italia saranno dolori veri, lancinanti.

E dovremmo essere preoccupati anche perché diversi Fondi e Sicav sono vincolati, dal loro statuto, a detenere in portafoglio solo titoli di emittenti ai quali viene attribuito perlomeno il rating “A”, quindi rischiamo di veder diminuire i possibili acquirenti dei nostri titoli di Stato.

Insomma quella “A” che Dbrs ci attribuiva fino a ieri non era nulla di più di una foglia di fico, ma ora, caduta anche quella … siamo rimasti nudi.

Giancarlo Marcotti per Finanza In Chiaro   

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